Mons. Viganò

foto: Mons. Viganò – credit Daniel Ibanez/CNA

CASO VIGANO’, LA LETTERA DI BENEDETTO E LA CATTIVA GESTIONE

I tre errori commessi e le conseguenze mediatiche non volute.

Quello che nelle intenzioni di mons. Viganò, Prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, doveva essere un grande contributo teologico e filosofico del papa emerito Benedetto a favore di papa Francesco, nella ricorrenza del suo quinto anniversario di pontificato, si è trasformato nel classico boomerang, fonte di accese polemiche, foriero di potenziali danni di credibilità per la Sala Stampa Vaticana e, in definitiva, per il Vaticano stesso.

Quel contributo era stato richiesto con una lettera da mons. Viganò a Benedetto, e questi aveva risposto con un’altra su cui è sorto un piccolo giallo. A questo proposito si veda il mio precedente post (qui).

Ma perché parlo di boomerang? Essenzialmente per tre ragioni, ovvero tre errori.

Primo errore. Credo che mons. Viganò abbia fatto una manchevolezza nel chiedere al papa emerito di scrivere un contributo “denso” di riflessioni filosofiche e teologiche, e ciò per un semplicissimo motivo: abbiamo a che fare con due papi, uno emerito ed uno in carica. Come noto, quella della compresenza delle due figure è una situazione assolutamente eccezionale. Per trovarne una simile bisogna risalire indietro nei secoli. Per sua natura, questa è una situazione molto delicata, che avrebbe dovuto sconsigliare quella richiesta. Infatti, un giudizio, sia pure sotto forma di riflessione filosofico-teologica, avrebbe significato una valutazione di un papa su un altro papa. Cosa, a mio parere, da evitare nel modo più assoluto. Soprattutto in questo momento in cui la Chiesa è attraversata da tensioni di un certo livello. Avrebbe ancor più sconsigliato quella richiesta il fatto che i volumetti non riportano le opere di papa Francesco, ma riflessioni di teologi sull’insegnamento del papa regnante. Una strana triangolazione. Un papa emerito che esprime una riflessione sul papa a partire da opere di terzi che riflettono a loro volta sul magistero del papa. Una personalità di levatura filosofica e teologica notevolissima e riconosciuta come quella del papa emerito, esprime il suo pensiero quando e come vuole, secondo la sua sensibilità e la sua proverbiale prudenza, senza che sia sollecitato a farlo in alcun modo.

Secondo errore. Rimane un grande mistero il fatto che la lettera del papa emerito sia stata solo letta in pubblico, ma mai consegnata, anche quando ne è stata richiesta una copia. Ad oggi, a quanto mi risulta, nessuno possiede una copia. La Sala Stampa Vaticana ha trasmesso solo i primi due capoversi, mentre Magister ha trascritto il terzo da una registrazione (qui)E’ naturale che questo atteggiamento susciti dubbi e faciliti speculazioni. Se una lettera è privata, rimane privata, e non la si legge in pubblico. Se invece il suo contenuto può essere reso di pubblico dominio, allora la si rilascia in copia alla stampa, soprattutto quando è stata letta pubblicamente ad alta voce e con enfasi. Non si possono usare mezze misure, che si rivelano poi raffazzonate.  

