La Fase 2 ed il “Pomo della Discordia”

Mons. Bernard Ginoux, Vescovo di Montauban 1

Mons. Bernard Ginoux, Vescovo di Montauban

 

di Stefania Marasco

 

La cosiddetta “Fase 2” è cominciata da poco, appena undici giorni, eppure le polemiche sono in escalation giornaliera, con la solita, italica, faziosità che raggiunge di giorno in giorno apici sempre più alti. Cerchiamo di essere sinceri: tante, troppe cose scontentano dei tentativi governativi di rispondere efficacemente alle varie crisi e sub-crisi che si stanno moltiplicando.
Stamani ANSA ci ragguagliava del sipario “commovente” della Ministro Bellanova (con tanto di paragone con predecessori altrettanto emotivi qui) che, fiera, dichiarava “Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili. Lo Stato è più forte del caporalato”, mentre intere categorie di lavoratori non vedono futuro, visti gli stanziamenti del tutto insufficienti in settori chiave come quello turistico, giusto per parlare di qualcosa che un minimo conosco di persona! Alla fiera signora Ministro si potrebbe, forse, ricordare che di lavoro nero è pieno il Paese, in svariati settori; che prima di regolarizzare un gruppo di clandestini si potevano impiegare i fruitori di Reddito di Cittadinanza ancora disoccupati…ma sarebbe un discorso lungo e, temo, inutile.

Quello di cui mi preme scrivere oggi, piuttosto, è un altro “Pomo della Discordia da Fase 2”, ovvero le “regole” per permettere ai fedeli cattolici di tornare a celebrare l’Eucarestia, e tutti gli altri sacramenti, insieme ai propri pastori.

Questo nostro blog ha affrontato l’argomento più volte, non solo dal punto di vista “nostrano” ma anche a livello internazionale (per esempio qui  e qui).

Personalmente ho perso non poco sonno dinanzi all’apparente sonnolenza della CEI, che ha prima atteso di leggere nero su bianco l’esclusione della Chiesa dalla Fase 2 per decidersi, finalmente, dopo le proteste vivaci di Mons. Giovanni d’Ercole, Vescovo di Ascoli Piceno (qui), di qualche sacerdote coraggioso (qui) e di innumerevoli fedeli cattolici (qui un esempio fra tanti), ad alzare la voce e cominciare a “contrattare” con “l’avvocato del popolo”, non senza addolcimenti da tirata d’orecchie pontificia, dietro-front, inversioni, titubanze e – diciamocelo –  scarsissima incisività (qui, qui, tant’è che, ad un certo punto, mi è venuto il dubbio che se non si fosse “alterato” il Presidente della Repubblica, perdendo un po’ dell’imperturbabilità british che lo contraddistingue (qui) staremmo ancora a chiederci “Signore, fino a quando?”!

Eppure Mr. President aveva ragione, bastava usare il buon senso! E basterebbe usarlo oggi.
Ci siamo lasciati alle spalle una Fase 1 quotidianamente vissuta fra file fuori ai supermercati, mascherine, guanti, autocertificazioni, multe e ricorsi, eppure continuano a raccontarci che le celebrazioni liturgiche sarebbero più pericolose di qualsiasi altra cosa perché creano assembramenti (ma non è la CEI a lamentarsi del calo di affluenza dei fedeli?!?), quindi veicolo di contagi epici, peggio della Peste Nera. Abbiamo “mendicato” la ripresa delle celebrazioni eucaristiche con il popolo, a numeri contingentati, con i preti che saranno costretti a distribuire l’Eucarestia con i guanti di lattice (con fior fiore di sanitari che reputano decisamente meglio l’uso dei gel sanitizzanti, convinti che i guanti possano essere più pericolosi perché creano false sicurezze), dopo aver tremato per giorni all’idea che il cosiddetto “Comitato Scientifico” imponesse di “imbustare le ostie consacrate per la distribuzione o, peggio, il self-service (qui  il commento scandalizzato del Card. Sarah al – e per fortuna il Comitato Scientifico non legge Marco Tosatti, sennò avrebbe potuto prendere spunto dai nostri cari fratelli germanici super-fantasiosi qui!), immaginando nei peggiori incubi il gaudio dei satanisti.

La verità è che vedo – ed oramai siamo in tanti a pensarla così – il diritto alla libertà religiosa in bilico. Leggo tra le righe la volontà di tenerci sempre più distanti gli uni dagli altri, anche in famiglia, fomentando il terrore contagio per accelerare un distanziamento sociale che vogliono far diventare cronico, emotivo, irrazionale. Ci spingono alla paura verso “quello che sta a meno di un metro da me”, in modo che la paura diventi pian piano “di chiunque sia al di fuori di me”, la paura dell’altro che è sempre stata preludio alle peggiori pagine della storia umana. Ci manipolano, con la pubblicità, con i “bollettini di guerra” dei telegiornali, con le miriadi di news contraddittorie, atte a rendere la gente solo più confusa ed insicura, mentre scenari sfilano, non percepiti, sotto i nostri nasi. Giustamente siamo felici ed impazienti di poter partecipare nuovamente alla celebrazione Eucaristica, ma immaginate quanto questa “parvenza di riacquisita libertà” nasconda insidie?
Ci attenderanno al varco i “ganci”, pronti a denunciare, a chiamare le TV, ad inventare anche ciò che non c’è, pur di far revocare il permesso alle celebrazioni col popolo. Aspettiamocelo. Prepariamoci alle dita puntate in caso di escalation dei contagi, alle multe, alla persecuzione del ridicolo (e magari pure a quella fisica) da parte di chi la Chiesa la odia e non vede l’ora di liberarsene.

Lo confesso, avrei voluto vedere una CEI diversa, avrei voluto sentire parole forti uscire dalla bocca del Card. Bassetti, invece di comunicati sciapi che sanno di poco o nulla. Non so se sia capitato anche a voi, ma io ho cercato di immaginare cosa avrebbe detto in simili circostanze Giovanni Paolo II, cosa avrebbe fatto.

Avrebbe tuonato come fece all’indirizzo della mafia ad Agrigento? Avrebbe invitato tutti noi a non aver paura? Non lo so cosa avrebbe detto lui ma sono rimasta colpita da ciò che ha scritto Mons. Bernard Ginoux, Vescovo di Montauban, l’11 maggio, in occasione dell’anniversario della sua nomina a vescovo, al suo gregge. Uno scritto lucido, dolente ma straordinariamente paterno ed aperto alla speranza, del quale sono venuta a conoscenza grazie ad un articolo di LifeSite (qui) e che vi propongo di seguito nella mia traduzione:

“L’11 maggio 2007 sono stato nominato vescovo di Montauban e fin dalla mia ordinazione il 2 settembre 2007, ho cercato di adempiere alla mia missione con dedizione e preoccupazione per il bene comune. Questa missione sta volgendo al termine con l’avvicinarsi dell’età canonica della pensione. Le settimane che abbiamo appena vissuto sono state un calvario che per alcuni ha portato alla morte e per altri alla lotta con la malattia. Molti hanno sofferto a causa di misure di protezione così rigorose che la loro salute mentale è stata colpita più gravemente della loro salute fisica. Penso a tutti gli anziani che non sono stati colpiti da questo virus. Certo, dovevano essere protetti da esso, ma era necessario separarli dai loro legami naturali fino al punto in cui ai nonni era proibito vedere i loro nipoti? Se fossero state adottate misure preventive coerenti e se gli strumenti necessari (come le maschere) fossero stati forniti fin dall’inizio, le tragedie familiari sarebbero state evitate. Sappiamo anche che alcune di queste persone si sono lasciate morire. Tra i giovani, i suicidi sono stati causati dalla tensione accumulata. Dovrà essere fatta una valutazione onesta di queste realtà.

