Card. Pietro Parolin

Card. Pietro Parolin

 

di Sabino Paciolla

 

Il Segretario di Stato Vaticano, card. Pietro Parolin ha rilasciato il 12 maggio un’intervista al Global Times, il giornale in lingua inglese di proprietà del People’s Daily, il giornale ufficiale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese.

La lettura di questa intervista mette bene in evidenza l’approccio della Santa Sede con la Cina, con la quale ha sottoscritto un accordo provvisorio per la nomina dei vescovi il 22 settembre dell’anno scorso. Il card. Parolin è il Segretario di Stato, quindi il responsabile della diplomazia vaticana, un diplomatico di lungo corso. Per questo, ogni parola sarà stata soppesata mille volte. Scontato, da un certo punto di vista, il tono dell’intervista.

D’altra parte, bisogna tener sempre presente che l’intervista è stata concessa alla filiale occidentale del giornale ufficiale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, il giornale di un regime, quello comunista appunto, che, nonostante l’accordo suddetto, sta esprimendo tutta la sua potenza in termini di persecuzione dei fedeli di varie religioni.

Ma andiamo all’intervista, da cui prendo alcuni passi. Chi volesse leggere il testo integrale potrà farlo nella parte inferiore del presente articolo.

Il Global Times chiede: È stato firmato l’accordo tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese. Il dialogo è ancora in corso. Come procede ora? Con quale frequenza si incontrano le due parti? Può darci qualche dettaglio al riguardo? A questa domanda il card. Parolin, tra l’altro, risponde: “(…) C’è fiducia che si possa ora aprire una nuova fase di maggiore cooperazione per il bene della comunità cattolica cinese e per l’armonia di tutta la società. I canali di comunicazione funzionano bene. Ci sono elementi che dimostrano una maggiore fiducia tra le due parti. Stiamo inaugurando un metodo che appare positivo. (…) Dobbiamo camminare insieme, perché solo così potremo guarire le ferite e le incomprensioni del passato per dimostrare al mondo che, anche partendo da posizioni lontane, possiamo raggiungere accordi fruttuosi. (…) La Cina e la Santa Sede non discutono di teorie sui rispettivi sistemi e non vogliono riaprire questioni che ormai appartengono alla storia. Cerchiamo invece soluzioni pratiche che riguardano la vita di persone reali che desiderano praticare pacificamente la propria fede e offrire un contributo positivo al proprio Paese.”

Come si vede da questa prima risposta, sembra che non si stia parlando della Cina ma di una democrazia occidentale matura. Infatti, le frasi “I canali di comunicazione funzionano bene. Ci sono elementi che dimostrano una maggiore fiducia tra le due parti. Stiamo inaugurando un metodo che appare positivo”  farebbero pensare ad un cammino tutte rose e fiore. Purtroppo non è così. Su questo blog abbiamo riportato decine di articoli che dicono tutt’altro.

Xi Jinping, il presidente cinese, è salito al potere nel 2013, e da allora ha messo in opera un programma di “sinicizzazione” di tutte le religioni in Cina, una mossa che la Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale ha definito “una strategia di vasta portata per controllare, governare e manipolare tutti gli aspetti della fede in uno stampo socialista infuso di ‘caratteristiche cinesi’”. Questo ha significato la distruzione di chiese e santuari mariani ed anche di conventi, persino dopo la sigla dell’accordo, il divieto per i minori di partecipare alla messa, la costrizione per i giovani a dichiararsi atei, il blocco della vendita della bibbia e di altro materiale religioso on line, la interruzione delle trasmissioni della Radio Vaticana, compresa la messa domenicale dalla stessa trasmessa, il blocco delle  apps sui cellulari, la scomparsa di sacerdoti o l’arresto di vescovi, la pressione esercitata su sacerdoti e vescovi della Chiesa sotterranea (cioè quella clandestina e da sempre fedele a Roma) ad iscriversi a quella controllata dal Partito Comunista Cinese, mai riconosciuta dal Vaticano, l’issare la bandiera cinese sugli altari, l’arresto di giornalisti che riportano le notizie della persecuzione religiosa, e così via. In poche parole, come ritiene padre Ticozzi, il controllo assoluto della Chiesa.

