L’antropologia cristiana – una volta implicita nella cultura occidentale – è stata ampiamente rimpiazzata da un’antropologia androgina, cioè una antropologia che vede l’essere umano fondamentalmente asessuato, nè maschio nè femmina, di genere fluido. Questa nuova antropologia è fondamentalmente incompatibile con la visione cristiana della persona umana. L’Instrumentum Laboris del Sinodo dei giovani, facendo sue espressioni di questa antropologia androgina, come ad esempio “giovani LGBT”, anziché contrastarla, sembra, forse involontariamente, farla propria. Speriamo che il documento finale riaffermi la piena verità sull’essere umano alla luce della fede cristiana.

Ecco un interessante articolo di Xavier Rynne II. Eccolo nella mia traduzione.

 

Scala di Bramante - Musei Vaticani (foto di Andrea Iorio)

Scala di Bramante – Musei Vaticani (foto di Andrea Iorio)

 

Il primo intervento dell’Arcivescovo Charles Chaput al Sinodo su “Giovani, fede e discernimento vocazionale” contesta l’uso del termine “LGBT” e “linguaggio simile” nell’Instrumentum Laboris (IL) del Sinodo, perché un tale linguaggio suggerisce che “i nostri appetiti sessuali definiscono chi siamo”. Padre James Martin, S.J., ha respinto questa obiezione su Twitter, dicendo: “Le persone hanno il diritto di nominare se stesse, e questo è il nome che molti scelgono. E c’è una ‘cosa’ come ‘Cattolico LGBTQ’ e  ‘Cattolico transgender’. Loro sono membra del corpo di Cristo“. Padre Martin cita la spiegazione del Prefetto del Dicastero della Comunicazione Paolo Ruffini secondo cui “LGBT” è stato utilizzato nell’Instrumentum Laboris perché “è stato utilizzato esplicitamente in alcuni contributi delle conferenze episcopali e nelle osservazioni della Segreteria del Sinodo“.

Il fatto che i giovani – e alcune guide ecclesiali – abbiano adottato il termine “LGBT” dimostra il punto più ampio dell’Arcivescovo Chaput: “In realtà, i giovani sono troppo spesso il prodotto dell’epoca, plasmati in parte dalle parole, dall’amore, dalla fiducia e dalla testimonianza dei loro genitori e insegnanti, ma più profondamente oggi da una cultura che è allo stesso tempo profondamente attraente ed essenzialmente atea. Avrebbe potuto aggiungere che la cultura di oggi riflette una profonda ostilità nei confronti dell’antropologia cristiana. Quando una cultura nega Dio, ha detto Papa Benedetto XVI nel suo ultimo discorso natalizio alla Curia romana, getta i semi di una “rivoluzione antropologica“, in cuigli uomini contestano l’idea di avere una natura, data dalla loro identità corporea, che serve come elemento caratterizzante dell’essere umano…. L’uomo e la donna come realtà create, come la natura dell’essere umano, non esistono più” (21 dicembre 2012).

Questa è la realtà che la maggior parte dei giovani si trova a fronteggiare, soprattutto nel mondo digitale. L’antropologia cristiana – una volta implicita nella cultura occidentale – è stata ampiamente rimpiazzata da un’antropologia androgina fondamentalmente incompatibile con la visione cristiana della persona umana. Come scrive il teologo David Crawford, questa antropologia androgina afferma che:

….l’identità della persona non è più fondata né sulla mascolinità né sulla femminilità, come naturalmente e personalmente ordinata l’una all’altra e come espressa dal corpo. Lo spostamento quindi diminuisce efficacemente il significato della differenza sessuale – la corrispondenza del corpo maschile e femminile in quanto tale – ad un significato sub-personale e puramente materiale (“biologico”). Il corpo nella sua ordinazione sessuale…..non è quindi più decisivo per la persona….Questa antropologia è emersa ancora più chiaramente nel recente dibattito sui diritti “transgender”, dove i suoi sostenitori descrivono sempre più spesso il genere come uno spettro o continuum che non è governato dall’ordine dato dal corpo, ma piuttosto da un atto interiore di autoidentificazione secondo il quale il corpo può essere riconfigurato.

Sebbene l’Instrumentum Laboris del Sinodo-2018 offra qualche cenno esplicito all’antropologia cristiana, il documento nel complesso (anche se forse in modo inconsapevole) indulge all’antropologia androgina sopra descritta.

Così l’Instrumentum Laboris non riconosce che l’antropologia androgina ha rimpiazzato l’antropologia cristiana come base del diritto e della cultura nella stragrande maggioranza dei paesi occidentali e nelle strutture di governo globale, e si sta facendo strada nelle culture più tradizionali. Né riconosce l’impatto di questa antropologia androgina, in particolare nel plasmare le identità e i presupposti dei giovani cattolici uomini e donne.

Il fatto che i giovani cattolici non siano in grado di identificare la natura stessa di questa crisi antropologica non è sorprendente. La maggior parte di loro è diventata maggiorenne all’interno del nuovo paradigma e accetta acriticamente le sue premesse. I genitori o i leader giovanili probabilmente non sono riusciti a riconoscere il mutamento sismico antropologico che guida il cambiamento culturale. Ma i padri sinodali non possono commettere lo stesso errore. Se non daranno un nome a questa falsa antropologia, aggraveranno la confusione che essa crea. Ancora più importante, i padri sinodali devono affermare – come proposta che è alle fondamenta, non come una questione secondaria – che i giovani non sono “giovani” androgini in cerca di un’identità, ma che sono giovani uomini e giovani donne la cui identità sessuale (maschile o femminile) è un dato di fatto e la cui vocazione è profondamente legata alla loro identità di figli o figlie di Dio.