Ma questi fatti non pregiudicano il lavoro svolto dai sanitari (medici, infermieri, paramedici, ecc.), vite offerte al servizio degli altri, gli sforzi compiuti da molte persone anonime nella loro determinazione a combattere COVID-19. La Chiesa cattolica non ha mancato di essere presente sui fronti più esposti e nel suo servizio permanente di carità, specialmente con popolazioni in difficoltà come i migranti. Ha anche accettato le misure draconiane che non ci hanno permesso di vivere i grandi momenti della nostra fede cristiana, dalla domenica delle Palme alla domenica di Pasqua, la Settimana Santa, il cuore e il fondamento della fede in Cristo che è morto e risorto. Lo abbiamo accettato nonostante l’immenso senso di perdita che i nostri fedeli hanno sicuramente sperimentato. La loro sofferenza è stata in qualche modo mitigata dalle trasmissioni TV e da tutti i mezzi audiovisivi. Resta il fatto che la nostra fede non è nutrita da questi mezzi; la fede cattolica è alimentata dalla presenza reale di Gesù Cristo. La Chiesa si realizza incessantemente attraverso il sacrificio della Messa, dove è reso presente l’unico sacrificio di Cristo sulla croce. La Messa ci presenta a lui, lo rende presente e ci fa partecipare a quello che è il “banchetto del Signore”: prendiamo veramente il nostro posto alla sua tavola. Non è un momento di preghiera o persino un semplice ascolto della Parola di Dio, ancor meno un incontro fraterno. Possiamo fare a meno di tutto ciò, ma non possiamo fare a meno dell’Eucaristia, proprio come abbiamo bisogno degli altri sacramenti. La messa è la vita della Chiesa cattolica. Anche se siamo uniti a Cristo in molti modi, viviamo per lui attraverso l’Eucaristia

In un momento in cui stanno riprendendo un gran numero di attività, mentre possiamo trovarci uno accanto all’altro su un aereo, nei supermercati o in attività all’aperto come in pista, una parte della cittadinanza che ha la libertà di praticare la propria religione partecipando alla Messa è impedita dal farlo con il pretesto di una pandemia il cui numero sta diminuendo. I numeri parlano da soli. Inoltre, la maggior parte delle nostre chiese sono molto grandi e abbiamo tutti i mezzi per conformarci alle misure sanitarie. È in gioco la nostra libertà e viene seriamente compromessa. Ho sentito molte persone che soffrono e parlo per loro.

Sono un vescovo in un luogo in cui, un giorno, nell’agosto 1942, il vescovo Pierre-Marie Theas ha osato quasi da solo condannare gli attacchi alla libertà e alla dignità dei cittadini francesi. Non avevamo raggiunto questo punto di ignominia. Ma io denuncio la violazione dei diritti dei fedeli cattolici di partecipare liberamente alla Messa; denuncio la negazione di questo diritto. Il diritto civile, la cui natura vincolante riguardo questa materia resta da dimostrare, non può essere imposto alla mia coscienza di pastore quando mi impedisce di adempiere al mio dovere. Sono un sacerdote e un vescovo per dare Cristo ai fedeli bisognosi. Questa è la mia missione e voglio dirglielo. La Chiesa cattolica ha sempre ricordato il diritto della persona umana a praticare la propria religione. Impedire l’esercizio di questo diritto è una violazione dei diritti umani fondamentali che potrebbe portare ad altri abusi. Questa lettera è un appello alla coscienza dei cattolici della diocesi di Montauban, che mi è cara e di cui sono pastore da tredici anni. Sapere che potete vivere la vostra fede liberamente sarà per me una grande gioia pastorale perché, anche in tempi di grandi epidemie, la Chiesa, sebbene con precauzioni, ha sempre offerto al Popolo di Dio la presenza del Salvatore attraverso il culto pubblico.

Affido alla Beata Vergine Maria, onorata nella Cattedrale di Montauban sotto il nome di Nostra Signora dell’Assunta, la diocesi e tutti i suoi abitanti. Possa lei vegliare su di noi e mantenerci sotto la sua protezione.”




Papa Benedetto: Mi sono dimesso, ma ho mantenuto la “dimensione spirituale” del papato

In una nuova biografia, Papa Benedetto parla della “dimensione spirituale” del papato “che è essa sola ancora mio mandato”.

Articolo scritto da Maike Hicksone pubblicato su Lifesitenews. Eccolo nella traduzione di Stefania Marasco.

 

Benedetto XVI

 

In una nuova biografia pubblicata il 4 maggio, Papa Benedetto fa alcune dichiarazioni che evidenziano la sua comprensione delle proprie dimissioni dal papato. In questo libro parla della “dimensione spirituale … che è essa sola ancora mio mandato”. Mostra una comprensione delle proprie dimissioni dal papato, in base alla quale ha rinunciato a qualsiasi “potere giuridico concreto” e qualsiasi ruolo di governo, ma allo stesso tempo ha mantenuto un “mandato spirituale”.

Papa Benedetto XVI ha risposto, nell’autunno del 2018, a diverse domande scritte del suo biografo Peter Seewald, che sono state poi incluse nella biografia di Seewald, lunga più di 1.000 pagine, intitolata Benedetto XVI: Una Vita. Questo libro è stato pubblicato oggi (il 4 maggio, ndr) in tedesco e sarà pubblicato in inglese il 17 novembre.

Parte di queste domande riguardavano le sue dimissioni dell’11 febbraio 2013, dopo quasi sette anni da Papa. Peter Seewald fa notare a Benedetto che ci sono storici della chiesa che criticano il fatto che si definisca “Papa emerito”, dal momento che un tale titolo “non esiste, anche perché non ci sono due papi”. Dopo aver detto per la prima volta che lui stesso non capisce perché uno storico della chiesa dovrebbe sapere di più su tali argomenti di chiunque altro – dopo tutto “stanno studiando la storia della Chiesa” -, Benedetto cita il fatto che “fino alla fine del secondo Concilio Vaticano, inoltre, non vi sono mai state dimissioni da parte di vescovi”.

Dopo l’introduzione della posizione di vescovo in pensione, il Papa emerito continua, sorse il problema che “si possa diventare vescovo solo in relazione ad una specifica diocesi”, vale a dire, ogni “consacrazione è sempre relativa ” e ” collegata ad una sede episcopale “.
Per i vescovi ausiliari, ad esempio, la Chiesa ha scelto “seggi fittizi” come quelli dei paesi un tempo cattolici del Nord Africa. Dato che con il crescente numero di vescovi in ​​pensione, questi seggi fittizi si stavano rapidamente occupando, un vescovo tedesco – Simon Landersdorfer di Passau – decise che sarebbe diventato semplicemente un “emerito di Passau”.

È qui che Papa Benedetto fa un confronto con il papato. Perché, siffatto vescovo in pensione, aggiunge, “non ha più attivamente una sede episcopale, ma si trova ancora nella relazione speciale di un ex vescovo con la sua sede”. Questo vescovo in pensione, tuttavia, così “non diventa un secondo vescovo della sua diocesi”, spiega Benedetto. Tale vescovo ha “completamente rinunciato al proprio incarico, eppure la connessione spirituale con la sua ex sede viene ora riconosciuta, anche dal punto di vista legale”. Questa “nuova relazione con una sede” è “data come una realtà, ma si trova al di fuori della sostanza giuridica concreta dell’ufficio episcopale”. Allo stesso tempo, aggiunge il Papa emerito, la “connessione spirituale” viene considerata come una “realtà”.

“Così”, continua, “non ci sono due vescovi, ma uno con un mandato spirituale, la cui essenza è servire la sua ex diocesi dall’interno, dal Signore, essendo presente e disponibile nella preghiera”.

“Non è concepibile il motivo per cui un simile concetto giuridico non debba essere applicato anche al vescovo di Roma”, afferma esplicitamente Papa Benedetto, chiarendo così che, secondo le sue idee, ha dato le dimissioni dal suo ufficio papale mantenendo una “dimensione spirituale” del suo ufficio.

