Per chi volesse conoscere ad oggi il punto della situazione della intricata questione della testimonianza di Viganò deve necessariamente leggere questo articolo di J D Flynn. E’ un’analisi chiarissima, analitica, equilibrata e imparziale. Un must, direbbero gli americani.

Eccolo nella mia traduzione.

Foto: monsignor Carlo Maria Viganò già nunzio apostolico

Foto: monsignor Carlo Maria Viganò già nunzio apostolico

Dal punto di vista facciale, la storia dell’arcivescovo Viganò è semplice.

In una testimonianza rilasciata il 25 agosto, l’arcivescovo Carlo Viganò ha scritto che nel 2006 inviò una nota ai suoi superiori vaticani, in cui diceva che il cardinale Theodore McCarrick aveva una storia di cattiva condotta sessuale con seminaristi e sacerdoti e che si doveva fare di lui un esempio per il bene della Chiesa.

Viganò sostiene che il suo promemoria è stato ignorato e così ne inviò un secondo nel 2008. Quello, ha detto, ebbe l’effetto desiderato. La sua testimonianza dice che papa Benedetto XVI gli impose “sanzioni canoniche” nel 2009 o nel 2010, proibendogli di vivere in seminario, di celebrare i sacramenti pubblicamente e di fare altri tipi di apparizioni pubbliche.

Infine, Viganò sostiene che papa Francesco ha ignorato consapevolmente le sanzioni di Benedetto XVI contro McCarrick, e ha fatto del cardinale uno dei suoi consiglieri più vicini. Per questo, dice Viganò, papa Francesco dovrebbe dimettersi.

La storia è semplice, ma le ricadute della testimonianza di Viganò sono diventate piuttosto complesse.

Nella settimana successiva al rilascio della testimonianza, i detrattori di Viganò hanno sottolineato che il nunzio stesso può aver chiuso un’indagine (su abusi sessuali, ndr) sull’ex arcivescovo di San Paolo-Minneapolis, che lui ha dei conti aperti con molte delle persone coinvolte nella sua testimonianza, e che può aver in maniera disonesta mal rappresentato alcuni suoi obblighi familiari al momento della nomina a nunzio apostolico negli Stati Uniti.

Allo stesso tempo, sono emersi fatti che sembrano confermare alcune parti del racconto di Viganò e affermare la credibilità dei suoi successivi comunicati stampa.

Due fonti hanno raccontato la settimana scorsa al Catholic News Agency (CNA) di essere state testimoni di un incontro nel 2008 in cui il predecessore di Viganò, l’arcivescovo Pietro Sambi, ha detto a McCarrick di lasciare il seminario in cui viveva. Un vescovo ausiliare a Minneapolis, Andrew Cozzens, ha rilasciato venerdì una dichiarazione che sembra confermare il resoconto di Viganò sull’inchiesta Nienstedt. Fonti hanno detto ieri a CNA che avrebbero potuto confermare un incontro che Viganò sosteneva di aver avuto con papa Francesco nel 2015. E diversi vescovi americani si sono espressi dicendo di credere che Viganò sia un uomo integro, augurandosi che le sue accuse siano approfondite.

Il fattore di complicazione più grave è stato il rapporto del 31 agosto di Edward Pentin del National Catholic Register. Mentre Viganò ha affermato che Benedetto ha imposto “sanzioni canoniche” a McCarrick, Pentin ha riportato una fonte vicina a Benedetto che, per quanto l’ex papa potesse ricordare, “l’istruzione era essenzialmente che McCarrick avrebbe dovuto mantenere un ‘basso profilo’. Non c’era ‘nessun decreto formale, solo una richiesta privata’””.

Pentin, che ha realizzato la breaking news della testimonianza di Viganò, aveva riportato nella sua prima stesura del memo che una fonte gli aveva raccontato che l’ex papa ricordava di aver imposto qualche tipo di restrizione, ma non ricordava esattamente come fosse stata gestita la questione. Il suo rapporto del 31 agosto è stato elaborato con una fonte che dice che McCarrick potrebbe essere stato il destinatario di una “richiesta privata”.

