di Giovanna Ognibeni

 

Spingo un po’ a forza nel mio Lessico anche il nome di Berlusconi perché, consapevolmente o meno, è stato un eccipiente facilitante nel favorire la reazione chimica dei mutamenti nei nostri modi di parlare e di pensare. Si potrebbe dire per farci digerire tutto l’indigeribile. Un eccipiente è per esempio l’olio di vaselina e non pensate male perché può essere assunto anche per via orale.

In questo epocale processo di mutamento di paradigma (termine elegante per dire sovvertimento di valori e conoscenze, per cui un professore di biologia negli U.S. viene licenziato perché sostiene che ogni bambino nasce dall’incontro tra due gameti x e y, affermazione scientifica non più neutra) possiamo distinguere nella generalità tre gruppi di marcianti, i pochi che si rendono conto di essere spinti in una direzione che non hanno scelto e a cui cercano di opporsi, la grande massa che si lascia sospingere e asseconda il movimento per paura di essere travolta, e quelli che sgomitano per essere in prima fila quando le porte della Sala si apriranno. Ecco, sarei portata a dire che Berlusconi sia stato uno di questi ultimi.

Devo dichiarare che ho nutrito sempre una certa avversione per il personaggio (dell’uomo non posso dire nulla, non avendolo mai conosciuto neppure per interposta persona), forse per una speciale idiosincrasia verso le sue manifestazioni pubbliche, dalle pose enfatiche, al suo “mi consenta”, all’esibito ottimismo, alla sua gestualità irrimediabilmente alla maitre d’hotel, al suo perpetuo auto lodarsi.

Trovo irritanti tutti i bauscia, come si chiamano a Milano, ma il bauscia di successo mi diventa insopportabile, e senz’altro questo è un mio limite, un’eredità dell’educazione soprattutto di mia madre, che non voleva lodare i suoi figli perché semmai avrebbero dovuto farlo gli altri (correva grossi rischi povera mamma). 

Meno male che Silvio c’è, era il primo a dirselo quando non raccontava barzellette divertentissime visto che gli astanti ridevano a crepapelle. Silvio sapeva benissimo che la principale componente del suo successo era proprio il presentarsi come uno di noi, era consapevole, e lo diceva tranquillamente, che il livello mentale (quello culturale è ancora più basso) degli spettatori televisivi rientra nel range scuola media, età 12/13 anni (Tale media è costante almeno dagli anni 60).

E se io nei gloriosi anni ‘90/2000 mal reggevo l’onnipresenza scoppiettante del Nostro su tutti i Tg serali, sicché emigravo su rete 4, dove il mio spirto affranto trovava riposo e pacificazione nel contemplare le imprese del mitico Walker Texas Ranger, degno epigono dell’inarrivabile Tex Willer, il Berlusca inebriava folle che in lui riconoscevano la loro stessa misura, solo che lui ce l’aveva fatta.

Ché poi Berlusconi aveva l’innato genio di sfruttare i suoi stessi limiti, l’italica faccia di palta- vedi alla voce “Contratto con gli Italiani”- per conquistare consensi. In fondo un istrione, un grande venditore. Un piazzista come in fondo raccontava lui stesso parlando dei suoi inizi. Ma il grande venditore può nascondersi perfino nella semplice commessa che capisce prima di te se comprerai o meno l’abito che non ti puoi permettere, se prevarrà l’incoscienza del “si vive una volta sola” o il sentimento di stizzita prudenza e ti spinge dolcemente sul versante che hai scelto facendo di te una persona felice e grata, un’acquirente per il domani.

Girava in quegli anni una foto eloquente e direi esaustiva più di un trattato: c’è Berlusconi in tenuta bianca da tennista in una delle sue residenze alle Bermuda mentre fa la corsetta mattutina, seguito a breve e discreta distanza dal suo staff, i vari Galliani, Confalonieri tutti rigorosamente in bianco. Nessuno riesce a stargli al passo, èvidemment.

