cambiamenti climatici

 

 

di Mattia Spanò

 

Il dibattito sul cambiamento climatico ha un tono stucchevole. Più che di conversione ecologica, si dovrebbe parlare di “conversazione ecologica”. Quei ghirigori colloquiali di persone che si incontrano una volta soltanto, sanno che non si vedranno mai più ma mettono in scena un consumato sodalizio, comprimendo affinità di vedute in quei pochi minuti che trascorrono insieme, salvo dimenticarsi in fretta dell’altro.

Altro si potrebbe anche aggiungere sull’abuso di lessico religioso in materia di cambiamento climatico e non solo: speranza, salvezza, conversione ecologica e transizione energetica – ma anche sessuale, e sul nesso fra sesso ed energia si potrebbero sprecare chili di carta.

L’obiettivo è stabilire una nuova religione, imponendola non con la persuasione ma con la violenza: il tempo è sempre scarso, le urgenze e le emergenze si affastellano a ritmo vertiginoso. Aspetti vacui come le libertà e i diritti sono spiacevoli inconvenienti che non possiamo permetterci. Ne va della salvezza del pianeta. Questa mutazione dalla necessità, schiettamente religiosa, di essere salvati per tramutarsi in salvatori è tutt’altro che marginale: rappresenta un sovvertimento dell’ordine naturale decisivo.

Torniamo un secondo ai “cambia-menti”. Chi ha avuto la ventura di studiare filosofia almeno al liceo – come chi spulcia fra aforismi celebri e frasi fatte, o legge dal dentista riviste patinate – si sarà senz’altro imbattuto nel “panta rei” del filosofo pre-socratico Eraclito.

Eraclito, come Democrito e altri antichi, è noto per pochi frammenti dai quali abbiamo preteso di ricostruirne il pensiero. Un po’ come se fra millenni i posteri volessero ricostruire il nostro dal ritrovamento di uno spazzolino da denti, o dal biglietto “stasera non torno a cena” lasciato in cucina.

La sensibilità moderna è rivestita d’insofferenza verso i saperi intensivi, vale a dire quella co-scienza che galleggia al confine fra materia e spirito, fede e ragione, misurabile e misterico, motivo per cui tende a liquidare la filosofia e la religione come fenomeni bambocceschi. Se ne parla, per lo più a sproposito, ma come fossero favole per bambini.

L’idea di Eraclito era che tutto scorre come un fiume: non ti bagni mai due volte nella stessa acqua. Ma benché l’acqua non sia la stessa, il fiume è sempre quello.

Di questi tempi, questa semplice consapevolezza sembra essere svanita. Si è perduta l’idea che tutto cambia si può dire a patto che qualcosa non lo faccia mai.

Tutto scorre, niente è come sembra, nessuno è chi dice di essere. Se uno per disgrazia (tutta sua) pretende di sapere chi è, osando accettare rebus sic stantibus dati di realtà, è un pericoloso sovversivo.

Siamo al punto di rifiutare un dato di natura come il sesso, o teorizzare che l’uomo sia il cancro della natura, il vaso di Pandora all’interno del quale si riversano tutti i mali del mondo. Ci accingiamo a saltare da una pandemia all’altra, a vivere nelle città da 15 minuti, a decrescere e rinunciare alle proprietà personali (i quattro stracci per procurarci i quali ci roviniamo l’esistenza), a curarci con vaccini contro la qualunque. Anche qui, è manifesto il carattere messianico della crociata contro la malattia e la morte: non potendo eliminare il fatto in sé, mi illudo di aggirare il problema sopprimendo quelle che ritengo esserne le cause.

Sul versante politico ogni disgrazia – un’alluvione, una guerra, una crisi finanziaria – viene spacciata come naturale, inevitabile. La giusta punizione per i nostri peccati. La politica sgrana gli occhioni e allarga le braccia: così vanno le cose, non ci possiamo fare niente. Tutto ciò che possiamo fare è obbedire al mantra del momento.

Anche a livello di linguaggio, si introducono forsennate “novità”: questo non si può più dire, quell’altro si deve dire così. Si inventano parole nuove, sempre più astruse e vuote. Non semplici parole da usare per indicare questo o quello: sono parole magiche come “pace”, evocative di dimensioni ultraterrene obiettivamente sgangherate.

