In una nuova dichiarazione sul Sinodo dei vescovi pan-amazzonico in corso a Roma, il cardinale Walter Brandmüller – rispettato storico della Chiesa e uno dei due restanti cardinali dei dubia – mette in guardia contro la sostituzione della fede cattolica con “una religione naturale panteista dell’uomo”.

Riprendo la dichiarazione come tradotta da Maike Hickson e pubblicata su LifeSiteNews.

Eccola nella mia traduzione.

 

Card. Walter Brandmüller

Card. Walter Brandmüller

 

Sarebbe un errore fatale pensare che i promotori dell’attuale Sinodo dei Vescovi si preoccupino veramente solo del benessere delle tribù indigene delle foreste amazzoniche. Si tratta piuttosto, ovviamente, di essere strumentalizzati al fine di spingere un’agenda che interessa la Chiesa universale e che ha le sue radici in gran parte nel XIX secolo.

Ciò che è in gioco è nulla di più e nulla di meno che la Fede cattolica, la Fede giudaico-cristiana pura e semplice. In primo luogo, qui si deve porre la domanda decisiva e fondamentale: “Che cos’è allora la religione?”.

È quasi incontestato che la “religione” sia un elemento essenziale dell’esistenza umana. Tuttavia, non è affatto chiaro – o generalmente noto – che cosa significhi. Esistono risposte a questa stessa domanda che sono piuttosto contraddittorie. In sostanza, la questione è se la religione sia il risultato di tentativi umani di preservare e gestire la propria esistenza – per così dire, come un prodotto umano-culturale – o se debba essere intesa diversamente.

Nel primo caso, la religione nasce dalla riflessione sull’esperienza delle profondità esistenziali della persona, vale a dire la sua finalità. Ma questo significa che la religione non è altro che l’incontro dell’uomo con se stesso. Anche questo sarebbe conseguenza del culto della ragione promosso dall’Illuminismo. Qui appare ora – e ricordiamo Rousseau – l’ideale del “nobile selvaggio”, in contrasto con l’illuminato pensatore autonomo europeo.

La religione come incontro con se stessi è una comprensione della religione che ha conseguenze considerevoli, in quanto gli sviluppi della vita di una persona possono necessariamente produrre cambiamenti, se non contraddizioni, di tali esperienze “religiose”. Qui, quindi, entra in gioco anche la nozione di evoluzione, il che significa che, insieme alla progressione dello sviluppo umano, si verifica anche uno sviluppo dell’(auto)coscienza religiosa. Come risultato, il cambiamento di nuove conoscenze può quindi superare e sostituire le intuizioni acquisite in precedenza. In questo modo, può portare a un passo indietro – ma un passo che viene visto come progresso – un passo indietro rispetto alla cultura europea, come nel caso dell’Amazzonia.

La storia della religione giudeo-cristiana è qui in netto contrasto con questa nozione di religione come autorealizzazione dell’uomo. 

Quando ebrei e cristiani parlano di religione – con le sue forme di espressione nella dottrina, nella morale e nel culto – allora intendono il modo e la maniera in cui l’uomo risponde a una realtà extra-mondana o soprannaturale che gli arriva dall’esterno. In parole povere, si tratta della risposta dell’uomo all’auto-comunicazione-rivelazione del Creatore nei confronti della sua creatura, l’uomo. Questo è un vero e proprio evento dialogico tra Dio e l’uomo.

Dio parla – in qualsiasi forma – e l’uomo dà una risposta. È un dialogo. Il concetto religioso del Modernismo, invece, significa monologo: l’uomo rimane solo con se stesso.

Questo evento dialogico è iniziato con la chiamata di Dio nei confronti dell’uomo, come testimonia la storia del popolo di Israele.

Il discorso di Dio al Suo popolo eletto si è svolto nel corso di una storia movimentata che, ad ogni passo, ha portato ad un livello superiore. La Lettera agli Ebrei inizia con le parole: “Molto tempo fa Dio ha parlato ai nostri antenati in molti e vari modi per mezzo dei profeti, ma in questi ultimi giorni ci ha parlato per mezzo di un Figlio”. Il Vangelo di San Giovanni chiama questo Figlio il Verbo incarnato del Dio eterno. Egli è e Egli porta l’ultima Rivelazione, che si trova in forma scritta nei libri biblici e nell’autentica tradizione orale della comunità di discepoli scelti da Gesù Cristo, sulla base della quale la Chiesa è cresciuta. Tutto questo è avvenuto una volta per tutte ed è universalmente valido per quanto riguarda lo spazio e il tempo.