Più avanti in questa intervista alla fine della nuova biografia di Seewald, Benedetto torna a parlare del fatto che non desidera fare commenti circa la questione dei dubia presentati dal Cardinale Raymond Burke e dai suoi colleghi cardinali sull’Amoris Laetitia, poiché questo “sconfinerebbe eccessivamente nell’area concreta del governo della Chiesa e quindi lascerebbe la dimensione spirituale che è essa sola ancora mio mandato”.

Papa Benedetto poi si rammarica che una qualsiasi delle sue affermazioni come Papa emerito – come la sua famosa osservazione del 2017 sulla barca che si ribalta che rappresenta la Chiesa – sia usata dai suoi critici come mezzo per trovare “una conferma per la loro calunnia”.

“L’affermazione che intervengo costantemente nei dibattiti pubblici”, afferma anche, “è una malevola distorsione della realtà”. Coloro che usano sue parole, come quelle relative al rovesciamento di una nave – che è di San Gregorio Magno -, al fine di individuare “un pericoloso intervento nel governo della Chiesa” sono, agli occhi di Benedetto, “partecipare a una campagna contro di me che non ha nulla a che fare con la verità”. In un altro contesto, il Papa menziona in particolare la “teologia tedesca”, che, in un “modo stupido e malvagio”, ha interpretato le sue parole, in un modo di cui “è meglio non parlare”.

“Preferisco non analizzare le vere ragioni del perché si desideri mettere a tacere la mia voce”, conclude Benedetto XVI.

Discutendo ulteriormente della questione di un “Papa in pensione” con Peter Seewald, Benedetto fa un confronto con il “cambio generazionale”, in cui il padre di famiglia rinuncia al “proprio status giuridico”, pur mantenendo la sua “importanza umano-spirituale,” che rimane “fino alla morte”. Vale a dire, l’aspetto “funzionale” della paternità può cambiare, non la sua parte “ontologica”.

Qui, il Papa emerito si riferisce alle famiglie di agricoltori bavaresi, dove il padre di una famiglia a un certo punto della sua vita consegna la fattoria principale a suo figlio mentre soggiorna in una casetta più piccola sulla stessa terra. Il figlio diventa quindi responsabile di fornire al padre i suoi bisogni materiali come il cibo. “Così”, afferma Benedetto, “gli viene data la sua indipendenza materiale, proprio come il passaggio dei diritti concreti al figlio. Ciò significa: il lato spirituale della paternità rimane, mentre la situazione cambia rispetto ai diritti e ai doveri concreti “.

Nel maggio 2016, l’Arcivescovo Georg Gänswein tenne un discorso, nel quale parlò di Papa Benedetto e di un “Ministero Petrino allargato”, una formulazione che ha suscitato un dibattito perché avrebbe potuto indicare che Benedetto non si era dimesso da tutte le diverse funzioni del papato. In seguito corresse questa affermazione e da allora ha insistito sul fatto che esiste un solo Papa. Gänswein ha dichiarato a LifeSite nel 2019: “Ho già chiarito più volte il «malinteso».” “Non ha alcun senso, no, ancor più, è controproducente insistere su questo «malinteso» e citarmi ancora e ancora. Ciò è assurdo e porta all’autolesionismo [Selbstzerfleischung]. Ho detto chiaramente che c’è un solo Papa, un Papa legittimamente eletto e in carica, e questo è Francesco”.

Già nel 2013, mentre spiegava le dimissioni al pubblico, Papa Benedetto XVI aveva poi affermato che “non può più esserci un ritorno alla sfera privata. La mia decisione di dimettersi dall’esercizio attivo del ministero non lo revoca. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze e così via. Non sto abbandonando la croce, ma resto in un modo nuovo al fianco del Signore crocifisso. Non sono più in grado di reggere il potere dell’ufficio del governo della Chiesa, ma al servizio della preghiera rimango, per così dire, nel recinto di San Pietro. San Benedetto, il cui nome porto come Papa, sarà per me un grande esempio. Ci ha mostrato la strada per una vita che, sia attiva che passiva, è completamente abbandonata all’opera di Dio “.

LifeSite ha contattato monsignor Nicola Bux, teologo vaticano ed ex collaboratore di Papa Benedetto XVI come consulente della Congregazione per la Dottrina della Fede, perché in passato aveva fatto alcune osservazioni sulla “validità giuridica delle dimissioni di papa Benedetto XVI “.

Dopo che LifeSite ha riassunto per lui la nuova dichiarazione di Papa Benedetto come si può trovare in questa nuova biografia papale, monsignor Bux ha risposto dicendo:

“Secondo me, uno degli aspetti più problematici sarebbe l’idea, implicita nell’atto di papa Ratzinger, che il papato non è un ufficio unico e indivisibile, ma, al contrario, un ufficio divisibile che può essere «spacchettato», nel senso che un Papa possa scegliere di rinunciare ad alcune funzioni, mantenendo per sé altre, che non verrebbero quindi trasmesse al suo successore. Un’idea chiaramente errata.”

In ulteriori scambi con Monsignor Bux, il teologo italiano ha aggiunto i seguenti pensieri:

“Il confronto tra l’ufficio papale e l’ufficio episcopale per quanto riguarda l’abdicazione dell’ufficio papale non è corretto. L’ufficio episcopale è conferito da ordinazione o consacrazione episcopale, imprimendo un carattere indelebile nell’anima del vescovo. Pertanto, sebbene possa essere sollevato da una particolare responsabilità pastorale, rimane sempre un vescovo. L’ufficio papale è conferito dall’accettazione dell’elezione alla Sede di Pietro, cioè da un atto di volontà della persona eletta, accettando la chiamata a essere il Vicario di Cristo sulla terra. Dal momento in cui la persona eletta acconsente ha la piena giurisdizione del Romano Pontefice. ”

Se la persona eletta non è un vescovo “, ha proseguito Monsignor Bux,” deve essere immediatamente consacrato Vescovo perché il papato comporta l’esercizio dell’ufficio episcopale, ma egli è Papa dal momento in cui acconsente all’elezione. Se la stessa persona, ad un certo punto, dichiara di non poter più adempiere alla chiamata di essere il vicario di Cristo sulla terra, perde l’ufficio papale e ritorna alla condizione in cui si trovava prima di dare il consenso ad essere il vicario di Cristo sulla terra. ”

Qui, il teologo italiano ha spiegato il principio fondamentale secondo cui “il papato non è conferito dalla grazia sacramentale. Non imprime un carattere indelebile sull’anima. A chi acconsente di essere Papa e persevera nel consenso, la grazia è data, come promesso da Nostro Signore, per essere “perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi che dell’intera compagnia dei fedeli” (Lumen Gentium, n. 23). Tale grazia, per sua stessa definizione, è data a una sola persona alla volta.”

In conclusione, Monsignor Bux scrive: “Nostro Signore ha dato a Pietro un solo mandato – legale e spirituale allo stesso tempo – e ha chiesto agli Apostoli di sostenerlo attraverso la comunione, cum et sub Petro (con e sotto Pietro). San Paolo lo spiega come: «sollicitudo omnium ecclesiarum» (cura di tutte le chiese). Pertanto, non esiste un primato Petrino da condividere, ma due principi indissolubili in comunione permanente tra loro: il primato Petrino e il lavoro di gruppo episcopale (collegialità).”

Come diventa chiaro qui, la discussione accademica sul concetto di Papa Benedetto delle sue dimissioni non è ancora chiusa.

 




Trump: rimuovere la Cina dalla catena di approvvigionamento globale, creare un nuovo gruppo.

Dopo i gravi danni umani ed economici che gli USA stanno subendo a causa della pandemia di coronavirus, il presidente Donald Trump sta guidando una nuova iniziativa per rimuovere dalla Cina tutta la catena di approvigionamento. 

Ne parla Ryan Saavedra nel suo articolo pubblicato su The Daily Wire, che Stefania Marasco ci propone nella sua traduzione. 

