depressione suicidio farmaci Suicidio assistito. Foto di Hasty Words da Pixabay
Foto di Hasty Words da Pixabay

 

 

di Mattia Spanò

 

“Mario” si chiamava Federico Carboni. È morto a casa sua, in Senigallia, avvalendosi della prima procedura di suicidio medicalmente assistito approvata in Italia. Come tutte le cose fatte medicalmente, Scientificamente, hanno tutto un altro aroma.

Quando si parla del suicidio – una morte toccante, voluta da persone per le quali la vita è diventata odiosa – le parole tendono a svanire, virano al sentimentale. Ne butto giù qualcuna in preda ad emozioni senza costrutto.

Ho già detto che “Mario” si chiamava Federico Carboni? Il titolo dell’ANSA è: Le ultime parole di Mario, ‘spero che per altri sia più breve’.

Mario queste parole non le ha mai pronunciate. Mario non esiste. Chi è morto suicida è Federico. Mario è solo un brutto paperino, uno sgorbio inventato dai giornali per ispirare gente al mare a mostrar le chiappe chiare.

Adesso che non c’è più, con sollievo commosso i giornali scrivono che Mario in realtà era Federico. Genere Pasquale che si sente Carla, per farci a capire. Adesso possono dirlo. A chi vuoi che importi se ti chiamavi Mario, Federico o Nabucodonosor. Va bene Mario, come quello del bar di Ligabue. Non sei un essere umano: sei un diritto, una conquista di civiltà.

Si dirà che erano le tue volontà e chissà che altro. Può darsi, chi vuoi che chieda ad un morto com’è andata. Sta di fatto che le persone – tutte – provano pietà per “Mario”, non per Federico. Di Federico non è mai importato un fico a nessuno, o quasi.

Un tetraplegico costretto in casa esiste? Gli amici si stancano di venirti a trovare, tua moglie o la tua ragazza si rifanno una vita – si dice così – lo sguardo dei tuoi genitori sempre più stanco, più svuotato, più avvilito. Ti domandi chi si prenderà cura di te quando loro non ci saranno più. Sei un maledetto peso che cade all’infinito, come quello di Michelstaedter. Che infatti si è sparato. Uno strazio indicibile.

Scrivono che non sei tu: sei Mario. Per riguardo alla tua privacy, presumo. Allora perché rispettarla quando sei in vita e violarla quando sei morto? Perché questo sgarbo?

Non è mica successo niente di che: un sacco di gente muore tutti i giorni. Chi sei tu? Sei speciale? A parte il fatto che ti sei ammazzato a spese anche mie, intendo. Dovrei festeggiare: sei libero, adesso. O forse sei soltanto morto, ma non stiamo a spaccare il capello. Tutto è bene quel che finisce male.

Caro Mario ti suicido, così mi distraggo un po’. E siccome sei molto lontano, più forte ti suiciderò.

Perché nasconderti dietro un alias? Come se chiuso in una stanza dentro un’anonima palazzina marchigiana non ne avessi abbastanza, di riservatezza. Ma chi ti fila. Chi vuoi che ti cerchi, chi vuoi che venga a trovare lo spettacolo impietoso di una vita non potuta.

Forse bisognava solo essere prudenti, tenere alla larga i curiosi. Usarti quell’eccesso di zelo che ti fa riconoscere al volo un idiota nella nebbia notturna: se qualcuno chiede alla portinaia a che piano abiti, lei risponde che qui non c’è nessun Mario. Circolare.

Perché proprio Mario? Come Monti, come Draghi? Perché non Silvio o Matteo, Giorgia o Djouf. Perché questa discriminazione volgare verso donne, extracomunitari e leader di partito?

Ovvio, Mario siamo tutti noi. Ma siamo il fantasma Mario, non il sanguinante Federico. La privacy, bellezza. Non vuoi che qualcuno speculi sulle tue disgrazie, che si prenda i meriti dei tuoi trionfi, vero?

Chi se ne frega se vivi a Senigallia o Minchiano Inferiore, se ti piace la pizza, se il venerdì sera ti senti Carla e il sabato mattina Pasquale, se collezioni aquiloni e vesti Zara. Tutta quella paccottiglia tribale che ti affratella a sconosciuti dispersi nell’oscurità del mondo. Te la dico tutta? Solo Dio potrebbe amarti. Se ci fosse, ma meglio che non ci sia, fidati di quelli che ti hanno spedito a controllare.

Se dopo un incidente resti paralizzato dal collo in giù, non ti piacerebbe che lo Stato – cioè noi – ti desse una spintarella nel buio eterno? Comandi, capo. L’unico caso in cui lo Stato si scapicolla a placare i tuoi bisogni, a tutelare i tuoi diritti. In venti mesi, ma non lamentarti: siamo in Italia, c’è gente che ha ricevuto cartoline del nonno dal fronte del Piave a capodanno del 2010.

Ti piacerebbe o no? Se me lo chiedi così. Se mi descrivi la vita come un cumulo di sterco e mi chiedi se non preferirei morire, ti rispondo di sì. Se non altro per non sentirmi un imbecille: ti piacerebbe vivere in una padella d’olio bollente? Che domande. Però vivere mi piacerebbe.

Il fatto è che la tua vita non è esistita quasi per nessuno. In compenso la tua morte potrebbe diventare realtà per molti. Che dico potrebbe: dovrebbe. Siamo troppi, il pianeta soffre. Occorre celarla ancora un po’, una vita intollerabile come quella di Federico, perché la mandria pecoreccia vuole continuare a pagare le tasse. Vuoi mica che il banchiere reverendo Jones offra a tutti un cicchetto di curaro pagando di tasca sua. Te lo paghi da solo, il veleno, come il giro di birra nei pub inglesi.