C’è molta distanza tra ciò che Viganò sosteneva circa le  “sanzioni canoniche” imposte da Benedetto – e ciò che ha rivelato la fonte di Pentin – cioè che le restrizioni potevano essere il risultato di una “richiesta privata”.

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Per alcuni commentatori, il resoconto di Pentin sembra screditare l’intera testimonianza di Viganò. “Le ‘richieste private’ non sono ‘sanzioni canoniche’, sostengono, e quindi Viganò è stato falso circa l’argomento centrale del suo memorandum”.

Questi commentatori hanno un punto fermo, in parte: le richieste private non sono sanzioni canoniche. Viganò, che ha un dottorato in diritto canonico e una vita di servizio ecclesiastico, dovrebbe conoscere la differenza. Travisare una “richiesta privata” che un cardinale mantenga un basso profilo come “sanzioni canoniche” sembra ovviamente essere un grave difetto del rapporto di Viganò.

Certo, è possibile, anche se improbabile, che Viganò abbia travisato direttamente e intenzionalmente le azioni di papa Benedetto XVI. Questo sembra improbabile perché l’arcivescovo ha chiesto con coerenza la pubblicazione di file e documenti; se credeva che quei documenti lo avrebbero messo in fallo, probabilmente non li avrebbe richiesti.

È anche possibile che l’arcivescovo non fosse certo di ciò che è accaduto, e che si sia impegnato oltremodo su ciò che sapeva affermando di avere “certezza” che Benedetto aveva imposto sanzioni canoniche. Sembra uno scenario probabile, dato che tutta la testimonianza di Viganò ha una certa drammaticità.

Ma ci sono anche alcuni altri fattori che meritano di essere almeno presi in considerazione in una valutazione responsabile della situazione.

Il primo è l’effetto di un gioco di telefonate nel mondo ecclesiastico.

Viganò non ha sostenuto di aver visto lettere scritte o decreti che imponevano restrizioni. La sua testimonianza dice invece che fu informato dal cardinale Giovanni Battista Re che Benedetto impose le sanzioni a McCarrick. Le prime notizie di Pentin dicono che Benedetto incaricò il cardinale Tarcisio Bertone di gestire la questione. Ciò significa che, quando Viganò venne a conoscenza di quanto accaduto, la storia era passata almeno per Bertone e Re, ed è possibile che la storia avesse ancora più intermediari prima di atterrare sulla scrivania di Viganò.

Il Vaticano ha una propensione al pettegolezzo, e molti dei suoi funzionari hanno un marcato zelo per l’iperbole. Chiunque conosca bene il Vaticano può immaginare come una “richiesta privata” di Benedetto potrebbe diventare “sanzione canonica” nel momento in cui la storia arriva a Viganò.

Il secondo possibile fattore è il rapporto generalmente lasco che molti vescovi, di tutte le tendenze teologiche, hanno con le sfumature e le finezze del diritto canonico.

La frequenza con cui alcuni vescovi travisano o non usano il diritto canonico così come è scritto è stata ampiamente esposta nel rapporto della grande giuria della Pennsylvania, che ha descritto innumerevoli casi in cui i vescovi non hanno seguito le procedure loro richieste dal diritto della Chiesa. Molti commentatori hanno sostenuto, per anni in alcuni casi, che se i vescovi degli Stati Uniti avessero seguito il diritto canonico con rigore negli ultimi decenni, avrebbero potuto fermare le storie più terribili descritte nel rapporto della grande giuria (della Pennsylvania, ndr) ancor prima che accadessero.

Ma se i vescovi hanno fatto un uso improprio o non hanno usato con regolarità i processi delineati nel diritto canonico, ancora più spesso hanno fatto un uso improprio dei termini canonici.

Ogni avvocato canonista può raccontare storie di vescovi che dicono di aver “sospeso” un sacerdote – un’azione formale che può essere intrapresa solo a seguito di un processo penale – quando si tratta semplicemente di averlo temporaneamente distaccato, a volte senza documentazione.

Analogamente, il termine che Viganò ha usato – “sanzione” – è inteso quasi esclusivamente dai canonisti come una sanzione imposta tecnicamente a seguito di un processo stabilito. Ma è il tipo di parola che viene spesso usata in modo vago dai membri della gerarchia, in riferimento a un numero qualsiasi di misure disciplinari formali e non.