 

Trump Donald

 

Secondo quanto riferito, il presidente Donald Trump sta guidando una nuova iniziativa per rimuovere dalla Cina le catene di approvvigionamento globali come reazione alla disastrosa risposta del Partito comunista cinese (PCC) alla pandemia di coronavirus che ha avuto origine nel loro paese.

“La distruzione economica e il bilancio delle vittime del coronavirus negli Stati Uniti sta generando una spinta a livello governativo per spostare la produzione e la dipendenza degli Stati Uniti dalla catena di approvvigionamento della Cina, anche se invece vanno in altre nazioni più amichevoli, hanno detto gli attuali e precedenti alti funzionari dell’amministrazione statunitense”, secondo la Reuters. “Il dipartimento del commercio degli Stati Uniti, lo Stato e altre agenzie sono alla ricerca di modi per spingere le aziende a spostare sia l’approvvigionamento che la produzione fuori dalla Cina. Gli incentivi fiscali e i potenziali sussidi di ricollocamento sono tra le misure prese in considerazione per stimolare i cambiamenti, hanno detto a Reuters i precedenti ed attuali funzionari.

Keith Krach, sottosegretario allo Sviluppo Economico, Energia ed Ambiente presso il Dipartimento di Stato, ha detto alla Reuters che gli Stati Uniti hanno lavorato per ridurre la dipendenza delle catene di approvvigionamento statunitensi dalla Cina, ma che alla luce dei recenti eventi l’amministrazione sta “ora spingendo fortemente in tal senso. ”

“Questo momento è una tempesta perfetta; la pandemia ha cristallizzato tutte le preoccupazioni che le persone hanno avuto sul fare affari con la Cina”, ha detto alla Reuters un alto funzionario degli Stati Uniti. “Tutti i soldi che la gente pensa di aver guadagnato facendo accordi con la Cina prima, ora sono stati eclissati ampiamente dal danno economico [dalla pandemia]”.

Oltre a poter far leva per innalzare considerevoli nuove tariffe contro la Cina, la Reuters ha riferito che l’amministrazione Trump sta cercando di creare un’alleanza di “partner fidati” denominata “Rete di Prosperità Economica”.

La Reuters ha aggiunto: “Includerebbe le aziende ed i gruppi della società civile che operano con lo stesso insieme di standard, dalle imprese digitali, energia e infrastrutture alla ricerca, istruzione e commercio”.

La mossa arriva dopo che la Cina comunista ha mentito al mondo sull’epidemia di Wuhan “nascondendo, celando intenzionalmente la gravità” dell’epidemia in modo che potessero avere il tempo di accumulare da tutto il mondo le forniture mediche che erano necessarie per combattere il virus, secondo un rapporto del Dipartimento di Sicurezza Nazionale.

Un recente dossier creato dalla “Five Eyes Intelligence Alliance” – che comprende agenzie di intelligence di Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda – afferma che la Cina sapeva che il coronavirus era trasmissibile da uomo a uomo già la prima settimana di dicembre, ma ha aspettato oltre sei settimane prima di avvertire il mondo.

“La Cina ha deliberatamente soppresso o distrutto le prove dell’epidemia di coronavirus in un «attacco alla trasparenza internazionale» che è costato decine di migliaia di vite, secondo un dossier preparato dai governi occidentali interessati dal contagio COVID-19”, ha riferito il Daily Telegraph. [Tale dossier] “Dichiara che per «mettere in pericolo gli altri Paesi» il governo cinese ha nascosto le notizie sul virus facendo tacere o «sparire» i medici che hanno parlato, distruggendo le prove di laboratorio e rifiutando di fornire campioni vivi a scienziati internazionali che stavano lavorando su un vaccino.”

 




È eticamente difendibile per la Chiesa decidere di sospendere le messe pubbliche?

“Inoltre, che venga riconosciuto o meno dallo stato, i sacramenti costituiscono il più grande bene della società civile pubblica. Il sacrificio della Messa è, in un certo senso, il cuore della società umana, il luogo in cui è maggiormente orientato verso il mistero assoluto di Dio. La vera presenza di Cristo nell’Eucaristia è la fonte del più fondamentale sostentamento spirituale dell’umanità e della sua più grande consolazione spirituale. Sostiene la Chiesa collettivamente e ogni cristiano individualmente.”

Un saggio di padre Thomas Joseph White, O.P., pubblicato su Public Discourse, e tradotto per noi da Stefania Marasco. 

 

Portone chiuso catena

 

Alcuni hanno sostenuto che la sospensione temporanea delle messe della Chiesa pubbliche in molte regioni del mondo per motivi di salute pubblica sia non etica.

Si forniscono diverse ragioni. Alcuni sostengono che viola i principi di base della legge naturale, poiché la Chiesa è stata istituita da Dio per mantenere il culto pubblico di Dio per il bene della società. Altri sostengono che contravviene al rispetto della Chiesa per l’istituzione divina dei sacramenti, che il clero abbia l’obbligo di celebrare per il bene dei fedeli cristiani. Allo stesso modo, alcuni sostengono che i fedeli abbiano diritto ai sacramenti nelle attuali circostanze e che i loro diritti canonici vengano trascurati.

 

Queste sono tutte preoccupazioni importanti. In questo saggio, offro alcune riflessioni teologiche in risposta a loro. Procedo in due parti: in primo luogo, considero la legge naturale e il rapporto tra la Chiesa e lo stato in materia di diritto naturale. In secondo luogo, mi rivolgo all’insegnamento in base al quale i sacramenti sono di diritto divino.

Cosa deve lo Stato alla Chiesa? E cosa devono i membri della Chiesa allo Stato?

 

Dobbiamo innanzitutto ricordare brevemente i motivi per cui qualsiasi governo nazionale moderno è obbligato dalla legge naturale a rispettare i diritti della libertà religiosa della Chiesa.

Gli esseri umani hanno naturale inclinazione, obbligo e diritto di cercare la verità su Dio e di aderire a quella verità quando la trovano. Dal momento che lo fanno collettivamente, in quanto animali sociali, hanno anche il diritto di comunicare reciprocamente la verità religiosa e di adorare Dio collettivamente.

Questo riconoscimento della pratica religiosa non danneggia lo stato. Al contrario, aiuta a sostenerne il benessere. La Chiesa contribuisce a un insieme di beni naturali che lo stato o presuppone — come una vita familiare sana, di cui lo stato ha bisogno per sopravvivere — o con cui può avvalersi dell’assistenza — come l’incentivazione di un agire virtuoso, l’osservanza della legge naturale, la giusta difesa del paese, istruzione, sanità e arti. Inoltre, la Chiesa fornisce un orientamento verso una fine trascendente della vita con Dio che nessun governo può fornire. Questo anima la società con uno spirito di speranza nel futuro, in vista della vita eterna. L’insegnamento della Chiesa sulla legge naturale fa anche luce sulle pratiche giuste e ingiuste e può aiutare nel dibattito pubblico a salvaguardare i più vulnerabili. Di conseguenza, è irrealistico, irragionevole e ingiusto per qualsiasi governo cercare di sopprimere la fede e la pratica religiosa cristiana fintanto che quest’ultima si accorda con i precetti della legge naturale.

Detto questo, anche i membri della Chiesa devono qualcosa allo stato. Il governo umano è quello strumento o insieme collettivo di uffici e agenzie che cerca di mantenere il bene comune della vita politica e sociale umana a vari livelli: salute pubblica, economia funzionale, protezione contro la criminalità e la violenza, servizi pubblici, istruzione, servizi sociali, difesa della società e così via. L’elenco è lungo. Nella misura in cui i pubblici ufficiali hanno l’obbligo di ricercare la giustizia e la prosperità sociale, i membri della Chiesa sono chiamati a identificare ideali politici realistici ed identificare ingiusti abusi. Ma sono anche chiamati a rispettare i beni naturali che lo stato cerca giustamente di difendere e promuovere e a cooperare in modo ragionevole con le autorità dello stato quando questi beni sono sotto assalto e devono essere protetti.

