Card. Gerhard L. Müller - Foto: Daniel Ibanez / ACI Group
Card. Gerhard L. Müller – Foto: Daniel Ibanez / ACI Group

 

 

di Elena Mancini

 

A distanza di un giorno l’uno dall’altro due importanti cardinali, il card. Müller e il card. Ruini, liberi ormai entrambi da obblighi istituzionali e quindi anche diplomatici, se vogliamo, forti della loro grande competenza e profonda fede, si esprimono a chiari parole sul tema dell’attuale tensione che vede la Conferenza Episcopale Tedesca assieme al Cammino sinodale tedesco in aperta contrapposizione alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Fa impressione come entrambi, indipendentemente l’uno dall’altro usino quasi le stesse identiche parole: il rischio dello scisma esiste ed è concreto ma si spera che non avvenga.  

Soprattutto la lunga intervista a Müller, pubblicata in due parti da Kath.net (il 27 aprile e ieri 5 maggio), è di particolare interesse, sia per la ricchezza degli argomenti, molto articolati e approfonditi, sia per i giudizi taglienti “da tedesco a tedeschi” che solo lui si può permettere.

 

L’intervista, condotta da Lothar C. Rilinger, giuslavorista e autore, verte principalmente sui temi sul quale si concentra l’attuale Cammino sinodale tedesco, sull’ecumenismo, visto l’avvicinarsi del 3. Convegno Ecumenico (Francoforte sul Meno, dal 13 al 16 maggio prossimi) e le differenze di opinione fra il Vaticano e la Conferenza Episcopale Tedesca (da ora in poi “CET”, n.b.).

Chiarificatrici sono innanzitutto le dichiarazioni del cardinale sull’unità della Chiesa e quelle che vengono chiamate comunemente “chiese locali”, che però sono solo parte della Chiesa Cattolica e non rappresentano una Chiesa a sé stante. “Esiste una sola Chiesa cattolica,” spiega l’ex prefetto, “che – secondo una formulazione del Vaticano II nella costituzione dogmatica Lumen Gentium, art. 23 – consiste “nelle e delle chiese locali”. In Germania ci sono 27 chiese locali, cioè diocesi o vescovadi, ciascuna guidata da un vescovo.” Müller tiene a ribadire che “La Conferenza Episcopale non è al di sopra dei vescovi. E certamente non lo è il capo della Conferenza, attualmente il vescovo Bätzing di Limburg,”  come ha lasciato credere la televisione pubblica tedesca (ZDF e ARD) che lo ha “scioccamente” definito – il “più alto cattolico in Germania”. Il presidente della CET invece, commenta Müller, “non ha nessuna competenza in tema di insegnamento, che vada anche solo un millimetro oltre quella che l’autorità di Cristo ha conferito ad ogni suo altro confratello episcopale.”  Egli [il capo della CET], neanche come portavoce della maggioranza dei vescovi, non sarebbe neppure quello che viene visto dall’opinione pubblica come un “contrappeso a “Roma”, in un caricaturale e indegno gioco di poteri fra papa e vescovi. Assolutamente anti-cattolica” prosegue “è l’opinione che esista una chiesa tedesca che concepisca la propria unità solo nel fatto di essere una nazione e con questo pretendere di essere guida per il mondo, il quale, in tale proposito, ha già vissuto le peggiori esperienze.” E rincara la dose: “Ma tipicamente tedesca è l’arroganza e la prepotenza di certi vescovi e teologi nella loro pretesa di essere l’avanguardia per il resto arretrato della chiesa mondiale.”

 

Il cardinale approfondisce poi il tema del potere decisionale dei vescovi in generale: “L’episcopato cattolico universale, con il Papa come principio della sua unità” – ribadisce – “è molto importante per la conservazione della verità della fede e per l’unità della Chiesa. I vescovi sono però solo ministri della Parola di Dio e del Vangelo di Cristo, che è integralmente trasmesso attraverso la Sacra Scrittura e la Tradizione Apostolica. Essi, quindi, non sono certo i destinatari e i mediatori di una nuova rivelazione. Al di là di Cristo non c’è alcuna nuova rivelazione, perché lui è la Parola di Dio fatta carne – la via, la verità e la vita di Dio per noi nella sua persona.

