Benedetto XVI col suo intervento non ha parlato solo ai giornalisti ma a tutti noi.

Benedetto XVI con Osservatore Romano ( Photo: GETTY IMAGES from internet)

Papa Benedetto XVI

 

di Giorgio Canu

 

Ho appreso da questo blog che Benedetto XVI ha coadiuvato e sostenuto la nascita della “Fondazione Die Tagespost per il giornalismo cattolico”, una iniziativa che intende tutelare quel giornalismo in grado di difendere i cosiddetti “valori non negoziabili” e stimolare in tale ottica la formazione di giovani giornalisti cattolici e gli studi sulla Bioetica.

Già c’è chi discute sulla opportunità o meno di questa “incursione” del papa emerito in questo campo, leggendo tale iniziativa secondo gli schemi  conservatori/progressisti, pro_Francesco/contro_Francesco. Niente di tutto ciò mi interessa e lascio tali argomenti ad altri.

Tenterò un’altra lettura, quella di un laico credente, qual sono, che si chiede se nell’intervento di Benedetto XVI ci sia una indicazione per la vita di fede mia e del popolo cristiano.

Che cosa Benedetto XVI dice a me, con il suo sostegno a questa libera fondazione, libera anche dalla soggezione alla gerarchia ecclesiastica?

Dice innanzitutto del valore del laicato cattolico: dice che la fede non è irrilevante nel suo rapportarsi al contesto sociale e nel suo contribuire alla formazione della polis e della giustizia sociale, e dice che il laico cristiano non può essere indifferente di fronte a questa urgenza.

Dice inoltre che, in questa epoca di cambiamenti e di confusione il popolo va sostenuto nel giudizio, e il giornalismo cattolico può e deve esserne valido  supporto.

Intervenendo ad un convegno della stampa cattolica, svoltosi a Roma il 7 ottobre 2010, Benedetto XVI aveva già dato indicazione di quale debba essere il compito del giornalista cattolico, nella società della globalizzazione.

In questo contesto, in cui il moltiplicarsi di antenne, parabole e satelliti, sono divenuti quasi gli emblemi di un nuovo modo di comunicare, spiegava come dalla  connotazione della stampa come “cattolica” derivi “la responsabilità per i giornalisti di esservi fedeli in modo esplicito e sostanziale, attraverso il quotidiano impegno di percorrere la strada maestra della verità”.

“Appare evidente che oggi nella comunicazione ha un peso sempre maggiore il mondo dell’immagine con lo sviluppo di sempre nuove tecnologie; ma se da una parte tutto ciò comporta indubbi aspetti positivi, dall’altra l’immagine può anche diventare indipendente dal reale, può dare vita ad un mondo virtuale, con varie conseguenze, la prima delle quali è il rischio dell’indifferenza nei confronti del vero”.

“Le nuove tecnologie, assieme ai progressi che portano, possono rendere interscambiabili il vero e il falso, possono indurre a confondere il reale con il virtuale”; inoltre, “la ripresa di un evento, lieto o triste, può essere consumata come spettacolo e non come occasione di riflessione”.

Di fronte a questo scenario, “la ricerca delle vie per un’autentica promozione dell’uomo passa allora in secondo piano, perché l’evento viene presentato principalmente per suscitare emozioni”, con “il pericolo che il virtuale allontani dalla realtà e non stimoli alla ricerca del vero, della verità”.

La stampa cattolica, allora, “è chiamata, in modo nuovo, ad esprimere fino in fondo le sue potenzialità e a dare ragione giorno per giorno della sua irrinunciabile missione”.

E, prevenendo la possibile obiezione che per dire la verità non occorre essere cattolici, o che i giornalisti cattolici devono parlare a tutti, non solo ai credenti , così terminava il suo discorso:

“L’idea di vivere ‘come se Dio non esistesse’ si è dimostrata deleteria: il mondo ha bisogno piuttosto di vivere ‘come se Dio esistesse’, anche se non c’è la forza di credere, altrimenti esso produce solo un ‘umanesimo disumano’”.

Da qui l’invito al giornalista cattolico ad “avere forte in sé l’opzione di fondo che lo abilita a trattare le cose del mondo ponendo sempre Dio al vertice della scala dei valori”.

