Riprendo alcuni passi di un intervento del card. Gerhard L. Muller, prefetto emerito della Congregazione della Dottrina della Fede, apparso su La Nuova Bussola Quotidiana di oggi.

 

Card. Gerhard L. Muller
Card. Gerhard L. Muller (CNS photo/Paul Haring)

 

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LA CONFESSIONE DI FEDE IN CRISTO

Non c’è dubbio che, secondo il volere di Dio, il vescovo di Roma sia il successore di Pietro e che eserciti, con l’autorità che Cristo gli ha conferito (Mt 16, 18), il “potere delle chiavi” su tutta la Chiesa. Insieme a Paolo, Simon Pietro, mediante il martirio cruento e incruento, cioè la testimonianza dell’“insegnamento degli apostoli” (Atti 2, 42), ha trasmesso alla Chiesa romana il suo perpetuo servizio all’unità dei fedeli e, una volta per tutte, ha ancorato la cattedra di Pietro alla sua terra (cfr. Ireneo di Lione, Contra Haereses, III 3, 3, scritto circa nel 180 d.C., poco dopo il suo soggiorno romano). Causa e centro del ministero petrino è la confessione di fede a Cristo, “perché lo stesso episcopato fosse uno e indiviso”. Per questo Gesù “prepose agli altri apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione” (LG 18).

Come Pietro non è il centro della Chiesa, né il punto centrale del cristianesimo (grazia santificante e figliolanza divina), così però i successori alla sua cattedra romana sono, come lui stesso, i primi testimoni del vero fondamento e unico principio della nostra salvezza: Gesù Cristo, la Parola di Dio, suo Padre, fatta carne. “Dio, nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1, 18). Gesù Cristo è l’unico Mediatore tra Dio e gli uomini (1Tm 2, 5).

“La Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità” (1Tm 3, 15) è la testimone e mediatrice dell’irrevocabile autocomunicazione di Dio, quale verità e vita di ogni uomo. Per questo essa non può assoggettarsi alle finalità generali di un nuovo ordine mondiale religioso-morale ed economico-sociale, realizzato dagli uomini, anche se i suoi “ideatori e custodi” dovessero riconoscere il papa, per ragioni onorifiche, come loro guida spirituale. Era infatti questo l’incubo apocalittico del filosofo russo Vladimir Solov’ev (1853-1900) nel suo famoso scritto Breve racconto dell’anticristo (1899). Lì però il vero papa, all’autodichiaratosi papa-imperatore, a capo dell’unico governo mondiale con i suoi filantropi e guardiani (che hanno, nel sottofondo del loro pensiero, le “idee dell’umanità” quale dio collettivo di Auguste Comte e l’illusione del superuomo di Nietzsche), oppone chiaramente la confessione del Regno di Dio: “Nostro unico Sovrano è Gesù Cristo, il Figlio del Dio vivente” (I tre dialoghi e Il racconto dell’anticristo, Genova 1996, 192).

Né nella dottrina della fede rivelata né nella costituzione sacramentale della Chiesa possono esistere “rivoluzioni” secondo un linguaggio politico-sociologico, o “cambiamenti di paradigma” scientifico-teoretici (per esempio, alla bolognese), perché questi si porrebbero a priori in netto contrasto con la logica della divina Rivelazione e con la volontà fondativa di Cristo quale fondatore e fondamento della Chiesa. Non sono le immagini costruite della Chiesa che gli ideologi dei media possono imporre ai fedeli, perché esiste solo un’immagine della Chiesa, “popolo che deriva la sua unità dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (LG 4).

NON C’È FRATELLANZA SENZA GESÙ

Ogni appello ad una “fratellanza universale” senza Gesù Cristo, l’unico e vero Salvatore dell’umanità, diventerebbe, dal punto di vista della Rivelazione e teologico, una corsa impazzita nella terra di nessuno, qualora il papa, a capo dell’intero episcopato, non riunisse sempre nuovamente i fedeli nell’esplicita confessione di Pietro a “Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16). Per questo la Chiesa del Dio trino non è in alcun modo una comunità di membri di una formazione religiosa umanitaria, che potrebbe fare a meno del Dio uno-trino personale ed essere condivisa persino dagli atei, nel senso dell’identificazione panteistica dell’essere con la finzione personificata del dio di Spinoza (deus sive substantia sive natura).

