di Alfredo Villa
Vi prego, si faccia comprendere come l’ignorante, deresponsabilizzante e bizzarra analogia tra malato e guerriero, è una maligna e disumana alterazione, perversa e vigliacca, della verità.
È una mistificazione nefasta e bugiarda della vera natura di un malato grave o di un morente.
Soprattutto lo è ancor di più quando, tale retorica, sembra voler onorare chi, dopo aver combattuto coraggiosamente contro la malattia, ha perso la sua battaglia, morendo.
Sono veramente stanco di assistere ad un’evidenza, tanto bislacca quanto pericolosa, che vuole che se qualche cosa viene più volte ripetuta, non solo diventa facile chiacchiericcio per chi non è più capace di pensare autonomamente, non solo si trasforma in sciatta partecipazione a ciò che invece è vero dolore e vero soffrire, ma magicamente deresponsabilizza quelle coscienze già addormentate e diventa un mantra da ripetere incessantemente, senza pensare e senza neppure chiedersi il perché.
Sei gravemente malato? Devi essere un guerriero.
Muori? Allora fallo da guerriero ed in quanto tale, diventerai, morendo, un angelo.
Stiamo purtroppo assistendo ad una triste deriva che vuole i malati come nuovi inconsapevoli, ma coraggiosi, martiri, pronti a popolare un nuovo Cielo tanto sconosciuto quanto senza Dio.
Ormai sembra sufficiente ripetere, come una inconsapevole giaculatoria laica, un po’ di trita retorica lacrimosa sui guerrieri, sulle loro sconfitte valorose e su presunto attraversamento di ponti arcobaleno, per autocertificarsi come essere umani.
Si aggiunga poi una fiaccolata e due lumini con peluche annesso, per passare, con un automatico e rapidissimo switch, dal dolore alla gioia perché, come in un pop-up, può ora apparire un nuovo angelo in cielo, soddisfacendo così il proprio desiderio di sentirsi contemporaneamente sia compassionevoli che spirituali, per poi, subito dopo, portare la propria attenzione su nuovi guerrieri, nuovi ponti e nuovi angeli, la cui tragedia sembra forzatamente necessitare di spettatori partecipi.
Non perderò neppure un secondo per spiegare come, antropologicamente, socialmente e teologicamente tutto quanto precede sia solo fuffa raffazzonata, ma mi limiterò a descrivere quanto, per esperienza personale, si comprende e si vive al capezzale dei malati e dei morenti e perché, tale narrativa mainstream sul guerriero, sia veramente satanica ed anti-cristica.
E quindi disumana.
Vi scongiuro ed imploro quindi che questa narrativa termini una volta per tutte, perché è un peccato grave e l’ignoranza nel compierlo, così come le buone intenzioni frutto di una falsa semplicità, nel commetterlo non lo rendono meno grave.
Una malattia grave è essenzialmente solo ciò che dà inizio, il fattore scatenante, ad un viaggio, che, anche se non lo vogliamo ammettere, era forse tempo di compiere.
Questa necessità di cambiamento, se non addirittura di conversione, può prendere la forma di una malattia o di una sofferenza importante, ovvero un evento inevitabile che dà inizio ad una trasformazione obbligata.
Inoltre, sia alla malattia che alla morte, non si può sfuggire in quanto è ciò che rende tutti gli uomini uguali, uniti ed identici, in un destino di sofferenza.
Tale cammino, di cui, come detto, la malattia è solo l’innesco, è però più un pellegrinaggio che altro, perché, nel compierlo, vi è sia un senso, che una meta da raggiungere.
È un pellegrinaggio che, sia pur con significati e traguardi diversi e personali, ha come comune denominatore, un processo di spoliazione e di sostituzione.
Il saldo netto di questo processo di scambio graduale tra un prima e un dopo, può essere più o meno positivo e questo in funzione di quanto si è capaci di viverlo con autenticità e nella verità.
Ovviamente non si deve giungere ad un’apologia del soffrire, né tale sofferenza deve essere ricercata, ma bisogna ricordare come quest’ultima debba essere per lo meno accolta ed in qualche modo valorizzata, affinché si possano avere frutti copiosi anche da un evento non desiderato e di per sé ingiusto.
Il riconoscere la dipendenza da altri ed il manifestare il desiderio di continuare a vivere per ciò che veramente conta, è, proprio se si evita di entrare nella modalità combattente, la risultanza essenziale di tale cammino.
