Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Michael Haynes e pubblicato su Lifesitenews. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella mia traduzione.

 

 

In un’ulteriore prova del tumulto del Vaticano di Papa Francesco, una spaccatura nell’insegnamento sulla confessione è stata recentemente evidenziata quando il capo della Penitenzieria Apostolica vaticana ha messo in guardia contro la falsa “misericordia” per quanto riguarda il perdono dei peccati, condannando indirettamente una retorica della “misericordia” comunemente sposata da Francesco.

I commenti sono stati pronunciati dal cardinale Mauro Piacenza la scorsa settimana, nell’ambito del 33° Corso sul Foro Interno promosso dalla Penitenzieria Apostolica. Il 78enne porporato guida l’organismo vaticano che si occupa del perdono dei peccati, in particolare dei casi gravi o complicati.

Nel corso della conferenza sulle indulgenze, che ha aperto i lavori della settimana, Piacenza ha illustrato i pericoli della pratica per i confessori, in particolare per quanto riguarda le idee sbagliate e i falsi insegnamenti sul concetto di misericordia.

“Non si può credere, né dottrinalmente né pastoralmente, che l’equivoco sul giudizio degli atti peccaminosi e la loro chiara identificazione possa portare qualche frutto positivo”, ha affermato Piacenza.

Continuando, ha attaccato una falsa percezione della misericordia, avvertendo che la vera misericordia richiede l’insegnamento della verità sul peccato.

Non è misericordia mentire sul peccato, tanto meno lo è lasciare il fedele in uno stato di peccato a causa della paura del confessore di parlare al fedele come padre autorevole e medico premuroso. Solo una misericordia malintesa, priva di realismo cristiano, può abdicare al gravissimo compito di giudice e medico che Cristo affida agli Apostoli e ai loro successori. Che Cristo affida a ogni confessore!

Piacenza ha osservato che i sacerdoti hanno “il grave dovere di ammonire il peccatore sulla gravità della sua condizione”, avvertendo che se tale dovere viene disatteso, il sacerdote “ne risponderà egli stesso davanti a Dio”.

Utilizzando tutti i mezzi del dialogo fraterno, dell’autentica paternità spirituale e aiutando i fedeli a percepire l’infinita bontà di Dio e la permanente disponibilità del Signore a coprire e distruggere, con il fuoco della sua Misericordia, ogni peccato, il singolo sacerdote ha il grave dovere di ammonire il peccatore sulla gravità della sua condizione e, se non lo facesse, ne risponderebbe egli stesso davanti a Dio.

Ha anche preso di mira un falso concetto di cura “pastorale”, affermando che la parola è “ampiamente abusata” e viene usata per riferirsi a una “vicinanza inefficace alle persone”, piuttosto che a una vera cura delle anime.

E se anche di questo termine – “pastorale” – si è ampiamente abusato, attribuendogli ogni possibile e ingiustificata creatività soggettiva, in nome di una presunta quanto inefficace vicinanza alle persone, sappiamo bene che tutto ciò che è pastorale non può che rimandare all’unico Buon Pastore.

Già nel 2011, Piacenza avvertiva che era in atto uno sforzo dottrinale “per giustificare il peccato, non affidandosi alla misericordia, ma confidando in una pericolosa autonomia che ha l’odore dell’ateismo pratico”.

Piacenza ha guidato in passato la Congregazione per il Clero sotto Papa Benedetto XVI ed è stato descritto dal giornalista vaticanista Marco Tosatti come un “tradizionalista ecclesiastico”.

 

Cardinale contro Pontefice

Le parole del cardinale sembrano in contrasto con quelle di Papa Francesco, che si è dimostrato più lassista nei suoi pronunciamenti sulla confessione e sulla concessione del perdono. In un incontro di dicembre con i seminaristi di Barcellona, il Papa avrebbe detto ai sacerdoti e ai seminaristi riuniti di perdonare tutto.

