Una amica lettrice di questo blog, dopo la lettura dell’articolo su Divo Barsotti ed il Concilio vaticano II che avevamo rilanciato da Cooperatores Veritatis (leggi qui), ci ha segnalato quest’altro articolo, che vi proponiamo, sempre tratto da Cooperatore Veritatis che, a sua volta, riprende un estratto del Capitolo XII del libro Divo Barsotti. Il sacerdote, il mistico, il padre, scritto da padre Serafino Tognetti (San Paolo, 2012). Gli altri articoli sull’argomento li trovate qui.

 

Divo Barsotti

Divo Barsotti

 

Estratto del Capitolo XII del libro Divo Barsotti. Il sacerdote, il mistico, il padre, scritto da padre Serafino Tognetti (San Paolo, 2012).

Il rapporto di don Barsotti con il Concilio Vaticano II si può schematicamente dividere in tre periodi: prima del Concilio, durante, e dopo il Concilio. Le sensazioni, i pensieri, le reazioni, furono diversificate a seconda dei momenti: le aspettative (prima), l’ascolto di quello che veniva prodotto (durante), la valutazione dei frutti (dopo).

[…]

Prima del Concilio Vaticano II don Divo manifestò spesso una certa insofferenza nei confronti di alcune rigidità e chiusure dell’istituzione ecclesiastica. Si legga per esempio quanto disse alla sua Comunità proprio poche settimane prima che, a sorpresa, il Papa Giovanni XXIII annunciasse l’indizione del Concilio:

«Che la nostra preghiera sia questa: perché tutti i popoli riconoscano la Chiesa, e la Chiesa riconosca tutti i popoli; che la Chiesa in quanto Corpo mistico del Cristo, ma anche come società di uomini (la Chiesa organizzata, strutturata attraverso una gerarchia visibile) riconosca, intenda, ascolti e senta le aspirazioni e i bisogni di ogni anima. Non voglia, la Chiesa, mortificare, soffocare le aspirazioni legittime di ogni cultura, non voglia essere sorda al bisogno di ciascun popolo di onorare Dio nel suo modo, di pensare il dogma cristiano secondo proprie categorie mentali – impresa estremamente ardua, anzi, impossibile all’uomo, se gli uomini non fossero condotti dallo Spirito Santo. Un’unità che non sia il frutto dello Spirito di Dio sarà sempre un’unità di rovina, un’unità di impero».

Don Divo sentiva che qualcosa doveva cambiare, soprattutto in ordine all’evangelizzazione dei popoli. Per lui tutto deve appartenere alla Chiesa perché tutto nella Chiesa deve essere assunto e salvato (tranne il peccato), e il compito del teologo è proprio quello di farsi interprete di tutta la realtà creata per portarla a Cristo. A don Divo pareva però che la Chiesa di quegli anni fosse lontana da orizzonti così ampi. […]

[…]

Il momento dell’apertura del Concilio ci rivela un duplice atteggiamento da parte di don Barsotti. Da una parte egli presentava l’evento conciliare ormai imminente come «un’occasione, forse la più grande che Dio abbia concesso all’umanità di oggi, per essere salvata»; dall’altra parte il Concilio potrebbe però rivelarsi «un’occasione per cui questa umanità, invece di essere salvata, potrebbe precipitare nel buio, nella tenebra, non dico in un’apostasia dichiarata, ma in uno scetticismo, in una tensione, in una disperazione che non potrebbe essere più lenita da una speranza che le venga da Cristo, che le venga dalla Chiesa, che è del Cristo la continuatrice, anzi la stessa presenza».

Questo timore di don Divo era motivato dalla percezione di un pericolo che egli scorse nascosto sotto i facili entusiasmi di molti:

«Il pericolo di un Concilio che lascia le cose come le trova, anzi le peggiora. Perché ogni grazia di Dio è per sé ambigua: se l’anima non la riceve e non la fa fruttificare, quella grazia si trasforma per te in un motivo maggiore di condanna, di rovina e di morte».

