"Natività", icona fatta dal dott. Enrico Benedetti nel 2020
“Natività”, icona fatta dal dott. Enrico Benedetti nel 2020

 

 

di Mattia Spanò

 

Buon Natale di Resurrezione. Esiste un legame misterioso fra la Natività e la Resurrezione di Nostro Signore. L’oggettiva sofferenza di un bambino che vive in simbiosi con la madre, e ad un certo punto viene espulso nel parto e gettato in un mondo ignoto, abbacinante, lontano dal conforto della vita protetta nell’utero: qualcosa, forse, di molto simile alla morte, di cui non serbiamo memoria.

Un tempo la morte era, per i cristiani, il dies natalis, il giorno della nascita al cielo, alla vera vita che ci attende. Presso i romani, dai quali la formula è stata ripresa, il “giorno della natività” era un evento eccezionale. Un evento sacro come l’inizio del regno di un imperatore, la fondazione di una città, e nel piccolo della vita di ognuno la nascita e il compleanno.

Era dunque qualcosa che aveva a che fare con il tempo, non però nel senso, piuttosto piccino e riduttivo, di limite, di inizio, fine o scadenza quanto, come appare, un modo di fissare l’istante nell’eterno, che è la vera dimensione della gloria. La vita è gloria e grazia, e nulla va perduto.

Cristo nasce, e nella nascita già echeggia non solo e non tanto la morte, un fatto banale (tutti muoiono, tutti mangiano, tutti soffrono), quanto la resurrezione.

Il popolo di Israele attendeva il Messia, colui che avrebbe compiuto le profezie. Attendeva, si direbbe con una parola moderna, un leader, un liberatore. Ma Cristo non diventa un liberatore: egli nasce liberatore. Lo è. E quando accetta la morte – una morte atroce – lo fa perché sa che il Padre non lo lascerà finire.

L’idea di una vita schiava del tempo, che fugge la morte a qualsiasi costo alimentando così una cieca agonia capace di cancellare qualunque tratto umano – fede, intelligenza, coscienza, pensiero, morale – rifiuta di fissare momenti come il Natale, la Pasqua e altre ricorrenze nella loro natura di celebrazione sacra.

O le rifiuta, o si perde in banalità che, osservate dalla giusta distanza, appaiono come l’umiliazione più lancinante che possa essere inflitta all’uomo: la perdita della coscienza della nascita, della vita e della morte, come premessa e promessa di tutto. Fatti che nessuno mai nella storia umana ha obliterato come la nostra epoca.

Eppure quest’Uomo, questo Dio che nessuno di noi ha visto, veramente nasce e veramente risorge, e resta davvero con noi e nella Storia. Il figlio di una famiglia nazarena, al paragone col quale nessuno sembra potersi sottrarre da duemila anni.

Lo fa nel tempo e al di fuori del tempo, che tuttavia non ignora: l’eternità è il riconoscimento del valore del tempo, non del passatempo.

Questo valore della vita che non termina ma continuamente fiorisce da se stessa è sì segnato da momenti lugubri e dolorosi, ma la sventura peggiore è l’insipienza, il passatempo.

Che è un po’ il tratto distintivo di quest’epoca dove il tempo libero, sempre più abbondante, è un tempo in cui in fondo non accade nulla. Un tempo da soffocare nella dimenticanza.

In senso contrario, e in senso anche naturale come accennato, la nascita è morte, resurrezione e vita nuova in un unico fatto che non può essere ignorato nel marasma degli eventi che si susseguono, per lo più irrilevanti.

Siamo nati e non moriremo mai più, diceva Chiara Corbella Petrillo. Il Natale celebra e santifica – ed anche sacrifica – questo fatto solenne e decisivo non per la vita dei credenti. Per qualunque vita.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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