C’era poi l’aspetto sul quale ha prestato il fianco agli attacchi più impietosi, quello del bunga bunga: le mie figlie sono Amazzoni impietose al riguardo, mentre io, arrivata ad una certa età, nel senso purtroppo di età certa, vedo la cosa diversamente. In fondo anch’io, morigerata ed attempata, morigerata se non altro perché attempata, quando mi accorgo d’essere capitata dentro il campo visivo di un uomo, che non conosco e che non rivedrò mai più, come è come non è mi accorgo di riuscire a fare la rampa di scale con la schiena diritta e tutto d’un fiato (l’ultimo) sperando di reggere sino a spiaggiarmi sul divano ansimante come una foca scampata all’orca.

Oppure, se sei in uno di quei giorni in cui zoppichi, ti fermi a guardare il paesaggio inesistente con lo sguardo vago di uno gnu nella savana che ha tre leonesse a 50 metri (tra l’altro l’impressionante analogia potrebbe interessare qualche etologo).  Non occorre scomodare Freud, perché capita anche con lo sguardo femminile se appartiene a una bella donna elegante, mentre tu sei uscita in ciabatte e leggings perché tanto a quest’ora non c’è nessuno: è semplicemente l’esposizione ad uno sguardo che ti giudica, non foss’altro perché non ti nota.

Probabilmente questo è più automatico in un uomo, specialmente in un uomo non più giovane, specialmente in un uomo non più giovane e di successo, quando magari ha le phisique du role di un sorridente droghiere ingrembialato con la matita dietro l’orecchio (il messaggio sottotraccia è: se solo volessi…).

Quando Berlusconi guardava ostentatamente il fondoschiena di una bella ragazza, magari sottolineando l’occhiata, caso mai non fosse stata notata, con un elegantissimo movimento della mano, era sì l’uomo che non si guarda allo specchio, ma allo stesso tempo mandava il messaggio del maschio alfa oeconomicus e così rappresentava tutte le aspirazioni degli uomini normali.

Fatto sta che nei primi anni ’90, immersa in tutt’altre faccende e preoccupazioni, della sua carriera politica mi giungeva solo il rumore di fondo, simile magari allo sferragliare del tram: agli inizi mi accorsi per così dire di sbieco di alcuni manifesti attaccati in tutta Milano con l’immagine accattivante di un bambino sotto l’anno, quelli che ispirano tanta tenerezza, e la scritta Fozza Itaia.

Nonostante l’assenza di riferimenti, col mio intelletto acuto capii che si trattava di pubblicità – e poco importano le dispute sulla paternità e i finanziatori della campagna, perché di riappropriazioni e riattribuzioni ben più illustri (per esempio Guernica di Picasso, Il Giuramento degli Orazi di David) ce ne sono state. Di chi o di che cosa? Ne fui comunque irritata per il fastidio istintivo che provo per i bamboleggiamenti  di qualsiasi tipo; ho già manifestato il rigetto un po’ isterico che mi provoca la pubblicità dei deficienti che vanno in visibilio per le caramelle gommose o le merendine che fanno plop nella tazza di caffelatte.

Comunque nel ‘94 le cose si fecero abbastanza chiare. La creazione di un movimento a nome Forza Italia mi sconvolse nelle mie più intime fibre morigerate, perbeniste, direi quasi vittoriane o democristiane, pur non avendo io mai votato D.C.

Tra l’altro, è una cosa di cui sono un po’ rammaricata: che male mi aveva mai fatto la D.C. se avevo votato spensieratamente a casaccio (il mio primo voto fu per il P.R.I. di La Malfa, per dire) pescando nel mazzo dei partiti, per non volerla votare mai?

