Sandro Botticelli- Madonna del libro
Sandro Botticelli- Madonna del libro

 

di Aurelio Porfiri

 

La bellezza, quando si volge al suo scopo essenziale, è inscindibilmente legata alla Verità. Potremmo anche dire che la Verità è bella. Certo non sempre la bellezza è vera, perché a volte può ingannarci con uno splendore esteriore a cui però non corrisponde un interiore assonanza. Non tutta la bellezza quindi è veramente bella, anzi a volte ci scontriamo con la bellezza del sublime che però sgorga da un conflitto, come ci viene spiegato: “La bellezza è, dunque, contemplazione pura che avviene con la «massima facilità» e spontaneità, perché gli oggetti hanno forma chiara e precisa e possono facilmente comunicare le idee che rappresentano. Invece, la contemplazione del sublime avviene quando gli oggetti sono in un rapporto di conflittualità con la volontà umana in generale, minacciandola con la loro forza e, avendo a disposizione uno smisurato potere, annullandola. Tuttavia, nonostante questo conflitto, lo spettatore riesce ad astrarsi, strappandosi con violenza dalla propria volontà e dalle proprie relazioni, per abbandonarsi tutto alla conoscenza: è in questa circostanza che sorge la realtà sublime” (Stefano Zecchi, L’artista armato). Malgrado il conflitto vogliamo sempre attingere a ciò che di bello c’è nel sublime. Tanto più ci volgiamo alla bellezza in sé, in cui c’è Dio. 

Non dobbiamo aver paura dell’estetica, essa ci deve spaventare quando è contemplazione scissa dal senso puro che dalla bellezza promana. L’arte ci ha insegnato a contemplare il bello umano, la bellezza dei corpi. Certo, in questo esiste anche l’elemento dell’attrazione – e guai se non esistesse! -, ma dietro l’attrazione si schiude un mondo che porta a dimensioni sovrannaturali. Ecco il perché, forse, l’atto sessuale è stato dotato di un effetto così piacevole, oltre che per renderlo desiderabile e portare così avanti la specie, crescete e moltiplicatevi, anche per donare quell’attimo di smarrimento che ci separa da noi per ricongiungerci ad altro. Questo è la sua grandezza e – non nascondiamocelo – la sua maledizione.  

Eppure, dobbiamo riscoprire la necessità della distanza e della contemplazione della bellezza, come ci dice un noto filosofo: “Il senso della vista salvaguarda la distanza, mentre il tatto la abolisce. Senza distanza, nessuna mistica è possibile. La demistificazione rende tutto godibile e consumabile. Il senso del tatto annulla la negatività del totalmente altro, secolarizza ciò che tocca. Al contrario del senso della vista, è incapace di stupore. Perciò anche il levigato touchscreen è un luogo di demistificazione e di consumo totale, e porta alla luce solo ciò che piace” (Byung-Chul Han, La salvezza del bello). Non abbiamo paura della bellezza se non vogliamo avere paura di ciò che è buono e vero. 

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