Quindi, va subito sfatata la credenza che vuole che la malattia e la sofferenza, che comunque è sempre ingiusta, indesiderata e innaturale in quanto l’uomo è stato creato per la vita e per una felicità piena, non possa generare frutti preziosissimi e questo proprio per quanto appena detto sulla natura dell’uomo, la cui preziosità e divinità, nulla, neppure la morte, può annientare.
Quella con la malattia, non è una battaglia, ma un cammino personale, unico e prezioso durante il quale si alternano, spesso al momento giusto, diversi accompagnatori, che compiono insieme al malato distanze più o meno lunghe, ma che sempre entrano ed escono dal suo sentiero, proprio perché non è il loro.
Lo stare accanto al malato, per coloro che lo accompagnano, è una grazia, che amo definire, preparatoria, in quanto serve a predisporre e lo fa nel modo migliore, al momento in cui una malattia o una sofferenza qualsiasi darà inizio al nostro, personale, ultimo tratto di strada.
Quello della malattia grave è un tempo silenzioso, un tempo forte di sacrificio, che ci è dato affinché si possa rendere sempre sacro ogni istante di vita ed a seconda delle nostre scelte personali, rendere la nostra vita santa ed irripetibile.
La sacralità è quindi un altro comune denominatore di ogni percorso di malattia, mentre la santità, intesa come superamento trascendente dei propri limiti umani, è una possibilità sempre offerta e possibile a chiunque.
Il malato, quindi, vive e si muove in un silenzio ed una profondità di fondo, che comunque si alterna a momenti di gioia e leggerezza, dove, attraverso la sua debolezza e fragilità cresce in consapevolezza e vera conoscenza di sé, selezionando ed affinando quello che è destinato per sempre ad essere.
Il malato fa esperienza nella propria carne di ciò che in lui è irriducibile ed eterno.
La malattia è quindi anche selezione e desiderio.
E, per chi crede, è tale desiderio che Dio esaudirà nell’Eternità.
Non vi è proprio nulla di coraggioso e di battagliero in tutto questo, in quanto coraggio e combattività sono valori infinitamente più banali, inutili e superficiali, rispetto alla grandezza che l’uomo malato esprime, dove l’amore, che nulla ha a che vedere con la narrativa del guerriero, è l’unica cosa che conta.
Il percorso di malattia è comunque e sempre un cammino di ritorno, verso noi stessi e verso tutto quanto è essenziale e da cui, per mille motivi, ci si era allontanati e per il quale si sente una forte nostalgia di separazione.
La malattia, i suoi sintomi, le sue difficoltà e l’immensa sofferenza che spesso comporta sono solo aspetti esteriori e misurabili, di una trasformazione, che per motivi misteriosi, ma con fini, si spera, buoni e giusti, siamo tutti chiamati a compiere.
E poiché la difficoltà stessa di questo pellegrinaggio è in qualche modo parte integrante del fine di quest’ultimo, che è quello di ritrovare la propria vera natura, nella sua autenticità e verità, il che è anche condizione necessaria d’apertura al divino e con esso alla Vita, il scoprirsi deboli e nel bisogno, perdutamente affamati di vita ed amore, ed il riuscire a trovare nel prossimo e per grazia, in Dio, le uniche risposte possibili ai nostri nuovi bisogni, mentre si vede crollare la nostra autosufficienza e si comincia a percepirla come un muro che impediva lo sbocciare di relazioni vere, ha come risultato finale la necessaria apertura alla Speranza.
A quella Speranza che non delude.
Vorrei tanto quindi che della malattia si sottolinei, quale modalità per affrontarla, la ricerca di una concreta speranza, piuttosto che di un belligerante coraggio.
Ogni malattia, va curata e, se possibile, guarita.
Confondere la cura, che dovrebbe essere sempre un atto d’amore, con una lotta, è fare del corpo del malato, un autodistruttivo campo di battaglia.
Diventare parte attiva in un processo di cura inoltre richiede il nostro impegno personale, la nostra disponibilità a soffrire ed a compatire e sicuramente ci chiama ad affrontare la nostra stessa fragilità e la nostra morte.
Tutto si gioca sulla relazione di qualità e mai sull’opposizione a priori.
La narrativa cheap che si debba combattere per sconfiggere un ipotetico nemico, non solo è inutile, ma vigliacca, soprattutto per chi la suggerisce e la promuove.