A parte l’aspetto un po’ codino e conservatore della mia natura (il lato Hyde della mia personalità) coglievo il carattere eversivo di tale intitolazione di un partito, totalmente sganciata da una qualsivoglia connotazione politica, perché la Lega Nord, nata pochi anni prima, aveva comunque un richiamo potente a movimenti di lotta armata, politici e sindacali (dalla Lega Lombarda alla Lega Spartachista giù giù a tutte le leghe di braccianti, operai ecc.) No, Forza Italia nasceva con i richiami, tutti e solo emotivi, all’innocenza – i bambini – al tifo di calcio – discesa in campo, forza Milan- al lavoro quotidiano, pratico- il ghe pensi mi. Segnò il sorgere potente dell’antipolitica. Da lì a poco a poco sarebbe sparito il Presidente del Consiglio per far posto al Premier, al Primus super pares, e nessuno, forse neppure nelle file dei comunisti, avrebbe più usato il noi, ma sempre l’io, io, io.

Fu Berlusconi spinto solo dalla preoccupazione per un’Italia allo sbando senza più argini contro il potere della Sinistra? O intervennero, solo o anche, preoccupazioni per il destino delle sue aziende?

Ai posteri l’ardua sentenza (comunque ragazzi, il 5 Maggio è un deposito inesauribile di frasi ad effetto). 

Dei suoi processi mi sento di dire che aveva degli ottimi avvocati, e che certamente un sacco di giudici, le toghe rosse, vedevano rosso quando lo incrociavano. Del resto, era ben evidente il sottostante pregiudizio- teorema del “non poteva non sapere”: teorema che potrebbe rivestire un carattere se non di legittimità almeno di plausibilità (il Comitato di Salute Pubblica due secoli prima a Parigi ragionava ben così), se non fosse che stranamente non vi si sia ricorsi quando è stata  rifiutata anche la sola possibilità di processare l’operato dei passati governi nella pandemia: costoro, poverini, non potevano sapere, c’era uno spaventoso virus e si fidavano della scienza.

Definirlo statista mi sembra azzardato, certamente ha avuto felici intuizioni in politica estera ma direi generate da una sorta di fiuto, quello stesso del mercante che afferra immediatamente le opportunità e i rischi di un affare, anche se devo dire che avrei preferito non vederlo baciare la mano di Gheddafi (scena orripilante) e mandargli un pacco di squinzie da convertire nel 2010 e appena un anno dopo mollarlo nel momento del bisogno come una patata bollente. Realismo politico? Direi piuttosto ancora una volta realismo da mercante.

Infine, se venne ordito un complotto contro di lui nel 2011, bisogna pur ammettere che B. in persona gli facilitò le cose come una sventata Maria Antonietta: invece di vantarsi di trattare affari di governo dopo aver dormito solo due ore a causa del protrarsi di qualche cena elegante o per aver dovuto perorare la causa di qualche nipote di Mubarak, avrebbe dovuto capire che ad una certa età saggezza è anche accorgersi di quando è ora di prendersi una buona tisana, ed agire più lucidamente. Perché la massima di Giulio Cesare, un suo conosciutissimo epigono di qualche secolo fa, “la moglie di Cesare non deve solo essere onesta, ma anche sembrarlo” ha valore tutt’oggi. 

C’è poi una sottile analogia tra la pretesa di fare di Berlusconi uno statista e di farne un Santo. In fondo il Nostro non aveva una visione politica se non quella di un sistema in cui le persone come lui, ma soprattutto lui, potessero fare impresa, un contenitore in cui stiparci quello che si vuole. Il suo pensiero politico era declinato sulle proprie aspirazioni esigenze volontà che probabilmente in buona fede per lui coincidevano col Bene comune. È il grande problema della destra politica che è diventato per così dire di esplosiva chiarezza nella passata pandemia ed ora nelle istanze green e woke ed è in qualche modo speculare al vaffa di Grillo.

Risentimenti e invidie sociali, reddito di cittadinanza e lasciateci lavorare, diverse, apparentemente opposte declinazioni ma tutte dentro lo stesso soffocante orizzonte del benessere materiale.

