Putin e Prigozhin
Putin e Prigozhin

 

 

di Mattia Spanò

 

È possibile che spendiate più tempo a leggere questo articolo di quanto sia durato il putsch di Prigozhin, l’oligarca mercenario capo della Wagner, contro Vladimir Putin. La domanda del giorno, nelle ore calde di sabato mattina, l’ha posta Marco Rizzo sul suo canale Telegram: Prigozhin è la controffensiva dell’Occidente? Quando uno ha il dono della sintesi.

A bocce ferme – Prigozhin e una parte dei suoi mercenari dopo l’accordo con Mosca hanno raggiunto la Bielorussia – vale la pena fare qualche riflessione laterale sullo stato dell’arte, senza dietrologie e senza lasciarsi andare a conclusioni di comodo che possono trarre in inganno.

La prima osservazione da fare è che ormai la guerra russo-ucraina è diventata una partita di calcio: ci sono due tifoserie opposte, quella filo-Nato e quella filo-russa, da una curva all’altra volano insulti, petardi e fumogeni, sul campo i giocatori fanno gol (conquistano) e si infortunano (montagne di cadaveri).

In attesa di sapere chi vince il campionato, mi domando se ad essersi persi, oltre al senso del tragico – oggi il primo comandamento è ridere di tutto –, non siano anche il senso della misura e della realtà.

In guerra gli uomini muoiono, e le conseguenze per vincitori e vinti si trascinano per decenni, se non secoli. Quasi mai sono conseguenze buone: il potere – qualunque potere trae benefici, e qualunque potere tende naturalmente ad abusare di sé stesso – vince sempre a scapito dei popoli. Aveva ragione Franco Cardini ad intitolare un suo fortunato libro sulla guerra “Quell’antica festa crudele”.

Seconda osservazione: la partita in corso è fra un mondo moribondo, quello occidentale, e un mondo nascente, quello multipolare, sbilanciato ad est e sud del mondo. Non è affatto detto che quello multipolare sia migliore di quello occidentale, ma quel che è certo è che quello moribondo venderà cara la pelle, che sarà invariabilmente la nostra.

La terza: probabilmente è vero che la Russia, fondata su apparatchik di derivazione sovietica (a loro volta mutuati dalla struttura zarista), ha dei punti deboli strutturali. Forse Prigozhin non ha del tutto torto accusando aspramente Shoigu e le strutture militari russe di incapacità e corruzione. Non è la persona più credibile che si possa immaginare, ma forse non ha torto.

D’altra parte, i militari in tempo di pace non privilegiano abilità operative, ma per fare carriera si adeguano a criteri politici e burocratici. In altre parole, non fanno strada i più capaci, ma i più furbi. Le funzioni delle strutture di deterrenza forzatamente a riposo tendono a sfaldarsi, come descrive bene Buzzati nell’incolmabile attesa che è l’ossatura stessa del suo “Il deserto dei tartari”, col nemico che non arriva mai e tutto si consuma in un’attesa inoperosa e corrosiva.

Per la verità questo tallone d’Achille è molto familiare anche all’Occidente, che ormai vede il sacrificio di vite occidentali come un inutile spreco di contribuenti ad un sistema finanziario insostenibile.

Casomai vi foste illusi che le vostre vite valgano più di quelle dei barbari, sappiate che vi tengono in vita finché siete produttivi e contribuenti solerti. Nel momento in cui cessate di produrre e transitate alla voce costi per godervi un meritato riposo, ecco che vi propongono quello eterno, di auto-riciclarvi per via eutanasica e produrre terriccio per le piante.

Ma è vero che l’Occidente ha dalla sua un soft-power, una retorica, una immoral-suasion sconosciuta a popoli meno “evoluti”. La potenza di fuoco mediatico-culturale, il fatto di aver sfibrato e mantecato i popoli nell’ignoranza più profonda accaparrandosi la loro fiducia, libertà e giudizio in cambio di qualche giocattolino luminoso, è un’arma formidabile.

Se il regime di Putin venisse rovesciato, la grande domanda è chi prenderà il suo posto, seduto su un arsenale di 6000 testate nucleari e con sistemi d’arma avanzatissimi.

Un fatto di cui si parla poco, tra un missile ipersonico e l’altro, è la conclamata capacità russa – e anche cinese, per la verità – nella cyber-guerra aerospaziale, di distruggere i nostri sistemi di comunicazione in meno di un minuto.

Immaginiamo un mondo sempre più digitale – ottima scelta, ovviamente senza “alternative” che ci fanno orrore – in cui di botto internet e tutti i sistemi di comunicazione, innanzitutto quelli militari, andassero in black-out. Torneremmo al Paleolitico in pochi giorni.

La fede cieca nel progresso, nella fine della Storia, nel Nuovo Umanesimo, la transizione sessuale, digitale e verde sono credenze incalcolabilmente più pericolose di quelle antiche nel Dio degli eserciti. Quelle, per lo meno, erano indimostrabili e quindi non manipolabili. Queste sono dimostrabili, dunque hanno per definizione conseguenze imprevedibili, secondo la lezione del principio di indeterminazione di Heisenberg. Ed essendo imprevedibili, sono in genere poco gradevoli: l’uomo tende a definire gradevole ciò che conosce e domina, fosse anche il veleno più letale, e sgradevole ciò che non controlla.

Dunque, a differenza degli anni ’60 e seguenti, quelle che si affrontano non sono due forze, quanto due debolezze. Visto che ci piace tanto la scienza e senza scomodare Heisenberg, dovrebbe essere noto che un sistema tanto più è complesso, quanto più diventa fragile.

Il che mi porta all’ultimo vizio della percezione: l’ossessione per il “tempo reale”. Sempre attendendo che qualcuno mi spieghi cosa significa l’espressione, e mi indichi dove possa trovare un po’ di tempo fittizio, colpisce la sindrome occidentale di stabilire cause, sviluppi e conseguenze immediatamente. Tutto si svolge in poche ore.

Tutto è pronto in 2 minuti: le lasagne nel microonde, la caduta di Putin, il crollo economico della Russia, il vaccino che ha debellato il Covid, la vittoria di Zelensky, il matrimonio omosessuale, l’utero in affitto, la ratifica del Mes, la fine dell’umanità per il riscaldamento climatico. Nella giornata di sabato, sedicenti esperti avevano già dato per spacciato Putin e la Nato trionfante. Del resto, come sappiamo da innumerevoli film hollywoodiani, noi siamo i buoni democratici, e i buoni non perdono mai. Questo è l’errore di metodo e di concetto che presto o tardi farà carne di porco di tutto il nostro impianto di favolose certezze.

È l’epoca della “costante attenzione parziale” a tutto, come postulato dal professor Alberto Contri. Il sovraccarico cognitivo a cui corrisponde una rapidissima erosione della memoria e della capacità di stabilire relazioni razionali fra le cose, nonché di riconoscere le gerarchie nella realtà. Nell’etimologia, la parola realtà deriva da rex, non da res. A significare che c’è un dominio, sopra le nostre teste, che non è il nostro, da tenere sempre presente.

Concludo riprendendo la battuta di Marco Rizzo: la controffensiva ucraina, ammesso che sia mai esistita, è fallita. Il rovesciamento di Putin, ammesso che fosse un bene come gli esperti più accorti sanno benissimo, anche. Quante cartucce, reali e metaforiche, restano ancora da sparare prima dell’Armageddon?

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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