Conferenza episcopale italiana

 

di Sabino Paciolla

 

La Conferenza Episcopale Italiana con un comunicato dell’8 marzo scorso aveva dichiarato:

Il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, entrato in vigore quest’oggi, sospende a livello preventivo, fino a venerdì 3 aprile, sull’intero territorio nazionale “le cerimonie civili e religiose, ivi comprese quelle funebri”.

L’interpretazione fornita dal Governo include rigorosamente le Sante Messe e le esequie tra le “cerimonie religiose”. Si tratta di un passaggio fortemente restrittivo, la cui accoglienza incontra sofferenze e difficoltà nei Pastori, nei sacerdoti e nei fedeli. L’accoglienza del Decreto è mediata unicamente dalla volontà di fare, anche in questo frangente, la propria parte per contribuire alla tutela della salute pubblica.

Questa decisione aveva creato non poche critiche di cui abbiamo dato conto in vari articoli (si veda ad esempio qui, quiqui e qui). Tali critiche, in particolare, mettevano in evidenza vari aspetti della questione, tra cui il fatto di non aver espresso alcuna obiezione pubblica dinanzi alla decisione del Governo di sospendere le messe, in particolare riguardo alla interpretazione del concetto di “cerimonia religiosa”. Ma ancor di più, per l’impressione data dalla Chiesa ai fedeli di un venir meno al mandato fondamentale ricevuto da Cristo.

Scriveva infatti l’avv. Fabio Adernò: “Negare il conforto sacramentale alle anime di quanti, tanto vivi quanto morti (sic!), sono nel bisogno è una gravissima omissione dolosa del mandato di Cristo alla Chiesa e ai suoi ministri che sono chiamati ad assolvere al dovere di dispensare i mezzi di salvezza in ogni umana circostanza, in pace e in guerra, rischiando anche la vita se necessario.

Eppure questa decisione annienta il mandato di Cristo, e lo subordina – per volontà di coloro ai quali è affidato, per divina volontà, di pascere il Popolo di Dio (cfr. can. 1008 CIC) – a una disposizione secolare di un governo che, nonostante l’indipendenza e la sovranità tra Stato e Chiesa consacrate dall’art. 7 della Carta Costituzionale, si spinge a interpretare da sé il significato dell’espressione ‘cerimonie religiose’ identificando con esse ‘ogni Santa Messa anche esequiale’”.

Scriveva a sua volta dom Giulio Meiattini: “Ma la cosa più triste, e preoccupante per il futuro dell’umanità, è che la stessa Chiesa (o meglio gli uomini di Chiesa) ha dimenticato che la grazia di Dio vale più della vita presente. Per questo si chiudono le chiese e ci si allinea ai criteri sanitari e igenici. La chiesa trasformata in agenzia sanitaria, invece che in luogo di salvezza. Ci pensino bene i vescovi a chiudere le chiese e a privare i fedeli dei sacramenti, dell’eucaristia, che è medicina dell’anima e del corpo: chiudere le porte ai cristiani e pensare di potersela cavare con la scienza umana, è chiudere le porte all’aiuto di Dio. E’ confidare nell’uomo, invece che confidare in Dio.”

Mons. Pope, infine, scriveva: “Alcuni mi definiranno irresponsabile per aver chiesto la ripresa delle messe pubbliche e comunitarie. ‘La gente sta morendo’, diranno. Posso rispondere solo dicendo che le anime muoiono per paura e per l’ossessione mondana della morte. La morte arriverà a tutti noi, e probabilmente non per un coronavirus. La domanda più profonda e più importante è questa: Siete pronti a morire e ad affrontare il giudizio [di Dio]?

Prendiamo ragionevoli precauzioni. Lavatevi le mani; evitate di toccarvi il viso; rispettate che alcuni non vogliano stringere la mano proprio ora. Ma soprattutto, non abbiate paura e non pensiate che Dio non abbia più il controllo. Andate a Messa e abbiate fiducia in Dio!”

