Giudice, forum, corte, giustizia

 

 

di Mattia Spanò

 

Parto da fatti eterogenei, in parte attuali, in altra meno. Il blog para-vaticano Il Sismografo, diretto da padre Badilla, di norma molto favorevole all’attuale pontefice, pubblica una critica insolitamente esplicita a papa Francesco, il quale non sarebbe ancora venuto a capo della fondamentale Costituzione Apostolica. La riforma, che avrebbe dovuto essere messa a punto dal consiglio dei nove cardinali nominato nel settembre 2013, non ha mai visto la luce, né si registrano progressi di alcun genere. Carenza che Badilla giudica “serissima”, essendo la vecchia Costituzione decaduta di fatto sotto i colpi di numerosi Motu Proprio, cioè le leggi sovrane che disciplinano la vita della Chiesa.

Da due anni discutiamo se i provvedimenti del governo siano o meno costituzionali, e se una pandemia basti a legittimare la sospensione di diritti inviolabili, e sino a quando. Il tema non riguarda soltanto l’Italia, né può essere confinato a settori specifici. Dovrebbe inquietare solo che se ne parli. Per antonomasia quando si comincia a discutere un principio, esso viene squalificato e accantonato.

Gettiamo un rapido sguardo ad altri ambiti. I social media silenziano o rimuovono chi violi i cosiddetti “standard della comunità”. La maggior parte delle persone ignorano quali siano questi standard. Lo standard è per definizione mutevole. Quello che lo definisce è la tendenza. Adam Mosseri, CEO di Instagram (gruppo Meta) in una recente audizione al Congresso in cui gli è stato chiesto conto dei danni che le piattaforme social causano ai bambini, ha risposto che tutti i social causano danni, e pertanto andrebbero definiti “nuovi standard”. Si può concludere che lo standard è bene anche quando fa male.

Altro spunto. Da Tangentopoli, l’Italia si è avvitata in due dibattiti carsici. Il primo riguarda la legalità: banalmente, il rispetto delle regole, senza domandarsi se siano opportune e giuste: ciò che solamente importa è chi impugna la clava. Il secondo il riformismo, cioè la modifica costante delle regole e delle istituzioni: proprio il suffisso -ismo avverte circa il carattere stolidamente ideologico, più che necessario. Nella sfera religiosa quanto in quella civile prende corpo un fumoso sentimento generale: il mondo è cambiato, dunque dobbiamo adeguarci. Ciò che ieri era vero – dove vero è giocoforza sinonimo di funzionale – oggi non lo è più. Il diktat imperioso è innovare, riformare, intercettare il cambiamento, adeguarsi, chi si ferma è perduto. La prima vittima è l’uomo, la seconda il nomos.

Non molti considerano che la legge nasce in ambito religioso. In latino, si pensa derivi da ligare, legare, e dal greco λέγω, dire, parlare. La parola vincolante per eccellenza, la parola del dio. Il λόγος, la parola che ordina, la ragione che modella il magma primigenio. Nel Prologo di San Giovanni, “in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”, il riferimento a Genesi 1, vv. 2-3, è limpido: “Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: Sia la luce. E luce fu”. La legge razionale illumina ciò che è avvolto nelle tenebre.

In età tolemaica, e perfino presso i persiani, i re raccoglievano le leggi dei popoli sottomessi per governare ciascuno secondo la sua legge. La Settanta, la traduzione della Bibbia in greco giunta sino a noi, fu  commissionata da Tolomeo a questo scopo. La legge era stabilita dagli dei e donata agli uomini: era il fattore unico che istituiva identità e spirito dei popoli. La definizione stessa di saggezza che si ricava dalla Bibbia è un insieme di competenze legate al buongoverno. Nessun lampo di genio, nessuna improvvisazione: prassi fondata su dettami esatti. Competenze che il sovrano o possiede, allora è saggio, o non possiede, allora è stolto. Quanta sapienza perduta.

Questo, per restare nell’ambito giudaico-cristiano. Elementi analoghi si trovano in tutte le tradizioni antiche. Il filosofo gnostico Hans Jonas, uno dei padri del pensiero ecologista, nel suo Il principio responsabilità si lascia sfuggire che soltanto la religione abbia garantito un rapporto equilibrato fra l’uomo e la natura. Natura che è sempre stata, e Jonas lo sottolinea, tutt’altro che buona e amichevole.