 

Cosa succede quando i governi e le chiese non sono d’accordo?

 

I conflitti sorgono quando vi sono sostanziali divergenze sul contenuto della legge naturale nella società pubblica. Ad esempio, la Chiesa ha l’obbligo di promuovere una cultura di difesa della vita umana non ancora nata, specialmente in quelle nazioni in cui i membri del governo non riconoscono la dignità degli esseri umani dal concepimento alla morte naturale. Qualsiasi legge civile che sia difettosa su questo punto costituisce una forma di grave ingiustizia. Molto più raramente, le pratiche religiose possono diventare una vera minaccia per la sicurezza pubblica. In questi casi, ci sono motivi per cui lo stato agisce contro gli interessi percepiti dai gruppi religiosi. Ci sono esempi chiari e non controversi: lo stato può agire direttamente contro coloro che si impegnano nel terrorismo motivato religiosamente e può agire per arrestare i fanatici religiosi che potrebbero spingere i loro adepti verso atti di suicidio collettivo (come Jim Jones).

In casi più delicati e complessi, lo stato dovrebbe impegnarsi con i leader religiosi per invitare le organizzazioni religiose a mitigare il loro comportamento volontariamente.  Ad esempio, se una centrale nucleare dovesse risultare destabilizzante in un’area popolata ed emettesse dosi letali di radiazioni entro un raggio di più miglia, lo stato avrebbe tutto il diritto di chiedere al vescovo locale di annullare la celebrazione delle messe pubbliche in quella regione, anche per un periodo di tempo prolungato. Regole analoghe si applicano nelle regioni di guerra attiva e in luoghi soggetti allo scoppio di intense epidemie. Lo stato può avere un motivato ed acquisito interesse a proteggere la vita dei cittadini chiedendo un periodo di quarantena. Chiedendo alle persone di chiudersi in casa per un periodo di tempo prolungato ma limitato (da quattro a dodici settimane, per esempio), lo stato può cercare di limitare la diffusione di una malattia mortale che potrebbe uccidere potenzialmente decine di migliaia di persone.

Si può certamente discutere il mandato scientifico di una quarantena, la sua efficacia in una determinata regione o paese, il suo valore proporzionato alle sue conseguenze economiche e ai suoi effetti psicologici sui cittadini. Il mio punto qui non è quello di difendere la pratica per motivi di ordine pubblico. Specialisti della salute, economisti, esperti di etica e politici dovrebbero continuare a discutere e valutare queste questioni per il bene di tutti. Il mio punto è semplicemente sottolineare che lo stato può legittimamente chiedere ai cristiani cattolici di intraprendere una tale quarantena in conformità con i principi della legge naturale. Di per sé non c’è nulla di illegittimo se rientra in determinati parametri di uso temporaneo e giustificato, né è raro storicamente.

Se alcuni leader politici tentassero di sfruttare tali misure per cercare di sopprimere la pratica pubblica cristiana in modo permanente o di inibirla per un periodo di tempo arbitrario o ingiustificato, sarebbe quindi compito della Chiesa respingerle in difesa delle proprie libertà religiose, anche attraverso strumenti di giustizia civile come la magistratura. Ma questa possibilità – che è fin troppo reale in alcuni luoghi – non è di per sé una ragione per affermare che la richiesta di un determinato stato di una quarantena temporanea è intrinsecamente ingiusta.

La Chiesa dovrebbe cooperare con lo stato per proteggere i suoi cittadini e lavorare ragionevolmente con quelli del governo che cercano di farlo. Inoltre, se la vita di molti cittadini è davvero in gioco, allora può diventare compito incombente dei cittadini cristiani osservare i protocolli per il bene comune degli altri. Ancora una volta, il “se” condizionale conta: le persone intelligenti possono non essere d’accordo sulle questioni prudenziali. Ma ciò che la mia osservazione implica è che coloro che osservano le richieste dello stato potrebbero agire in accordo con una coscienza cattolica ben formata. Potrebbero obbedire allo stato e difendersi sostenendo che lo stanno facendo in accordo con la dottrina sociale cattolica in questo caso particolare.

 

I Sacramenti sono di diritto divino. In che modo influisce sulla questione?

 

La Chiesa cattolica insegna che i sette sacramenti sono strumenti di grazia istituiti da Cristo stesso (in modo esplicito o implicito) e trasmessi dalla comunità apostolica alla Chiesa primitiva. Di conseguenza, la celebrazione e l’uso di questi sacramenti nella Chiesa sono di “diritto divino”, nel senso che provengono da Dio e non possono essere abrogati o alterati nella loro essenza da qualsiasi potere umano, comprese le autorità ecclesiastiche. I vescovi, in quanto successori degli apostoli, servono e amministrano i sacramenti. Possono insegnare autorevolmente ciò che questi stessi sacramenti compiono e possono formulare rituali per la loro celebrazione, ma non possono cambiare o alterare la realtà dei sacramenti in quanto tali. Tutto ciò si esprime dottrinalmente nel millenario insegnamento cattolico.

Una dimensione del diritto divino che merita di essere sottolineata riguarda l’episcopato. I vescovi sono per diritto divino i successori degli apostoli. Di conseguenza, in virtù della loro consacrazione e della loro comunione con la Sede petrina, ricevono autorità giuridica sull’esercizio e l’uso dei sacramenti. Non possiedono questa autorità solo per convenzione sociologica o diritto ecclesiale, ma per diritto divino. Ne consegue che devono esercitare attentamente la propria responsabilità di sorvegliare l’applicazione e l’uso dei sacramenti in accordo con le intenzioni di Cristo stesso e gli insegnamenti della Chiesa in molte circostanze contingenti complesse.

Allo stesso modo, i fedeli (cioè i cattolici battezzati) possiedono il diritto morale e il privilegio di accesso ai sacramenti, tra cui confessione, comunione, matrimonio (in cui sono i celebranti in Occidente), unzione dei malati e il diritto che i loro figli siano battezzati. I sacerdoti, in virtù della loro ordinazione e mandato ecclesiale, hanno anche il diritto di celebrare i sacramenti e di condurre la cura delle anime come regolamentato dalla Chiesa e in comunione con i loro vescovi. Questo non significa che le persone in questione agiscono in modo impeccabile o infallibile. Né tali diritti sono sempre e ovunque assoluti; anche loro sono soggetti a limiti. Ma tali diritti sono sanciti dalla legge canonica per proteggere le persone dalle forme ingiustificate di ingiustizia reciproca e da parte di forze esterne (incluso lo stato). Vescovi e sacerdoti non intendono impedire la celebrazione o l’accoglienza dei sacramenti reciprocamente o da parte dei laici, tranne che per motivi giusti e seri.

Inoltre, che venga riconosciuto o meno dallo stato, i sacramenti costituiscono il più grande bene della società civile pubblica. Il sacrificio della Messa è, in un certo senso, il cuore della società umana, il luogo in cui è maggiormente orientato verso il mistero assoluto di Dio. La vera presenza di Cristo nell’Eucaristia è la fonte del più fondamentale sostentamento spirituale dell’umanità e della sua più grande consolazione spirituale. Sostiene la Chiesa collettivamente e ogni cristiano individualmente. La confessione, allo stesso tempo, è il mezzo più essenziale per gli esseri umani per arrivare in modo efficace e con certezza alla vera riconciliazione con Dio e ottenere la pace faccia a faccia con la tendenza al peccato e con la mortalità. Potremmo continuare una tale litania, ma il punto è che i sacramenti sono il mezzo supremo per la persona umana per incontrare Dio e raggiungere un orientamento stabile verso i più alti beni soprannaturali.

