Papa Francesco
Papa Francesco

 

di Mattia Spanò

 

Proviamo ad esaminare la scomunica di Mons. Viganò senza partigianeria. Paolo Gulisano, in un suo recente intervento su Visione Tv, ha fatto un’osservazione molto semplice e tagliente: nella cosiddetta Chiesa post-conciliare non sono stati scomunicati – né accusati di scisma – figure come Küng, Shilleebeckx, i teologi della liberazione e, aggiungo io, Rahner, oltre ad un certo numero di altre figure eterodosse. Lo sono stati invece Lefevre e appunto Viganò, per limitarci ai più eminenti del fronte tradizionale. A costoro si possono naturalmente addebitare errori formali e sostanziali, ma c’è qualcosa di peggio in fondo al barile.

Questo strabismo ha assunto, sotto il pontificato di Francesco, toni caricaturali. La misericordia, l’indulgenza perinde ac cadaver riguarda chi della Chiesa non fa parte, se non addirittura chi la avversa apertamente. Basti vedere il numero di onorificenze vaticane (per tacere delle nomine nelle università e negli organi consultivi) distribuite con manica larga soprattutto ad abortisti ed omosessualisti di ferro.

Il rigore medievale Francesco lo riserva agli amanti della tradizione, e in genere a coloro che non si rassegnano a queste “aperture” perché hanno appreso e praticato una fede diversa: intere esistenze trascorse fra umiliazioni grandi e piccole, violenze piccole e grandi che di colpo vedono cancellati con un tratto di penna, o più spesso un paio di battute superficiali, i propri principi e vanificate le loro battaglie culturali, talvolta politiche. Verso costoro il papa non mostra nessuna pietà, nessuna carità, nemmeno l’ombra della misericordia. Con costoro non dialoga e non li ascolta.

È proprio dal Concilio che questa nouvelle vague si è affermata. È noto che Giovanni XXIII istruì l’allora prefetto del Sant’Uffizio Ottaviani circa le 12 commissioni che avrebbero dovuto costituire l’ossatura dogmatica dell’assemblea conciliare: queste commissioni, inoltrate come da prassi a tutte le diocesi del mondo, furono bocciate all’unanimità, con grandissimo scorno di Ottaviani.

Alcuni affermano che questa fu una delle cause che indussero il papa a ripiegare su un inaudito “Concilio pastorale”. Proprio l’unanimità con la quale furono rigettate le proposte di commissione può far pensare ad un ordine parallelo che abbia persuaso vescovi e cardinali di tutto il mondo a “bocciare” la politica di Ottaviani. Gli aneddoti storici di questo tipo, quasi tutti semisconosciuti, hanno avuto (ed hanno) un peso e delle conseguenze molto gravi.

La conseguenza principale è che il cattolicesimo si è compresso sulla figura del papa con modalità peculiari: ad una società laicizzata ed eterodossa – lasciata a macerare in una crassa ignoranza dai pastori, i quali sembrano convinti che l’uomo pervenga alle verità della fede per istinto naturale ed un papposo “buon cuore” – si chiede il vagulo, blandulo riconoscimento dell’autorità papale. Sai che sforzo: al fedele medio non frega nulla.

Riconoscimento del tutto e solo formale, perché tanto sotto il pontificato di Paolo VI quanto quelli di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sono piovute critiche feroci ed irriguardose nel silenzio, quando non nella collaborazione, dei cattolici. Critiche e atti ben più gravi del disconoscimento di Viganò, il quale peraltro non ha mai fatto “proselitismo”, per citare un concetto urticante per papa Francesco, cioè invitato apertamente i fedeli a disconoscere il papa. Eresie gabellate come libertà di pensiero e ricerca della verità, in realtà dettate da ignoranza, stolido liberalismo (si veda alle voci aborto, divorzio ed eutanasia) e profonda indifferenza, se non odio conclamato, alla fede.

Mi sembra che, ben oltre le vicende personali di Viganò e Lefevre, fra un frizzo e un lazzo sia venuto a mancare – parce sepulto – il principio elementare sul quale si regge qualsiasi fede: quello della trascendenza della verità. Dio non esiste al di fuori della materia e della contingenza storica, né vi è nulla di misterioso in Lui: ogni angolo è illuminato dalla scienza umana.

Egli è un suppellettile dei nostri bisogni, delle cose così come appaiono. Il Dio di Rahner, che avendoci creati peccatori non può addebitarci il peccato, ergo è costretto alla misericordia. È il capolavoro della contro-creazione (vale a dire la distruzione, attività oggi prevalente: nulla è veramente e sempre buono, tutto si può abbattere): l’uomo che si vendica di Dio rovesciandogli addosso le proprie responsabilità.

Non si può pretendere di applicare il diritto, e dunque anche il diritto canonico, in un contesto in cui la radice del diritto – che è sempre trascendente, anche nel caso del diritto positivo – è abolita perché si abolisce il principio che la determina, che è quello di trascendenza. Credo che il vero pericolo esiziale del nostro tempo non sia tanto la rimozione del diritto – di qualunque diritto – fatto ormai conclamato, ma che questa eradicazione serva a rimuovere l’idea della trascendenza. Con le conseguenze, inimmaginabili e terrificanti, che inevitabilmente verranno. L’idea stessa della trascendenza di Dio è il katéchon che mette argine al male. Un dio compagno di sbronze non è Dio.

In un contesto simile, non si possono applicare “toppe vecchie sul vestito nuovo”. Non si può giudicare Viganò con criteri tradizionali – eresia, scisma: non scherziamo – quando si afferma praticamente che quegli stessi criteri trascendenti non possono valere per il papa. Perché se non valgono anche per il papa, allora non sono trascendenti. Il resto sono banfe da azzeccagarbugli.

Spiace dirlo, ma Bergoglio è la figura perfetta per certificare la liquidazione del principio di trascendenza. Se il papa non è nessuno per giudicare un gay che cerca Dio, a maggior ragione non è nessuno per giudicare un monsignore che disconosce il papa, quali che siano gli argomenti. Questo, senza parteggiare per Viganò e senza prenderne le distanze.

Viganò o Vigasì, la rimozione della trascendenza mi sembra l’eredità più perniciosa e infausta di questo pontificato.

 


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