Chi è apparentemente sano sembra essere caratterizzato, sin dai tempi di Giobbe, dall’impulso irrefrenabile a fornire consigli tanto senza senso quanto fastidiosi per il sofferente, invocando presunte battaglie da affrontare con coraggio, battaglie che il ciarlatano del momento, che proprio grazie alla sua condizione di provvisoria e temporanea salute, non sono le sue battaglie di cui vuole essere, come un pavido scudiero, solo spettatore e cronista da social.
Confondere il male correlato alla malattia, con il Male che ne è all’origine, quest’ultimo sì da combattere con il coraggio e la determinazione dei martiri, è in qualche modo, anche se pur indirettamente, voler da un lato colpevolizzare il malato e dall’altro deresponsabilizzarsi.
Definire la guarigione una vittoria, lasciando che la morte diventi di conseguenza una sconfitta è effettivamente banalizzare gravemente sia il senso del guarire che il mistero della morte.
Inoltre, come detto, deresponsabilizza l’accompagnatore, perché se il malato non guarisce e muore è lui che ha perso, è lui che non ha combattuto abbastanza.
Del resto, noi, amici molesti, glielo avevamo detto, ma comunque da morto ora lo possiamo onorare per il suo coraggio ed è proprio per tale coraggio che gli si apriranno le porte dei Campi Elisi, da compiere con le sue nuove ali d’angelo.
Questa retorica del guerriero lascia ancora più solo il malato.
L’analogia della battaglia, della guerra e del guerriero, è tipica di chi con tale malattia non ha nulla e non vuole aver nulla a che vedere, del vigliacco che, non sapendo star vicino, getta le sue anestetizzanti aspettative su chi soffre.
Il sofferente, lasciato comunque solo, avrà come unica alternativa il voler compiacere chi gli sta intorno con questi suggerimenti e fastidiose metafore, e quindi, si presterà a malavoglia ad indossare l’ennesima maschera, tradendo per l’ennesima volta sé stesso, in quanto la vera funzione ed opportunità della malattia dovrebbe essere quella di toglierle ogni mistificazione.
Il malato sarà tentato ad apparire coraggioso, combattivo e certo della vittoria, mentre in cuor suo e nel silenzio delle notti, vorrebbe solo potersi abbandonare all’abbraccio della speranza, per poter arrendersi ad essa.
Perché per consentirci di essere curati, necessitiamo di apprendere ad arrenderci ed abbandonarci.
Più sarà vero ed autentico ciò a cui ci arrendiamo, ovvero alla relazione, all’amore ed a Dio, più la nostra cura avrà, sempre e comunque e al di là del semplice esito fisico, successo.
Più sostituiremo il coraggio di combattere, con quello di sperare, il che richiede uno sforzo ed una qualità ben maggiore, più la nostra guarigione sarà certa, perché, perlomeno, una parte di noi risulterà sicuramente guarita da questo processo di sostituzione, tra l’effimero e l’essenziale, tra il finito e l’eterno.
Difatti chi combatte, tenta di difendere uno status quo, proprio perché è strutturalmente privo di capacità creative e di ogni speranza futura, altra e trascendente.
Chi invece si arrende al mistero ed alla vita, può farlo solo perché è ben radicato in una speranza che non delude o per lo meno è su quella che ha deciso di puntare tutto sé stesso.
Spero quindi che i fautori della retorica del guerriero diventino consapevoli della crudeltà implicita di tale visione e di conseguenza tacciano.
Questo sarebbe già un buon risultato, perché oggi è difficile immaginare che il mondo possa rendersi conto che tale retorica, sia non solo stupida e falsa, ma sia essenzialmente anticristiana e ancor più anti-Cristica e che tale retorica è solo uno dei tanti frutti avvelenati che i tanti Anticristo depositano nei nostri cuori.
Dopo aver compromesso vari aspetti della società, stanno ora provando ad avvelenare i pozzi dei luoghi sacri del dolore e della morte, in quanto è proprio lì, in quei giacigli di dolore e morte, che si combatte ed in questo caso la metafora è corretta, l’ultima battaglia ed attacco alla Bellezza ed alla Verità.
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Molto interessante questo accenno: dopo morti tutti sono salvi, sono “angeli”.
Gli infermieri sono angeli, i morti sono angeli, tutti sono angeli, tranne….gli Angeli, a cui più nessuno crede. Non vengono invocati. Possono aiutarci molto meno che se li conoscessimo e li pregassimo. Che tristezza….
Tobia