In un precedente nostro articolo (vedi anche qui) avevamo dato conto di una intervista concessa da mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita e gran cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo Il, in cui aveva detto che: “Accompagnare e tenere per mano chi muore è un grande compito che ogni credente deve promuovere, così come il contrasto al suicidio assistito”. Ciò aveva creato grande sconcerto. Provvidenziale giunge questa intervista, pubblicata sul Catholic News Agency, fatta da Andrea Gagliarducci al card. Willelm Eijk che guida una diocesi in Olanda, nazione che ha una delle leggi più liberali al mondo in materia di eutanasia e suicidio assistito. È una intervista che fa chiarezza e rimette al centro l’insegnamento di sempre della Chiesa. 

Eccola nella mia traduzione.

 

Card. Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht

Card. Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht

 

Un sacerdote deve dire chiaramente a una persona che sceglie il suicidio assistito o l’eutanasia volontaria che sta commettendo un peccato grave, ha detto questa settimana un cardinale olandese al Catholic News Agency (CNA).

Per la stessa ragione, un sacerdote non può essere presente quando viene eseguita l’eutanasia volontaria o il suicidio assistito. Questo potrebbe significare che il sacerdote non ha problemi con la decisione o anche che “questi atti moralmente illeciti non sono tali in alcune circostanze secondo l’insegnamento della Chiesa”, ha detto al CNA il cardinale Willelm Eijk, arcivescovo di Utrecht e un esperto di eutanasia.

Medico prima della sua vocazione, Eijk ha dedicato la sua tesi di dottorato a metà degli anni Ottanta alle leggi sull’eutanasia. Dirige una diocesi situata in uno dei paesi con la legge sull’eutanasia più liberale del mondo.

Il cardinale Eijk ha spiegato alla CNA che “un sacerdote deve dire chiaramente a chi sceglie il suicidio assistito o l’eutanasia [volontaria] che entrambi questi atti violano il valore intrinseco della vita umana, che è un peccato grave”.

Il cardinale non ha negato la possibilità di un accompagnamento spirituale. Tuttavia, Eijk ha sottolineato che “il sacerdote non deve essere presente quando si compiono eutanasia o suicidio assistito. In questo modo, la presenza del sacerdote potrebbe suggerire che il sacerdote sostenga la decisione o addirittura che l’eutanasia o il suicidio assistito non siano moralmente illeciti in alcune circostanze”.

Il cardinale Eijk ha fatto una distinzione tra eutanasia volontaria e suicidio assistito. Ha detto che “con il suicidio assistito, è il paziente che prende i farmaci che gli sono stati intenzionalmente prescritti dal medico per suicidarsi. Poi c’è l’eutanasia volontaria, quando il medico stesso dà i farmaci per porre termine alla vita del paziente dopo la richiesta del paziente. Tuttavia, le responsabilità del paziente e del medico sono le stesse in entrambi i casi”.

Nel dettaglio, il cardinale Eijk dice che “la responsabilità del paziente è ugualmente grave sia nel suicidio assistito che nell’eutanasia [volontaria] perché ha preso l’iniziativa di porre fine alla sua vita, e questo è lo stesso sia se mette fine alla sua vita o se lo fa un medico”.

I medici sono ugualmente responsabili anche in entrambi i casi, ha detto il cardinale.

Eseguendo l’eutanasia, il medico “viola direttamente il valore della sua vita, che è un valore intrinseco. Aiutando nel suicidio assistito, il medico collabora con la volontà del paziente, e questo significa che condivide l’intenzione del paziente. Per questo motivo, anche la semplice cooperazione è un atto intrinsecamente malvagio, grave come se il medico avesse posto termine personalmente alla vita del paziente”.

Il cardinale Eijk ha ammesso che “il suicidio assistito è forse meno pesante psicologicamente per il medico. Tuttavia, non c’è una differenza morale significativa tra le due cose”.

Il cardinale Eijk ha anche affrontato la questione di un eventuale funerale per persone che hanno optato per il suicidio assistito o l’eutanasia.

“Se un paziente chiede al sacerdote di somministrargli i sacramenti (confessione o unzione dei malati) e progetta un funerale prima che il medico, su sua richiesta, o si suicida, il sacerdote non può farlo”, ha detto Eijk.

Ha aggiunto che ci sono tre ragioni per questo divieto.

La prima è che “una persona può ricevere i sacramenti solo quando è di buona disposizione, e non è così quando una persona vuole opporsi all’ordine della creazione, violando il valore intrinseco della sua vita”.

La seconda ragione è che la persona “che riceve i sacramenti mette la sua vita nelle mani misericordiose di Dio. Ma chi vuole terminare personalmente la sua vita vuole prendere la sua vita nelle sue mani”.

La terza ragione è che “se il sacerdote amministra i sacramenti o progetta un funerale in questi casi, il sacerdote è colpevole di scandalo, poiché le sue azioni potrebbero suggerire che il suicidio o l’eutanasia siano permessi in certe circostanze”.

Eijk ha anche spiegato che un sacerdote può celebrare il funerale di una persona morta per suicidio assistito o eutanasia volontaria solo in alcune circostanze, anche se il suicidio è sempre illecito.

“Fin dall’antichità, i sacerdoti hanno accettato di celebrare i funerali di persone che si sono suicidate o hanno chiesto l’eutanasia nei casi di depressione relativa a qualsiasi altra malattia psichiatrica. In questi casi, a causa della loro malattia, la libertà delle persone è diminuita, e quindi la fine della vita non può essere considerata un peccato mortale”, ha detto il cardinale Eijk sais.

Aggiunge che il sacerdote deve “giudicare prudentemente se si trova di fronte a un caso di minore libertà. Se è così, può celebrare i funerali”.

Per combattere la tendenza pro-eutanasia, la Chiesa deve “annunciare che Dio ha fatto l’essere umano a sua immagine nella sua totalità, anima e corpo. La costituzione del Concilio Vaticano II Gaudium et Spes descrive l’essere umano come “unità di anima e corpo”. Ciò significa che il corpo è una dimensione essenziale dell’essere umano e fa parte del valore intrinseco dell’essere umano. Quindi, non è lecito sacrificare la vita umana per porre fine al dolore”.

Il cardinale ha anche aggiunto che le cure palliative sono una risposta positiva, e la Chiesa raccomanda spesso di chiedere cure palliative, mentre “ci sono molti gruppi cristiani o religiosi che forniscono cure palliative in centri specializzati”.

Eijk ha anche detto che per combattere la tendenza occidentale a favore dell’eutanasia, la Chiesa “deve fare qualcosa contro la solitudine”. Le parrocchie sono spesso comunità accoglienti dove le persone hanno legami sociali e si prendono cura l’una con l’altra. Nella società contemporanea iper-individualistica, gli esseri umani sono spesso soli. C’è un’enorme solitudine nella nostra società occidentale”.

La Chiesa “sprona a formare comunità, non a lasciare le persone sole. Una persona che vive in solitudine, senza l’attenzione e la cura degli altri, è meno capace di sopportare il dolore”, ha detto il cardinale.

Eijk ha aggiunto che la Chiesa “annuncia una spiritualità cristiana e una fede vissuta. Questo implica che potete anche voi potete unirvi a Cristo sofferente e sopportare il dolore con lui. Così, non siamo mai soli”.

 

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