(testo completo su Vatican.va)

Ma questo intervento di Benedetto XVI non parla solo ai giornalisti, bensì a ciascuno di noi, che giornalisti non siamo.

Perché se essere cristiano non incide sulla vita, non ha senso essere cristiano, e se essere cristiano non crea e suscita bellezza, a che pro essere cristiani?

Perché con il cristianesimo la bellezza (che nulla come il cristianesimo ha contribuito a creare attraverso l’architettura, la pittura, la poesia e la musica) è tornata a rendere bello l’uomo; quella nascita a Betlemme, in quel natale di 2019 anni fa (la data precisa poco importa) rende l’uomo “bello” come il paradiso, diceva Sant’Antonio di Padova.

«Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza! » (Is 52,7-10, prima lettura della messa di Natale).

I piedi, per la Bibbia, sono la parte più infima dell’essere uomini, la parte che si sporca, a contatto con la terra. Sono il segno del nostro limite, della sporcizia, della carne contrapposta allo spirito.

Ed ecco, per un misterioso scambio, come dice San Leone Magno, Dio, la bellezza assoluta, si è fatto carne, in modo che la carne, i piedi, cioè tutto di noi, tutto ciò che indica il nostro essere materiale, il nostro essere limitati, fosse elevato alla statura di Dio.

È significativo che questa scelta di Benedetto XVI sia avvenuta in prossimità del Natale, perchè è da lì che nasce tutto, da quella nascita, non da un racconto simbolico, una favola, un mito, ma da un fatto storicamente dimostrato.

In questi tempi, sempre più spesso assistiamo invece al tentativo, fuori della Chiesa ma purtroppo anche dentro la Chiesa, di trasformare questo fatto, misterioso ma fatto, accaduto, in un racconto simbolico, come testimonial di una umanità nuova che però non ha bisogno di Cristo, a cui bastano alcuni suoi valori ma senza di Lui. Un punto di una storia favoleggiata, ma fuori della storia, da cui far partire nuovi sentimenti, ideologie, diritti, divieti, ong, istituzioni benefiche, ecc…. ma sempre opera nostra, delle mani dell’uomo, non mistero di fronte a cui inchinarsi.

Assistiamo allo stesso tempo a vari tentativi di profanazione, con manifesti e spettacoli blasfemi, ma tollerati in nome del dialogo, dell’accoglienza e della non discriminazione.

L’ultima trovata, di pochi giorni orsono: per questo Natale 2019 l’ong dei francescani, Franciscans International, invia un biglietto d’auguri che raffigura Maria e la Pachamama, entrambe incinte, sotto il titolo Visitatio Maria, e il messaggio augurale, in inglese, che dice: «Le due donne –  Maria, che noi onoriamo come nuova Eva o Madre della Vita, insieme alla Pachamama, che alcuni popoli indigeni onorano come madre della terra –  entrambe in attesa di un bambino, si incontrano con attenzione e sensibilità»

E così la Visitazione di Maria a Elisabetta, – l’incontro tra due donne incinte consapevoli di essere parte di un disegno  più grande, con i due bambini che all’incontro sussultano nel seno materno – qui diventa una questione tutta orizzontale e tutta terrena, che riguarda solo l’incontro fra due culture: e Maria Annunciata, che incontra Elisabetta, miracolata per generare il precursore, viene accostata a una dea pagana.

Libera interpretazione fuori dalla realtà (nei Vangeli invece è tutto documentato, persino nelle date, che corrispondono).

La stessa logica che ha visto il proliferare di tanti esempi di presepi “originali”, su una barca, in un villaggio nuragico, in una bidonville, e chi più fantasia ha più ne metta, per dire che Cristo è nato per tutti (ecco l’evento presentato principalmente per suscitare emozioni). Ma se non possiamo non vedere in tutte queste manifestazioni un’intenzione buona, l’insistenza su di esse ha l’effetto opposto di significare che questa nascita in fondo è interpretabile a seconda dei gusti e delle istanze del momento, non è più un fatto, accaduto, in un luogo e in un tempo preciso della storia, a cui rivolgere lo sguardo, come al campanile della chiesa. È nelle nostre mani (nostre? di chi?) e possiamo gestirlo a piacimento.