Eppure,  il card. Parolin afferma: “Stiamo inaugurando un metodo che appare positivo” .

Poi il Global Times evidenzia: C’è una certa opposizione al dialogo del Vaticano con il governo cinese. Qual è la sua opinione sull’opposizione e cosa direbbe agli oppositori all’interno della Chiesa? A questa domanda il card. Parolin cerca di essere comprensivo, e dice: “(…) Non deve quindi sorprendere se c’è una critica, che può sorgere sia nella Chiesa o in Cina o da altrove, di un’apertura che può apparire senza precedenti dopo un così lungo periodo di confronto.” Ma subito dopo, con una stoccatina ai critici, precisa: “(…) Ovviamente, le critiche che provengono da posizioni pregiudizievoli e che sembrano cercare di preservare vecchi equilibri geopolitici sono un’altra questione”. E conclude infine con: “(…) Un primo e duplice frutto, da osservare attentamente, è quello che è già avvenuto: da un lato, stiamo cominciando a superare  condanne reciproche, ci conosciamo meglio, ci ascoltiamo, comprendiamo meglio le esigenze di coloro che partecipano al dialogo. D’altra parte, si apre la prospettiva che due antiche, grandi e sofisticate entità internazionali – come la Cina e la Sede Apostolica – possano diventare sempre più consapevoli di una comune responsabilità per i gravi problemi del nostro tempo. Le risposte globali devono corrispondere alle sfide globali.”

In un’altra domanda il Global Times chiede: Il Vaticano (Santa Sede) ha svolto un ruolo positivo nell’aiutare la Cina ad ottenere il riconoscimento per i suoi sforzi nel reprimere il traffico di organi. Ci sono altri settori in cui le due parti possono lavorare insieme? A questa domanda il card. Parolin risponde: “Come ho sottolineato prima, oggi esistono molte sfide globali che devono essere affrontate con uno spirito di cooperazione positiva. Penso in particolare ai grandi temi della pace, della lotta alla povertà, delle emergenze ambientali e climatiche, delle migrazioni, dell’etica dello sviluppo scientifico e del progresso economico e sociale dei popoli.”  Per quanto riguarda invece la questione dell’aiuto offerto dalla Santa Sede alla Cina riguardo al traffico degli organi, vi consiglio di leggere un mio precedente articolo (qui).

Infine, la domanda sulla “Sinicizzazione”. Il Global Times chiede: L’inculturazione è sempre stata importante per la Chiesa cattolica quando predica il Vangelo. Ora la Cina sta compiendo la “sinicizzazione” delle religioni. Che cosa ne pensa dell’inculturazione e della “sinicizzazione”? E qui il card. Paroli risponde: “Per il futuro, sarà certamente importante approfondire questo tema, soprattutto il rapporto tra “inculturazione” e “sinicizzazione”, tenendo presente come la leadership cinese abbia saputo ribadire la propria volontà di non minare la natura e la dottrina di ogni religione.”

L’intervista, soprattutto dopo quest’ultima affermazione, a parere dello scrivente, è parecchio deludente e anche triste, soprattutto quando si pensi che in Cina vi sono cristiani che soffrono per la fede e almeno 800.000 uiguri, persone di fede islamica, rinchiusi in campi di rieducazione forzata.

 

 

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Di seguito il testo integrale dell’intervista nella mia traduzione

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Nota dell’editore: come segno degli sviluppi positivi nelle relazioni Cina-Vaticano, le recenti celebrazioni pasquali sono state pacifiche in Cina e la presenza della rappresentanza vaticana all’Esposizione Internazionale dell’Orticoltura di Pechino ha attirato un’attenzione positiva. Il cardinale Pietro Parolin (Parolin), segretario di Stato vaticano, ha concesso un’intervista esclusiva al corrispondente speciale del Global Times (GT) Francesco Sisci e al giornalista dello staff Zhang Yu.  Ha parlato degli ultimi progressi dell’accordo provvisorio tra la Cina e la Santa Sede, dei suoi ricordi dei negoziati con i rappresentanti cinesi e della sua visione della sinicizzazione delle religioni in Cina negli ultimi anni.