Tuttavia, detto tutto ciò, nessuno ha diritto a tutti i sacramenti in qualsiasi momento o luogo che scelgono. Una madre non ha il diritto di battezzare suo figlio la mattina di Natale; e una coppia non ha il diritto di sposarsi il Venerdì Santo. Piuttosto, la celebrazione e il ricevimento dei sacramenti devono avvenire sotto la giurisdizione del vescovo locale e in conformità con la tradizione e la legge della Chiesa.

 

Quali ragioni possono giustificare la sospensione dell’accesso ai sacramenti?

 

Vi possono essere buoni motivi per cui vescovi e sacerdoti sospendano l’accesso pubblico ordinario ai sacramenti a una determinata persona o popolazione in un determinato contesto. Uno di questi è il misfatto. Un religioso che è colpevole di grave colpa e che provoca scandalo pubblico può essere giustamente sospeso dalla Santa Sede dall’esercizio delle funzioni dello stato clericale. Non gode di un diritto a tempo indeterminato di svolgere le funzioni sacerdotali solo per il fatto che il sacramento dell’ordine è di diritto divino. In effetti, a volte ci preoccupiamo se la gerarchia abbia usato la sua autorità in modo rapido e vigoroso in certi contesti per difendere il bene della Chiesa e proteggere i fedeli.

Altri casi sono facili da identificare: la sospensione della comunione per coloro che mantengono idee erronee sulla fede, politici che negano pubblicamente e ostinatamente la legge naturale, parrocchie che cadono in strani scismi, coppie che vogliono sposarsi ma rifiutano di promettere un impegno permanente o che vogliono battezzare il loro bambino ma rifiutano di crescere il bambino nella Chiesa. L’elenco potrebbe continuare, ma l’idea è abbastanza chiara. L’istituzione divina dei sacramenti esiste in una modalità inevitabilmente ecclesiale, che è inseparabile dalla supervisione episcopale.

Qualcuno di questi casi si applica in una pandemia? Gli esempi sopra riportati riguardano principalmente ostacoli morali, non fattori esterni al di fuori del nostro controllo. Eppure si può ripensare al mio esempio di Chernobyl. Un vescovo potrebbe giustamente sospendere la celebrazione del sacrificio della messa in un determinato momento e luogo per motivi di pubblica sicurezza in caso di una pericolosa fuga radioattiva. Questa sospensione non costituirebbe un atto intrinsecamente malvagio, né violerebbe i principi della legge canonica. In effetti, sarebbe una cosa ovviamente prudente da fare. Allo stesso modo, in una regione consumata da una guerra in corso, il clero potrebbe massimizzare la sicurezza dei fedeli sospendendo le masse pubbliche negli edifici della Chiesa per un determinato periodo di tempo.

Il caso di una pandemia è analogo, sebbene vi siano anche circostanze speciali applicabili. Una malattia virale che si diffonde per mezzo della vicinanza può infettare un ministro sacramentale, che può poi trasmetterlo a molti altri, anche essendo asintomatico. L’incontro di grandi gruppi per periodi di tempo prolungati aumenta la probabilità che il contagio passi da una famiglia all’altra (e questo è probabilmente abbastanza diverso da una persona che entra in un negozio da sola per un periodo di tempo più breve). Le persone anziane e vulnerabili saranno probabilmente presenti insieme alle persone infette asintomatiche in una grande messa domenicale. Tutto ciò può prolungare il tempo in cui la malattia persiste in una determinata località invece di ridurne la diffusione attraverso una quarantena a breve termine.

I vescovi stanno scegliendo il bene del corpo rispetto al bene dell’anima?

 

Ma perché i cristiani non dovrebbero continuare a incontrarsi apertamente durante una pandemia proprio in testimonianza della fede? Dopotutto, un tale atto potrebbe mostrare che i cristiani cercano principalmente il bene dell’anima piuttosto che i beni del corpo. Non facendolo ciò potrebbe anche suggerire un’implicita mancanza di fiducia in Dio.

Per quanto siano tali obiezioni ben intenzionate, esse non sono ben radicate nella tradizione teologica della Chiesa. Questa tradizione sostiene che l’economia sacramentale della grazia deve operare in armonia con la legge naturale, non al di sopra o contro di essa. C’è una coerenza con la grazia e la natura, non un’opposizione.

In conformità con la legge naturale, gli esseri umani dovrebbero cercare di preservare la propria vita corporale dai danni. Di conseguenza, in un contesto in cui la pratica sacramentale può mettere in pericolo direttamente la salute delle persone, la Chiesa non dovrebbe richiederla. I singoli cattolici possono scegliere di abbracciare questo tipo di attività liberamente, ovviamente. Si pensi, ad esempio, al sacerdote che porta la comunione ai morti su un campo di battaglia in azione o che presta ministero attivamente ai pazienti con COVID-19. Tale azione non è solo lecita ma lodevole e bella. La Chiesa dovrebbe fare spazio a tale comportamento poiché incarna la vita della carità cristiana nel dono di sé per gli altri. Tuttavia azioni come queste dovrebbero essere fatte liberamente e senza danneggiare inutilmente gli altri.

Inoltre, quando le circostanze lo giustificano, la Chiesa può temporaneamente sospendere l’esercizio pubblico del culto cristiano e la celebrazione dei sacramenti, non per invertire la gerarchia dei valori ma per cooperare in uno sforzo collettivo progettato per proteggere la vita umana. Il principio secondo cui i beni spirituali sono più alti di quelli materiali non risolve tutti i fattori che entrano nel processo decisionale pratico e prudenziale. Una persona può rimanere in uno stato di grazia per due settimane senza ricevere la comunione. Non può preservare la sua vita corporea per due settimane senza mangiare. Di fronte a una netta alternativa tra i due in quel periodo di tempo, è difensibile la scelta di quest’ultima opzione. In un certo senso, l’anima in stato di grazia è più resistente del corpo materiale. La maggior parte delle persone nel Medioevo – che ricevevano la comunione solo poche volte all’anno – lo capivano perfettamente.

Gli argomenti di cui sopra non vengono presentati in difesa di ogni decisione presa in ogni diocesi rispetto alla celebrazione pubblica dei sacramenti. Non intendono neppure difendere l’attuale diffusa politica della sospensione delle messe pubbliche come necessariamente la migliore, figuriamoci come una che non può essere messa in discussione. Infatti, proprio perché la politica si basa su una scelta di prudenza in un contesto complesso, è molto difficile dire con certezza quale “deve” essere il migliore. Piuttosto, l’umiltà epistemica è per tutti noi. Le mie argomentazioni qui intese a difendere l’attuale politica come una scelta di estrema prudenza che può essere intrapresa con carità preoccupandosi del bene della sicurezza pubblica, per un periodo di tempo limitato e senza violare alcuna norma della legge naturale, il diritto divino dell’economia sacramentale, o le giuste disposizioni della legge canonica. I vescovi della Chiesa cattolica hanno la responsabilità inalienabile di prendere decisioni contingenti prudenziali proprio di questo tipo per il bene di tutti. Se tale linea di condotta è teologicamente ed eticamente difendibile, è anche ragionevole che il clero cattolico e i laici obbediscano e riconoscano ai vescovi la buona volontà nell’esercizio del loro ministero e di lavorare con loro in modo costruttivo. Dopo tutto, spetta in particolare a noi in un momento di pandemia cercare di sostenere la comunione della Chiesa nella carità come testimone del primato di Cristo e come mezzo per la nostra più profonda unione con Dio.

 

Appendice sui precedenti storici

 

Pur non essendo uno storico accademico della Chiesa, ho tentato con l’aiuto di altri di fornire un breve elenco di alcuni precedenti storici degni di nota in questo settore.

