Il Cardinal Müller ha tenuto questa conferenza “Requisiti per la ricezione del sacramento dell’ordine” davanti allo “Schülerkreis und Neuer Schülerkreis Joseph Ratzinger / Papst Benedikt XVI” [Circolo degli alunni e Nuovo circolo degli alunni di Joseph Ratzinger / Papa Benedetto XVI].

Riprendiamo la relazione del Cardinal Gerhard L. Müller da Kath.net, nella traduzione di Alessandra Carboni Riehn.

 

Card. Gerhard L. Müller

Card. Gerhard L. Müller

 

Il Concilio Vaticano II, nel suo “Decreto sul ministero e la vita dei sacerdoti” (7.12.1965), “ha richiamato la grande dignità del sacerdozio nella Chiesa” (PO 1). Proprio i vescovi, i presbiteri (= sacerdoti) e i diaconi hanno un ruolo estremamente significativo da svolgere per il “rinnovamento della Chiesa di Cristo” nel nostro tempo.

La Chiesa non è infatti un’impresa umana o un’azienda internazionale, non è una lobby per interessi particolari o un circolo segreto come la Massoneria, che combatte la Chiesa in quanto fondazione divina, eppure le assegna una nicchia nel suo tempio dell'”umanesimo senza Dio” (Henri de Lubac), costruito da mani di uomo. Piuttosto, essa è “in Cristo il sacramento universale della salvezza del mondo, segno e strumento per la più intima unione con Dio e per l’unità di tutta l’umanità”. (LG 1; 45; GS 48). Solo l’eterno Figlio del Padre, il Verbo incarnato, il Cristo presente nella sua Chiesa, è la ragione, il contenuto e il criterio della fede che ci giustifica e santifica. La fede cristiana non ha nulla a che vedere con una divinità pagana che si manifesta in miti e utopie o nella dinamica di eventi storici o nei processi messi in moto dall’uomo, nel “sangue della razza”, nello “spirito del popolo” o in realtà immorali della vita.

La Parola di Dio nella Sacra Scrittura e nella Tradizione Apostolica è l’unico e vero locus theologicus, mentre il Magistero ha solo una funzione interpretativa. “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità”. (Gv 1,14).

È solo un paganesimo risorgente, che Papa Pio XI già rigettò con grande chiarezza e severità nella sua enciclica “Mit brennender Sorge” (Domenica delle Palme, 14 marzo 1937) contro la falsificazione nazionalsocialista del concetto cristiano di rivelazione: un paganesimo che accanto alla pienezza della rivelazione in Gesù Cristo presume o riconosce ulteriori presunte rivelazioni divine o nei processi dinamici della coscienza popolare o nelle realtà della vita, anche se queste contraddicono la volontà di Dio, che è obbligatoria per sempre e in ogni circostanza, nella legge naturale e nella Nuova Via del discepolato di Cristo. (Cfr. l’enciclica “Veritatis splendor” di San Giovanni Paolo II).

“La rivelazione culminata nell’Evangelo di Gesù Cristo è definitiva e obbligatoria per sempre, non ammette appendici di origine umana e, ancora meno, succedanei o sostituzioni di «rivelazioni» arbitrarie, che alcuni banditori moderni vorrebbero far derivare dal così detto mito del sangue e della razza.”

Questo vale per tutti i vecchi miti pagani, ma anche per i nuovi miti pagani del capitalismo liberista, del marxismo socialista e dell’ideologia narcisistica omosessuale e del gender, che sono tutti radicati nella riduzione dell’uomo a mera materia. Sono irrimediabilmente senza Dio e quindi radicalmente nemici dell’uomo.

Se non si vuole che il cosiddetto processo sinodale in Germania o il Sinodo amazzonico finiscano nel disastro di un’ulteriore confusione e secolarizzazione della Chiesa, i suoi protagonisti devono lasciare che a guidarli sia la constatazione di Papa Pio XI: “Ogni riforma genuina e duratura ha avuto propriamente origine dal santuario, da uomini infiammati e mossi dall’amore di Dio e del prossimo; i quali, per la loro grande generosità nel rispondere ad ogni appello di Dio e nel metterlo in pratica anzitutto in se stessi, cresciuti in umiltà e con la sicurezza di chi è chiamato da Dio, hanno illuminato e rinnovato i loro tempi. Dove lo zelo di riforma non scaturì dalla pura sorgente dell’integrità personale, … fu sovente punto di partenza di errori ancora più funesti dei danni, a cui si volle o si pretese portare rimedio. … Ma Egli, che ha fondato la Chiesa e l’ha chiamata in vita nella Pentecoste, non spezza la struttura fondamentale della salutare istituzione, da Lui stesso voluta.”

