Benedetto XVI
Benedetto XVI

 

 

di dom Giulio Meiattini osb

 

A un anno esatto di distanza dal dies natalis dell’amato Pontefice Benedetto XVI, il mio pensiero torna, soprattutto, al suo Testamento spirituale, col quale egli ci raggiungeva un’ultima volta con l’inconfondibile penetrazione, pertinenza e lucidità della sua parola e della sua scrittura. In quelle righe, degne di essere ancora rilette e meditate, egli invitava in primo luogo la sua patria, la Germania, e poi l’intera Chiesa, a conservare la fede. Scriveva: «Quello che prima ho detto ai miei compatrioti, lo dico ora a tutti quelli che nella Chiesa sono stati affidati al mio servizio: rimanete saldi nella fede!». Con queste parole egli riprendeva alla lettera un’esortazione biblica che si trova più volte e con lievi varianti nel Nuovo Testamento: nelle lettere di S. Paolo («state saldi nella fede»: 1Cor 16,13; Col 2,7), in quelle di S. Pietro («resistegli [al diavolo], saldi nella fede»: 1Pt 5,9), negli Atti degli Apostoli (Paolo e Barnaba «esortavano i discepoli a restare saldi nella fede»: 14,21). La ripresa insistita di questa esortazione nelle pagine testamentarie del papa emerito, si capisce solo sullo sfondo della profonda crisi e perdita della fede che oggi affligge non solo “il mondo”, ma la stessa casa di Dio che è la Chiesa.

Questa raccomandazione solenne, perché contenuta in un testamento, è stata il coronamento di un’intera vita dedicata al servizio della fede in Gesù Cristo. L’enorme compito che Joseph Ratzinger consapevolmente si è assunto, è stato quello di riproporre la ragionevolezza e insieme l’assolutezza e perennità della fede cristiana, in un quadro storico in cui essa viene sempre più assimilata a qualcosa di opzionale, superfluo, puramente privato o semplicemente sorpassato e anacronistico. Oppure, peggio ancora, è presentata, anche da non pochi teologi e pastori “cattolici”, in modo distorto e irriconoscibile. Chi vorrà leggere la monumentale biografia dedicata a Benedetto XVI dallo scrittore e giornalista Peter Seewald, potrà rendersi conto che Ratzinger, proprio a motivo della sua intelligente difesa e rilettura della fede cattolica, è stato ripetutamente bersaglio di attacchi pretestuosi, perfino calunniosi.

Il servizio alla fede Joseph Ratzinger-Benedetto XVI l’ha svolto in molteplici ruoli e forme: come teologo e docente, in primo luogo, come Prefetto della Congregazione della Dottrina della fede, successivamente, e infine come Pontefice e Successore di Pietro. Tuttavia, non va dimentica l’ultima fase della sua esistenza, quella vissuta per quasi dieci anni “nel recinto di S. Pietro”, per usare una sua espressione, dopo la sua rinuncia al ministero petrino. Forse è stato proprio quest’ultimo periodo che ha portato alla luce l’aspetto più profondo su cui ha poggiato sia il suo servizio teologico sia quello pastorale. Con il ritiro a vita monastica nel piccolo monastero vaticano Mater Ecclesiae, che per molti anni aveva ospitato alternativamente diverse comunità claustrali femminili, Ratzinger-Benedetto XVI si è concentrato sulla preghiera. Davanti al mondo egli ha così messo in evidenza l’essenzialità della preghiera, come sorgente a cui la fede si alimenta e insieme la sua espressione e attuazione più originaria. La fede, come risposta al Dio che si rivela e si comunica, è di per sé un atto di preghiera e di culto. E’ la preghiera che fa il credente e senza di essa né la teologia né la pastorale possono raccordarsi in modo fecondo. Il servizio ecclesiale del teologo e quello del pastore (vescovo o sacerdote), trovano nella preghiera la loro radice comune, senza la quale teologia e pastorale non andranno mai d’accordo. La scissione schizofrenica fra dottrina e metodi pastorali, di cui oggi soffriamo, è riconducibile a una loro disconnessione dalla preghiera.

Lo stesso Ratzinger in alcuni suoi scritti teologici aveva ricondotto il nodo centrale della fede – la cristologia – alla preghiera di Gesù. L’invocazione del Padre è il gesto-parola sintetico e massimamente rivelativo dell’identità del Figlio fatto uomo. Il dogma cristologico espresso da Nicea e Calcedonia, come lo stesso Ratzinger ha illustrato più volte, è interpretazione e precisazione in linguaggio metafisico dell’essere preghiera di Gesù. Il Logos divino è intimamente preghiera e ogni comprensione e annunzio del Logos fatto carne, non possono che avvenire attraverso la partecipazione alla sua stessa relazione orante espressa nell’invocazione Abbà. La preghiera ha così una stretta affinità con la ragione umana, che è riflesso del Logos eterno, nella stretta articolazione di ratio-oratio-relatio.