Global Times: È stato firmato l’accordo tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese. Il dialogo è ancora in corso. Come procede ora? Con quale frequenza si incontrano le due parti? Può darci qualche dettaglio al riguardo?

Parolin: Sì, il 22 settembre 2018 abbiamo firmato un accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi in Cina. Le due parti sono ben consapevoli che tale atto costituisce il punto di arrivo di un lungo viaggio, ma è soprattutto un punto di partenza. C’è fiducia che si possa ora aprire una nuova fase di maggiore cooperazione per il bene della comunità cattolica cinese e per l’armonia di tutta la società. I canali di comunicazione funzionano bene. Ci sono elementi che dimostrano una maggiore fiducia tra le due parti. Stiamo inaugurando un metodo che appare positivo e che dovrà ancora essere sviluppato nel tempo, ma che, per ora, ci fa sperare di poter arrivare gradualmente a risultati concreti. Dobbiamo camminare insieme, perché solo così potremo guarire le ferite e le incomprensioni del passato per dimostrare al mondo che, anche partendo da posizioni lontane, possiamo raggiungere accordi fruttuosi. Vorrei sottolineare un aspetto che sta particolarmente a cuore a papa Francesco: Questa è la vera natura del dialogo. Nel dialogo, nessuna delle due parti rinuncia alla propria identità o a ciò che è essenziale per svolgere il proprio compito. La Cina e la Santa Sede non discutono di teorie sui rispettivi sistemi e non vogliono riaprire questioni che ormai appartengono alla storia.  Cerchiamo invece soluzioni pratiche che riguardano la vita di persone reali che desiderano praticare pacificamente la propria fede e offrire un contributo positivo al proprio Paese.

GT: C’è una certa opposizione al dialogo del Vaticano con il governo cinese. Qual è la sua opinione sull’opposizione e cosa direbbe agli oppositori all’interno della Chiesa?

Parolin: Come generalmente accade in questioni complesse e quando si affrontano problemi di grande importanza, anche nei rapporti sino-vaticani, è usuale confrontare posizioni diverse e proporre allo stesso modo soluzioni diverse, a seconda dei punti di vista iniziali e delle preoccupazioni prevalenti. Non deve quindi sorprendere se c’è una critica, che può sorgere sia nella Chiesa o in Cina o da altrove, di un’apertura che può apparire senza precedenti dopo un così lungo periodo di confronto. Infatti, mi sembra umano e cristiano mostrare comprensione, attenzione e rispetto per coloro che esprimono tali critiche. Naturalmente, non tutti i problemi sono stati risolti. Molte questioni devono ancora essere affrontate e noi le affrontiamo con disponibilità e determinazione. So bene che nessuna [delle parti] ha fatto funzionare completamente [l’accordo] (o, in effetti, può fornire una formula magica!), ma posso anche dire che siamo impegnati a trovare soluzioni durature, che siano accettabili e rispettose di tutti gli interessati. Ovviamente, le critiche che provengono da posizioni pregiudizievoli e che sembrano cercare di preservare vecchi equilibri geopolitici sono un’altra questione. Per papa Francesco – ben consapevole di tutto ciò che è accaduto anche nel recente passato – l’interesse principale del dialogo in corso è sul piano pastorale: sta compiendo un grande atto di fiducia e rispetto per il popolo cinese e la sua cultura millenaria, con la fondata speranza di ricevere una risposta altrettanto sincera e positiva. Il punto veramente importante è che il dialogo dovrebbe essere in grado di costruire progressivamente un più ampio consenso portando frutti abbondanti. Un primo e duplice frutto, da osservare attentamente, è quello che è già avvenuto: da un lato, stiamo cominciando a superare  condanne reciproche, ci conosciamo meglio, ci ascoltiamo, comprendiamo meglio le esigenze di coloro che partecipano al dialogo. D’altra parte, si apre la prospettiva che due antiche, grandi e sofisticate entità internazionali – come la Cina e la Sede Apostolica – possano diventare sempre più consapevoli di una comune responsabilità per i gravi problemi del nostro tempo. Le risposte globali devono corrispondere alle sfide globali. Il cattolicesimo per sua natura è una realtà globale, capace di promuovere in modo originale la ricerca di senso e di felicità, di sostenere il valore dell’appartenenza a una determinata cultura e allo stesso tempo sperimentare la fraternità universale.  Come ha recentemente sottolineato un vescovo cinese, le comunità cattoliche in Cina oggi chiedono di essere pienamente integrate nella comunione universale, portando alla Chiesa il dono di essere cinesi.

