Rilanciamo un articolo del prof. Leonardo Lugaresi sulla recente espressione offensiva, “è un assassino”, di Biden nei confronti di Putin.

 

Biden e Putin
Biden e Putin

 

Stamattina, come al solito, facendo colazione ho seguito un po’ di rassegna stampa alla televisione. Ho appreso che i commentatori sono incerti se il presidente degli Stati Uniti con la sue due incongrue affermazioni di ieri (a. il presidente della Russia è un assassino; b) ben presto pagherà, ma non per questo, bensì per aver interferito nelle elezioni americane) l’abbia semplicemente fatta fuori dal vaso, oppure abbia compiuto un’azione politica deliberata. In entrambi i casi non c’è da stare allegri, ma la seconda alternativa, che a mio avviso è la più probabile, va considerata di gran lunga peggiore.

Joe Biden è una persona che, come ha mostrato anche qualche giorno fa in un raro video sfuggito al controllo ferreo dei media (e che credo si possa reperire facilmente in rete), non è in grado neppure di ricordarsi come si chiama il suo ministro della difesa. Ho già detto in un’altra occasione che non mi permetto di fare diagnosi, però è impossibile non rilevare che anche noi anziani, con i nostri “normali” vuoti di memoria, in genere ci ricordiamo il nome delle persone con cui abbiamo rapporti quotidiani. Se io non riuscissi a ricordarmi come si chiama mia moglie, il mio vicino di casa o il fornaio da cui vado tutti i giorni, penso che andrei subito dal medico (se non avessi dimenticato come si chiama!). L’episodio a cui accennavo, inoltre, non è affatto un’eccezione, ma solo l’ultimo conosciuto di una serie pressoché infinita di defaillances. Sospettare che il presidente americano abbia seri problemi cognitivi è dunque più che lecito e, come ho già osservato un’altra volta, è scandaloso che durante la campagna elettorale il sistema di potere dei grandi mezzi di informazione abbia letteralmente vietato di porre tale questione, in stridente contrasto con una tradizione politica americana che era sempre stata attenta (anche in modo eccessivo) al problema della forma fisica dei candidati alla presidenza. Tutto ciò renderebbe plausibile che ieri Biden abbia parlato senza rendersi bene conto di che cosa diceva. Il che sarebbe sì increscioso, poiché non è bello che alla Casa Bianca ci sia un pupazzo semicosciente, però non così preoccupante, perché comunque vorrebbe dire che c’è qualcun altro che tira i fili e lo fa muovere. Se ogni tanto il burattino fa di testa sua, non è poi così importante, perché tutti quelli che contano sanno benissimo che peso dare alle sue parole.

Non credo però che quella di ieri sia stata una gaffe, come delicatamente la chiamano (trattandosi di un presidente democratico!) i commentatori. Non lo credo perché dal video dell’intervista in questione si evince che a) è l’intervistatore che lo imbecca; b) lui risponde abbastanza velocemente e con una certa determinazione, tentando una goffa imitazione del condottiero forte e sicuro di sé. Di solito, quando deve tirare fuori le parole da solo egli arranca invece penosamente. Quindi è più probabile che abbia semplicemente ripetuto quello che gli hanno suggerito di dire. E questo sì che è preoccupante.

Il punto, infatti, non è se Putin sia effettivamente un assassino. È possibile, anzi è probabile che lo sia, come del resto molti altri capi di stato in giro per il mondo. Il punto è che – escluso che ci sia qualcuno, tra gli attori dell scena politica mondiale, che ha le carte in regola per permettersi di dare un giudizio morale – in termini di giudizio politico l’accusa ad un capo di stato di essere un assassino è “grammaticalmente” ammissibile solo se gli si muove guerra! Altrimenti, in politica tutti i capi di stato sono, per definizione, interlocutori rispettati (anche se non fossero rispettabili). Si tratta quindi di capire se quelli che hanno dettato al presidente Biden la dichiarazione di ieri: a) sono a loro volta dementi (da escludere, direi); b) intendevano semplicemente spararla grossa (per un disegno che però non si comprende: qual è lo scopo di fare bum con la bocca per poi limitarsi a quello?); c) vogliono davvero perseguire una strategia di destabilizzazione (cioè di fatto una guerra) nei confronti della Russia di Putin.

È evidente che la terza ipotesi dovrebbe preoccuparci molto. Da trent’anni la politica americana non fa altro che destabilizzare vaste aree del mondo, collezionando una serie di disastri impressionante. In questa orribile sequenza, che ha distrutto centinaia di migliaia di vite umane e la ricchezza di interi paesi, si sono distinti tutti i presidenti, democratici e repubblicani, che si sono susseguiti dopo la caduta del muro di Berlino, incluso un premio Nobel per la pace e con la parziale eccezione – è doveroso dirlo – del Puzzone di cui, se non vogliamo essere banditi dal consorzio delle “persone perbene”, abbiamo tutti l’ordine di pensare tutto il male possibile, sempre e comunque. La presidenza di Donald Trump, infatti, è stata – oggettivamente – la meno destabilizzante per il resto del mondo negli ultimi trent’anni.

Pensare che adesso si ricomincia, e alla grande, puntando ad un bersaglio come Putin (che non starà lì fermo a farsi infilzare), non può lasciarci tranquilli. Poveri noi, ridotti a sperare nella demenza di Biden.

 

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