Coi secoli l’identità si stabilisce su base territoriale. Guicciardini osserva che ciò che noi chiamiamo patria, o proprietà e diritti, i nostri antenati l’hanno rubato ai legittimi detentori dopo averli uccisi. Con l’età moderna nasce la legge storica: valida solo a certe condizioni e in contesti particolari, a loro volta stabiliti da accidenti casuali legati al mos, il costume.

La legge mette ordine al caos. Ciò che chiamiamo “mondo” esiste in virtù della legge, non il contrario. La natura stessa è retta da leggi. L’ovvio corollario è che un mondo che cambia sul quale bisogna plasmare la legge, è semplicemente un mondo in disfacimento, e ciò in virtù del fatto che la legge non è umana, ed è immutabile. Dio non cambia idea. Il rapporto con la natura e i propri simili è giudicato nella misura in cui l’uomo applica o abbandona la legge che Dio gli ha dato.

Cosa soppianta la legge? La τέχνη, il mestiere, svincolato sia dall’esperienza – empirìa – sia dalla conoscenza – epistème. La tecnica viene caricata di aspettative esorbitanti. Nella res publica, è salita alla ribalta una convinzione perniciosa: il tecnico è migliore del politico. In generale, qualsiasi conoscenza è reputata autentica se e solo se oberata di savoir faire tecnici. Ciò che non è formale, non replicabile, non trasmissibile, è lana caprina. Ci si rivolge a legioni di tecnici per governare la minima emergenza. Tutto è ridotto a istruzioni per l’uso. Un dato minimo, ma descrittivo: il 21% delle ricerche su Youtube nella sola Italia riguarda i tutorial e il fai-da-te, mentre il 23% cerca “qualcosa di nuovo da imparare”.

Il sapere si parcellizza, la specializzazione divampa. Dalla tapparella rotta alla politica industriale dei prossimi cinquant’anni, ogni aspetto della vita è riconducibile alla tecnica. Tale convinzione è retta dall’idea che la tecnica sia neutrale e trasmissibile, e perciò democratica. Si tratta di falsa conoscenza, difficile da estirpare. La grande illusione del pur notevole progresso tecnico ci ha indotti a screditare la legge, dapprima facendo coincidere la legge con la tecnica giuridica, poi lamentando che il risultato, sempre più minuzioso, raffinato e soprattutto a scadenze sempre più serrate (si vedano i Dpcm e i decreti legge promulgati in pandemia) non funziona. La legge è universale, almeno nella tensione, la tecnica particolare. Dio comanda di non uccidere, senza troppe sottigliezze da azzeccagarbugli. Uccidere all’aperto, dalle 22.30 alle 05.00 del mattino, ad almeno 180 centimetri dalla vittima e con un coltello disinfettato fino al 31 dicembre salvo proroghe, spiace per chi la rispetta ma non è legge. Meconio, piuttosto.

Tornando in conclusione al racconto biblico. L’uomo e la donna disobbediscono al comandamento divino di non mangiare dell’albero del bene e del male, e vengono cacciati dall’Eden. Ciò che prima avevano in abbondanza, devono procacciarselo: nasce la tecnica, che suggestivamente sembra provenire dalla violazione della legge divina – l’unica, peraltro, cui soggiaccia l’uomo edenico. L’uomo liberato dal carico leggero dell’obbedienza al Creatore, è schiacciato da una quantità immane di codici e codicilli, procedure, istruzioni, obblighi, regole. Da lì in poi la tecnica moltiplica e frantuma se stessa. La legge mosaica ha i suoi sacerdoti, la torre di Babele crolla sotto il peso delle incomprensioni, si formano le caste, si raccolgono i popoli, si separano i ruoli. Se prima si soddisfano bisogni, dopo si produce surplus. Comincia la guerra. 

L’esito è sotto gli occhi di tutti. Non sembra un caso che l’uomo consideri se stesso il “cancro” del pianeta, la decrescita felice e la transizione ecologica siano imperative, la nuova frontiera sia la colonizzazione dello spazio, per liberare la Terra. Dopo la cacciata dall’Eden ad opera di Dio, l’uomo-dio caccia se stesso dal mondo. È il randagio cosmico. Avendo rifiutato la legge come legame col divino, si condanna all’esilio perenne in un cielo di materia oscura, freddo, inospitale e senza confini. 

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