Potrebbe benissimo sostenersi che Berlusconi sia stato uomo della Provvidenza, e che sia stato obbiettivamente l’argine contro il progettato fronte unico delle sinistre cui i resti delle truppe DC e centriste nulla avrebbero potuto opporre, e che persino l’accanimento giudiziario contro di lui sia stato mosso dal risentimento per avere ostacolato l’avanzata della gioiosa macchina da guerra. Del resto è nota la perenne aspirazione della Sinistra a riformare il mondo – sino ai sogni dell’ineffabile ministro Speranza che vedeva tralucere tra i disastri della pandemia, attivamente implementati dalla sua gioiosa macchina, una nuova egemonia culturale della sinistra.  Uomo della Provvidenza fu definito anche Mussolini da Papa Pio XI e chissà se non avesse ragione, forse ci sarebbe andata peggio con un asse comunista italo spagnolo. Eppure questo non giustifica né santifica Mussolini, Franco o il Cavaliere per le loro scelte e azioni politiche.

C’è sempre uno scarto considerevole nella vita di ciascuno di noi tra il destino che ci è stato proposto e ciò che riusciamo a fare: questo vale anche per il Cavaliere.

Berlusconi è stato definito nativamente cristiano. Frase suggestiva ma vuota.

Se si intende che sia nato e vissuto in una tradizione e una formazione familiare cristiane, come quasi tutti i nati prima degli anni ‘70/80, e che non le abbia rifiutate è vero. Sempre sino al punto in cui non confliggevano con i suoi interessi. Quando affermava a proposito dei sacramenti dati ai divorziati risposati che ci sono le regole e le eccezioni, beh era in perfetta sintonia con Amoris Laetitia e con i dovuti discernimenti, e da buon lombardo praticone li semplificava nel suo “Cribbio, mi consenta”!

Aveva voluto cablare Milano 2, in modo che le mamme potessero controllare da remoto i figli o potessero assistere alla Messa da casa. Se questo non è anticipare i tempi.

Ci fu chi rimproverò Mussolini di aver fatto di un popolo di poveracci un popolo di ladri. Con la stessa forza semplificatoria potremmo dire che Berlusconi con le sue televisioni abbia preso un popolo di alunni di seconda media e ne abbia fatto, perlomeno abbia contribuito a farne un popolo di alunni strafottenti, fancazzisti e dannatamente orgogliosi della loro ignoranza.  

Il suo sistema religioso era quello già in essere nei suoi primi decenni di vita, che ancora non confliggeva con i costumi e soprattutto con le attuali coazioni a pensare, che gli stava bene, consentiva ordine decoro e anche il piacere di essere buoni a un prezzo tutto sommato conveniente.

Anche qui, negli ultimi 50 anni ha trionfato nei cattolici, non solo nel Cavaliere, la mentalità bottegaia, il do ut des, tengo rapporti cordiali, di buon vicinato con Dio, sempreché non diventi un dirimpettaio rumoroso ed invadente. Quarant’anni fa le mamme già dicevano alle figliole malmaritate che si sarebbero potute rifare una vita, ora il buon cattolico nel consiglio parrocchiale sostiene che insomma bisogna manifestare concretamente la vicinanza ai LGBT+ Qualcosa e stare al passo coi tempi. Perché, lasciatemelo dire, il problema non è il vescovo minus habens che percorre le navate in bici, sono i fedeli nei banchi, ebeti o inebetiti, che ridono e applaudono.

Ancora una volta si è rovesciato il cannocchiale, non si vede più bene e grande ciò che è lontano ma si rimpicciolisce e allontana ciò che è vicino.

Ora di tutto questo, che di cristiano nativo o non nativo non ha più nulla, Berlusconi non è certamente stato né l’inventore né l’apripista ma in qualche modo il gioiosamente stolido alfiere.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.


 

Sostieni il Blog di Sabino Paciolla

 






 

 

Facebook Comments