Tutto ciò non è solo sbagliato ma, in certi casi, al limite del blasfemo e del sacrilego. Infatti, risponde ad un preciso disegno (non so se degli attori, ma di Satana sicuramente) per cancellare, togliere valore, alla realtà, ridurre la storia  del cristianesimo a leggenda, rendere i Vangeli finzioni. In questo modo tutte le religioni diventerebbero uguali tra loro, rifugio sentimentale o al massimo organizzazione umanitaria. E non avrebbe più alcun senso annunciare Cristo.

Il cristianesimo, quindi, non sarebbe un incontro che cambia la vita e la storia, non più quell’incontro che spiega l’uomo all’uomo: – “Chiese loro: Volete andarvene anche voi? Pietro rispose: Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole che spiegano la vita! “-

In questa situazione, è come se Dio non esistesse o non c’entrasse. In questa situazione, è proprio la scelta di chi ha preferito andarsene, perché le sue parole non corrispondevano alle sue pretese. 

È un piano diabolico.

Che fare? Come orientarsi ora che le ciminiere delle acciaierie e i grattacieli sono più alti dei campanili delle chiese? Come diradare questa cappa di nebbia e riportare Cristo al Mondo?

Qual è il compito del cristiano?

“La Chiesa deve avere un cuore nuovo, ampio, spalancato come il cuore di Cristo sul Calvario trafitto dalla lancia del soldato”.

(Josef Zvěřina, L’esperienza della Chiesa, ed. C.S.E.O. – leggi anche dello stesso autore “Il coraggio di essere Chiesa”, la Chiesa del silenzio, l’esperienza dei cristiani perseguitati sotto il regime sovietico) 

Una ferita aperta, già tutta contenuta nel Natale, “quel sangue versato sulla croce, che era di suo Figlio e che gli aveva dato lei in quei nove mesi che Lo ha portato nel suo ventre”

(Pio IX, promulgazione del dogma dell’Immacolata concezione).

È questa l’ampiezza  del cuore che viene chiesta ai giornalisti cattolici, e che viene chiesta anche a noi, alla nostra amicizia, ai nostri blog, alla nostra vita dentro la società, perché nulla sia abbandonato al nulla, al caso, al conformismo, alle mode, alle emozioni…

Dobbiamo consumare il nostro agire per la verità e  parlare, senza stancarci, ai fratelli uomini, della vera bellezza che è Cristo, unico Salvatore.

E ridiventare quei fari e quei campanili, che non ci sono o non si vedono più, per aiutare l’uomo contemporaneo, come dice Benedetto XVI, a tenere accesa nel mondo la fiaccola della speranza, per vivere degnamente l’oggi e costruire adeguatamente il futuro”.

«Quando ci si mette insieme, perché lo facciamo?

Per strappare agli amici, e se fosse possibile a tutto il mondo, il nulla in cui ogni uomo si trova. ll nostro è un rapporto “vocazionale”. Il rapporto vocazionale è addirittura questo: che incontrando noi – e può essere perfino la madre, anzi, innanzitutto la madre –, una donna o un uomo, un coetaneo o uno più piccolo, uno si senta come afferrato nel profondo, riscosso dalla sua apparente nullità, debolezza, cattiveria o confusione, e si senta come d’improvviso invitato alle nozze di un principe. 

«E tu bambino sarai chiamato profeta dell’Altissimo»: questo profeta dell’Altissimo non è più lasciato in pace da quella passione per la vita per cui un uomo è costretto a nascere, a guardare, a sentire, ad avere fame e sete.

«Andrai innanzi al Signore a preparargli le strade».

E così la vita umana non è più il vuoto di qualcosa per cui le proprie membra tentano, offrendo inspiegabili ragioni.

Il pensiero della Madonna e l’affetto umano in cui è veicolato e intensificato ci renda ogni giorno capaci di 

incantevole carità». 

(don Luigi Giussani, messaggio per il Pellegrinaggio a Loreto, giugno 2003)