Don Divo seguì con attenzione e soprattutto nella preghiera lo svolgimento delle sedute conciliari e al termine del Concilio commentò subito i testi delle Costituzioni conciliari ai membri della sua Comunità. La sua accoglienza fu inizialmente assai positiva: nelle direttive del Concilio egli vide quasi «un frutto» di quanto il Signore aveva già operato in seno alla sua Comunità. […]

[…]

Alla chiusura del Concilio, l’8 dicembre 1965, don Divo era a Roma in piazza San Pietro […].

[…]

Don Divo condusse la Comunità a meditare via via i documenti conciliari. Certamente una delle tematiche che più lo interessava era quella relativa alla riforma liturgica. Accolse le novità con prudenza ma anche con una certa preoccupazione:

«Il primo errore che dobbiamo evitare è pensare che la riforma liturgica abbia un carattere essenzialmente e primariamente pastorale. Oltre tutto, questo non potrebbe mai essere nella Liturgia. Ha anche un carattere pastorale, indubbiamente, ma prima ancora è preghiera. La prima cosa che si impone per me, se io voglio essere ministro della preghiera liturgica, è che io preghi e che faccia pregare gli altri. Naturalmente se questa preghiera liturgica diviene per me preghiera, diviene preghiera per gli altri, non potrà esserlo che nella misura che questa preghiera rimane in qualche modo comprensibile, diviene veramente la parola che esprime una vita interiore e del popolo e del sacerdote che prega. La preghiera liturgica dunque ci forma alla preghiera e forma il popolo alla preghiera soltanto in quanto fa pregare; se non facesse pregare, non formerebbe né alla Liturgia né alla preghiera. Ed ecco una cosa importante allora che dobbiamo evitare, che cioè queste riforme siano fatte come una “prima di teatro”, come uno spettacolo».

Negli anni a seguire, don Divo sentì drammaticamente la crisi che scosse la Chiesa. Nei confronti del Concilio avvertì il pericolo di una banalizzazione dell’annuncio cristiano che sembrò perdere la dimensione soprannaturale per ridursi, nella comune prassi ecclesiale, al livello meramente sociale e umano. Si sentì nell’aria la crisi culturale che, soprattutto con il movimento del ’68, voleva mandare al macero le tradizioni. Egli continuò a favorire una formazione solida e robusta, senza la quale la Chiesa rischia di cadere nel vago senso religioso. […]

Nel 1970 Barsotti pubblicò un piccolo volume, Dopo il Concilio, in cui il suo giudizio nei confronti dell’evento conciliare continuava a mostrarsi positivo, pur con qualche riserva, soprattutto verso alcune posizione largamente diffuse nel posi concilio: stigmatizzò «la volontà impaziente» con cui si voleva cercare di realizzare quanto il Concilio aveva promulgato, gli atteggiamenti sempre più frequenti di contestazione verso l’autorità gerarchica, i limiti di un’eccessiva insistenza sul concetto di Chiesa come “popolo di Dio”, il rischio che il servizio della Chiesa ai poveri si riducesse a un impegno per la loro promozione sociale ed economica, ecc.

L’anno seguente il Papa Paolo VI lo convocò in Vaticano per predicare gli esercizi spirituali alla Curia romana, nella prima settimana del marzo del 1971. Davanti a Paolo VI, Barsotti riprese buona parte dei pensieri già espressi nella pubblicazione dell’anno precedente. Il suo richiamo all’importanza del magistero conciliare era evidente e continuo, ma egli non nascose al Papa le sue perplessità nei confronti delle carenze che riscontrava in qualche documento conciliare. Il punto su cui don Divo richiamò maggiormente l’attenzione fu l’esigenza di una nuova fioritura di santi nella Chiesa:

«Il Concilio ecumenico con la ricchezza mirabile della sua dottrina potrebbe cadere nel nulla, se non vi saranno santi che rendano il suo messaggio credibile al mondo». [5]

Proprio a motivo delle grandi ambizioni dell’ultimo Concilio è necessaria la testimonianza dei santi:

«Un Concilio ecumenico quale quello che abbiamo celebrato in questi ultimi anni è tale da esigere una santità estremamente grande. Se il Concilio di Trento ha richiesto tale fulgore di santità che anche oggi ci meraviglia e ci esalta […], quale santità dovrà richiedere il Concilio ultimo, perché esso abbia una reale efficacia di rinnovamento nella Chiesa di Dio!». [6]

Barsotti in quella circostanza non risparmiò qualche rimprovero ai teologi che «sembrano tutti aver fretta, vogliono preparare un nuovo Concilio: le parole non generano più che nuove parole […]. Il Concilio di Trento ha nutrito la teologia per quattro secoli; del Vaticano II i teologi sembrano già stanchi dopo pochi anni dalla fine». [7]

Il suo era un atteggiamento molto realista, depurato ormai da ogni facile ottimismo, di fronte alla situazione assai preoccupante che la Chiesa si trovava ad affrontare in quegli anni turbolenti. Nello stesso testo si riporta un’espressione che egli enunciò davanti al Papa Paolo VI: «Perché dopo il Concilio abbiamo assistito non a un rinnovamento, non a una Pentecoste, ma a una crisi che ci ha fatto paura?».

Ma è nelle parti pubblicate del suo diario, risalenti a quegli anni, che soprattutto troviamo espresso il travaglio interiore di don Barsotti dopo il Concilio. Nelle pagine del 1967 egli non nascose le sue difficoltà: gli facevano paura la lunghezza e il linguaggio dei documenti, che sembrano attestare una sicurezza tutta umana più che una fermezza di fede. Egli reagì soprattutto «contro la facile ubriacatura dei teologi acclamati al Concilio. Si trasferisce all’avvenimento la propria vittoria personale, un’orgogliosa soddisfazione che non ha nulla di evangelico». [8]

Barsotti si mostrò infastidito dalla continua esaltazione del Concilio che gli sembrava «frutto di cattiva coscienza»: il trionfalismo che veniva rinfacciato alla Curia romana, dopo il Concilio diveniva lo stile di chi celebrava ora i suoi presunti trionfi. Per don Divo il Vaticano II «forse perché ha voluto dir troppo, non ha detto molto». [9]

Da qui un atteggiamento teso a relativizzare la sua importanza, cercando di collocarlo sempre nel solco della Tradizione, senza mai sganciarlo dai Concili precedenti. Scrisse a questo riguardo nel diario del 1984:

«Il Concilio ultimo è legittimo, ma non ha fatto che mettere alcune virgole e qualche punto al discorso di sempre. È ben povera cosa nei confronti dei Concili che l’hanno preceduto. Il numero stesso dei documenti più che dire la sua grandezza, dice la presunzione dei Vescovi, dice la povertà del suo insegnamento». [10]

Un altro aspetto stigmatizzato nei diari fu la visione troppo ottimista della storia umana che sembra essere supposta da alcuni documenti: a questo riguardo, è nei confronti della Costituzione pastorale Gaudium et spes che egli manifesta le sue maggiori perplessità. [11]

Don Divo riconosceva l’assistenza dello Spirito Santo, che ha impedito che nei vari documenti venissero proclamati errori, ma affermò che: «[…] non sono stati impediti gli equivoci, l’ambiguità e soprattutto non è stata impedita la presunzione, non l’ambizione e il risentimento, non la superficialità e la volontà di un rinnovamento che voleva essere uno scardinamento, uno sradicamento della tradizione dogmatica, una diminuzione della tradizione spirituale». [12]

Se è dunque vero che lo Spirito Santo assicura l’infallibilità del Concilio, non ne assicura però l’efficacia: egli per questo criticò i Padri conciliari che non vollero impegnare l’infallibilità del loro magistero, pretendendo però di assicurarne l’efficacia.