Questa è appunto la chiesa gerarchica, cioè la chiesa sacramentalmente costituita del Dio uno e trino, così come è presentata nel capitolo 3 della Lumen gentium (LG 18-29). Essa si basa sulla rivelazione storica come autocomunicazione di Dio in Gesù Cristo e nello Spirito Santo, come rappresentato dal Concilio Vaticano II nella Dei verbum (DV 1-10). Al Magistero dei Vescovi e al Papa è solo affidata l’interpretazione fedele e completa della Parola di Dio scritta e tramandata. “Il quale magistero non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso… e in quanto da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio.” (DV 10).

Vescovi e papi non hanno un filo diretto con lo Spirito Santo che, accanto alla testimonianza di Scrittura e Tradizione, riveli loro una nuova forma di cristianesimo in cui Cristo dovrebbe ridursi al  ruolo di precursore storico del paradigma valido oggi. Qualsiasi espressione ambigua (come ad es. “abbiamo bisogno di una nuova Chiesa” o “la Chiesa deve convertirsi”) tradisce “i molti falsi profeti il cui spirito non è da Dio” (1 Gv 4,1). Perché Cristo edifica la Sua Chiesa su Pietro e non Pietro edifica la sua Chiesa su un Gesù come la gente lo immagina e desidera, e sa cosa direbbe se vivesse oggi. (Mt 16,18).

Ma solo perché è la Chiesa di Cristo non sarà sopraffatta dalle porte degli inferi (apostasia, eresia e scisma). Nonostante l’importanza del Magistero infallibile del Papa e dei Vescovi, che è costitutivo per la fede cattolica, il Concilio Vaticano II ricorda contro ogni positivismo del magistero: “Ma non ricevono alcuna nuova rivelazione pubblica come appartenente al deposito divino della fede (fidei depositum)”. (LG 25). Lascia ormai solo costernati il fatto che in alcuni “testi di riforma” ecclesiastica Dio, Cristo, la Sacra Scrittura dell’Antico e del Nuovo Testamento o non compaiano affatto o il Vangelo rischi di soffocare sotto un ammasso di retorica socio-psicologica e pastorale.

Ciò che è il ministero degli apostoli, che viene esercitato dal vescovo nella sua pienezza e dai sacerdoti e dai diaconi in partecipazione diversa (LG 21; 28), può essere compreso e spiegato solo alla luce della missione di Gesù inviato dal Padre per la salvezza del mondo. È partecipazione (kleros) di uomini alla missione e all’autorità di Gesù (LG 19-21), che dopo la risurrezione disse ai discepoli: “Come il Padre mi ha mandato, così io mando voi… Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati saranno rimessi…”. (Gv 20,21 ss). Quando si dovette eleggere un dodicesimo apostolo al posto di Giuda, Pietro disse: “la sua parte (kleros) nell’apostolato e nell’episcopato dovrà essere di un altro. Ma questo fu poi scelto dallo Spirito Santo, mentre gli apostoli tirarono a sorte (kleros, sors) e poi presero tra gli apostoli al suo posto Mattia. (Atti 1,17-20).

Ne consegue che questi rappresentanti e responsabili della Chiesa del Dio trinitario non sono né “nominati da uomini né tramite uomini” – come sottolinea Paolo riguardo alla sua vocazione al ministero apostolico solo “per mezzo di Gesù Cristo e per mezzo di Dio Padre” (Gal 1,1) – né possono agire come funzionari o azionisti di una grande azienda religioso-sociale.

Il ministero del vescovo, dei sacerdoti e diaconi è trasmesso da Dio attraverso l’ordinazione sacramentale, e solo a coloro che sono chiamati a ciò da Lui stesso. Così il Concilio Vaticano II riassume l’intera dottrina cattolica sulla base della Scrittura e della Tradizione: “I presbiteri, in virtù della sacra ordinazione e della missione che ricevono dai vescovi, sono promossi al servizio di Cristo maestro, sacerdote e re; essi partecipano al suo ministero, per il quale la Chiesa qui in terra è incessantemente edificata in popolo di Dio, corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo.” (PO 1).

