di Massimo Scapin

 

Duecento anni fa, il 6 aprile 1824, fu eseguita per la prima volta a San Pietroburgo la Messa solenne in re maggiore per soli, coro misto e orchestra, op. 123 di Ludwig van Beethoven (†1827), «uno dei massimi esempi di volontà di potenza raggiunti dall’arte» (P. Isotta).

Beethoven aveva un allievo di pianoforte e composizione che divenne il suo insigne mecenate: l’arciduca Rodolfo d’Asburgo (†1831), ultimogenito di Leopoldo II (fratello dell’imperatore Francesco I). Il compositore gli dedicò quindici opere, tra cui questa Missa solemnis. Iniziata nel 1819 per la consacrazione episcopale dell’arciduca (il 20 marzo 1820), già cardinale e nominato arcivescovo di Olmütz, in Moravia, fu tuttavia completata molto più tardi. Beethoven, che non riuscì mai a sentirla eseguita interamente, ci lavorò in momenti diversi per quattro anni, studiando la musica sacra di Palestrina (†1594), di Händel (†1759), di Bach (†1750) e di Carl Philip Emanuel Bach (†1788), come denotano molti procedimenti musicali della partitura, e augurandosi che «dal cuore possa di nuovo giungere al cuore», come si legge nella dedica.

In occasione del cinquantesimo anniversario di sacerdozio di Paolo VI — ordinato il 29 maggio 1920 nella cattedrale di Brescia dal vescovo Giacinto Gaggia — e del secondo centenario della nascita di Beethoven, la RAI Radiotelevisione Italiana promosse l’esecuzione della Missa solemnis nella basilica di San Pietro alla presenza del Papa nel pomeriggio del 23 maggio 1970. Fu un «incantevole momento», come disse il festeggiato prima di prendere «commiato, commossi e pensosi, dagli Artisti e dagli Uditori».

Disse inoltre il Papa al termine del concerto: «Noi abbiamo così goduto, sotto questa cupola, di un incontro di giganti del genio umano, Michelangelo e Beethoven, entrambi esaltati dall’opera loro in un medesimo slancio di incomparabile offerta del loro talento all’umanità aperta agli sconfinati orizzonti del mondo religioso. A chiusura di questa sacra ed artistica manifestazione sia la parola allo stesso Ludwig van Beethoven: “Il mio principale scopo, lavorando alla Messa, era quello di far nascere il sentimento religioso tanto nei cantori, quanto negli ascoltatori, e di rendere duraturo tale sentimento”. E ancora: questa opera, “uscita dal cuore possa arrivare al cuore”» (Paolo VI, Discorso nella «Missa solemnis» di Beethoven, 23 maggio 1970).

Per almeno due ragioni quell’incantevole momento del 1970 rimane un avvenimento di grande portata: per la prima volta la Basilica Vaticana ospita musica concertistica, affrontando tutti i fatali difetti acustici del vasto ambiente; la serata è trasmessa a più di 300 milioni di persone attraverso le 144 emittenti televisive collegate con la RAI Radiotelevisione Italiana e le sue otto telecamere, regolate da Franco Zeffirelli (†2019).

Mai il povero Beethoven avrebbe potuto immaginare un tale sfarzo per l’esecuzione della sua Messa, per la pubblicazione della quale richiese, con scarso successo, aiuti in denaro alle varie corti europee. Eppure, dalle lettere indirizzate dal compositore emerge un Beethoven tutt’altro che scontroso, ruvido e sprezzante verso le convenzioni della vita di società. Per esempio, il 5 febbraio 1823 scrive a Luigi I granduca d’Assia (†1830): «Altezza Reale! Il sottoscritto ha compiuto proprio ora un’opera che considera come la più riuscita tra tutte le sue produzioni. Si tratta di una “messa solenne” per quattro cantanti solisti, cori e grande orchestra completa, che può essere anche eseguita come oratorio. Il sottoscritto esprime quindi il desiderio di mandare una copia a Vostra Altezza Reale e prega rispettosamente Vostra Altezza Reale che si degni di concederne il permesso» (in A Casella, Beethoven intimo, Firenze 1981, p. 151). Interessante è pure il biglietto scritto il 10 febbraio 1820 all’editore Peter Joseph Simrock (†1868) a Bonn: «Quanto alla Messa, che verrà presto eseguita, l’onorario è di 125 luigi d’oro. È un’opera piuttosto grande. Ma devo pregarLa di farmi avere una risposta in proposito nel giro di non più di qualche settimana, altrimenti ci perderò, dal momento che per tutto quel tempo non potrò offrirla ad altri editori» (Epistolario, Milano 1999, vol. 2, p. 422).

Questa partitura è divenuta un segno di contraddizione. Da una parte c’è chi, come il compositore francese Vincent d’Indy (†1931), la considera una somma espressione della fede cattolica in cui il musicista di Bonn manifesta la sua devozione verso la Chiesa. Dall’altra, chi la ritiene opera di un cattolico originale, che, sulla scia del deismo illuministico del XVII e soprattutto del XVIII secolo, propende al panteismo. Forse il giudizio più condivisibile resta quello del politico francese Eduard Herriot (†1957), secondo cui nella Missa solemnis troviamo un accento religioso, qualunque ne sia la religione (Cfr E. Herriot, Beethoven. La sua vita e il suo tempo, Milano 1947, p. 253 s.).

Le parole di Benedetto XVI, pronunciate in un video messaggio in tedesco riguardo a questa opera gigantesca, eseguita il 29 luglio 2005 nel Duomo di Colonia, in vista della Giornata Mondiale della Gioventù di quell’anno, ci servono per concludere il nostro breve ricordo: «Anche per Beethoven, uomo che lotta e soffre in un tempo di cambiamento, era evidentemente una necessità interiore […] creare una grande Messa […]. La Missa solemnis non è più musica liturgica in senso proprio. […] Anche la fede della Chiesa ora non è più presente come fatto ovvio. Le parole della preghiera dell’uomo diventano ora vie della lotta per Dio, della passione per Dio e per sé stessi […]. In questo senso la Missa solemnis è una toccante testimonianza sempre nuova di una fede che cerca, che non si lascia sfuggire Dio, e che attraverso la preghiera dei secoli lo raggiunge nuovamente».

 


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