È possibile che Viganò non abbia colto alcune delle distinzioni implicite contenute nella frase da lui scelta e che includa nella sua definizione del termine “sanzioni” delle istruzioni verbali meno formali.  

Qualunque sia lo sfondo della storia, sembra assolutamente chiaro che quando Viganò ha usato il termine “sanzioni canoniche” non si riferiva a una sanzione tecnica inflitta dopo un processo penale. Se McCarrick avesse subito un processo penale formale, un processo, tutta la Chiesa ne sarebbe stata a conoscenza.

Alla maggior parte dei commentatori sembra chiaro che Viganò avrebbe dovuto usare un termine meno tecnico. Non essendo stato chiaro su cosa intendesse, ha aperto la porta alle critiche, e coloro che sono in disaccordo con la sostanza della sua lettera sono passati attraverso quella porta con indignazione.

Ma nulla di tutto ciò cambia il quadro generale delle accuse della memoria di Viganò: e cioè che Benedetto, dopo aver ricevuto molteplici segnalazioni, abbia intrapreso qualche azione contro McCarrick, e che tale azione sia stata poi cambiata o revocata.

La scorsa settimana, diverse fonti, parlando con diversi mezzi di comunicazione, hanno fornito la prova che Benedetto ha dato una sorta di risposta alle segnalazioni che ha ricevuto circa la cattiva condotta sessuale di McCarrick. Mentre sembra altamente improbabile che la risposta sia stata tecnicamente una “sanzione” in senso formale, allo stesso tempo sembra sempre più evidente che Benedetto abbia dato una sorta di istruzione restrittiva a McCarrick.

Viganò dice che potrebbe aver ricevuto un promemoria sulle restrizioni di Benedetto XVI nel 2011, e che se così fosse, lo si troverebbe negli archivi della nunziatura statunitense o della Congregazione per i Vescovi. Questo probabilmente farebbe un po’ di chiarezza sulla questione. Resta da vedere se la Santa Sede farà una analisi di questi archivi e pubblicherà i documenti pertinenti, ma pochi giornalisti si aspettano chiarezza documentale dal Vaticano.

Sembra improbabile che i disaccordi semantici sulle rivendicazioni di Viganò portino i cattolici a respingere del tutto le domande che ha posto, implicitamente ed esplicitamente, sul fatto che, e da chi, la situazione di McCarrick sia stata affrontata in modo inadeguato o semplicemente insabbiata.

Sono proprio queste le domande alle quali i cattolici hanno cercato una risposta.

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Molti cattolici questa settimana si sono chiesti perché, se Benedetto ha risposto in qualche modo ai promemoria di Viganò, non ha risposto in modo più convincente.

È risaputo che Benedetto ha una storia di intolleranza attiva per la cattiva condotta sessuale nella Chiesa. Durante il suo mandato alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede, si è incaricato di sviluppare procedure e sanzioni più severe per i chierici accusati e condannati per abuso. Egli è noto per aver fatto riferimento a sacerdoti implicati in abusi sessuali come a una “sporcizia” nella Chiesa.

Viganò dice che McCarrick aveva costretto sessualmente giovani sacerdoti e seminaristi, aveva messo pubblicamente in imbarazzo almeno uno che non avrebbe accettato le sue richieste, e che (McCarrick) forse aveva commesso crimini canonici di sacrilegio. Molti cattolici suppongono che un tale rapporto avrebbe spinto Benedetto a emettere una serie immediata, pubblica e seria di sanzioni. Adottare un approccio morbido su McCarrick sembra incongruo con la sua storia.

Il National Catholic Register ha riportato la scorsa settimana una fonte che dice che “oltre ad essere molto attivi, i media e l’opinione pubblica non parlano più di McCarrick, e a volte è meglio se qualcosa che sta dormendo lo si lasci a dormire”. Per molti cattolici, tale ragionamento è inaccettabile, e per molti osservatori vicini, non suona proprio come Benedetto.