Non agiscono in una propria perfezione di potere, secondo discrezione privata e secondo insegnamenti e ideologie ideate a loro stessi, dalla gnosi al gender, dal neo-marxismo alla New Age. Vescovi e sacerdoti, invece, sono come gli apostoli esclusivamente “ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio, cui solo si richiede che ognuno risulti fedele.” (1 Cor 4,1 s). Non hanno bisogno di reinventare il Cristianesimo, considerandosi più intelligenti di Gesù stesso, che era ancora limitato dalla vecchia visione del mondo e i cui insegnamenti avrebbero urgente bisogno di essere adattati al pensiero illuminato dei suoi discepoli di oggi. Da 2000 anni in qua, questo è veramente nuovo: che improvvisamente dei discepoli si innalzino sopra il Maestro (Mt 10, 24). Paolo raccomanda a Timoteo e quindi a tutti i vescovi cattolici dopo di lui: “Se qualcuno insegna diversamente e non segue le sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e la dottrina secondo la pietà, costui è accecato.” (1 Tm 6,3)

Paolo, che deve essere un modello per ogni vescovo e sacerdote per come concepì e praticò la sua autorità e missione, chiede a se stesso e a noi: “È forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio?” E ci dà la risposta normativa: ” Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!” (Gal 1,10).

I criteri decisivi che un vescovo deve applicare per l’ordinazione di un candidato a vescovo, sacerdote o diacono sono quindi di natura teologica e non sociologica o psicologica. Per la teologia sociologia e psicologia sono solo scienze empiriche – ma ben distinguendone l’origine nell’ateismo di un Auguste Comte (1798-1857) e nell’agnosticismo di Sigmund Freud (1856-1939). I risultati di tutte le scienze empiriche, ma anche della filosofia, non possono mettere in discussione o ridefinire l’autorivelazione di Dio nella sua Parola e il riconoscimento della sua volontà nell’essere del mondo e nella natura delle realtà create. Perché altrimenti l’uomo muterebbe da ascoltatore della Parola e destinatario della Grazia a produttore di un’ideologia che si redime da sola, che inevitabilmente già è finita e sempre tornerà a finire nel dominio dell’uomo sull’uomo e nella devastazione della Terra.

Come l’uomo in generale non può pretendere l’essere e la vita dal suo Creatore o giustificare se stesso davanti a Lui perché deve tutto a LUI – vita e grazia – così non può fare specificamente del ministero apostolico – e dei ministeri che ne derivano del vescovo, del sacerdote e del diacono – l’oggetto di una pretesa nei confronti di Dio o di una richiesta alla Chiesa e al suo magistero.

Nella chiamata dei Dodici a divenire apostoli di Cristo (e anche nella chiamata dei 72 discepoli ad essere missionari del Vangelo e del Regno di Dio) si dice che Gesù – mostrando la sua autorità divina – “salì su un monte e simbolicamente “dall’alto”, dalla grande cerchia dei suoi discepoli “chiamò a sé” per nome “quelli che EGLI volle” (Mc 3,13), che liberamente gli rispondono e vengono a lui. “Ne nominò dodici, affinché fossero con lui e li mandasse a proclamare e cacciare i demoni con autorità.”(Mc 3,14 s).

Dopo la risurrezione, questa è la missione e l’autorità per annunciare la Parola e amministrare i sacramenti (con il perdono dei peccati e la mediazione della grazia). La riconciliazione universale dell’umanità con Dio in Cristo diventa presente in ogni tempo nel “ministero della riconciliazione” affidato agli apostoli ed esercitato dai loro legittimi successori, in modo tale che essi sappiano cosa sono: “Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro.” (2 Cor 5,20). È questa la ragione biblica della missione essenziale del sacerdote: in persona Christi, capitis ecclesiae, agere (PO 2). Questo “glorioso ministero della Nuova Alleanza e della Giustizia” non può essere esercitato per perfezione propria, intelligenza innata e acquisita, pretesa di leadership di “animali alfa” e prepotenza di carrieristi ego-manici, ma solo da coloro che sono chiamati, scelti, resi capaci e inviati da Dio a farlo. Perché, secondo l’esempio di San Paolo, a un vescovo e sacerdote deve diventare chiaro ogni giorno: “Non però da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, che ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza, non della lettera ma dello Spirito”. (2 Cor 3,5 s).

Se in origine gli apostoli furono chiamati e dotati di autorità direttamente dal Cristo storico e dal Signore risorto, dopo la Pasqua, nell’epoca tardo- e postapostolica, la nomina dei “ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” (1 Cor 4,1) a “collaboratori di Dio” (2 Cor 6,1) per le singole Chiese locali – allora nascenti – avviene ad opera dello stesso Cristo, ma ora nel sacramento dell’ordinazione, ovvero nel segno dell’”imposizione delle mani e preghiera” (Atti 6,6; 14,23; 1 Tm 4,14; 5,22; 2 Tm 1,6). Prima che gli apostoli affidassero il “servizio delle mense”, i fratelli avrebbero dovuto scegliere tra loro uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza”. (Atti 6, 3).