 

  1. L’esempio storico di San Carlo Borromeo ha ricevuto molta attenzione nelle recenti discussioni sulla risposta della Chiesa al coronavirus. Vale la pena notare che la cooperazione tra San Carlo e il governo della città di Milano fu generalmente molto stretta durante la pestilenza che colpì Milano intorno al 1576. In effetti, alcune norme sanitarie furono promulgate congiuntamente sia dal governo della città che dal cardinale insieme. (Vedi S. Cohen, Culture della peste, pagg. 288-89). Questo è importante da capire, perché quando le quarantene venivano promulgate nella città confinando le persone nelle loro case, veniva anche loro impedito di recarsi in chiesa. Tali quarantene facevano parte di uno sforzo cooperativo per controllare la diffusione del contagio. Una quarantena generale (come quella dell’ottobre 1576) significava che quasi nessuno poteva andare in chiesa, tranne il clero che già viveva lì.

 

  1. Lo stesso San Carlo aveva chiaramente un interesse personale per la medicina, come è stato documentato in vari testi, ad esempio L. Belloni, “Carlo Borromeo e la storia della medicina”, in San Carlo e il suo tempo (Roma, 1986), I: pagg. 165-177. È chiaro che durante la pestilenza egli prese sul serio il consiglio dei medici e non fu il tipo di leader che vedeva questo come un conflitto tra fede e medicina.

 

  1. Come è stato sottolineato, San Carlo organizzava processioni all’aperto e messe agli angoli delle strade, ecc., a cui i laici potevano assistere dalle loro finestre. Queste venivano commemorate con le “Croci della peste” che furono in seguito erette e sono ancora visibili a Milano oggi. Già a quel tempo i medici capivano che gli spazi chiusi aumentavano il rischio di contagio e quindi favorivano le attività all’aperto rispetto alle riunioni al chiuso. Ma, significativamente, il numero di laici a cui era permesso assistere alle processioni all’aperto era spesso strettamente limitato. In effetti, Borromeo minacciò coloro che lasciarono le loro case per unirsi alle processioni di severe sanzioni. Vi sono registrazioni delle ordinanze della città per alcune di queste processioni, come quella tenuta il 18 gennaio 1577. In quella occasione, sembra che solo un laico di ciascuna parrocchia sia stato autorizzato a partecipare alla processione, e c’erano regole per mantenere le distanze appropriate. (Vedi S. Cohen, Culture of Plague, p. 342 n. 113.)

 

  1. Un breve articolo di Vatican News è utile a questo proposito poiché ha recentemente messo in luce i passi compiuti non solo da San Carlo Borromeo nel 1576-1577, ma anche da Papa Alessandro VII durante la successiva pestilenza del 1656. L’articolo afferma il sostegno di Borromeo a una quarantena generale che limitava tutte le attività pubbliche, incluso lo spostamento verso le chiese.

 

  1. Molto tempo prima nel 1497 una pestilenza colpì molto duramente la città di Venezia. Una volta che le autorità secolari iniziarono a rendersi conto che gli assembramenti nelle chiese avrebbero potuto diffonderlo, decisero di chiudere temporaneamente le chiese. Un frate francescano del Movimento dell’Osservanza, che chiaramente non era un lassista, predicò davanti al Doge di Venezia lo stesso anno di Natale ed annotò: “Signori, state chiudendo le chiese per paura della peste, e siete saggi nel farlo.” Ha continuato aggiungendo che una seria riforma morale era necessaria soprattutto se si voleva placare Dio durante la peste. Ma ha sostenuto che entrambi erano appropriati. (Vedi S. Watts, Epidemics and History, p. 11.)

 

  1. Certo, c’erano sempre eccezioni e casi di attrito o conflitto, di solito con il clero locale che cercava di aggirare le regole. Per fare un esempio, durante la pestilenza del 1656 a Roma: “Anche quando le autorità imponevano rigide norme sui culti [raduni per devozioni], ciò non sempre impediva ad alcuni membri del clero di tentare di infrangere le regole, come accadde a Roma nell’estate del 1656 dopo la chiusura delle chiese per impedire l’accesso a una serie di immagini votive, che erano diventate il fulcro della devozione popolare durante la peste. Quando i Chierici regolari della Madre di Dio continuarono a tenere aperta la porta della chiesa del loro convento di S. Maria in Portico, le autorità laiche e religiose si unirono per agire drasticamente. Il papa, Alessandro VII, soppresse il convento, trasferendo l’immagine ed i chierici in un’altra chiesa, e fece ricostruire la chiesa. …La reliquia fu [allora] collocata in una nuova posizione ed inclusa in una grande cornice scultorea progettata da Giovanni Antonio De Rossi per impedire il contatto fisico del pubblico con l’oggetto della loro adorazione. ” (J. Henderson, Florence Under Siege, 154–55).

 

  1. Sulla stessa linea, si possono trovare molti esempi nel periodo medievale e dell’inizio dell’epoca moderna quando le autorità civili e religiose hanno lavorato insieme per cercare di bilanciare il desiderio dei fedeli di accedere ai luoghi sacri con le preoccupazioni per la sicurezza pubblica. Spesso venivano favoriti eventi all’aperto (ad es. Processioni), mentre i raduni al chiuso erano limitati sia dalla Chiesa che dallo stato. Questo modello cooperativo era principalmente la norma. Più in generale, non c’è davvero alcuna questione storica sul fatto che le chiese fossero talvolta temporaneamente chiuse durante le epidemie. Gli storici che hanno familiarità con le epidemie possono fornire esempi di ciò, sia nel Medioevo durante la Peste Nera, sia durante le varie pestilenze del XVI e XVII secolo, o durante epidemie più recenti come i vari focolai di febbre gialla nel XIX secolo o 1918 influenza spagnola. Le quarantene che provocano la sospensione temporanea delle messe pubbliche erano diffuse negli Stati Uniti in quest’ultima epidemia.

 

___________

 

Thomas Joseph White, O.P., è cresciuto nel sud-est della Georgia, ed è cresciuto in una famiglia interreligiosa. Ha studiato alla Brown University e all’Università di Oxford, ed è entrato nell’Ordine dei Predicatori nel 2003. È direttore dell’Istituto Tomistico dell’Angelicum di Roma e professore di teologia. Tra i suoi libri c’è anche Sapienza nel volto della modernità: Uno studio di teologia naturale tomistica, Il Signore Incarnato: Uno studio tomistico in cristologia, e La luce di Cristo: Un’introduzione al cattolicesimo. Nel 2011 è stato nominato membro ordinario della Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino.

 




Oggi, 25 Aprile…liberi da cosa e per cosa?

Balcone con donna mascherina tricolore bandiera italiana

 

di Stefania Marasco

 

È passato un po’ di tempo dal mio ultimo post, un po’ perché sono stata presa da certe priorità, un po’ perché prima di esprimermi su determinate questioni preferisco meditarci su.
Scelgo di scrivere oggi, 25 Aprile 2020, chiedendomi: cosa c’è da festeggiare?

ANSA ci trasmette il pensiero del Presidente Mattarella (leggi qui) che dice, testualmente «“il settantacinquesimo anniversario della Liberazione è – sottolinea il presidente – data fondatrice della nostra esperienza democratica di cui la Repubblica è presidio con la sua Costituzione”. “Fare memoria della Resistenza, della lotta di Liberazione, di quelle pagine decisive della nostra storia significa ribadire i valori di libertà, giustizia e coesione sociale, che ne furono alla base, sentendoci uniti intorno al Tricolore”. L’Italia, ricorda Mattarella, si è dotata “di antidoti contro il rigenerarsi di quei germi di odio e follia che avevano nutrito la scellerata avventura nazifascista”

Sempre ANSA (leggi qui) ci fa sapere che oggi ci sarà un flashmob collettivo, tutti a cantare “Bella Ciao” sul balcone di casa.