Ha detto loro di “non essere clericali, di perdonare tutto” e che questo deve avvenire anche se la persona che si confessa non ha intenzione di pentirsi. Francesco avrebbe detto che “se vediamo che non c’è intenzione di pentirsi, dobbiamo perdonare tutto. Non possiamo mai negare l’assoluzione, perché diventiamo veicolo di un giudizio cattivo, ingiusto e moralista”.

Le sue osservazioni fanno eco a quelle fatte solo poche settimane prima, quando a novembre aveva attaccato i sacerdoti che negano l’assoluzione come “delinquenti”. Presentando una situazione immaginaria, Francesco ha detto: “E io non posso assolverti, non posso perché sei in peccato mortale, devo chiedere il permesso al vescovo””.

“Questo succede, per favore!”. Ha proseguito Francesco. “Il nostro popolo non può essere nelle mani di criminali! E un sacerdote che si comporta così è un delinquente, in ogni parola. Che vi piaccia o no”.

Questo è stato poi ripetuto durante il suo incontro con i vescovi in Congo, quando ha dato loro istruzioni di “perdonare sempre”, suggerendo al contempo ai sacerdoti di eludere il Codice di Diritto Canonico. “Rischiate dalla parte del perdono”, ha detto. “Sempre. Perdonate sempre nel sacramento della riconciliazione. In questo modo, seminerete il perdono per tutta la società”.

In effetti, anche alla riunione della Penitenzieria Apostolica della scorsa settimana, Francesco è sembrato presentare una visione più attenuata riguardo alla confessione rispetto a quella insegnata da Piacenza solo pochi giorni prima allo stesso evento. Mettendo in guardia i sacerdoti dal “dialogo” con il diavolo, Francesco ha detto che i confessori dovrebbero preoccuparsi solo di pensare “al perdono e a come ‘arrangiarsi’ per ottenere il perdono”.

Ha presentato una conversazione ipotetica per chiarire il suo punto di vista, sembrando suggerire che i sacerdoti offrono l’assoluzione anche quando non viene richiesta:

“Sei pentito?” – “No” – “Ma questo non ti pesa?” – “No” – “Ma te la sentiresti di essere pentito?” – “Magari”. C’è una porta, bisogna sempre cercare la porta per entrare con il perdono. E quando non si può entrare dalla porta, si entra dalla finestra: ma sempre si deve cercare di entrare con il perdono. Con un perdono magnanimo; “che sia l’ultima volta, la prossima non ti perdonerò”: no, questo non va bene.

 

Insegnamento cattolico sulla confessione

Nonostante l’istruzione di Papa Francesco secondo cui i confessori dovrebbero “perdonare sempre”, la Chiesa cattolica non insegna questo modo di fare.

Il Codice di diritto canonico delinea gli elementi necessari affinché un confessore possa impartire l’assoluzione: “Se il confessore non ha dubbi sulla disposizione del penitente e questi chiede l’assoluzione, questa non deve essere né rifiutata né differita” (Can. 980). (Can 980).

Il Catechismo del Concilio di Trento sottolinea che:

Soprattutto i sacerdoti facciano molta attenzione a non dare l’assoluzione a nessun penitente, di cui abbiano ascoltato la confessione, senza obbligarlo a dare piena soddisfazione per qualsiasi danno ai beni o al carattere del prossimo di cui sembri responsabile. Nessuno può essere assolto se prima non ha promesso fedelmente di restituire tutto ciò che appartiene ad altri.

Lo stesso catechismo istruisce inoltre i sacerdoti su quando un penitente dovrebbe essere mandato via senza assoluzione, non per una deliberata mancanza di pentimento, ma perché “del tutto impreparato”.

Anche il tanto amato Catechismo di Baltimora prende nota dell’istruzione di rifiutare l’assoluzione, affermando:

Il sacerdote deve rifiutare e rifiuta l’assoluzione a un penitente quando pensa che questi non sia giustamente disposto per il sacramento. A volte rimanda l’assoluzione alla prossima confessione, sia per il bene del penitente che per una migliore preparazione, soprattutto quando la persona è stata a lungo lontana dalla confessione.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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