La Chiesa cattolica, “governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui” (LG 8), è la “casa di Dio”, e “colonna e sostegno della verità” (1Tm 3, 15). Questa è la verità di fede, che Gesù Cristo “si manifestò nella carne, fu giustificato nello Spirito, apparve agli angeli, fu annunziato ai pagani, fu creduto nel mondo, fu assunto nella gloria” (1Tm 3, 16).

Con il Concilio Vaticano II allora dobbiamo dire: poiché “Cristo è la luce delle genti” ne consegue la verità rivelata che “la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1). Ne deriva il rifiuto del pluralismo e relativismo religioso nella domanda di verità. “Perciò non possono salvarsi quegli uomini, i quali, pur non ignorando che la Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria, non vorranno entrare in essa o in essa perseverare” (LG 14).

Anche nel dialogo interreligioso con l’Islam dobbiamo dire in modo franco che Gesù Cristo non è “uno dei profeti” (Mt 16, 14), che ci rimanderebbe a un dio comune al di là dell’autorivelazione nel Figlio di Dio fatto uomo, “come se”, fuori dall’insegnamento della fede, nel nulla dei sentimenti religiosi – secondo parole religiose vane – “in fondo crediamo tutti la stessa cosa”. Non sono i cristiani ad attribuire a Gesù quanto i seguaci di Maometto o i razionalisti di Celso – contro i quali Origene ha scritto una grandiosa apologia – fino a Voltaire, rifiutano, perché incompatibile con il loro concetto normativo di Dio, inventato dalla ragione naturale. Perché soltanto Gesù rivela nella potenza divina il mistero di Dio: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11, 27).

VICARIO DI CRISTO, CIOÈ DIETRO LUI

Questo è il cristocentrismo attorno al quale ruota il ministero petrino, cioè il primato della Chiesa romana, che dona a questo ministero il suo insostituibile significato per la Chiesa nella sua origine, nella sua vita e nella sua missione fino al ritorno di Cristo alla fine dei tempi. Per l’esercizio del papato non è senza significato che nei tre passi più importanti sul Primato petrino nel Nuovo Testamento (Mt 16, 18; Lc 22, 32; Gv 21, 15-17), Gesù richiami Pietro per le sue umane debolezze e per la sua fede instabile, gli ricordi il suo tradimento e lo rimproveri severamente per l’incomprensione della messianicità di Gesù, senza la Passione e la Croce. Gesù gli indica severamente il secondo posto, così che Pietro impari a seguire Cristo e non Gesù Pietro. L’ordine tra Gesù, Pietro e i restanti Apostoli non è modificabile. Il titolo di vicario di Cristo – nella comprensione teologica – non innalza il papa, ma lo umilia in modo decisamente singolare e lo svergogna davanti a Dio e agli uomini, quando “non pensa secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mt 16, 23). Perché Pietro non ha nessun diritto di adattare la Parola di Dio secondo il proprio parere e il gusto del tempo, “affinché la croce di Cristo non sia resa vana” (1Cor 1, 17).

Noi discepoli di Gesù siamo esposti, oggi come allora, all’abilità di Satana nel tentarci; egli ci vuole confondere nella fedeltà a Cristo, il Figlio del Dio vivente, che è “veramente il salvatore del mondo” (Gv 4, 42). Per questo Gesù dice a Pietro e a tutti i suoi successori sulla Cattedra romana: “Io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede”, ut non deficiat fides tua. “E tu, quando ti sei nuovamente ravveduto, conferma i tuoi fratelli”, et tu conversus confirma fratres tuos (Lc 22, 32).

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