A corroborare queste osservazioni critiche arrivano le storie dal “fronte” sanitario, dove in questi giorni gli operatori negli ospedali raccontano quanto si stringe loro il cuore nel vedere i pazienti, coscienti, morire in completa solitudine, non solo senza la presenza dei parenti ma, aggiungiamo noi, anche senza i conforti religiosi. 

Eppure, quanti sacerdoti e religiosi cappellani militari hanno portato il conforto religioso ai moribondi sul campo di battaglia sotto le bombe di una guerra, rischiando la propria vita. 

Infine, un servizio giornalistico andato in televisione qualche giorno fa acutamente osservava che le verità della fede sono in ritirata lasciando il posto alle verità della scienza perché saranno queste ultime a salvarci.

Ieri la C.E.I., probabilmente dopo le critiche montate, ha sentito la necessità di precisare la sua posizione con un nuovo comunicato, chiarendo un punto importante:

È con questo sguardo di fiducia, speranza e carità che intendiamo affrontare questa stagione. Ne è parte anche la condivisione delle limitazioni a cui ogni cittadino è sottoposto. A ciascuno, in particolare, viene chiesto di avere la massima attenzione, perché un’eventuale sua imprudenza nell’osservare le misure sanitarie potrebbe danneggiare altre persone.

Di questa responsabilità può essere espressione anche la decisione di chiudere le chiese. Questo non perché lo Stato ce lo imponga, ma per un senso di appartenenza alla famiglia umana, esposta a un virus di cui ancora non conosciamo la natura né la propagazione.

Dunque, con questo comunicato cade anche la critica alla C.E.I. che diceva che essa avrebbe dovuto opporsi al Governo appellandosi al can. 838 del Codice di Diritto Canonico che sancisce che spetta «unicamente all’autorità della Chiesa» regolare la Sacra Liturgia. Molti fedeli, infatti, avevano chiesto alla Chiesa di farsi parte attiva di una controproposta tesa ad assicurare l’accesso dei fedeli ai sacramenti mediante una prudenziale autoregolamentazione che avrebbe potuto prevedere una moltiplicazione delle celebrazioni durante le giornate, in modo tale da permettere una partecipazione più diffusa e, al contempo, più controllata ai Riti. Si sarebbe potuto prevedere un numero massimo di fedeli per ogni messa in funzione degli spazi e della distanza di sicurezza di ogni posto a sedere. Sarebbe stato possibile prevedere anche un sistema di igienizzazione continua tra una celebrazione e l’altra. Del resto è proprio quello che è avvenuto negli spazi interni ed esterni ad alcune chiese domenica scorsa. 

E’ da tener presente che è proprio questa la posizione presa dal presidente della Conferenza Episcopale Polacca, l’arcivescovo Stanisław Gądecki di Poznań, il quale ha detto

“In relazione alle raccomandazioni dell’ispettore capo dei servizi sanitari, secondo le quali non dovrebbero esserci grandi raduni di persone, chiedo di aumentare – per quanto possibile – il numero delle Messe domenicali nelle chiese, in modo che un certo numero di fedeli possa partecipare alla liturgia … secondo le direttive dei servizi sanitari”

Poiché tra le funzioni di una chiesa c’è quella di curare le malattie spirituali, “è impensabile che non si preghi nelle nostre chiese”

Invece, la Conferenza Episcopale Italiana ha deciso diversamente. Questo comunicato ha il merito di aver chiarito le cose. 

Non stupisce dunque che, proprio agganciandosi a questo comunicato, la diocesi di Roma, ieri, 12 marzo, con decreto del cardinale vicario Angelo De Donatis ha stabilito che:

Sino a venerdì 3 aprile 2020 l’accesso alle chiese parrocchiali e non parrocchiali della Diocesi di Roma, aperte al pubblico (cf. cann. 1214 ss C.I.C.), e più in generale agli edifici di culto di qualunque genere aperti al pubblico, viene interdetto a tutti i fedeli. Rimangono accessibili solo gli oratori di comunità stabilmente costituite (religiose, monastiche, ecc.: cf. can. 1223 C.I.C.), limitatamente alle medesime collettività che abitualmente ne usufruiscono in quanto in loco residenti e conviventi, con interdizione all’accesso dei fedeli che non sono membri stabili delle predette comunità.