Vescovi che si vantano di essere pseudo-progressisti o funzionari laici coccolati dal pubblico liberale non hanno in alcun modo un mandato plenipotenziario di presentare le proprie opinioni personali o collettive come credo della Chiesa basato sulla rivelazione. Né hanno alcun mandato tramite il quale possano obbligare i loro ipotetici subordinati a sostenere tali opinioni o inculcargliele come proprie convinzioni, incastrandoli.

A tutti i numerosi vescovi che sono caduti nel donatismo o nell’arianesimo e che in questo sono stati supportati dallo stato, ad esempio, i cattolici fedeli hanno coraggiosamente resistito con riferimento alla Sacra Scrittura e al Credo della Chiesa. La forma odierna di persecuzione qui in ‘occidente’ consiste nell’atmosfera anticristiana dovuta alle campagne mediatiche in cui i fedeli sono diffamati con modi da sempliciotti e monotoni, anche piuttosto privi di fantasia, come fondamentalisti o arci-conservatori oppure messi a tacere.” È un messaggio questo che potrebbe incoraggiare gli animi più sconfortati: esiste quindi un livello in cui anche il fedele laico può difendere la posizione della Chiesa, sorreggendosi sulla Scrittura e contrastando così posizioni bizzarre, aleatorie, addirittura eretiche di certi vescovi che le promulgano. La moderna persecuzione di questi laici coraggiosi, che descrive efficacemente il cardinal Müller, sembra coincidere bene con quella che vivono i cattolici di lingua tedesca veramente controcorrente, a causa di un’opinione pubblica a loro nettamente contraria.

Rimanendo in materia di “potere decisionale” Rilinger introduce il tema dei laici e dell’inserimento di principio democratico nella Chiesa cattolica, che molti si auspicano. Rilinger chiede se questo principio potrebbe trovarvi spazio. La risposta di Müller è di una logica quasi disarmante: “Se già i vescovi e il papa come successori degli apostoli non sono chiamati a decidere sulla fede e sulla dottrina morale, ma solo all’obbedienza esemplare alla parola di Dio, allora anche quei funzionari laici che hanno fame di potere non possono prendere decisioni in merito alla rivelazione.”

 

La prima parte dell’intervista si conclude con la seguente provocatoria domanda di Rilinger: Nel quadro del cosiddetto Cammino sinodale, vengono richieste riforme che sembrano allinearsi alle costituzioni delle Chiese e delle comunità ecclesiali della Riforma. A quali condizioni la Chiesa può essere riformata? Rispondendo, Müller delinea il tratto fondamentale del concetto di “riforma” della Chiesa, il quale secondo lui può essere “definito solo teologicamente come il rinnovamento dei credenti in Cristo, Capo del Corpo di cui noi, come singoli battezzati, siamo membri. Oggi questo concetto invece si applica alla Chiesa in forma secolarizzata, così come dagli anni ’60 si parla di una riforma della pedagogia, dell’università, dell’economia, dello stato sociale, e così via: a questo punto, si può benissimo parlare in senso tecnico di una riforma dell’amministrazione della Chiesa, della formazione dei teologi, ecc…” Invece la Chiesa come popolo di Dio, prosegue, “non può diventare l’oggetto della nostra volontà di riforma. Questa sarebbe la presunzione umana di migliorare le opere di Dio e renderle adatte al futuro.” Ad esempio “come figura più importante della storia della salvezza dopo Cristo, non c’è bisogno di modernizzare sua madre Maria con un linguaggio informatico [Il chiaro riferimento è al giovane movimento “cattolico femminista” Maria 2.0, n.d.r] . Era, è e rimane attuale per ogni credente la parola che essa disse ai servi alle nozze di Cana e che vale ancora oggi: “Fate quello che vi dirà” (Gv 2,5). (Gv 2,5). Dobbiamo riempire le giare d’acqua, testimoniare il Vangelo con le parole e le azioni, e mettere tutta la nostra fiducia in Cristo che può tutto ciò trasformare nel vino della sua grazia divina.”

