Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI

 

 

di John Grondelski

 

Papa Benedetto XVI era un “caso a sé stante”?

Questa è l’opinione di Mike Lewis riguardo alle posizioni liturgiche di Papa Benedetto XVI. In un articolo pubblicato su “Where Peter Is”, Lewis descrive Ratzinger – prima, durante e dopo il suo pontificato – come un “caso a sé stante” nel progetto liturgico post-Vaticano II. Secondo Lewis, Montini ha attuato fedelmente la visione di riforma liturgica del Concilio Vaticano II, Luciani l’ha accolta con favore, Wojtyła l’ha portata avanti, mentre Bergoglio e Prevost la difendono.

Ratzinger sarebbe l’unico, a quanto pare, fuori sincrono nella danza liturgica. Non condivido questa interpretazione.

Innanzitutto, ritengo che qui si intreccino diversi filoni. Senza attribuire alcun motivo a Lewis, penso che dietro questo dibattito si nasconda una più ampia tendenza al revisionismo storico. Vari ambienti vogliono far credere che il Concilio Vaticano II abbia avviato delle riforme (non solo liturgiche) che Paolo VI – seppur talvolta con qualche dubbio – abbia attuato, ma che lo spirito riformatore del Concilio sia stato messo da parte per circa tre decenni mentre la Chiesa vagava nel deserto durante l’era di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, per poi vedere il «vero» spirito della riforma conciliare recuperato sotto la guida di Papa Francesco.

I sostenitori dello status quo liturgico costituiscono un sottoinsieme di quella più ampia schiera “riformista”, spesso con un proprio programma. Gran parte di essi sembra vedere lo spauracchio del “sspxismo” in qualsiasi messa in discussione di quella che viene definita “riforma liturgica del Concilio Vaticano II” a 60 anni di distanza.

Per quanto riguarda il sottoinsieme della riforma liturgica, vorrei mettere in evidenza diversi temi distinti.

In primo luogo, non tutto ciò che viene fatto in nome del Concilio ipso facto significa che tali azioni riflettano la volontà del Concilio. Molto è stato fatto in nome del Concilio e, spesso, in modo ancora più labile, in nome dello «spirito del Vaticano II», il cui legame con il Concilio richiede di sospendere l’incredulità.

Prendiamo alcune questioni che sono diventate oggetto di accese polemiche, come le balaustre dell’altare. Siamo onesti. Non c’è nulla nella Sacrosanctum Concilium che prescriva la rimozione delle balaustre d’altare. Non riesco a immaginare che un vescovo medio che abbia votato a favore della Costituzione sulla Sacra Liturgia (come il mio allora vescovo di Trenton, il relativamente tradizionalista George W. Ahr) potesse comprendere che il suo «placet» significasse che le chiese di tutto il mondo dovessero procedere a una “ristrutturazione distruttiva” dei propri santuari, con il risultato che il santuario si fondesse con il resto della chiesa. È forse per questo che i santuari delle cattedrali tedesche vengono messi a disposizione di giocolieri di polli mentre i parcheggi di Home Depot diventano “santuari” inviolabili per gli immigrati clandestini.

So che ci sono liturgisti che lo hanno sostenuto in nome della «piena e consapevole partecipazione dei fedeli» alla «celebrazione» dell’Eucaristia. E so che sono stati in grado di redigere i documenti attuativi che, in molti casi, non prescrivevano ma suggerivano quel possibile esito. Ciononostante, i vandali liturgici si sono rapidamente abbattuti sulle chiese, «rinnovandole» in nome di un’interpretazione di ciò che il Concilio richiedeva.

Sì, si tratta senza dubbio di un’interpretazione. E, a sei decenni dal Concilio, chiedersi se le interpretazioni del Concilio abbiano superato la prova del tempo non è un tradimento del Concilio, tanto meno un atto scismatico che minaccia l’«unità» ecclesiastica.

