Rilancio un articolo di Edward Feser pubblicato sul suo blog sulle critiche fatte da Benedetto XVI e dal Card. Pella a Papa Francesco. Edward Feser, noto su questo blog, è uno scrittore e filosofo che insegna filosofia al Pasadena City College. Ecco l’articolo nella mia traduzione. 

 

Papa Benedetto XVI - Papa Francesco  - Cardinal Pell
Papa Benedetto XVI – Papa Francesco – Cardinal Pell

 

Dopo la morte del Papa emerito Benedetto XVI e del cardinale George Pell, è emerso che ognuno di loro ha sollevato serie critiche su alcuni aspetti dell’insegnamento e del governo della Chiesa di Papa Francesco. Come potrebbe il Papa rispondere a queste critiche? Come ho spiegato altrove, la Chiesa insegna esplicitamente che anche i papi, in determinate circostanze, possono essere rispettosamente criticati dai fedeli. Inoltre, lo stesso Papa Francesco ha detto esplicitamente in diverse occasioni di accogliere le critiche. Sembra chiaro che le critiche sollevate da Benedetto e Pell sono proprio quelle che il Papa dovrebbe prendere più seriamente, dato l’insegnamento della Chiesa e le sue stesse opinioni sul valore della critica.
Innanzitutto, quali sono le critiche? Nel caso di Benedetto, le conosciamo grazie al nuovo libro scritto dall’arcivescovo Georg Gänswein, che è stato a lungo assistente del defunto papa. Ad esempio, Benedetto aveva delle riserve sulla controversa esortazione di Papa Francesco Amoris Laetitia, e in particolare era preoccupato che “una certa ambiguità fosse stata lasciata aleggiare in quel documento”. Ed è rimasto sorpreso dal fatto che Papa Francesco non abbia mai risposto ai dubia emessi da quattro cardinali che cercavano di risolvere queste ambiguità. Inoltre, Benedetto pensava che le restrizioni imposte alla celebrazione della Messa in latino dalla Traditionis Custodes di Papa Francesco fossero “un errore” che “metteva a rischio il tentativo di pacificazione” dei tradizionalisti all’interno della Chiesa. Riteneva inoltre che Francesco avesse travisato le intenzioni dello stesso Benedetto nel dare un permesso più ampio per la Messa in latino nella Summorum Pontificum. Gänswein ha detto che la Traditionis Custodes ha fatto soffrire Benedetto.

Il cardinale Pell è stato molto più schietto. Nell’ultimo articolo scritto prima di morire, ha criticato il documento di lavoro dell’attuale Sinodo sulla sinodalità come “uno dei documenti più incoerenti mai inviati da Roma”, un “incubo tossico” pieno di “gergo neo-marxista” e “ostile in modi significativi alla tradizione apostolica”. Ma è stato anche rivelato che Pell è stato l’autore di un promemoria anonimo che è circolato tra i cardinali durante la Quaresima dello scorso anno, critico nei confronti dell’attuale stato della Chiesa. Riassumendo l’insegnamento e il governo sotto Papa Francesco, la nota afferma che “i commentatori di ogni scuola, anche se per ragioni diverse… concordano sul fatto che questo pontificato è un disastro sotto vari aspetti o la maggior parte di essi; una catastrofe”. Il documento prosegue poi affrontando nel dettaglio varie controversie dottrinali, scandali finanziari, fallimenti nel sostenere i cattolici fedeli e i diritti umani in Cina e altrove, e l’inutile alienazione dei tradizionalisti e di altri all’interno della Chiesa.

Come ho documentato nell’articolo a cui ho fatto riferimento sopra, sia la tradizione della Chiesa che il recente insegnamento del magistero dimostrano che il caso più chiaro in cui un cattolico può rispettosamente sollevare critiche nei confronti di una dichiarazione o di un’azione papale è quando questa appare in conflitto con un insegnamento vincolante del passato. Papa Francesco non può certo essere in disaccordo con questo, poiché ha espresso la volontà di ascoltare le sfide anche allo stesso insegnamento della Chiesa. In particolare, nell’esortazione Gaudete et Exsultate, afferma che “la dottrina, o meglio la nostra comprensione ed espressione di essa, non è un sistema chiuso, privo della capacità dinamica di porre domande, dubbi, indagini”.

Ora, se i fedeli possono sollevare domande, dubbi e indagini anche quando si tratta di espressioni della dottrina cattolica, allora a maggior ragione possono sollevare domande, dubbi e indagini quando si tratta di apparenti conflitti con la dottrina cattolica. Ad esempio, possono farlo in merito alla problematica “ambiguità” di Amoris Laetitia a cui fa riferimento Benedetto XVI. Come potrebbe non essere lecito, secondo le stesse indicazioni di Papa Francesco? Cioè, come potrebbe essere lecito “porre domande, dubbi, indagini” sul perenne insegnamento cattolico sul matrimonio e sull’Eucaristia, ma non essere lecito porle su un passaggio di una recente esortazione che non riesce a riaffermare chiaramente quell’insegnamento tradizionale?