GT: L’inculturazione è sempre stata importante per la Chiesa cattolica quando predica il Vangelo. Ora la Cina sta compiendo la “sinicizzazione” delle religioni. Che cosa ne pensa dell’inculturazione e della “sinicizzazione”?

Parolin: L’inculturazione è una condizione essenziale per un sano annuncio del Vangelo che, per portare frutto, richiede, da un lato, la salvaguardia della sua autentica purezza e integrità e, dall’altro, la presentazione secondo l’esperienza particolare di ogni popolo e cultura. La fruttuosa esperienza di Matteo Ricci ne è una straordinaria testimonianza: ha saputo farsi autenticamente cinese per promuovere i valori dell’amicizia umana e dell’amore cristiano. Per il futuro, sarà certamente importante approfondire questo tema, soprattutto il rapporto tra “inculturazione” e “sinicizzazione”, tenendo presente come la leadership cinese abbia saputo ribadire la propria volontà di non minare la natura e la dottrina di ogni religione. Questi due termini, “inculturazione” e “sinicizzazione”, si riferiscono l’uno all’altro senza confusione e senza opposizione: per certi versi, possono essere complementari e possono aprire vie di dialogo a livello religioso e culturale. Infine, direi che gli attori principali di questo impegno sono i cattolici cinesi, chiamati a vivere la riconciliazione per essere autenticamente cinesi e pienamente cattolici.

GT: Il Vaticano (Santa Sede) ha svolto un ruolo positivo nell’aiutare la Cina ad ottenere il riconoscimento per i suoi sforzi nel reprimere il traffico di organi. Ci sono altri settori in cui le due parti possono lavorare insieme?

Parolin: Come ho sottolineato prima, oggi esistono molte sfide globali che devono essere affrontate con uno spirito di cooperazione positiva. Penso in particolare ai grandi temi della pace, della lotta alla povertà, delle emergenze ambientali e climatiche, delle migrazioni, dell’etica dello sviluppo scientifico e del progresso economico e sociale dei popoli. È di primaria importanza per la Santa Sede che in tutti questi ambiti sia posta al centro la dignità della persona umana, a cominciare dal reale riconoscimento dei suoi diritti fondamentali, tra cui il diritto alla libertà religiosa, e il bene comune, che è il bene di ciascuno. Si tratta di orizzonti molto ampi che oggi più che mai hanno bisogno di un impegno condiviso da parte di tutti: credenti e non credenti. La Santa Sede continuerà a fare la sua parte all’interno della comunità internazionale ed è aperta ad ogni iniziativa che promuove il bene comune.

GT: È un momento complicato per il mondo intero e in particolare per alcuni paesi. Cosa lei potrebbe dire personalmente ai leader politici, come uomo religioso?

