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di Francesco Agnoli

 

Tra il 1631 e il 1639 Pascal frequenta il cenacolo scientifico diretto da Padre Marine Mersenne, amico e consigliere di Cartesio, di cui fanno parte anche Fermat ed altri. A 19 anni, per aiutare il padre nel calcolo delle imposte, inventa la prima macchina calcolatrice, la Pascalina, il più antico antenato del computer (per questo è considerato un precursore dell’Informatica).

Nel campo della fisica si occupa di vuoto, pressione (dal 1971 i millibar sono stati commutati in etto-pascal), fluidi… Nel campo matematico, tra le altre cose, pone le basi per il Calcolo delle probabilità, in seguito ad alcuni ragionamenti sul caso nel gioco d’azzardo.

Pascal, dopo alcuni “periodi mondani”, tra “futilità e divertimenti” (bramerebbe fama, onori, soldi…) diviene uomo di profonda fede: famose alcune sue preghiere durante la malattia e il dono molti dei suoi averi (carrozza, cavalli, tappeti, mobili…) ai poveri.

Il suo incompiuto capolavoro filosofico, i Pensieri, sgorga dalla certezza che il sapere scientifico è limitato quanto l’umana ragione, e impotente davanti alle domande esistenziali (la scienza lavora solo su oggetti tangibili, e non sul pensiero, sulla volontà, sui desideri soggettivi).

Il vero dilemma, la vera grande domanda, per Pascal, è quella sull’uomo, paradosso e mistero, chimera”, “stranezza”, “gloria e rifiuto dell’universo”….

Egli pencola tra finito ed Infinito;

tra il desiderio di conoscere tutto, e l’ignoranza;

tra il “volere tutto” e il “volere nulla”.

Non è l’Essere, ma neppure il nulla.

E’ un punto nello spazio immenso che ci circonda, un istante nei millenni della storia: eppure con il suo pensiero abbraccia spazio e tempo.

Egli è “canna pensante”, fragile, precaria: non c’è bisogno che l’Universo si armi contro di lui, per ucciderlo, basta un vapore, una goccia d’acqua, eppure è superiore all’Universo immenso, che non sa nè di esistere, nè di morire.

E’ pericoloso mostrare troppo all’uomo quanto egli sia uguale alle bestie, senza mostrargli la sua grandezza. E’ anche pericoloso fargli troppo vedere la sua grandezza senza la sua bassezza. E’ ancora più pericoloso lasciare che ignori l’una e l’altra. Ma è utilissimo prospettargli l’una e l’altra.

Se l’uomo non riconosce la propria grandezza, finirà per considerarsi e per vivere da bestia, diventando scettico sul piano gnoseologico (lo scettico rinuncia a cercare la Verità) e relativista nel campo della vita morale (il relativista, mettendo Bene e male sullo stesso piano, rinuncia così a cercare il Bene).

Chi, invece, riconosce solo la sua grandezza di uomo, finisce, sul piano della ragione, nella superbia, nella vanità, nell’orgoglio, nel razionalismo (sciocca sopravvalutazione della ragione umana); sul piano della morale, nell’arbitrio, nell’egoismo: un io che si crede dio…

Dobbiamo sfuggire disperazione (non sono nulla, non valgo nulla..) e presunzione (sono tutto io), brancolando tra la luce e il buio dell’esistenza: “Dio ha messo nel mondo abbastanza luce per chi vuole credere, ma ha anche lasciato abbastanza ombre per chi non vuole credere”.

Riflettendo su Cristo, Pascal afferma che il cristianesimo è dimostra la sua veridicità proprio perché dimostra di conoscere davvero l’uomo:

la fede ci dice che veniamo da Dio (ecco il perchè delle nostre immense aspirazioni), e che non siamo Dio (di qui la nostra incapacità di raggiungerle da soli: “capaci di Dio” e “indegni di Dio”.).

ci viene incontro con Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo; un Dio visibile, ma anche “nascosto”, perchè velato dalla sua umanità; “un Dio cui ci si accosta senza orgoglio, e sotto il quale ci si abbassa senza disperazione”; un “Mediatore” che colma la distanza altrimenti incolmabile tra Creatore e creatura; Colui nel quale “troviamo sia Dio sia la nostra miseria”; Colui senza il quale l’uomo non può che sperimentare la propria “impotenza”, e con il Quale, invece, può affrontare ogni esperienza; un Dio che si mostra (agli umili) e si nasconde (ai superbi).

 

 

Le precedenti puntate le trovate qui.

 

 

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