Card. Blase Cupich
Card. Blase Cupich

 

 

di Sabino Paciolla

 

A margine degli Incontri teologici mediterranei ecumenici e interreligiosi svoltisi a Lovran, in Croazia, sotto la guida dell’arcivescovo di Rijeka Mate Uzinić, il cardinale di Chicago Blase Cupich ha rilasciato a katholisch.de un’ampia intervista toccando temi che vanno dalla sinodalità alla pace nel mondo, passando anche per la questione liturgica.

La liturgia e la “Messa antica”

Proprio sul tema liturgico, e in particolare sul dibattito attorno alla Messa tradizionale in latino, Cupich ha offerto una delle riflessioni più nette dell’intervista. Interpellato sul fatto che le discussioni interne alla Chiesa — liturgia compresa — appaiano di secondaria importanza rispetto a crisi globali come guerra e cambiamento climatico, il cardinale ha riconosciuto la premessa ma ha aggiunto una precisazione importante: le tensioni che continuano a dividere la Chiesa al suo interno finiscono per indebolirne la voce pubblica su questi stessi temi. Ha ricordato che “la Chiesa, infatti, non è un club esclusivo”, spiegando che l’opinione pubblica difficilmente presterà ascolto a un’istituzione percepita come lacerata da discordie interne. Per questo, secondo Cupich, occorre evitare che le controversie — compresa quella liturgica — diventino così pubbliche e marcate da compromettere l’autorevolezza della Chiesa su questioni di più ampia portata.

Il cardinale ha collegato questo discorso al principio dell’unità, definita «il primo segno distintivo della Chiesa». Ha però chiarito che unità non significa uniformità: la stessa riforma liturgica, la messa vernacolare post-conciliare, ha osservato, convive con una pluralità di lingue e forme di espressione culturale che arricchiscono la Chiesa. Il criterio decisivo, per Cupich, resta uno solo: qualunque pratica che si discosti dalla prassi comune va valutata chiedendosi se serva l’unità o la danneggi.

Sinodalità e corresponsabilità dei laici

Ampio spazio dell’intervista è stato dedicato al tema della Chiesa sinodale e orientata al dialogo voluta da Papa Francesco. Cupich ha spiegato che le resistenze nascono spesso dal timore di allontanarsi dalla tradizione, un timore che a suo avviso va affrontato con maggiore fiducia nell’azione dello Spirito nella vita della Chiesa e nel sensus fidelium dei fedeli battezzati. Il cambiamento più rilevante che la sinodalità può produrre, ha detto, è la crescita di un autentico senso di corresponsabilità tra i cattolici, oggi spesso limitato alla partecipazione liturgica o alle offerte, ma privo di un reale coinvolgimento nella pianificazione pastorale.

Interrogato sulla possibilità di estendere a tutta la Chiesa pratiche come il coinvolgimento dei laici nella scelta dei candidati all’episcopato — già in uso in Germania — Cupich ha precisato che una forma di consultazione popolare esiste già nelle indagini condotte dai nunzi apostolici, ed è prassi che coinvolge anche laici, religiosi e religiose all’interno del Dicastero per i Vescovi. Ha però messo in guardia dal rischio di trasformare tali processi in operazioni politiche anziché di autentico discernimento spirituale.

Sussidiarietà e ruolo delle conferenze episcopali

Sul tema del decentramento, Cupich ha riconosciuto i passi già compiuti da Papa Francesco, sottolineando l’importanza del principio di sussidiarietà: le decisioni vanno prese al livello più basso possibile, ma sempre in equilibrio con la solidarietà verso l’intera Chiesa. Anche quando alcune conferenze episcopali risultano più avanzate su certi temi rispetto ad altre, il criterio di verifica resta la fedeltà all’unità ecclesiale.

Le priorità per il prossimo decennio

Alla domanda sulle priorità dei prossimi dieci anni, Cupich ha indicato tre ambiti: il proseguimento del rinnovamento avviato dal Concilio Vaticano II; l’impegno per la tutela ambientale, richiamando l’enciclica Laudato si’ in un contesto segnato da riscaldamento globale e fenomeni climatici estremi; e la pace nel mondo, tema più volte richiamato da Papa Leone XIV, che il 9 gennaio ha osservato come la guerra sembri essere tornata “di moda”.

La dottrina della guerra giusta

Infine, il cardinale si è soffermato sulla dottrina della guerra giusta, denunciandone un uso distorto: nata come principio limitativo, oggi rischia di diventare una giustificazione a posteriori per interventi militari già decisi. Per Cupich la guerra va considerata solo come ultima risorsa, dopo che ogni possibile via diplomatica sia stata effettivamente esaurita.

 

 

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