CASO ALFIE: GIUDICE INGLESE UTILIZZA NELLA SENTENZA PASSI DI UNA LETTERA DI PAPA FRANCESCO A MONS. PAGLIA

Il giudice Hayden, che ha accolto la richiesta dell’ospedale di staccare il respiratore al piccolo Alfie (qui un video del bambino), per lasciarlo morire poiché affetto da rarissima malattia, nella sua sentenza (qui), al punto 52 ha ripreso un passo della lettera (qui) che Papa Francesco scrisse a mons. Vincenzo Papa,  presidente della Pontificia Accademia per la Vita, il 7 novembre scorso, a margine di un convegno internazionale, il Meeting Regionale Europeo della “WORLD MEDICAL ASSOCIATION”,  che si tenne in Vaticano proprio sul fine vita il 16 e 17 novembre 2017. Di questo ci informa Michael Hichborn, in un articolo pubblicato ieri su LifeSitesNews (qui).

Il giudice ha riconosciuto la fede cattolica dei genitori di Alfie, e a tal proposito ha detto che “è importante che queste credenze siano considerate nell’ampia gamma di fattori rilevanti” in relazione agli “interessi superiori” di Alfie.

Per questo il giudice Hayden ha consentito che nella documentazione del procedimento fosse inserito anche il passo riportato dal sig. Mylonas (che rappresenta la posizione dell’ospedale) che fa riferimento alla lettera del Papa a mons. Paglia. Il giudice la riporta perché, a suo parere, “La posizione della Chiesa cattolica romana è talvolta rappresentata in modo imprecisa nei casi relativi a queste difficili questioni etiche”. Ed è a questo punto che il giudice riporta un lungo passaggio della lettera, del quale riporto la parte saliente ai nostri fini:

“Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona.

Il Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],1027-1033). È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure” (cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980, IV: Acta Apostolicae Sedis LXXII [1980], 542-552). L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione «il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali» (ibid.). Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”.

È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. «Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire», come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte.

Certo, quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano”. (grassetto aggiunto, ndr)

Il giudice, nelle sue conclusione, tra l’altro, afferma: “Il  supporto continuo della ventilazione, in circostanze che sono convinto sia inutile, ora compromette la dignità futura di Alfie e non rispetta la sua autonomia. Sono soddisfatto del fatto che il supporto ventilatorio continuo non sia più nell’interesse di Alfie”. (grassetto aggiunto, ndr)

A questo punto, per meglio definire il concetto di eutanasia, il giornalista Michael Hichborn riprende un passo, il n. 65 (qui) della enciclica del 1995, Evanelium Vitae, di Giovanni Paolo II:

“Per eutanasia in senso vero e proprio si deve intendere un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. «L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati».

Da essa va distinta la decisione di rinunciare al cosiddetto «accanimento terapeutico», ossia a certi interventi medici non più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia. In queste situazioni, quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza «rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi».” (grassetto aggiunto, ndr)

E’ per questo che il papa santo Giovanni Paolo II, sempre allo stesso n.65 della enciclica Evangelium Vitae, scrive: “Fatte queste distinzioni, in conformità con il Magistero dei miei Predecessori e in comunione con i Vescovi della Chiesa cattolica, confermo che l’eutanasia è una grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e universale” (grassetto aggiunto, ndr).

Michael Hichborn, riferisce poi che, nel 2004, Papa Giovanni Paolo II, rivolgendosi a un gruppo di medici riunitisi a Roma, disse:

“Vorrei sottolineare in particolare come la somministrazione di acqua e cibo, anche se fornita con mezzi artificiali, rappresenti sempre un mezzo naturale per preservare la vita, non un atto medico. Il suo uso, inoltre, dovrebbe essere considerato, in linea di principio, ordinario e proporzionato, e come tale moralmente obbligatorio, nella misura in cui e fino a quando non si dimostri che esso ha raggiunto la sua giusta finalità, che nel caso di specie consiste nel fornire nutrimento al paziente e nell’alleviare la sua sofferenza. (enfasi aggiunta)

E’ di tutta evidenza come il supporto ventilatorio non possa essere considerato più invasivo della somministrazione di acqua e cibo quando fornita con mezzi artificiali. Infatti, il Dr.Paul Byrne, ex presidente dell’Associazione Medica Cattolica e co-inventore dei primi ventilatori neonatali,  interpellato a tal proposito da LifeSiteNews, ha affermato:

“Un ventilatore muove l’aria nella trachea e nei vie aere più grandi. Supporta la respirazione solo in una persona vivente. (…) La respirazione avviene solo quando la vita è presente”.  Il Dr. Byrne ha aggiunto: “Il ventilatore per la respirazione è analogo ad un tubo di alimentazione. Questi tubi sono di supporto alla vita solo in una persona vivente. Togliere il ventilatore da Alfie significherebbe infliggere la morte”. (grassetto aggiunto, ndr)

Infine, Michael Hichborn riprende un passo del Catechismo della Chiesa Cattolica, quello riportato al n. 2235: “Nessuno può comandare o istituire ciò che è contrario alla dignità delle persone e alla legge naturale”.

I genitori  di Alfie, Tom Evans e Kate Jones, entrambi ventenni, hanno tentato in tutti i modi di prolungare la vita del proprio piccolo proponendo di sottoporlo a un trattamento presso l’ospedale Bambino Gesù di Roma. Questa proposta, però, è stata respinta. Inoltre, il ventilatore non è una apparecchiatura particolarmente complicata o onerosa da potersi permettere. Per questo, i genitori di Alfie hanno ricevuto tutto il sostegno finanziario che consentirebbe loro di portare a casa il piccolo Alfie assistito da un ventilatore e da una cura medica adeguata.  Eppure, il giudice Hayden, anche in questo caso, ha deciso che al piccolo Alfie debba essere soppressa la ventilazione.

Ritroviamo nuovamente nel caso di Alfie gli stessi connotati della situazione del piccolo Charlie, il quale fu lasciato morire mediante il distacco del ventilatore contro la volontà dei genitori. Stessa infanzia negata, stessa nazione ( il Regno Unito), stesso sistema ospedaliero, stessa “giustizia”, stessa motivazione:  “nel suo miglior interesse”.

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