Il rapporto di Viganò afferma che alcuni dei più potenti consiglieri di Benedetto XVI proteggevano McCarrick dal papa. Vero o no, l’accusa merita un’indagine, poiché l’azione o l’inazione dell’ex papa sia riesaminata e valutata. Così capita per la reputazione di Benedetto quando viene ritenuta non conflittuale dal punto di vista della gestione manageriale, fino alla colpa.

I cattolici hanno anche chiesto perché Francesco, sapendo che McCarrick era ritenuto legato sessualmente a seminaristi per decenni, avrebbe fatto di lui un importante consigliere ed emissario.

Per comprendere e valutare le risposte di Benedetto e Francesco alle accuse su McCarrick, è importante capire il contesto canonico in cui tali accuse sono state fatte.

Dal 2002, tutti i vescovi degli Stati Uniti sanno esattamente come affrontare un’accusa riguardo un chierico che abbia abusato sessualmente di un bambino. La procedura è uniforme e chiara, e i vescovi sembrano comprendere l’importanza di seguirla con precisione e tempestività. Tuttavia, il modo in cui vengono gestite le accuse di abusi sessuali nei confronti degli adulti non sembra affatto simile a queste procedure chiare.

Il diritto ecclesiastico non stabilisce espressamente che il sesso tra un chierico e un adulto sia un crimine canonico. Di conseguenza, ovunque i vescovi si trovano tormentati, e frequentemente, con l’esattezza con cui dovrebbero gestire le accuse di abusi sessuali commessi dal clero nei confronti di adulti, anche in casi come quello di McCarrick, in cui la coercizione è un fattore operativo.

I vescovi mandano spesso sacerdoti accusati di cattiva condotta sessuale che coinvolgono adulti in terapie ospedaliere, ed è diventato tipico per i vescovi mettere da parte, ufficiosamente e temporaneamente, sacerdoti che si impegnano in rapporti sessuali con gli adulti, di solito fino a quando il vescovo è convinto che il sacerdote ha affrontato tutte le questioni che si ritiene abbiano contribuito alla sua cattiva condotta. Ma in questi casi non c’è quasi mai un processo canonico e, al momento, non c’è nemmeno un evidente crimine canonico di cui possano essere accusati questi sacerdoti.

Queste pratiche potrebbero aiutare a spiegare perché Benedetto non ha agito in maniera più pubblica o direttamente su McCarrick. Potrebbero anche spiegare, almeno in parte, perché Francesco apparentemente sia riuscito a convincersi che McCarrick era stato riabilitato e che poteva essere portato nella cerchia ristretta del pontefice.

Tale contesto non è offerto come scusa; la maggior parte dei commentatori sostiene con forza che, a prescindere dal contesto, entrambi i papi avrebbero dovuto comprendere la gravità della situazione. Ma è possibile che uno o entrambi non lo abbiano fatto, ed è per questo che un’indagine su tutti i documenti e le testimonianze disponibili sarebbe di grande aiuto alla Chiesa.

Dopo il movimento #MeToo, e le rivelazioni di McCarrick, sta diventando chiaro ai vescovi e ad altri leader della Chiesa che i sacerdoti e i vescovi sono quasi sempre in un rapporto di potere squilibrato con gli altri cattolici e quindi la cattiva condotta sessuale con gli adulti non dovrebbe mai essere considerata consensuale, come spesso si è supposto in passato. E sta diventando particolarmente chiaro ai vescovi che quando i partner sessuali dei chierici sono seminaristi, il “consenso” in realtà non è un principio operativo o rilevante.

Come conseguenza di quanto è accaduto, alcuni vescovi stanno ora cominciando a capire che hanno bisogno degli stessi tipi di procedure chiare per la gestione dei comportamenti scorretti che coinvolgono gli adulti simili a quelli che hanno per la gestione delle accuse che coinvolgono i bambini. Le specificità possono essere diverse, ma sta diventando evidente l’importanza di sviluppare una sorta di protocollo chiaramente delineato, soprattutto perché i vescovi possano essere quasi condizionati a gestirli in modo appropriato ogni volta che sorgessero.