Terzo errore. Il rilascio alla stampa della foto, corretta, in cui sono visibili la lettera ed i libri. Una foto in cui il terzo capoverso – quello in cui il papa emerito esplicita di non aver letto l’opera, di non essere in grado di farlo nel prossimo futuro sia per carenti forze fisiche sia per impegni già presi e, quindi, di non poter esprimere la riflessione richiesta – è stato in parte volutamente ritoccato a mezzo sfocatura ed in parte coperto dai libri stessi (qui), fino a non essere per nulla leggibile, mette a serio rischio la credibilità e l’autorevolezza della Sala Stampa Vaticana. In un mondo tecnologicamente globalizzato dove le informazioni girano alla velocità della luce, in un settore giornalistico dove vigono standard operativi molto rigidi (es. “Nessun elemento deve essere aggiunto o sottratto digitalmente da una fotografia”), non si possono commettere cose come quelle fatte. Soprattutto quando il prossimo 13 maggio si celebrerà la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali intitolata: « La verità vi farà liberi (Gv 8,32). Fake news e giornalismo di pace». Nel messaggio anticipato (qui) dal Santo Padre per quella giornata si può, tra l’altro, leggere che: la disinformazione si basa su “discorsi variegati, volutamente evasivi e sottilmente ingannevoli, e si avvale talvolta di meccanismi raffinati”. Quanto successo sollecita a mantenere alta la trasparenza ed a continuare a perseguire le best-practices del settore giornalistico.

Se queste sono state le condizioni scatenanti, non ci si può poi lamentare se le conseguenze sono state simili ad una tempesta mediatica. Con accese polemiche da una parte e dall’altra.

Legittime e comprensibili quelle di chi ha visto nella lettera di Viganò a papa Benedetto seconde finalità dettate da un eccesso di zelo. Uno zelo che può diventare veramente nocivo, finendo per creare più problemi di quanti spera di risolvere.

D’altra parte, non serve a niente, anzi produce ancora più danni, il modo di argomentare di alcuni, come quello, ad esempio, di Gianni Valente su Vatican Insider, che scrive (qui): “Stare tutto il tempo a disputare sui gesti e le scelte del Papa argentino è divenuta la nuova occupazione principale di un ceto di commentatori, intellettuali e giornalisti che si alzano la palla gli uni gli altri, anche quando si sbranano o fingono di sbranarsi. (…) L’apparato lobbistico che attacca Papa Francesco, con le sue centrali globali, le connessioni internazionali e le sotto-sezioni nazionali, è in realtà un grande fattore di devastazione della Tradizione e della memoria cristiana”.  

Come si vede, quelli di Valente sono toni eccessivamente fuori dalle righe che non aiutano a rasserenare la situazione e, soprattutto, non tengono nel dovuto conto il fatto che il tutto è stato generato da una serie oggettiva di errori di gestione o propositi mal formulati.

Allo stesso modo, anche coloro che si affannano a voler dimostrare che il papa emerito Benedetto con quella lettera abbia espresso inequivocabilmente ed in maniera evidentissima il suo sostegno a papa Francesco sbagliano, perché non è quella lettera il mezzo giusto per dimostrare una certa tesi. Certamente Benedetto loda l’iniziativa editoriale che si prefigge di opporsi allo “stolto pregiudizio per cui Papa Francesco sarebbe solo un uomo pratico privo di particolare formazione teologica o filosofica, mentre io sarei stato unicamente un teorico della teologia che poco avrebbe capito della vita concreta di un cristiano oggi”. Di certo riconosce la “continuità interiore” dei due papati. Quella lettera, però, è semplicemente una risposta, con frasi di cortesia, ad un’altra lettera, quella di mons. Dario Viganò, che esprimeva una precisa richiesta. Inoltre, è il caso di precisare che per capire compiutamente il tenore della lettera del papa emerito occorrerebbe conoscere il contenuto della lettera che mons. Viganò gli ha inviato. Voler trarre un significato più ampio da una lettera come quella, scritta per altro un mese prima del giorno della sua lettura (la vigilia del quinto anniversario del pontificato di papa Francesco), appare francamente una forzatura.

Del resto, Benedetto ha espresso chiaramente la sua fedeltà e gratitudine a papa Francesco in altre circostanze.

Credo, in conclusione, che la cosa più ragionevole da farsi sia, da una parte, quella di lasciare in pace il papa emerito, che più volte ha implicitamente espresso il desiderio di non essere tirato in ballo da alcuno e, dall’altra, quella di riconoscere le manchevolezze occorse.    

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