Ma questo significa, per quanto riguarda il nostro problema concreto del “Sinodo amazzonico”, che i fatti sopra descritti escludono un concetto di religione che abbia qualche tipo di limiti geografici o di tempo. Ma questo significa anche che una Chiesa Amazzonica è teologicamente impensabile. La Chiesa è Una, Santa, Cattolica, Apostolica (e quindi Romana) alla quale è stata affidata la trasmissione del Vangelo e la trasmissione della Grazia di Cristo a tutti i popoli di tutti i tempi e alla quale è promessa la luce e la forza dello Spirito di Dio per il compimento di questa missione. 

Ella [la Chiesa] è all’altezza di questa missione – con l’aiuto dello Spirito Santo – compiendo il suo magistero e il suo ministero pastorale lungo tutta la storia.

Poiché questo è stato chiarito fin dal principio, si deve ora sottolineare un’osservazione quasi allarmante. L'”Instrumentum Laboris” del Sinodo non contiene – a parte cinque citazioni piuttosto marginali – nessun riferimento ai Concili e al Magistero pontificio. Particolarmente spettacolare è la totale assenza del Vaticano II (a parte due riferimenti piuttosto marginali). Il fatto che documenti importanti e tematicamente rilevanti come il Decreto sull’attività missionaria della Chiesa, “Ad Gentes” – a parte le Costituzioni maggiori sulla Liturgia, la Rivelazione e la Chiesa – non siano mai citati, è semplicemente incomprensibile. Lo stesso vale per il Magistero post-conciliare e per le encicliche importanti.

Questo ignorare la tradizione dottrinale della Chiesa – e il fatto che, al suo posto, venga citato quasi esclusivamente il Sinodo latinoamericano di Aparecida dell’anno 2007 – non può che essere inteso come una rottura spettacolare con la storia precedente. Inoltre, questa quasi assolutizzazione di questo sinodo [di Aparecida] solleva anche la questione della comprensione latinoamericana della Communio ecclesiale a livello universale.

Infine, consideriamo, per inciso, una aperta contraddizione nell’Instrumentum Laboris riguardo al Decreto sull’attività missionaria della Chiesa, Ad Gentes. Questo Decreto afferma (n. 12) che la Chiesa non vuole in alcun modo (nullo modo!) intromettersi nella politica (cioè nella politica dei Paesi di missione) e quindi non rivendica alcuna autorità mondana. Questa è una chiara affermazione di un documento conciliare, che, tuttavia, è diametralmente opposta ad ampie parti dell’Instrumentum Laboris.

In breve: gli autori dell'”Instrumentum Laboris” ignorano il Concilio Vaticano II e – come detto – tutti i documenti del Magistero post-conciliare che interpretano il Concilio. Ma questo significa – come già accennato – una rottura con la tradizione dogmaticamente vincolante. In realtà anche con l’universalità della Chiesa. Il fatto che questa rottura sia, per così dire, messa in atto in modo “subdolo”, cioè in modo nascosto e segreto, è tanto più inquietante.

Il metodo qui praticato, tuttavia, segue il modello di “Amoris Laetitia“, dove il tentativo di cancellare la dottrina della Chiesa si trova nella ormai discussa nota 351.

Guardando ora indietro a quanto è stato detto, può essere diventato chiaro che le dispute sul Sinodo amazzonico riguardano solo in modo molto superficiale la popolazione indigena dell’Amazzonia, che è essa stessa in numeri piuttosto ridotti.

Piuttosto, sorge l’inquietante domanda se i protagonisti di questo Sinodo non siano più interessati al tentativo di sostituire segretamente la religione come risposta dell’uomo alla chiamata del suo Creatore con una religione naturale panteista dell’uomo – cioè con una nuova variante del Modernismo dell’inizio del XX secolo. È difficile non pensare ai testi escatologici del Nuovo Testamento!

Ora tocca ai vescovi riuniti del Sinodo amazzonico – e infine allo stesso Papa Francesco – se una tale rottura con la tradizione costitutiva della Chiesa possa avvenire nonostante le inevitabili, drammatiche conseguenze.

Le osservazioni di papa Francesco sul destino atteso dell'”Instrumentum Laboris” – possono risvegliare la speranza?

 

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