 

Dopo queste prime dichiarazioni l’intervista continua nella seconda parte entrando più nel dettaglio di cosa il cardinale intenda invece per ecumenismo e per unità fra tutte le Chiese, in particolare con la Chiesa Evangelica. Müller si rallegra del fatto che tanti passi in questa direzione siano già stati fatti e spiega quali siano le persistenti differenze come anche ciò che invece accomuna già le due Chiese. Tramite le domande dell’intervistatore, il cardinal Müller si sofferma in modo specifico sulla questione dell’eucarestia e dell’intercomunione.

Secondo Müller “Oggigiorno si cerca di capire meglio il partner ecumenico a partire dalle questioni che gli stanno positivamente a cuore ed evitare ogni polemica. Questo non ha niente a che vedere con il nascondere le gravi differenze in ciò che si intende per Chiesa e sacramenti, le quali rendono impossibile per loro natura una comunione comune o una ricezione della comunione dell’altra comunità. Solo coloro che fanno di ciò che Cristo ha fondato una specie di rituale di comunione interiore non vedono problemi. Ma un cristianesimo che ha rinunciato alla pretesa di verità della rivelazione soprannaturale e si è ridotto a etica sociale e a sentimentalismo religioso, cioè si legittima solo in senso intramondano, si renderà solo ridicolo davanti a un’opinione pubblica secolarizzata. A quel punto non avrà nemmeno bisogno di piangere sulla propria da sé costruita irrilevanza.”  A quali condizioni, chiede Rilinger, la comunione può essere ricevuta anche da persone che non sono membri della Chiesa cattolica romana in virtù del battesimo? Così Müller: “Chi non è entrato nella comunione della Chiesa attraverso il Santo Battesimo non ha nulla a che fare con l’Eucaristia. Chi non ha fatto il primo passo non può aver raggiunto la meta. Dal punto di vista dei presupposti della Chiesa cattolica e della sua comprensione dell’Eucaristia, l’assistenza spirituale da parte di un ecclesiastico non cattolico è possibile solo in casi speciali. È appropriato ad esempio quando in pericolo di morte ne va della salvezza dell’anima e un ecclesiastico della propria denominazione non è disponibile. Questa può significare l’assoluzione nel contesto della confessione e la ricezione della Santa Comunione, se la persona interessata dice sì e riconosce interiormente la fede cattolica in questi due sacramenti.”

Il motivo per cui per ricevere l’eucarestia è necessaria una comprensione di essa in senso cattolico risiede nel fatto che “i sacramenti sono l’auto-esecuzione della Chiesa. Perché la chiesa non è un’organizzazione di facciata che amministra un qualche strumento di grazia e lo distribuisce agli uomini di buona volontà, ma è il corpo di Cristo, per cui il credo interiore e l’espressione esteriore devono corrispondere.”

 

A questo punto verrebbe da osservare che è oggettivamente curioso il fatto che molti cattolici tedeschi siano quasi pronti a rinunciare ad alcune delle proprie convinzioni (quelle almeno che esprimono nella Professione di fede), “impoverendo” il proprio credo, nel nome dell’unità con le chiese protestanti e che al contrario mettano costantemente in pericolo l’unità della Chiesa cattolica, rischiando la divisione definitiva, pur di non cedere sulle proprie arbitrarie interpretazioni del magistero. Uno degli argomenti più comuni è il fatto che secondo queste persone nel Vangelo non esistano passaggi che spieghino le condizioni per ricevere la santa eucaristia, ma Müller qui osserva “Naturalmente, al tempo della Bibbia questo problema non era ancora sorto, ed è per questo che lì non ci sono istruzioni, come in un libro di ricette, su cosa si deve dire e fare in dettaglio in tutte le sfide future. Ma la testimonianza biblica contiene tutta la rivelazione nei suoi tratti essenziali, così che da lì anche la dottrina della Trinità e dell’Incarnazione come pure tutti gli altri misteri, che sono portati dalla verità della rivelazione, hanno potuto affermarsi nella loro verità e svilupparsi nella loro espressione.”