Lo stesso si può dire, mutatis mutandis, riguardo al continua tira e molla sulla collocazione del tabernacolo. Dietro a tale questione si cela un altro interrogativo che, probabilmente, nessuno dei Padri conciliari pensava di ratificare: che l’enfasi sull’Eucaristia come «fonte e culmine» della vita cristiana sarebbe stata interpretata nel senso che il sacramento conservato, il tabernacolo e l’adorazione eucaristica al di fuori della Messa avrebbero acquisito, almeno de facto, un ruolo subordinato nel tipico cattolicesimo postconciliare, apparentemente come qualcosa che le loro decisioni imponevano.

Aggiungete a ciò i sospetti sulle possibili intenzioni delle persone, e si giunge a una sorta di «unità» liturgica tossica. Si consideri, ad esempio, il vescovo di Charlotte che nel 2025 ha detto ai sacerdoti di non usare preghiere anteriori al 1969 quando indossano i paramenti (l’attuale Messale non prevede preghiere per la vestizione), perché ciò potrebbe essere interpretato come un ritorno a forme liturgiche del passato. È forse meglio che i sacerdoti non preghino mentre si preparano a celebrare la Messa e considerino la vestizione come una funzione puramente utilitaristica per indossare abiti anacronistici, una sorta di «cosplay» ecclesiastico? Le battute che oggi caratterizzano molte sacrestie costituiscono forse un’atmosfera più appropriata prima della Messa?

Tutto ciò ci riporta alla questione dell’interpretazione. Sessant’anni – tre generazioni dopo il Concilio Vaticano II – rappresentano un intervallo adeguato per effettuare una valutazione onesta e non polemica dei successi e dei fallimenti dell’attuazione postconciliare. Tale discussione sembra essere il tipo di dialogo che i fedeli cattolici – sia coloro che sostengono i modelli attuali sia coloro che li mettono in discussione – dovrebbero poter avere in sede sinodale e in altri contesti.

È forse proprio sulla questione dell’interpretazione che Benedetto XVI è stato davvero il «caso a sé stante».

Papa Paolo VI ha attuato il Concilio. Lewis liquida con disprezzo la questione se Montini avesse davvero compreso tutto ciò che stava «riformando» e se Annibale Bugnini non stesse necessariamente giocando su due fronti per ottenere i risultati da lui preferiti. Lewis invoca i fenomeni di primo piano («maggiore spazio alla Scrittura, uso della lingua volgare… e partecipazione attiva dei fedeli») per sostenere che Giovanni Paolo I fosse pienamente in linea con le traiettorie attuali, quando la verità è che non sappiamo quasi nulla di dove Luciani avrebbe condotto la Chiesa. Lewis insiste inoltre sul fatto che Giovanni Paolo II fosse «inequivocabile» nel suo sostegno alle nuove tendenze liturgiche. E dipinge Francesco come colui che ha salvato la Chiesa dalla regressione liturgica, un percorso che, secondo lui, Leone sta proseguendo senza tener conto «delle opinioni di coloro che rifiutano la riforma».

Ma Benedetto, sostiene, è fuori dal coro.

Propongo una lettura diversa della storia. Paolo VI era troppo vicino agli eventi per vedere il pieno impatto di ciò che approvava. Dove sarebbe andato Giovanni Paolo I è una congettura, non storia.

Anche Giovanni Paolo II, autore di un libro (Fonti di rinnovamento) e che teneva incontri regolari nell’Arcidiocesi di Cracovia sull’attuazione conciliare, proveniva da un paese in cui molti degli abusi liturgici già comuni in Occidente erano sconosciuti. Sospetto che possa aver sottovalutato alcune di quelle segnalazioni; posso dire per esperienza personale che, quando raccontavo ai colleghi dell’Università Cattolica di Lublino ciò che stava accadendo dal punto di vista liturgico in alcune zone degli Stati Uniti, pensavano che stessi esagerando. Non c’è dubbio, tuttavia, che abbia cercato di porre fine a ciò che considerava abusi, compreso l’uso indiscriminato di ministri straordinari dell’Eucaristia, cosa che la maggior parte dei vescovi non ha sostenuto.

