Rilancio una interessante riflessione di Robi Ronza ripresa dal suo blog.

 

Donald Trump e Joe Biden
Donald Trump e Joe Biden

 

Chiunque sarà  il nuovo presidente degli Usa, Biden, come ormai sembra quasi certo, o ancora Trump, lo sarà per un soffio. Stando così le cose, il grande problema non è, come in questi giorni spesso si sente dire, che gli americani sono divisi (un popolo libero non è mai uniforme) quanto piuttosto che sono divisi in due parti praticamente uguali. Quindi nessun vincitore, quale che egli sia, ha buoni motivi per trionfare. Per nessuno infatti l’azione di governo sarà facile, tanto più che in ogni caso il nuovo presidente non avrà probabilmente la maggioranza in una delle due Camere.

Colpisce perciò in particolare il tripudio di tanti sostenitori di Biden e quello dei grandi media, tutti schierati contro Trump, che vivono e raccontano la vicenda come se, grazie a consensi a valanga, il candidato democratico avesse sbaragliato l’avversario. Siccome evidentemente non è così, diventa allora interessante comprendere i motivi di fondo di una presunzione così lontana dalla realtà dei fatti. È un fenomeno che a mio avviso si spiega con la pretesa, tipica della cultura politica laica-progressista sin dai tempi di Robespierre, non semplicemente di avere un progetto politico e di rappresentare interessi sociali diversi da quelli degli avversari, bensì di essere le forze del bene che lottano contro le forze del male. D’altra parte Biden, che aveva definito la propria campagna come una “battaglia per l’anima dell’America”, si era messo da subito su questa lunghezza d’onda (cfr. in questo stesso sito, Biden contro Trump: la luce, le tenebre e il caso oscuro dell’aborto, 21 agosto 2020). Quando ci si colloca in un tale orizzonte, chi non la pensa come te non ha diritto di esistere, anzi non esiste. E se esiste va cancellato: a viva forza nei regimi marx- leninisti, o meno ferocemente con la delegittimazione sociale e con la censura mediatica nelle democrazie. In piena sintonia con questo modo di vedere l’imminente vittoria risicata di Biden diventa un plebiscito. Per farsi rapidamente un’idea di questa mentalità consiglio oggi la lettura de La Stampa, che in Italia ne da un’eco ancora più fedele (se fosse possibile) del Corriere e de la Repubblica. Si va da “L’America e le ferite da curare” di Gianni Riotta a “Per noi è finito il lungo incubo” di Alan Friedman. E non manca Rula Jebreal, agiata e notabile araba israeliana di illuminato pensiero che ama atteggiarsi a povera palestinese, secondo la quale la vittoria di Biden si deve alle donne. Tenuto conto che i due candidati hanno ottenuto più o meno gli stessi voti si dovrebbe perciò concludere che le donne abbiano votato in massa per lui e gli uomini invece per Trump: un fatto senza precedenti in tutta la storia, e per di più paradossalmente un bello schiaffo in faccia “da sinistra” a chi  sostiene che la differenza tra maschio e femmina oggi non conta più nulla.

Una delle non molte diversità tra il programma dei due candidati riguardava l’aborto, contro il quale Trump si era apertamente e concretamente schierato e di cui invece Biden sostiene la legittimità senza limiti fino alla nascita. Sarebbe bello sapere perché di questo in Italia non si è mai avuta notizia. Non ne ha mai parlato nemmeno Avvenire, che ci si immagina abbia qualche buon motivo per non condividere tale censura. E non ne parla nemmeno nell’edizione di oggi il cui editoriale, dal titolo “La cifra politica della presidenza Trump / La post-verità fino in fondo”, starebbe benissimo non solo su la Repubblica ma anche su Il Fatto quotidiano.

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