È sorprendente che un documento dedicato alla fede e al discernimento vocazionale tratti generalmente i giovani uomini e donne in maniera fungibile o generica come “persone giovani” o “giovani”. Ciò tradisce una scarsa consapevolezza delle specifiche sfide culturali che i giovani uomini affrontano e una limitata consapevolezza delle specifiche sfide che le giovani donne affrontano. (L’Instrumentum Laboris fa riferimento ai problemi della “discriminazione” contro le donne e dello stupro nei conflitti armati e chiede di rafforzare il ruolo delle donne nella Chiesa e nella società).  

Il cattolicesimo insegna che Dio crea ogni persona maschio o femmina – la nostra sessualità è “data”. Al contrario, l’Instrumentum Laboris fa riferimento alla “scoperta della nostra sessualità” come “momento cruciale” nello sviluppo dell’identità giovanile. La discussione dell’Instrumentum Laboris sul discernimento vocazionale dei giovani evita in larga misura il linguaggio dell’identità sessuale (maschile o femminile), a parte i riferimenti a “uomini e donne” nelle comunità religiose. Una sola frase fa riferimento alla “differenza sessuale” come “elemento chiave nei viaggi educativi e di fede” e alle “dinamiche vocazionali….proprie di maschi e femmine”. Di conseguenza, l’Instrumentum Laboris non riesce ad orientare i giovani uomini verso la paternità (spirituale o fisica) e le giovani donne verso la maternità (spirituale o fisica). Gli insegnamenti della Chiesa su questi temi sono profondi. Data la prevalente antropologia dell’androginia, la grave confusione culturale sull’identità sessuale (paternità e maternità derivano dall’identità sessuale), e la svalutazione della maternità e della paternità, la negligenza dell’Instrumentum Laboris su questi temi è un’omissione evidente.

Decenni fa, il “genere” era un simbolo linguistico per indicare “maschile” o “femminile”. Il suo legame con la realtà corporea del sesso biologico era indiscusso. Oggi è vero il contrario: Il “Genere” rappresenta l’identità di sé, scollegata dal proprio sesso corporeo, attraverso uno spettro infinito di possibilità, tra cui “non-binario”, “transgender” e “gender-queer”. Nel nuovo paradigma, il “sesso” è “assegnato alla nascita” sulla base dell’ispezione genitale, mentre la “identità di genere” di una persona è scoperta, realizzata o scelta e non ha alcuna relazione intrinseca con l’anatomia corporea. Sebbene i documenti della Chiesa del passato abbiano usato il termine “genere” per indicare uomini o donne, questa pratica deve cambiare. “Il “genere” è inteso, soprattutto dai giovani, come l’identità affermata di una persona, indipendentemente dal sesso biologico. Poiché la teoria del genere rifiuta i principi fondamentali della teologia cristiana – che Dio ci crea maschio o femmina, un’unità di corpo e anima – il linguaggio del genere dovrebbe essere eliminato dai documenti della Chiesa.

L’Instrumentum Laboris, tuttavia, incorpora il linguaggio del genere e i presupposti dell’antropologia androgina in numerosi punti. Si riferisce alla discriminazione subita dai giovani a causa del “genere” e dell'”orientamento sessuale“. Osserva che i giovani vogliono che “i responsabili della Chiesa “parlino in termini pratici di argomenti controversi come l’omosessualità e le questioni di genere, di cui i giovani stanno già discutendo liberamente e senza tabù“. L’Instrumentum Laboris convalida i falsi presupposti (e il linguaggio) di un’antropologia androgina facendo riferimento ai “giovani LGBT“. Invece di rafforzare l’identità primaria di ogni persona come figlio o figlia di Dio, l’etichetta LGBT rafforza come primaria l’attrazione sessuale di una persona o “identità di genere”. Il paragrafo 53 incorpora anche la logica dell’antropologia androgina (e suggerisce una posizione di neutralità morale), osservando che le conferenze episcopali si chiedono “cosa suggerire ‘ai giovani che decidono di creare coppie omosessuali invece che eterosessuali’…””. Il “caratterizzare sia le relazioni omosessuali che il rapporto uomo-donna come semplici ‘orientamenti alternativi’”, osserva David Crawford, “estrapola l’essenza della sessualità dalla corrispondenza naturale dell’uomo e della donna“. Curiosamente, quando l’Instrumentum Laboris parla di “matrimonio“, per esempio, non fa riferimento a uomini e donne (presumibilmente intende questo significato), ma altrove definisce gli insegnamenti della Chiesa sul matrimonio come “controversi”.

L’Instrumentum Laboris esprime chiaramente il desiderio dei giovani cattolici uomini e donne di capire chi sono. È una vergogna terribile che le risposte offerte manchino della pienezza della verità. Queste risposte dovrebbero essere fornite nella relazione finale del Sinodo.

 

Fonte: First Thing

 

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