Francesco, d’altra parte, era probabilmente abituato a una liturgia più libera nella Compagnia di Gesù e in America Latina, che era in piena fase di teologia della liberazione. Quindi Francesco era, credo, in generale più indulgente nei confronti di ciò che era libero rispetto ai modelli «rigidi» che disapprovava così tanto. Non posso prevedere a questo punto quale direzione prenderà Papa Leone in materia di liturgia.

In quel gruppo spicca Ratzinger. Tornò dal Concilio per vedere come si concretizzasse la sua attuazione improvvisata in Germania, specialmente nell’ambiente accademico in cui viveva. La Chiesa di Wojtyła in Polonia avrà anche tenuto a freno la liturgia sperimentale, ma quella di Ratzinger in Germania certamente non lo fece – e non lo ha fatto. La Chiesa sinodale tedesca ne è solo la logica conseguenza.

Per questo motivo, e in quanto teologo impegnato nella Chiesa, Ratzinger non si è sentito obbligato ad allinearsi alla «linea ufficiale» secondo cui tutto era rose e fiori. Ha saputo distinguere il grano dalla zizzania.

Ha giustamente sollevato la questione, ad esempio, delle traduzioni liturgiche che ignoravano le edizioni tipiche a favore delle preferenze dei traduttori (e, talvolta, della loro assoluta creatività). Non ha esitato a invocare l’«esperienza» – oggi così in voga – per suggerire che fosse necessaria una sorta di «riforma della riforma». Essendo ben versato nel pensiero del grande teologo liturgico Romano Guardini – una delle figure di riferimento della riforma liturgica – Ratzinger non ha fatto finta di non vedere che la prospettiva del tempo sollevasse interrogativi su particolari aspetti o sulle loro conseguenze, attuati apparentemente in nome del Concilio.

Se questo lo rendeva un «caso a sé stante», allora ciò che Lewis vuole è un pubblicista, non un pensatore teologico.

Dico queste cose in parte perché provo una certa affinità con Ratzinger. Non mi metterei certo alla sua altezza, ma condivido la sua prospettiva – talvolta scomoda per entrambi gli estremi – secondo cui il Novus Ordo è stata una riforma valida che, tutto sommato, è stata benefica per la Chiesa, ma che, allo stesso tempo, è imperfetta e, dopo sessant’anni, può essere valutata onestamente sia per le sue carenze che per i suoi punti di forza.

Questa non è una posizione comoda per alcuni, perché rifiuta in modo inequivocabile di schierarsi polemicamente (cosa che non dovrebbe essere un atteggiamento da tenere nella Chiesa). Riconosco che questa discussione sia appesantita dal rifiuto lefebvriano delle riforme postconciliari. Ma, ovviamente, non tutti coloro che criticano quelle riforme o i loro dettagli sono lefebvriani. Né l’attaccamento alla Forma Straordinaria (di cui non faccio parte) è un sotterfugio nascosto per Écône e la Fraternità San Pio X.

Ratzinger lo riconosceva ed era disposto a parlarne. Se questo lo rende in qualche modo un «caso a sé», mi sembra comunque un approccio più inclusivo rispetto alla nuova «inclusività».

Infine, non è interessante che, in mezzo a tutto il dibattito sinodale dell’ultimo anno – compreso quello che ha apertamente messo in discussione la dottrina tramandata e consolidata – le questioni liturgiche siano state curiosamente messe tra parentesi?

 

(L’articolo che il prof. John M. Grondelski ha inviato dagli Stati Uniti al blog è apparso in precedenza su Catholic World Report. La traduzione è a cura di Sabino Paciolla)


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