omicidio

 

 

di Elisa Brighenti

 

I casi di omicidio, negli ultimi tempi, seguono una logica che li sottrae lentamente alla normalità, pur nel carattere eccezionale che per se stessi rappresentano. La logica è quella dell’impulso occasionale , vomitato li per li, e a volte  ricomposto nella confessione. Cos’ha di strano questa modalità immediata e banale del porre fine alla vita degli altri? Ha di strano che è reale senza per questo vantare un’origine, una ragione. Le vittime non muoiono una volta sola, pesantemente e per sempre; le vittime servono un meccanismo di spettacolarizzazione che le obbliga ad un ritorno, prima o poi, in un luogo e in un tempo differenti, ma regolati dallo stesso criterio di palpabile vacuità. Le vittime alimentano la foga del raptus usa e getta, ne veicolano il messaggio, ne rappresentano la corporeità. Sono scomparsi i casi ingarbugliati di soppressione in forza di un sentimento, per quanto malato, di odio, vendetta o amore passionale. Ora prevale l’ebrezza del gioco, la svogliata necessità di imporre e imporsi in  una sensazione; l’atto di uccidere è derubricato ad un link sulla pagina più consultata dell’esistenza. Forse è che l’uomo occidentale, ridotto a monade impazzita, si è disfatto furbescamente della maschera, utile per passare dal bozzolo dell’infanzia a quello dell’individualità organizzata. La Persona che uccide non è che un Uomo che non ha avuto l’occasione di rinforzarsi per mezzo di una Maschera, che si è ridotto ad esserla tout court, perdendone cosi la funzione educativa, non conoscendone il potere trasformativo. Il click del video gioco sostituisce l’immagine simbolica del cavaliere, con la sua forza redentrice insanguinata di coraggio e maestria; sostituisce l’astuzia del gigante che ostacola il più forte e al contempo ne celebra la vittoria nella lotta finale. Manca al killer il senso trascendente del suo gesto, la figura archetipica alla quale anche il male perpetrato, per forza di cose, trova la sua identità. La storia dell’uomo rischia di appiattirsi in un passaparola collettivo sull’uso meno dannoso che di se stessi può esser fatto.

 

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