
di Sabino Paciolla
Il Card. Gerhard Ludwig Müller, Prefetto Emerito dell’allora Congregazione per la Dottrina della Fede, in una intervista di Nico Spuntoni per Il Giornale di oggi, interviene sul dibattito legato allo scisma lefebvriano, sostenendo che i divieti sulla messa in latino attuati con il motu proprio Traditionis Custodes di Papa Francesco, andrebbero ripensati. Secondo lui, le restrizioni rischiano di diventare un’arma propagandistica nelle mani dei lefebvriani, che potrebbero usarle come simbolo del dissenso verso Roma. Il porporato boccia l’approccio adottato finora: «Utilizzare un modo autoritario per chiedere un’obbedienza cieca non è il nostro stile, lo stile cristiano», precisando che solo in ambito dogmatico non sono ammessi compromessi, mentre nella pastorale concreta serve maggiore tolleranza.
Il cardinale rimpiange la soluzione trovata da Benedetto XVI con il motu proprio Summorum Pontificum, che aveva «portato tanta pace nella Chiesa», e critica invece gli effetti di Traditionis Custodes, attribuendo il fallimento all’atteggiamento proibizionista di molti vescovi. Respinge poi l’equazione tra rito antico e rifiuto del Concilio Vaticano II, «Sostenere che tutti quelli che preferiscono il rito antico non accettano il Concilio Vaticano II è una falsità», afferma categoricamente il cardinale Müller.
Allo stesso modo respinge l’affermazione che la messa in latino mini l’unità della Chiesa. «Come può essere dannosa se i santi e i padri della Chiesa hanno celebrato in questa forma? E il Concilio Vaticano II mai ha detto che la forma celebrata fino ad allora era falsa!», dice il cardinale.
Racconta infine la propria esperienza diretta, avendo celebrato la messa conclusiva del pellegrinaggio tradizionale di Chartres davanti a 22mila giovani, e conclude auspicando che la piena legittimazione della liturgia antica possa favorire il ritorno all’unità con il Papa anche di chi si è allontanato dopo le consacrazioni della Fraternità San Pio X.
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