“La nostra epoca ha creduto di mettere la morte alla porta. Ma è tornata. Da Wuhan la globalizzazione ci riporta indietro di un secolo. L’umanità sperimenta ancora una volta la propria impotenza di fronte a un agente patogeno. I morti si contano a migliaia. La vaccinazione è ancora lontana. Nessuna misura di profilassi è in grado garantire la salute, nessun presidio terapeutico garantisce la salvezza. E l’impotenza si trasforma in rabbia”.

Pongo all’attenzione dei lettori di questo blog un articolo di Paolo Azzone, psichiatra, psicoterapeuta, psicoanalista, che è stato pubblicato su State of minde.

 

disperazione

 

Per millenni l’umanità è stata del tutto impotente di fronte alla malattie infettive. Peste, colera, febbre gialla, malaria e tubercolosi hanno mietuto nei secoli milioni di vittime.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale la salute pubblica ha conosciuto un’epoca d’oro senza precedenti. Con lo sviluppo degli antibiotici, la letalità della maggior parte delle malattie batteriche è stata drasticamente ridimensionata. I vaccini hanno neutralizzato quasi completamente le minacce delle malattie virali. I farmaci antivirali hanno dimostrato di poter tenere sotto controllo lo spettro dell’AIDS.

Per un attimo l’umanità ha intravisto la possibilità di potere completamente risolvere il problema delle malattie infettive come significativa causa di mortalità nelle popolazioni umane immunocompetenti. Il miglioramento della salute e dell’aspettativa di vita non è sembrato però sanare le angosce ipocondriache. Anzi negli ultimi anni il terrore della malattia e della morte ha raggiunto una rilevanza sociale sconosciuta ai nostri progenitori. Il trattamento di malattie banali (come le malattie esantematiche dell’infanzia) o molto rare è divenuta oggetto di dibattiti feroci. Quattro casi di meningite solo pochi mesi fa hanno scatenato una vera isteria collettiva con code agli uffici di vaccinazione.

La nostra comunità ha inseguito con esasperata determinazione il sogno di una longevità garantita. Si è affermata la convinzione che la morte sia un evento che riguarda solo la terza età. Oggi i media presentano abitualmente ogni decesso come espressione di un’imprudenza, una colpa, un disservizio da attribuire ora ai medici, ora agli amministratori, ora ad alcuni gruppi sociali arretrati e oscurantisti.

La nostra epoca ha creduto di mettere la morte alla porta. Ma è tornata. Da Wuhan la globalizzazione ci riporta indietro di un secolo. L’umanità sperimenta ancora una volta la propria impotenza di fronte a un agente patogeno. I morti si contano a migliaia. La vaccinazione è ancora lontana. Nessuna misura di profilassi è in grado garantire la salute, nessun presidio terapeutico garantisce la salvezza. E l’impotenza si trasforma in rabbia.

In questa epoca di quarantena i contatti umani sono pochi. Dobbiamo rivolgerci a canali virtuali per renderci conto del clima sociale. E qui, sui media, la rabbia impazza. Si percepisce la disperazione ma soprattutto la ricerca di un colpevole. Sono meccanismi proiettivi molto noti a chi si occupa di gruppi, comunità e istituzioni. Leggendo I promessi sposi di Alessandro Manzoni, abbiamo imparato che la caccia all’untore è una pratica gradita alle masse terrorizzate e ampiamente promossa dai governi autoritari.

La gogna mediatica punta il dito in direzioni precise. Dimostra un peculiare intuito nel selezionare i nemici del popolo. Su questo vorrei richiamare appunto la vostra attenzione. Mentre molte attività industriali più o meno essenziali proseguono, mentre le necessità alimentari muovono e concentrano milioni di persone ogni giorno, i social media, la stampa e la politica hanno allergie molto specifiche. In prima fila i runner, che serenamente si muovono in solitudine più o meno completa negli spazi vuoti. Poi i bambini, rinchiusi in casa da settimane ed evidentemente in sofferenza. Le coppie, costrette ad incontrarsi clandestinamente in prossimità dei supermercati o abbracciate sul sellino di una moto, non trovano maggiore comprensione.

Forse l’impatto epidemiologico di queste categorie di cittadini è particolarmente pericoloso per l’epidemia in corso? Lasciamo questa domanda agli esperti e cerchiamo invece di comprendere le informazioni che queste idiosincrasie possono offrirci rispetto alle forze consce ed inconsce che condizionano i funzionamenti dei gruppi.

Dobbiamo allora chiederci prima di tutto cosa accomuna i moderni untori, i bersagli preferiti dei media reali e virtuali. Giovani sportivi, coppie, genitori con figli rimandano tutti quanti ad una esperienza di godimento. Cercano e forse hanno trovato una felicità.

La nostra epoca ha ormai seppellito quasi completamente qualsiasi manifestazione del sacro. La quarantena attuale è solo l’ultima sciagura che affossa forse definitivamente comunità pastorali ormai al collasso. Anche senza coronavirus la quaresima rimane un nome quasi vuoto per indicare le settimane precedente alla Pasqua.

Per secoli gli europei hanno condiviso il dolore della vita attendendo comunitariamente nel digiuno la Croce Salvifica del Cristo. Oggi è il virus a portare il dolore, e come nell’Europa Ancien Régime è l‘autorità dello stato a chiudere i teatri, imporre coprifuoco e digiuni. Runner, amanti e bambini non sanno o non vogliono uniformarsi. Continuano a creare una felicità umana: il corpo, la vita, l’aria e il sole.

Melanie Klein e i suoi allievi ci hanno insegnato che l’invidia rappresenta una straordinaria forza motivazionale a livello individuale e sociale. Sigmund Freud ha scoperto che nulla genera una gelosia più intensa di un uomo e di una donna uniti dall’amore e capaci di generare un discendenza.

L’epidemia di coronavirus agisce come una cartina tornasole. Rivela tutta la disperazione, la rabbia e l’invidia che allignano nella società contemporanea. La dissoluzione dei simboli condivisi, la disintegrazione delle forme di aggregazione politica, sindacale, religiosa, il costante arretramento della cultura umanistica ci hanno lasciato soli. Mentre i nuclei familiari si restringono e il paradigma celibatario dilaga, la vita sociale è sempre più ampiamente sostituita dai contatti virtuali. Rimaniamo soli di fronte al computer. Con nessuno possiamo condividere la rabbia, il dolore e l’esperienza ormai quotidiana del lutto. E questo collasso sociale, purtroppo resterà con noi anche quando il virus non sarà che un triste ricordo.

 

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