Papa Francesco ha anche detto più di una volta esplicitamente che lui personalmente può essere legittimamente criticato. Nel 2015, in risposta alle critiche sollevate contro alcune sue osservazioni su questioni economiche, il Papa ha detto:

Ho sentito che ci sono state delle critiche dagli Stati Uniti. Ne ho sentito parlare, ma non le ho lette, non ho avuto il tempo di studiarle bene, perché ogni critica deve essere accolta, studiata, e poi deve nascere il dialogo. Lei mi chiede cosa penso. Se non ho avuto un dialogo con coloro che criticano, non ho il diritto di esprimere un’opinione, isolata dal dialogo, no?

Sì, devo iniziare a studiare queste critiche, no? E poi dialogare un po’ con questo”.

Allo stesso modo, nel 2019, quando è stato interrogato sulle critiche sollevate contro di lui da laici cattolici americani, uomini di Chiesa e media, Papa Francesco ha detto:

Prima di tutto, le critiche aiutano sempre, sempre, quando uno riceve una critica, subito dovrebbe fare un’autocritica e dire questo: per me, è vero o non è vero, fino a che punto? Delle critiche vedo sempre i vantaggi. A volte ci si arrabbia, ma i vantaggi ci sono…

La critica è un elemento di costruzione e se il tuo critico non ha ragione, devi essere pronto a ricevere la risposta e a dialogare, a discutere e ad arrivare a un punto giusto…

Una critica giusta è sempre ben accolta, almeno da me”.

E attraverso il portavoce vaticano Matteo Bruni, il Papa ha chiarito che “considera sempre le critiche un onore, soprattutto quando provengono da pensatori autorevoli”.

Il riferimento a “pensatori autorevoli” richiama il canone 212 del Codice di diritto canonico della Chiesa, che afferma il diritto dei cattolici di esprimere pubblicamente le loro opinioni su questioni che riguardano la Chiesa, specialmente quando hanno una competenza rilevante. Il canone afferma che:

I fedeli cristiani sono liberi di far conoscere ai pastori della Chiesa le loro necessità, soprattutto spirituali, e i loro desideri.

In base alla conoscenza, alla competenza e al prestigio che possiedono, hanno il diritto e talvolta anche il dovere di manifestare ai sacri pastori la loro opinione su questioni che riguardano il bene della Chiesa e di far conoscere la loro opinione al resto dei fedeli cristiani, senza pregiudicare l’integrità della fede e dei costumi, con riverenza verso i loro pastori e attenti al vantaggio comune e alla dignità delle persone.

Ora, a parte il Papa stesso, il Papa Emerito Benedetto XVI e il Cardinale Pell avevano una “conoscenza, competenza e prestigio” nei confronti delle questioni ecclesiastiche pari a quella che è possibile avere per chiunque nella Chiesa. Inoltre, avevano una competenza speciale rispetto alle questioni specifiche che commentavano. Benedetto era uno dei più eminenti teologi cattolici dell’epoca, era stato a lungo prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e, naturalmente, era stato lui stesso Papa. In gioventù aveva anche flirtato con la posizione più liberale sulla Santa Comunione per i divorziati e i risposati, che secondo alcuni si riflette in Amoris, per poi cambiare idea. La sua opinione su questa particolare questione teologica ha quindi un peso enorme. Così come la sua opinione sulle questioni liturgiche e sulle relazioni del Vaticano con i gruppi tradizionalisti della Chiesa, per le quali aveva un interesse di lunga data e una competenza speciale, e di cui si è occupato ampiamente come capo della CDF e come Papa.

Il cardinale Pell, invece, aveva un dottorato in storia della Chiesa, anni di esperienza come arcivescovo ed era membro del Consiglio dei cardinali consiglieri di Papa Francesco. Ci si aspettava che conoscesse bene lo stato attuale della Chiesa e il suo confronto con le epoche precedenti della storia della Chiesa. È stato anche per anni il prefetto di Francesco per la Segreteria per l’Economia. Quindi, nessuno poteva parlare con maggiore autorità delle questioni finanziarie affrontate a lungo nel promemoria segreto di cui è stato rivelato essere l’autore.

In breve, se mai ci fossero critiche che Papa Francesco e i suoi difensori dovrebbero prendere sul serio e considerare in preghiera, sarebbero quelle mosse da Benedetto e Pell. Preghiamo che il Santo Padre lo faccia.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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