Si tratta di far capire alla gente che una bella morte, una morte dignitosa – la vita dignitosa viene calpestata con furia patologica – è il giusto coronamento di una vita indegna. Dona gli organi ad altri moribondi scioccamente abbarbicati alla vita, salva il sistema solare – c’è gente che pensa di traslocare su Marte a far danni, e nessuno fa un plissé – pensa ai cormorani inzuppati nel petrolio. Levati di torno, indesiderato come hai vissuto.

Basta farglielo capire giocando sul fatto che la gente, beg your pardon: il pecorume, non capisce una mazza di nulla, in compenso si adegua a tutto. Anche perché se non lo fa le togliamo tutto: libertà, amore, soldi, cultura, compagnia, giochi, musica. Altrimenti non si vaccinano e muoiono, ma noi non vogliamo questo: vogliamo che si suicidino. Li assistiamo medicalmente, Scientificamente, quando sgomberano. Cosa vuoi di più dalla morte?

Basta gettare un uomo in un angolo come un vecchio materasso pieno di acari, e dopo qualche tempo mandare i marchi cappati a chiedergli come gli butta la vitaccia schifa. Onestamente, potrebbe andare meglio. Potrei essere morto.

Che ne diresti se il cibo aumentasse del 10% al mese, perdessi il lavoro, il governo ti dicesse che non puoi scaldarti in inverno e devi cuocere in estate (c’è la guerra, pazzo irresponsabile), che se giri in macchina sei un criminale ambientale, che se non ti vaccini ti ammali e muori, che non hai il diritto di avere pensieri tuoi ma sei libero di dare ragione a Draghi, Speranza e Di Maio?

Se il governo ti facesse ristrutturare casa senza pagare il conto mandando fallite migliaia di imprese – magari non hanno finito di montarti le finestre – o ti promettesse elemosina che non arrivano mai, e un anno dopo ti richiedesse i quattro spiccioli indietro, te la ricordi, vero, quella batteria di obici regalata all’Ucraina perché si facciano suicidare un po’ anche loro, e perdindirindina i drughi di Draghi sono rimasti a corto di dobloni?

Ridacci i soldi che ti abbiamo regalato ieri per schiantare domani. Caccia la grana, caro percettore di reddito d’incapienza generosamente elargito casomai ti pungesse vaghezza di lavorare per sopravvivere.

Non ti piacerebbe una spintarella per uscire dalla pandemia, dalla guerra, dal vaiolo delle scimmie, dall’invalidità permanente, dal caro bollette, dai talk-show a senso vietato, dalla vita? Una lunga, lunghissima morte senza Formigli, Floris, Brindisi, Giletti, Gentili, Vespa, Panella, Merlino, senza Bing e Capitan Tsubasa. Chi è lo sciroccato che dice di no.

Fosse così semplice, o almeno altrettanto rapido. Prima ti rendo la vita un inferno di balle, poi ti costringo ad acconsentire e amare questo inferno per il tuo bene, e quando non ce la fai più – le balle rompono le balle – ti aiuto a fare il grande balzo nelle balle.

Delirio complottista? Sicuro. Come i libri di Orwell, Benson, Philip K. Dick, Bradbury, Huxley, Zamjatin, Asimov. Solo meno riuscito.

Giusto per restare una spanna sopra le righe, oltre ad una pervicace menzogna in quel “Mario” ci sento sospirare dell’altro. La sotterranea rovente vergogna per quanto si è fatto a Federico. Un po’ come si tace di un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile.

Per non parlare di e con Federico, inventiamoci Mario. Super Mario, non l’idraulico né lo stimaterrimo. Un Batman, uno Spiderman, la Cosa. Capitan Sfigato, il supereroe al quale sorridi giulivo perché sei contento di non avere i suoi superpoteri, come restare nel letto immobile per decenni a fissare il muro. Quello che non salva nessuno, lo salviamo noi spedendolo nel nero di seppia.

Sarà per via del mio permanente, sconsiderato ottimismo cristiano, ma sono convinto che a questi Dottor Morte il sonno eterno senza sogni sorrida davvero (voi a letto presto, loro tirano l’alba).

La vita che termina così come è iniziata, senza chiedere permesso, senza esprimere volontà strambe, senza il fastidio di lottare e di sbagliare mentre la gente intorno ride di te. Anche quella alla vita eterna è una condanna. Uno spera sempre che per gli altri sia più breve.

Ci spaventava, mezze calzette che altro non siamo, quando i terroristi di Al Qaeda sentenziavano che avrebbero vinto perché amavano la morte più di quanto noi amiamo la vita. Attentavano al nostro stile di vita, quello di Imagine, dei gessetti colorati, del non avrete il nostro odio, quando ci interessava a malapena il nostro stile di morte. Topica grossolana.

Noi la vita non l’amiamo per nulla. Infatti non ci hanno uccisi loro: ci lasciano ammazzarci da soli. Il punto ottimo di equilibrio fra domanda e offerta.

È meglio credere che con la morte finisca tutto. Ci piace morire facile, senza incontri molesti dopo. Chi vorrebbe trovarsi di fronte un Tizio che con voce tonante chieda: Caino, dov’è Abele tuo fratello?

Abele chi? Si chiamava Mario.

 


 

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