Italia regioni

 

 

di Daniele Trabucco e Filippo avv. Borelli 

 

L’articolo 116 della Costituzione terzo comma consente di attribuire alle Regioni a statuto ordinario forme e condizioni particolare di autonomia (c.d. autonomia differenziata), nelle materie di cui all’articolo 117 Costituzione, con legge approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti (c.d. legge rinforzata) previa intesa fra lo Stato e la Regione interessata. La questione del riconoscimento di maggiori forme di autonomia alle Regioni a statuto ordinario è stata posta al centro del dibattito politico e giuridico a seguito delle relative istanze presentate nell’anno 2017, a diverso titolo, dalle Regioni Veneto, Lombardia (queste due sulla base di previo referendum popolare) ed Emilia Romagna. Dopo la sottoscrizione a febbraio 2018 tra Governo e le Regioni interessate di tre accordi preliminari il negoziato è proseguito per la richiesta da parte delle Regioni medesime di ampliare ulteriormente le materie di competenza autonoma rispetto al quadro originariamente previsto. Il Ministero per gli Affari regionali e le autonomie aveva predisposto una bozza di disegno di legge sull’attuazione dell’autonomia differenziata,  che non è stato presentato in Parlamento per lo scioglimento anticipato delle Camere.

La legittima richiesta delle Regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, di forme e condizioni particolari di autonomia ai sensi dell’art. 116, comma 3, della Costituzione si scontra con alcuni nodi problematici non secondari. In primo luogo, troviamo arduo sostenere che alle tre realtà regionali saranno attribuite le materie richieste. Queste, infatti, sono etichette, scatole vuote, riempite più che dal legislatore dalla Corte costituzionale soprattutto dopo la riforma del Titolo V nel 2001. All’interno delle materie vi sono molteplici interessi alcuni dei quali non suscettibili di disciplina differente tra le varie Regioni. Attraverso i criteri della prevalenza, della chiamata in sussidiarietà, individuati dal giudice delle leggi, molti aspetti necessitano una normazione uniforme a livello statale. In secondo luogo, il nodo della determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e politici non solo (a differenza del settore sanitario) non sono stati definiti, ma manca pure una definizione di “essenzialità”. Si tratta di una questione sia giuridica, sia politica che difficilmente potrà accontentare le Regioni del sud. L’art. 116, comma 3, del Testo fondamentale si rivela inadatto per una maggiore autonomia e, anche in ipotesi di conclusione del procedimento, porterà solo a frammenti di competenze creando ulteriore confusione a quella già esistente. È necessario, invece, incidere in maniera radicale sulla distribuzione del potere tra centro e periferia, del caso superando il modello regionalistico ( che anche durante la gestione pandemica ha dimostrato le sue pecche mancando un effettivo coordinamento tra potere centrale e Regioni) e ponendo le basi per uno federale che parta dal basso.

 


 

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