Ci si innamora perdutamente di slogan roboanti e vili: parole che alludono a chissà quale profondità di pensiero sottostante ma si guardano bene dall’esplicitarlo, buttate lì con stupefacente leggerezza, come le poesie di un quindicenne che raffazzona due versi liberi sentendosi Montale (o crede che Sfera Ebbasta sia Montale).

Non si fa in tempo ad interiorizzare la parola “inclusione” che subito bisogna assimilare “intersezionalità”, per tacere dell’ormai celeberrima “resilienza” o di slogan vuoti come “ce lo chiede l’Europa” o “lo dice la Scienza”.

L’uomo è legato al “territorio”, vive nell’angoscia costante di “salvare il pianeta” per “lasciare un mondo migliore ai nostri figli”, dev’essere imperativamente “sostenibile”, a “km 0”, “biologico”.

Stiamo passando dalla società liquida di baumaniana memoria alla società gassosa, probabilmente andando oltre: un’anti-società vuota. Un’antropologia-buco nero, l’antimateria che tutto calamita e inghiotte.

È banale far notare che questo cambiamento continuo sottopone la psiche e lo spirito umani ad uno stress continuo: se non posso definire lo stato (l’ente) sul piano filosofico e fisico, non posso definire nemmeno il moto.

Se non posso dire di essere un uomo, tutto è insieme decidibile e indecidibile, nel senso che anche sentirmi altro da ciò che sono è totalmente irrilevante.

L’ideologia para-religiosa del cambiamento climatico è l’ultima frontiera di questo non-pensiero fondato su un non-linguaggio, che a sua volta prende le mosse da una realtà falsificata alla radice, che nemmeno può essere verificata: se fa caldo, è il clima che cambia, se fa freddo la ragione è la stessa, se il tempo è mite, indovinate un po’.

Il riparo dal caos è fornito dal rifugio in formule preconfezionate, ai quali non si può fare a meno di aderire se si ambisce a far parte della comunità umana. Riguardo alla guerra in Ucraina, è indispensabile precisare che esistono “un aggressore e un aggredito”, e l’aggressore è Putin. È stato indispensabile vaccinarsi per “solidarietà” in questa “pandemia di non vaccinati”, senza mai “abbassare la guardia”. Nessuna di queste formule-feticcio ha senso, specie alla luce dei fatti, ma questo non ha alcuna importanza.

Vale la pena far osservare che in effetti la disponibilità di informazioni è massima: in questo senso, la tecnologia ha mantenuto la promessa. E fra queste informazioni, ce ne sono molte di vere, oltre che verosimili e sensate.

Ma per qualche strana ragione, le persone sono poco o nulla interessate alla verità, e nemmeno ai fatti. Il che si deve, io credo, in massima parte a questa ideologia del “cambiamento”: ciò che era vero ieri è falso oggi, e ciò che è vero oggi sarà falso, cioè cambiato, domani. È un paradosso notevole in un mondo che ha prima preteso di abbattere ogni barriera, per edificarne in fretta e furia di nuove ben più terribili del passato.

Emerge prepotentemente il carattere settario tipico dell’annientato (annientato nello spirito e nel corpo, ossessionato dal perdere “la roba”, per citare una novella di Giovanni Verga) che aderisce a qualsiasi sciagura gli venga sbattuta sulla testa per mero senso di appartenenza a “qualcosa”: il nuovo che avanza, fosse anche il sovvertimento capriccioso e vagamente idiota di ogni usanza, morale e verità.

L’uomo come l’abbiamo conosciuto esiste ancora come simbionte del potere, ma non esiste più come coscienza di sé. Esiste non più come emanazione divina o almeno soprannaturale, ma come costrutto culturale autoprodotto.

Un costrutto evanescente, amorfo, dominato dal rifiuto della forma e dell’ordine razionale – senza scomodare Lucrezio, c’è più di un motivo per il quale un aereo somiglia agli uccelli e non ad una caffettiera – imprigionato non tanto nel desiderio (la qual cosa comunque richiederebbe soddisfazione) quanto nel proprio capriccio, nei fantasmi fumosi del subconscio, nel sogno che si sa irrealizzabile, ma che si persegue con folle determinazione.

Tutto prende le mosse nell’ideologia del cambiamento fine a sé stesso, nel quale però viene dissipato il bene più grande: l’anima. Ecco, io credo che pensare che l’anima sia incorruttibile sia la più colossale mistificazione del nostro tempo. D’altra parte, questo mi sembra il fine ultimo di questi mind-changer.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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