Ci sono ancora cattolici che difendono Benedetto o Francesco sostenendo che, poiché la cattiva condotta sessuale con gli adulti non è proibita canonicamente, i vescovi e i papi sono liberi di gestire tali questioni come vogliono. Sebbene tale argomentazione sia tecnicamente corretta, è ovvio che la maggior parte dei cattolici si aspetta che vescovi e papi adottino severe misure punitive per qualsiasi tipo di attività coercitiva sessuale che coinvolga chierici e altri adulti. La Conferenza Episcopale degli Stati Uniti ha l’opportunità di dare l’indirizzo su questo tema nella sua riunione di novembre, dal momento che è improbabile che qualcosa venga dal Vaticano prima di allora.

Infatti, diverse fonti dicono a Catholic News Agency (CNA) che il risultato più probabile a lungo termine di questa estate di scandalo è un protocollo universalizzato per la gestione delle accuse di cattiva condotta sessuale clericale o abusi che coinvolgono adulti.

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Una revisione delle risposte di Benedetto e Francesco alle accuse su McCarrick sembra essere una risposta ragionevole alla testimonianza di Viganò.

Viganò dice di aver avvertito Francesco di McCarrick, informandolo che Benedetto aveva limitato il suo ministero, ma sostiene che il papa ignorò questi avvertimenti e attirò McCarrick nel suo circolo interno, permettendogli di influenzare le nomine episcopali chiave negli Stati Uniti. Il giornalista David Gibson nel 2014 scrisse della ristabilita importanza di McCarrick nel pontificato di Francesco, e Rocco Palmo nel 2017, prima che le accuse di McCarrick diventassero pubbliche, scrisse che il cardinale era stato influente in almeno una delle maggiori nomine episcopali degli Stati Uniti.

Se Francesco ha consapevolmente posto in una posizione di influenza un cardinale che si presume abbia abusato sessualmente di sacerdoti e seminaristi, la Chiesa dovrebbe saperlo e sapere chi ha contribuito a influenzare tale decisione. Sembra irrilevante per la posizione di Francesco se Benedetto impose sanzioni formali a McCarrick, cioè se fece una “richiesta privata”, o se qualcosa sia accaduta nel mezzo. Nessun papa è vincolato dalle decisioni amministrative del suo predecessore e, come per Benedetto XVI, una revisione completa della risposta di Francesco alle accuse contro McCarrick sembra appropriata.

Viganò sostiene che alcuni documenti relativi a queste domande si trovano in diversi archivi vaticani. Alcuni giornalisti, tra cui i giornalisti del CNA, hanno iniziato a richiedere tali documenti. Ma ancora una volta, resta da vedere se saranno resi disponibili.

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Il grande quadro del promemoria di Viganò è che Benedetto, Francesco e altri funzionari vaticani potrebbero aver mal gestito le accuse rivolte loro riguardo a McCarrick. Quel grande quadro non cambia se Viganò non comunica con precisione le azioni di Benedetto in materia.

Ci potrebbero essere importanti insegnamenti da trarre da un’attenta revisione delle rivendicazioni di Viganò, qualunque ne sia l’esito. Ma, senza alcuna sorpresa, il promemoria dell’arcivescovo è stato per lo più ridotto a una clava da usare nelle guerre ideologiche culturali che dividono i cattolici statunitensi. Viganò è stato attaccato senza sosta e la sua credibilità è stata messa in discussione ben al di là delle critiche supportate dalle prove. Cardinali e vescovi hanno definito distraenti le rivendicazioni di Viganò, e alcuni eminenti cattolici hanno apertamente definito bugiardo l’ex nunzio.

I cattolici di tutte le tendenze teologiche potrebbero rendere giustizia alle vittime di abusi attraverso un’indagine imparziale dei fatti. Il promemoria di Viganò solleva interrogativi che, a prescindere dalle risposte, sembrano meritevoli di serie indagini. Resta da vedere se coloro che si oppongono a tale indagine, compresi alcuni vescovi e cardinali di spicco, cederanno, o almeno articoleranno meglio le loro posizioni. Resta da vedere anche se papa Francesco sosterrà tale indagine, mettendo a disposizione gli archivi e rompendo il suo silenzio sulla storia di Viganò.

 

Fonte: Catholic News Agency

 

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