Ricevo da un sacerdote la seguente meditazione che, volentieri, pubblico.

Ambrogio Lorenzetti, Annunciazione (1344), Pinacoteca Nazionale di Siena, tempera e oro su tavola.

Ambrogio Lorenzetti, Annunciazione (1344), Pinacoteca Nazionale di Siena, tempera e oro su tavola.

 

di Giuliano Di Renzo

 

Il mese di novembre ci è venuto incontro proiettando sul tormentato nostro assillo della morte, termine della vita e quindi del significato del vivere, la luce cristiana della Resurrezione di Cristo. Che non è certamente da pensarsi come il semplice uscire dalla tomba, un ritornare all’usuale cumulo di incertezze e di pene di ogni giorno, ma è la rottura dei legami che tengono costretto lo spirito nella prigione della vita di quaggiù. Che è ciò che provoca nella coscienza l’interiore sua dolorosa dissociazione con se stessa, rende a noi precaria la vita e fa angoscia l’esistere.

Novembre ci ha invitati a guardare alle nostre ultime realtà, che la Chiesa ci ha abituati a chiamare nuovissimi nel senso originario latino di più recenti, di ultime esperienze dello spirito nel suo viaggio di vita col corpo e sono: morte, giudizio, inferno, paradiso.

Questi non sono qualcosa del di fuori di noi, ma sono in noi stessi, plasmano il nostro spirito e determinano la definitiva mala o buona riuscita della maturazione quale abbiamo fatta del nostro io mediante libere scelte nel tempo. La sua libertà modella lo spirito e gli consegna il destino che nella vita ciascuno si è voluto costruire per sempre.

Non è pensiero della Chiesa di spaventarci quando ci invita a considerare le nostre ultime realtà. Non è di Dio, che è Amore, spaventare le sue creature che ha volute come persone, volute a sua immagine perché potessero fruire con Lui della sua stessa eterna divina beatitudine in un vicendevole interscambio di comunione di amore. La Chiesa vuole ricordarci i pericoli che può incorrere la nostra libertà se esercitata male e aprire il cuore alla speranza.

Il fine della creazione è l’amore che Dio vuole partecipare alla sua creatura per unirla a sé nella pienezza di vita dell’effervescenza inesauribile del suo amore.

Il cielo è questo. E la morte sono le colonne d’Ercole da oltrepassare per sciogliere noi liberi le vele nell’oceano profondo dell’infinita felicità che Dio è.

Come tu, Padre, sei in me, siano anch’essi in noi una cosa sola…La gloria che tu hai data a me io l’ho data a loro. Padre, voglio che anche quelli che mi hai dati siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato poiché mi hai amato prima della creazione del mondo”. ( San Giovanni 19,21-24).

Il cielo è questo entrare nella divina circolarità ( quaedam circulatio) di vita e di amore delle tre Divine Persone nel mistero di trinità dell’unica natura dell’essere come tale che è Dio. E’ per noi essere cioè totalmente in Cristo, Parola a Dio interiore con la quale Egli pronuncia a sé il suo Nome nell’eterna epifania di gloria del Suo Spirito ed è la sua Parola a rivelarLo a noi ( cfr San Giovanni 1,18 e 14,9).

Ne la profonda e chiara sussistenza / dell’alto lume…/ parea foco / che quindi e quinci igualmente si spiri. / O luce eterna che sola in te sidi / sola t’intendi, e da te intelletta / e intendente te ami e arridi”. ( Dante. Commedia XXXIII,115-126)

Gloria a Dio nell’alto dei cieli e Pace agli uomini ben disposti a Lui” ( San Luca 2,14).

Il mistero della creazione e della redenzione è l’affresco in che viene raffigurato l’evento cosmico come di epopea dell’infinita gratuità e passione d’amore di Dio per noi e della libera nostra risposta a Lui al fine di “ essere consumati con Lui nell’unità” di vicendevole totale amore.

La nostra vita è una corsa verso Dio. E’ in Lui che abbiamo il pieno compimento di noi stessi.  Un paradosso di eternità entro lo svolgersi del tempo è l’uomo.

Passaggio doloroso dal tempo all’eternità è a noi la morte, simile allo strappare le bende da un corpo fatto enorme piaga purulenta. La pestifera nostra malattia di dolori e di morte sono i nostri peccati, violenta rottura dell’alleanza di vita con la Vita.

Egli (Dio) non è Dio dei morti ma dei vivi, perché tutti vivono per Lui” ( San Luca 20,38)),

Tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato, Signore, amante della vita” ( Sapienza 11,24-26).

Dall’eternità (io la Sapienza Divina ) sono stata costituita…ero con Lui come architetto ed ero la sua delizia ogni giorno, dilettandomi davanti a Lui in ogni istante, ponendo le mi delizie tra i figli dell’uomo” ( Proverbi 8,23-31).

Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni! E chi ascolta ripeta: Vieni. Colui che attesta queste cose dice: Sì, verrò presto. Vieni, Signore Gesù!” ( Apocalisse 22,17-20).

Quale differenza da quelle fedi che annunciano impossibili liberazioni e arrancano sulle vie della storia umana evoluendo in giostre di fumosa immaginazione. Qui invece tutto è luce di radiosa speranza e respiro profondo di ariosa libertà dell’anima.   

Ecco il messaggio del Natale, l’annuncio della possibile salvezza. Il Signore e creatore di tutti si abbassa a noi lasciando l’alto della magnificenza beata del suo essere e, uomo tra gli uomini, fa sfolgorare dal buio della nostra umanità depressa l’umanità nuova che risorge nella sua umanità divina.

Purtroppo tale messaggio di luminosa sicura speranza viene offuscato, bestemmiato dal babbo natale diffuso ovunque dalla Coca Cola dal 1933. Il Natale non è Gesù che viene a salvarci tradito da tutti. Via il presepio che offende e “ largo al quadrupede sir della festa” ( Verdi. La Traviata). Il mercato globalistico che fa sentire liberi per rendere schiavi. D’accordo con le laicistiche fantasie che mirano a svuotare di fede e lasciare l’uomo povero di sé, incapace di elevarsi e prendere il suo libero volo.

Liberiamoci dalle lastre tombali che pongono sulle nostre anime i falsi profeti del guadagno a tutti i costi, della vita comoda quale desiderio e segno ultimo di assoluta felicità, delle pubblicità che ci spogliano delle nostre anime, delle religioni fatte di leggi codificate dalla paura.     

Entriamo nell’epifanica nube luminosa del Signore che viene che è l’Immacolata sua Madre, sua aurora di Sole di giustizia che sorge sul mondo. Ella è la scala che porta il Salvatore sulla terra e noi porta a Lui. Lui il buon samaritano che si china sulle nostre piaghe e versa su di esse l’unguento che sana del suo amore.

Entriamo con arioso libero alleluia nella nube luminosa dell’aurora che è l’Immacolata e avanza sulle tenebre della disperazione umana portando la Luce che rischiara e riscalda. Abbandoniamo le diffuse intellettualistiche elucubrazioni date come scientifiche da false speculazioni di maestri che odiano il Bene e la Luce. Non permettiamo che oscurino la nostra ragione e ci mettano contro la natura e la sfigurano in nome di un’amorfa uguaglianza come di clone e non esiste se non nelle menti viziate e distorte dei nemici del giusto, del buono e del bello. Guardiamoci la mente e il cuore da essi come da una peste. Non permettiamo che turbinino intorno a noi influssi malefici che ci rubano la naturale serena bellezza con la quale il Signore ci ha adornati volendoci a sua immagine.

A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo Sposo, andategli incontro” ( Mt 25,6). 

Risuona qui a me beato il ricordo lontano della poesia della mia seconda elementare: “Consolati, Maria, del tuo pellegrinare! /…Il campanile scocca la mezzanotte santa. E’ nato il sovrano bambino, / è nato! Alleluia, alleluia /. La notte che già fu sì buia / risplende d’un astro divino. / Orsù, cornamuse, più gaie / suonate!  Squillate, campane! Venite pastori e massaie, genti vicine e lontane! / Non sete non molli tappeti / ma un poco di paglia ha per letto. / Per quattromill’anni s’attese /quest’ora su tutte le ore…/ E’ nato! E’ nato il Signore! /E’ nato nel nostro paese. ( Guido Gozzano).

Meditiamo e facciamo nostra la preparazione dei santi alla venuta del Signore.

Sforziamoci di far nostro nella meditazione lo spirito di fervore persone esemplari che abbiamo conosciute e seguendo Cristo anche nella sofferenza più acerba sono ascese alle cime degli alti colli dell’amore di Dio.

Non lasciamoci rubare da blasfemi sofismi di odio anticristiano, di Cristofobia per essere giusti e chiari, dissimulata da ipocrita difesa di chi da anti-chi e da anti-che, e di generale ignoranza la gioia del Natale del Signore tra noi.

Difendiamo la limpidezza e la semplicità della fede che giace nascosta nelle plaghe lontane dell’innocenza della nostra infanzia. Innocenza nell’amore di Dio e faceva di noi bimbi inconsapevoli annunci al mondo di speranza. Risvegliamo la nostra fede fanciulla capace di dissipare i miasmi della ribelle nostra vita spiritualmente randagia. Torniamo umilmente a quel Bambino che faceva nascere noi con Lui, usciamo con Lui dalla tempesta del mondo e torniamo a guardare con sguardo incantato l’antico cielo di purezza e speranza a noi rimasto nel cuore.

 

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