Dunque, nella diocesi di Roma, secondo questo comunicato, sarebbe stato “interdetto a tutti i fedeli” l’accesso alle chiese. Pertanto, se prima non era permesso partecipare alle messe, ma almeno ci si poteva fermare nelle chiese a pregare, da quel momento in poi neanche questo sarebbe stato più possibile. 

Non sono uno storico, ma ho la netta sensazione che quella sia stata una decisione senza precedenti nella storia della Chiesa, presa addirittura nel cuore della cristianità.

Se oggi, con tutte le precauzioni, si può andare al posto di lavoro, all’ufficio postale, in banca o nel supermercato, per rifornirsi del cibo che alimenta il corpo, perché a Roma non si sarebbe potuto andare in un luogo sacro a pregare e alimentare lo spirito? 

Stiamo osservando la dedizione, il sacrificio, anzi, l’eroismo dei medici del corpo, e con loro i cappellani degli ospedali, ma desidereremmo vedere più presenza dei “medici” dell’anima nelle “corsie” delle strade cittadine, nelle “corsie” delle chiese?

Si comprendono benissimo le ragioni della gravità della pandemia. In questo momento, l’obiettivo cui tutti dobbiamo contribuire è quello di ridurre, limitare e infine azzerare la diffusione della infezione, ma la sensazione che in questo momento si percepisce è quella di una Chiesa in ritirata, di un affievolimento della sua prossimità verso chi soffre, verso chi ha bisogno, un bisogno che può essere anche solo spirituale in un momento di grande crisi.

Questa cosa deve aver colpito anche Papa Francesco (a proposito,auguri per il suo settimo anniversario sul Soglio Pontificio), il quale, durante l’omelia mattutina da Casa Santa Marta ha detto: “E vorrei anche pregare oggi per i pastori che devono accompagnare il popolo di Dio in questa crisi: che il Signore gli dia la forza e anche la capacità di scegliere i migliori mezzi per aiutare. Le misure drastiche non sempre sono buone, per questo preghiamo: perché lo Spirito Santo dia ai pastori la capacità e il discernimento pastorale affinché provvedano misure che non lascino da solo il santo popolo fedele di Dio.”

“Le misure drastiche non sempre sono buone”. Ecco, questo il punto.

Lo stesso deve aver pensato l’Elemosiniere del Papa, il cardinale Konrad Krajewski, il quale stamattina ha aperto la chiesa romana di Santa Maria Immacolata all’Esquilino, di cui è titolare, dicendo: “Nel pieno rispetto delle norme di sicurezza – sottolinea il l’elemosiniere apostolico – è mio diritto assicurare ai poveri una chiesa aperta. Stamattina alle 8, sono venuto qui e ho spalancato il portone. Così i poveri potranno adorare il Santissimo Sacramento che è la consolazione per tutti in questo momento di grave difficoltà”.

Le parole del Papa ed il gesto del suo Elemosiniere ha fatto fare oggi dietro marcia al Card. De Donatis che ha pubblicato un nuovo comunicato che potete leggere qui.

Un gran pasticcio! (per non aggiungere altro). Evidentemente, tutto questo senso di responsabilità pare non essere condiviso dal Papa.

Che tenerezza vedere sui social un parroco che fa un altarino su un Apecar e gira le strade pregando e benedicendo, un altro che porta il Santissimo per le strade, benedicendo case e negozi, un altro che porta fuori dalla chiesa una grande croce con Cristo e con il megafono prega, benedice e conforta. 

Ringraziamo questi sacerdoti che ci mostrano la vicinanza carnale di Cristo. Perché il timore è che chiuse le chiese, spariti i sacerdoti, negati i sacramenti, cancellata l’adorazione del Santissimo, si rimanga soli con le app del telefonino.

 

 

chiesa coronavirus 1

Disposizione in chiesa per mantenere la distanza di sicurezza per il coronavirus (domenica 8 marzo 2020)

 

chiesa coronavirus 2

Disposizione fuori la chiesa per mantenere la distanza di sicurezza per il coronavirus (domenica 8 marzo 2020)

 

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