Nel suo discorso di addio ai “vescovi presbiteri” della Chiesa di Efeso, che si erano riuniti intorno a lui a Mileto, l’Apostolo li ammonisce: “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue.” (Atti 20,28). Per tutti, come per lui, si tratta di “non dare importanza alla propria vita”, purché il servizio al Vangelo sia pieno della grazia di Dio (Atti 20,24). Il vero servo di Cristo prende dunque su di sé tutti gli strapazzi del ministero apostolico. Nella sequela di Cristo, sopporta derisione e persecuzioni da parte dei “lupi rapaci, che sorgono perfino tra le proprie fila e minacciano il gregge di Dio”. (Atti 20,29).

Al servizio del “supremo pastore” (1 Pt 5,4), “del pastore e guardiano delle vostre anime” (1 Pt 2,25) – come Cristo è espressamente chiamato nella Prima Lettera di Pietro – i presbiteri devono pascere il gregge di Dio loro affidato, “non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo.” (1 Pt 5,2). E come Gesù ha già ammonito i discepoli a non orientarsi alla potenza e allo splendore dei signori del mondo, ma al Figlio dell’Uomo venuto a servire (Mc 10,43 ss) e a LUI, il buon pastore che dà la vita per le sue pecore (Gv 10,11), così i presbiteri, come l’apostolo Pietro che con loro è presbitero (1 Pietro 5,1), devono essere “modelli del gregge e non spadroneggiare su di lui” (1 Pt 5,3). Infatti, i “capi della Chiesa” nel ministero episcopale e sacerdotale sono modello per i fedeli attraverso il loro stile di vita, la fermezza e la forza della loro fede, che i fedeli devono imitare (Eb 13,7). E i fedeli sono esortati, quanto al loro comportamento verso i loro pastori: “Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché essi vegliano su di voi, come chi ha da renderne conto; obbedite, perché facciano questo con gioia e non gemendo: ciò non sarebbe vantaggioso per voi.” (Eb 13,17).

Nelle tre Lettere Pastorali troviamo già un catalogo di criteri che il Vescovo deve osservare per l’ordinazione di vescovi e presbiteri. Nei due co-apostoli di Paolo e suoi successori Timoteo e Tito siamo di fronte all’immagine ideale del vescovo. Sempre e in ogni circostanza vale l’ammonizione dell’apostolo: “Non aver fretta di imporre le mani ad alcuno, per non farti complice dei peccati altrui.” (1 Tm 5,22). Il vescovo ha anche autorità disciplinare sui sacerdoti. Ma sa anche che i capi della Chiesa meritano “doppio onore, soprattutto quelli che si affaticano nella predicazione e nell’insegnamento.” (1 Tm 5,17).

Le condizioni per l’ordinazione sono, da un lato, caratteristiche naturali positive come assennatezza, ospitalità, capacità di insegnare e, dall’altro, l’esclusione di comportamenti negativi, come l’incapacità di controllare l’impulso istintivo a mangiare e bere, la dipendenza dal piacere e dalla ricchezza terrena, che portano a violenza, avidità di denaro e ingordigia (cfr. 1 Tm 3,1-7). Il sacerdote deve diffondere verso l’interno e l’esterno la fama di una vita ineccepibile. Tutto questo contraddistingue la vita cristiana. I pastori devono da una parte praticare le virtù e dall’altra evitare i vizi, vivendo la sequela di Cristo in modo esemplare e ideale, come typoi del gregge – forma facti gregis ex animo (1 Pietro 5,3).

Se il vescovo e il sacerdote, nel nome di Gesù, sono ministri della Parola (del Logos) come gli apostoli (Lc 1,2; 1 Tm 5,17), la condizione più importante del loro ministero è la promessa che fanno davanti a Dio e a tutta la Chiesa – nell’ordinazione – di conservare fedelmente la fede cattolica. Così Paolo disse a Tito: il vescovo deve essere un uomo che “è attaccato alla dottrina sicura (il Logos), secondo l’insegnamento trasmesso (ovvero degli apostoli e della Chiesa), perché sia in grado di esortare con la sua sana doctrina e di confutare coloro che contraddicono.” (Tt 1, 9; cfr. 2 Tm 2, 2, 2).