Alla domanda se il desiderio di realizzare l’unica Santa Chiesa potrebbe far abbandonare i presupposti costitutivi della Chiesa Cattolica Romana il cardinale risponde “La Chiesa cattolica potrebbe rinunciare a se stessa se fosse un semplice gruppo religioso creato dall’uomo. Perché un club sportivo non dovrebbe sciogliersi o unirsi con un altro? Ma essa crede nel Dio Trino, che ha anche chiamato a raccolta il suo popolo e ha incaricato gli apostoli dell’annuncio universale del Vangelo e del conferimento sacramentale della grazia nei sacramenti. E così la Chiesa crede di essere in Cristo ‘il sacramento onnicomprensivo della salvezza del mondo’ (Vaticano II, Lumen gentium 1; 48).”

 

Molto interessante è una delle ultime domande di questa intensa intervista, perché richiama altri motivi conduttori delle diatribe fra progressisti, non solo tedeschi, e “Roma” come l’accusa da parte di queste persone verso la Chiesa di essere a sua volta divisiva, perché risulta troppo lontana da quella che loro chiamano “vita vera”. Rilinger domanda: La Chiesa deve attingere alle conoscenze acquisite dalle attuali cosiddette “realtà della vita” per interpretare gli insegnamenti della Chiesa? La risposta del cardinale è decisa: “La ‘vita vera’ elevata al rango di superdogma pastorale è il cavallo di Troia costruito da astuti opportunisti per ingannare i loro avversari dalla mente semplice. Solo Gesù conosce pienamente i nostri cuori, e conosce le verità della vita umana nel bene e nel male. Egli è Colui che salva dal peccato, dalla morte e dal diavolo. Egli [all’epoca] non ha reagito alle ‘realtà della vita’ come il divorzio, che era comune a quei tempi, l’invidia e il malcontento dei farisei, o alla violenza politica dei romani, adeguandosi o con un ‘cambio di paradigma’ rispetto all’insegnamento della fede di Israele. Piuttosto, con autorità ha ridato valore all’originaria volontà di salvezza di Dio contro ogni appiattimento e alienazione. Non ha solamente interpretato il mondo in modo diverso e cambiando qualcosa qua e là, ma lo ha trasformato in bene una volta per tutte. [Gesù] non accompagna il peccatore nel suo cammino verso l’abisso, ma lo chiama al pentimento, affinché vada ‘per la via angusta che conduce alla vita’ (Mt 7,14).”

 

A conclusione dell’intervista, Reiling si chiede se quella che da alcuni è vista come una possibile soluzione delle diatribe fra Roma e Chiese locali, ovvero la coesistenza all’interno della Chiesa Cattolica di Chiese nazionali che condividano la stessa fede ma che la declinerebbero in modi diversi, sia possibile. La risposta di Müller è un secco “no”, perché secondo lui questo significherebbe “la distruzione della Chiesa di Cristo e del credo cattolico”, dal momento che sarebbe esattamente la dinamica opposta a quella che ha costituito la Chiesa: l’evento della Pentecoste.

Quasi inevitabile quindi a questo punto l’ultima domanda: visti i continui scontri tra Chiese tedesche e il Vaticano, i quali vengono accolti con sempre più amarezza  dai fedeli, che per questo motivo fuoriescono in modo massivo dalla Chiesa stessa, potrebbe questa disputa portare ad uno scisma? E la risposta significativa con cui il cardinale termina l’intervista è: “Ho paura di sì. Ma spero di no!”

 

 

 

 

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