Ciò che don Divo Barsotti denunciò in modo particolare fu una scelta precisa dei Padri conciliari e dei Vescovi del post-concilio:

«Non hanno voluto condannare l’errore e hanno preteso di “rinnovare” la Chiesa, quasi che il “loro” Concilio potesse essere il nuovo fondamento di tutto». [13]

Ma fondamento di un tale “rinnovamento” per don Divo non è un autentico impegno di conversione personale, come dev’essere, bensì l’orgoglio umano:

«Sono perplesso nei riguardi del Concilio medesimo: la pletora dei documenti, la loro lunghezza, spesso il loro linguaggio, mi fanno paura. […] Ma soprattutto mi indigna il comportamento dei teologi. Crederò loro quando li vedrò veramente bruciati, consumati dallo zelo per la salvezza del mondo. […] Tutto il resto è retorica. Soltanto la santità salva la Chiesa. E i santi dove sono? Nessuno sembra crederci più». [14]

Egli contestò anche l’insistenza da parte di molti teologi nel mettere continuamente in cattiva luce la situazione della Chiesa pre-conciliare, giustificando in tal modo la convocazione del Concilio, il quale, essendo l’esercizio supremo del Magistero, «è giustificato solo da una suprema necessità». [15]

Arrivò a pensare che la paurosa crisi della Chiesa post-conciliare fosse proprio derivata «dalla leggerezza di aver voluto provocare e tentare il Signore» [16], dall’aver quasi costretto Dio a parlare quando non vi era il bisogno di farlo.

Dopo un lungo travaglio interiore, nell’ultima pagina dedicata al Concilio tra le sezioni pubblicate del suo diario, don Divo sembrò arrendersi e offrire l’atto della sua obbedienza:

«La difesa ad oltranza del Concilio dice la cattiva coscienza di chi lo difende… Se è opera di Dio, non ha bisogno di essere difeso. E tuttavia debbo credere all’assistenza dello Spirito. Nel Concilio non possono essere stati insegnati errori, anche se può essere stata taciuta la verità. E se le direttive non fossero opportune, si impone tuttavia l’obbedienza». [17]

Le perplessità e le amarezze più volte manifestate da Barsotti nei confronti di certe derive post-conciliari non lo portarono però mai ad assumere posizioni di rottura nei confronti del Magistero e nemmeno ad auspicare il ripristino di forme e usi del passato. Seppur con qualche titubanza, don Divo mostrò sempre di accettare le decisioni e le riforme post-conciliari, invitando i membri della sua Comunità a fare altrettanto.

Nei confronti del Concilio il suo atteggiamento si rivela quindi obbediente ma allo stesso tempo critico; aperto e fiducioso nell’accogliere le necessarie riforme, ma anche sempre attento a indicare i rischi e i pericoli di certe scelte affrettate e spesso derivate da posizioni di inaccettabile contestazione verso la Chiesa e la sua Sapienza ispirata.

 

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NOTE

5] D. Barsotti, La responsabilità dei preti. Prediche al Papa, Ediz. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2010,91
6] Ibidem, 91-92.
7] Ibidem, 176-177.
8] D. Barsotti, Battesimo di fuoco, op. cit., 58.
9] D. Barsotti, Nel cuore di Dio. Diario 11 febbraio 1984 – 12 marzo 1985. Introduzione di L. Russo, EDB, Bologna 1991,284.
10] D. Barsotti, Nel Figlio al Padre, op. cit., 257. Nel diario del 1988 Barsotti fa riferimento a una lettera indirizzata al Papa Giovanni Paolo II, in cui gli scriveva che «il Concilio era certamente legittimo, ma non aveva messo che solo delle virgole al discorso continuo della Tradizione. Ed ero incapace – continua – di capire perché si citasse quasi esclusivamente questo Concilio ultimo».
11] Leggiamo nel diario del 1974: «L’ambiguità della Costituzione pastorale Gaudium et spes si manifesta evidente, ed è estremamente grave, nel fatto che il rapporto Chiesa-Mondo non si risolve nel martirio. La Croce non è al centro della teologia del Concilio, non è la soluzione e il compimento della missione della Chiesa» (D. Barsotti, L’Attesa. Diario 1973-1975, op. cit., 213-214).
12] D. Barsotti, La Presenza donata, op. cit., 103.
13] D. Barsotti, Fissi gli occhi nel sole, Ediz. Messaggero, Padova 1997, 117.
14] D. Barsotti, Battesimo di fuoco, op. cit., 58.
15] Ibidem, 27.
16] Ibidem.
17] Ibidem, 222.

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