Sebbene il celibato come rinuncia al matrimonio non esista ancora dal punto di vista del diritto ecclesiastico, al futuro sacerdote si richiede di essere un uomo che è stato sposato una sola volta e quindi non si risposa dopo la morte della moglie. Egli deve dirigere bene la propria famiglia, perché solo una tale persona è adatta ad “aver cura della Chiesa di Dio” (1 Tm 3,5). Il vescovo deve sapere “come comportarsi nella casa di Dio (1 Tm 3,5), … che è la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità. ” (1 Tm 3, 15).

Ma il ministero spirituale – nelle gradazioni di vescovo, sacerdote e diacono – non è solo un peso e una pesante responsabilità che supera le capacità di ogni essere umano. Lo zelo per la casa del Signore, che deve consumare ogni apostolo come Gesù stesso, sommo sacerdote della Nuova Alleanza, porta anche la gioia della comunione intima con Cristo, al quale è stato con-formato in virtù dello speciale carattere ricevuto (PO 2). “Coloro infatti che avranno ben servito, si acquisteranno un grado onorifico e una grande sicurezza nella fede in Cristo Gesù. (1 Tm 3, 13).

Quando ci viene chiesto quali siano le condizioni per ricevere l’ordinazione, bisogna mettere in gioco il rapporto tra natura e grazia. Il candidato al sacerdozio deve essere un uomo psicologicamente sano, virtuoso e discepolo convinto di Cristo, che può dire di se stesso: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”. (Gal 2, 20). Ma non annuncia se stesso nelle sue esperienze religiose e non deve pensare di essere chiamato a spiegare il mondo e la Chiesa ai fedeli a lui affidati secondo i suoi sogni, le sue visioni e utopie. I fedeli sono tenuti a obbedienza religiosa nei suoi confronti solo se “segue le sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e la dottrina secondo la pietà” (1 Tm 6,3) – il depositum fidei (1 Tm 6,20). Deve essere coraggioso e capace “di annunziare la parola, insistere in ogni occasione opportuna e non opportuna, anche quando sia venuto giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie.” (2 Tm 4, 2-3).

Egli ascolterà la chiamata di Cristo nel suo cuore e la seguirà con gioia, ma anche volentieri si sottoporrà all’esame dell’autorità ecclesiastica, perché la nomina all’episcopato e al sacerdozio viene data attraverso un sacramento della Chiesa. Questa autorità deve, naturalmente, prendere la decisione secondo i criteri prescritti da Cristo e dagli apostoli e non deve abusare della sua autorità spirituale come fanno i potenti del mondo o misurare i candidati al sacerdozio in base ai valori dello mainstream liberal di sinistra e cedere al potere dei media. È legittimo “aspirare al ministero spirituale, perché è un compito buono e grande.” (1 Tm 3,1).

Per quanto debbano essere date le condizioni naturali di una formazione umana ed etica della personalità, come pure la fede nella Parola di Dio e l’amore per Cristo nello Spirito Santo sulla base dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, il ministero spirituale è tuttavia affidato tramite un sacramento particolare “per il quale i presbiteri, in virtù dell’unzione dello Spirito Santo, sono segnati da uno speciale carattere che li configura a Cristo sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo, capo della Chiesa.” (PO 2). Paolo ricorda dunque a Timoteo: “Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza.” (2 Tm 1,6 s.).

La ragione e la fonte del ministero spirituale sta nella vocazione da parte di Dio. La partecipazione alla missione e all’autorità di Cristo e il conferimento dello Spirito Santo avviene attraverso l’azione di Dio nel sacramento dell’ordinazione, che il Vescovo compie attraverso l’imposizione delle mani e le parole della consacrazione.

Secondo la volontà e la disposizione di Dio, così come riconosciuta dalla Chiesa nella sua Tradizione sotto la guida del Magistero, solo un uomo battezzato può ricevere validamente il sacramento dell’ordine.

Ma per mettere in pratica in modo degno tale ministero, si richiede la maturazione del carattere, uno stile di vita cristiano, una formazione teologica approfondita dei futuri ministri del Logos, il Verbo incarnato, e una spiritualità intesa come vita nello Spirito Santo della verità e dell’amore. È lo Spirito che ricorda ai discepoli la Parola della Scrittura, quando Gesù riconsegnò il Tempio alla sua vera destinazione: ad essere il luogo del rendimento di grazie a Dio, del dono della sua vita come vittima sacrificale e della comunione con lui nell’amore.

“Lo zelo per la tua casa mi consuma.” (Gv 2,17).

Colui in cui brucia questa fiamma è un sacerdote secondo il cuore di Gesù, quel cuore da cui, trafitto dalla lancia, sgorgarono sangue e acqua (Gv 19,34): Gesù Cristo, la salvezza del mondo.

 

 

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