Parolin: Oggi, più che in passato, i leader politici sono chiamati ad enormi responsabilità. Ciò che accade quasi immediatamente a livello locale ha ripercussioni a livello globale. Siamo tutti interconnessi, quindi le parole e le decisioni di poche persone influenzano la vita e il modo di pensare di molti. Come uomo di fede e come sacerdote, vorrei invitare coloro che hanno responsabilità politiche dirette a tenere presente questo potere di influenza sulle persone, un potere che può essere vertiginoso. Vorrei dire che anche nelle situazioni più difficili e di fronte alle decisioni più complesse non dovrebbero avere paura di alzare lo sguardo, al di là del successo immediato, per cercare soluzioni durature e di ampia portata senza precondizioni che possano contribuire a costruire un futuro più umano, più giusto e più degno per tutti. A questo proposito, vorrei sottolineare il messaggio di Papa Francesco per la celebrazione della 52a Giornata Mondiale della Pace il 1° gennaio 2019, dal titolo: “Una buona politica al servizio della pace”, che offre indicazioni preziose a tutti coloro che hanno responsabilità politiche.

GT: Lei ha avuto a che fare con i rappresentanti cinesi per molti anni. Qual è il ricordo più forte di quel tempo?  E la più bella?

Parolin: Ho chiari e affettuosi ricordi del tempo in cui, come sottosegretario per i rapporti con gli Stati, ho avuto rapporti con i rappresentanti cinesi e ringrazio il Signore per avermi permesso di avere quella ricca esperienza.    Naturalmente non sono mancate le preoccupazioni e le paure. Non poche volte mi è sembrato che non avremmo mai fatto progressi e che tutto si sarebbe fermato. La volontà di andare avanti ha prevalso su entrambe le parti, tuttavia, e con pazienza e determinazione abbiamo cercato di superare gli ostacoli lungo il cammino. Questo particolare dettaglio è rimasto chiaramente impresso nella mia memoria. I momenti più toccanti sono stati quelli in cui abbiamo trascorso insieme momenti di familiarità e amicizia, permettendoci di conoscerci e di apprezzarci di più e, alla fine, di condividere l’umanità che ci unisce al di là delle differenze che esistono tra noi. Sono situazioni che hanno un valore profondo in sé, ma che sono state utili anche per creare un’atmosfera più favorevole durante le trattative. Ricordo, in particolare, un’intera giornata passata ad Assisi con la delegazione cinese una domenica di primavera: il fascino dei luoghi di San Francesco e il clima che si è creato tra noi mi ha aperto il cuore a una grande speranza, che mi ha fatto andare avanti in tutti gli anni successivi e che ancora mi incoraggia. Abbiamo visto i primi frutti di ciò e, con la grazia di Dio, ne vedremo ancora di più, a beneficio di tutta la comunità cattolica cinese, che abbraccio fraternamente – soprattutto di coloro che hanno sofferto di più e continuano a soffrire – e di tutta la popolazione di quel Paese, a cui porgo sinceramente ogni buon augurio.

GT: Eminenza, ha un messaggio particolare per il popolo cinese e i suoi leader?

Parolin: Vorrei mandare ai leaders, ma anche a tutto il popolo cinese, i saluti, gli auguri e le preghiere di papa Francesco. Il Santo Padre chiede in particolare ai cattolici di intraprendere con coraggio il cammino dell’unità, della riconciliazione e di un rinnovato annuncio del Vangelo. Egli vede la Cina non solo come un grande Paese, ma anche come una grande cultura, ricca di storia e di saggezza. Oggi la Cina ha suscitato ovunque grande attenzione e interesse, soprattutto tra i giovani.  La Santa Sede spera che la Cina non abbia paura di entrare in dialogo con il mondo intero e che le nazioni del mondo diano credito alle profonde aspirazioni del popolo cinese. In questo modo, con la collaborazione di tutti, sono sicuro che saremo in grado di superare la sfiducia e costruire un mondo più sicuro e prospero. Nelle parole di Papa Francesco, diremmo che solo con l’unione possiamo superare la globalizzazione dell’indifferenza, lavorando come creativi artigiani di pace e risoluti promotori di fraternità.

 

Fonte: Global Times

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