Coerentemente a questa visione, i tre aspetti dominanti della figura di J. Ratzinger – il teologo acuto, l’instancabile custode della fede, il pastore sollecito del bene della Chiesa universale – trovano il loro punto di convergenza e di scaturigine nel suo essere stato un uomo di preghiera, come i suoi ultimi anni stanno a dimostrare. Alla fine della vita, in una cornice monastica, egli ha fatto della preghiera il momento sintetico della sua vita. L’ultima tappa o il coronamento della vita di Joseph Ratzinger non è stato dunque il soglio di Pietro, bensì il monachesimo, come vita incentrata nella preghiera, ovvero nel cuore della cristologia e della fede cristologica. Non a caso, del patriarca della vita monastica in Occidente, S. Benedetto da Norcia, egli aveva assunto il nome. Gli ultimi anni, considerati sotto questa prospettiva, non rappresentano un tempo morto o di semplice attesa della fine, ma sono i più eloquenti e i più profetici.

Così facendo, Ratzinger ha fatto rivivere e ha incrementato un’insigne e feconda tradizione. Nella storia della Chiesa non mancano esempi di santi, in Oriente e in Occidente, che hanno unificato nella loro persona tre caratteristiche molto diverse, ma profondamente amalgamate e sintoniche fra di loro: l’essere teologi (o dottori), pastori e monaci. E’ il caso di S. Basilio Magno, fondatore di comunità monastiche, vescovo di Cesarea di Cappadocia e uno dei teologi più elevati dell’età patristica. Possiamo porgli accanto S. Giovanni Crisostomo, per diversi anni dedito alla vita eremitica, poi vescovo di Costantinopoli e venerato come dottore della Chiesa per i suoi commentari biblici. Lo stesso accadde con S. Agostino, la cui opera ha ispirato profondamente Ratzinger. Dopo la sua conversione e il battesimo l’Ipponate si dedicò per qualche anno alla vita ascetica con un gruppo di amici e discepoli, scrisse una Regola di vita monastica fra le più importanti dell’antichità, ed è stato il più grande genio teologico del primo millennio del cristianesimo, oltre che influentissimo vescovo del suo tempo.

Un altro esempio è quello di S. Anselmo d’Aosta, prima monaco benedettino e abate del monastero di Beck, in Normandia, teologo geniale dell’età medievale, infine eminente e coraggiosa figura di vescovo a Canterbury, in Inghilterra. Tutti questi santi sono stati pastori, teologi e dottori della Chiesa, ma anche e ancor più profondamente sono stati dei monaci. Dalla loro anima monastica si irradiò la loro missione ecclesiale differenziata e unitaria.

Anche Joseph Ratzinger, prolungando questa venerabile tradizione, ha unificato in sé i tre aspetti, anche se in modo un po’ diverso dagli esempi citati. Questi ultimi hanno iniziato come monaci e teologi, per approdare, spesso contro il loro desiderio, all’episcopato. Ratzinger ha incominciato, invece, come teologo, ha proseguito non senza resistenze come vescovo, fino alla Sede Romana, dedicandosi infine a una vita di stile monastico «nel recinto di san Pietro». Il pensiero può andare qui a un altro esempio di prima grandezza, S. Gregorio Magno. Dedicatosi nella sua giovinezza alla via monastica nella sua casa sul Celio, a Roma, poi suo malgrado eletto papa, per tutta la vita è rimasto monaco nel cuore, svolgendo un’opera magistrale di commentatore della Sacra Scrittura, che ha ispirato profondamente la teologia dell’intera epoca medievale.

Il primato della preghiera, una vita di impronta monastica, è stato l’ultimo esempio che Joseph Ratzinger-Benedetto XVI ci ha lasciato, dopo averci consegnato quello della sapienza teologica e quello dell’esigente cura pastorale della Chiesa. Gli ultimi anni di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, dedicati alla preghiera, sono forse stati il suo servizio pastorale più alto e il suo magistero più profondo e insieme la sua teologia più compiuta. Come se nell’ultimo decennio della sua vita fosse venuto allo scoperto ciò che l’aveva sempre animata: la fede che è preghiera, la preghiera che è fede in atto.

Da questo suo lascito bisognerà prima o poi ricominciare, come da un indicatore essenziale, per riparare i danni enormi subiti dalla Chiesa. Ridare alla preghiera e al culto il posto preminente che meritano, significa ristabilire il giusto rapporto fra antropologia e teologia, fra teologia e pastorale, fra amore di Dio e del prossimo, rapporto che vediamo troppo spesso idolatricamente rovesciato per mettere al centro l’uomo, il suo bisogno, perfino il suo capriccio.

               

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