Sapete cosa vi dico? Che io non ci penso neppure vagamente a mettermi a cantare “Bella Ciao” sul balcone di casa mia, perché proprio non capisco cosa accidenti ci sia da festeggiare! Sono francamente stanca della solita retorica dietro la Festa della Liberazione: arrivarono gli Americani e ci liberarono dalla piaga nazi-fascista…ci liberarono? Per cosa? Solo per renderci schiavi di altre dittature di pensiero e fatemi il piacere di non dirmi che non è vero perché chi ha un minimo di onestà intellettuale sa bene che dico una verità sotto gli occhi di tutti. Dalla fine della II Guerra Mondiale siamo stati obbligati a piegarci progressivamente all’ONU, alla NATO, all’UE, impoverendoci sempre di più, indebolendoci sempre più, perdendo progressivamente autonomia di Stato, di Nazione, per dipendere da organismi che, francamente, pare abbiano a cuore solo l’economia, i mercati, i soldi, depauperando i popoli non solo economicamente ma culturalmente, invocando la globalizzazione come grande unione dei popoli quando è solo una forma di controllo delle masse.

A chi sta per farmi il solito commento “Sono 75 anni che viviamo in pace, senza guerre” scusate tanto ma grido: CIECHI! Dalla fine della II Guerra Mondiale solo il “civilizzato mondo Occidentale” è stato in pace, territorialmente parlando, ma le guerre in giro per il mondo quante sono state? Corea, Vietnam, Cuba, Afghanistan, Libano, Egitto, Israele, Persia, Iraq, ex Jugoslavia, Siria – vogliamo parlare d’Africa? -, guerre scatenate, finanziate, sfruttate dal predetto Occidente! La NATO ha inviato soldati ovunque, gli USA in autonomia anche di più, mi dite la pace dove diamine l’avete vista negli ultimi 75 anni?!? Neppure lo spazio e la Luna abbiamo lasciato in pace! Pure per quello USA e URSS hanno litigato! Guerre fredde, guerre calde, guerre “pulite” e guerre dalle armi sporche!
E poi il terrorismo…le BR ed il terrorismo nero, Hamas, l’IRA, giù giù fino ai Talebani, ad Al Quaeda, all’IS, a Boko Haram ed a tutti quelli che sto dimenticando ma ci sono ed operano quasi indisturbati.

Dove la vedete ‘sta pace da celebrare?!? Oggi, poi, che grazie al virus di probabile matrice artificiale (e questo è un capitolo ulteriore, che oggi vi risparmierò, ma che rientra nella stessa parentesi di guerre “fuori dagli schemi”) c’è chi sta approfittando della situazione per ridurre ancora di più i nostri diritti, la nostra libertà, in nome del “pericolo pandemia”?!? Un interessante articolo in inglese ipotizza che questa pandemia sia proprio l’occasione che i fautori del Nuovo Ordine Mondiale attendevano per accelerare i loro piani (leggi qui).

Ciascuno tragga le proprie conclusioni, io so soltanto che in nome del Covid-19 sono emerse le “necessità di serie A” e quelle di “serie B”, sono emerse le meschinità da spioni del KGB di troppe persone, è emersa la discrepanza tra persone, popoli, visioni politiche, che mi hanno portato a riflettere che ben lungi dall’essere Europei non siamo neppure Italiani! Lo abbiamo visto nelle diatribe tra i professori Galli ed Ascierto, nelle vergognose dichiarazioni di Feltri, nei battibecchi tra schieramenti politici, nel protezionismo dei singoli Governatori, cosa ci meravigliamo se la Germania ed i vari Paesi ricchi del Nord Europa vogliono imporci il MES perché non vogliono accollarsi i debiti dei Paesi poveri dell’UE, diventati poveri proprio per unirsi a questa sciagura di UE (e di questo noi italiano sempre saremo “grati” a Mr. Romano Prodi!)?!?

No, scusate tanto, io non festeggio proprio nulla.

Dovrei festeggiare il fatto che in nome del rischio di propagazione del virus il Governo non accenna neppure ad un via libera regolato delle celebrazioni religiose?!?
Devo festeggiare gli sceriffi che, in barba alla libertà religiosa ed ad ordinanze precise ed esistenti, moltiplicano gli abusi di potere come a Gallignano, a Maser, a Sant’Arpino, a Marina di Cerveteri (leggi qui), con l’apoteotico linciaggio mediatico del sacerdote di Formia via Striscia la Notizia di cui abbiamo ampiamente parlato?!?

Devo festeggiare per il tempo che la Chiesa ha impiegato a reagire e finalmente chiedere che il Governo cominci a calendarizzare il via libera regolamentato alle celebrazioni religiose (Il Cardinale Bassetti, Presidente della CEI, si è deciso finalmente il 23 aprile con un discorso alla sua Arcidiocesi ma sul sito della CEI nulla si legge)?!?

Devo festeggiare il fatto che un paziente in terapia per malattia autoimmune abbia la terapia sospesa da mesi in un noto ospedale romano  (per privacy della persona in questione non la nominerò, dovrà bastarvi il fatto che la conosca piuttosto bene e sappia di cosa sto parlando) ma l’aborto sia una priorità?!?
Curare può non essere una priorità in certi casi, eliminare una vita umana nascente si; la Messa crea pericolosi assembramenti, il supermercato no (ieri poco c’è mancato che litigassi pesantemente con un’anziana signora incapace di tenere le distanze); alla Messa no ma in chiesa magari ci mettiamo gli studenti per creare classi adeguatamente distanziate come i geni danesi stanno ipotizzando.

Se poi vogliamo aggiungere all’elenco delle follie di questi ultimi giorni discutibilissime multe quali questa (leggi qui) o questa o chissà quante altre non arrivate agli onori della cronaca, beh, lo ribadisco, lascio festeggiare voi, io eviterò.




La Santa Messa, il “gancio” & Striscia La Notizia

Striscia la notizia - screenshot

Striscia la notizia – screenshot

 

di Stefania Marasco 

 

Stamani mi sono svegliata di umore piuttosto nero e tempestoso, a dispetto del bellissimo sole primaverile che splende qui a Formia.

Non ve lo avevo detto, vero? Io vivo a Formia da tre anni circa.
Ridente cittadina di mare, più o meno a metà strada tra Napoli e Roma, non è certo un’oasi paradisiaca, ha tanti problemi più o meno difficili da risolvere, ma se c’è una cosa che ha di valido è la presenza della Chiesa, che ha cura della gente al meglio che può.
Parlo in particolare del mio parroco, uomo generoso che sta facendo di tutto per stare vicino alla propria gente con attività online, catechesi, messe e come lui tutta la Diocesi di Gaeta, di cui facciamo parte, si sta prodigando per stare vicino alla sua gente, dal Vescovo ad ogni singolo prete.

Ma, ovviamente, come tra i dodici anche qui c’è Giuda in agguato.
Quando ieri sera ho assistito a questo indegno spettacolo, vedi qui, che mi era stato preannunciato da questo articolo, leggi qui, la mia rabbia, lo confesso pubblicamente, ha raggiunto livelli da confessione sacramentale (peccato che ora non si possa)!

Mi direte: ma quel sacerdote ha fatto qualcosa che non doveva! Non ha rispettato le ordinanze! Ha dato il cattivo esempio! Ha messo a repentaglio la salute pubblica!
Vi rispondo: tutto verissimo. Indiscutibile.
Altrettando indiscutibile, tuttavia, è il pelo sullo stomaco che ha avuto quello che Ghione definisce “il gancio” ad andare a messa il 12 Aprile, registrare quello che gli interessava col telefonino, prendere suddetto file e mandarlo a Striscia La Notizia perché lo trasformasse in una occasione di show-gogna-pubblica come solo loro sanno fare, con tanto di dileggio, derisione e morale spicciola dei presentatori in studio.
Il “buon cristiano” nello specifico, fariseo, convinto di essere un paladino di non so quale giustizia sommaria, da quale moto è stato mosso?
Senso civico? Avrebbe dovuto chiamare i vigili o i carabinieri seduta stante!
Filiale obbedienza alla Santa Madre Chiesa che vive in Diocesi di Gaeta? Avrebbe dovuto denunciare il fatto all’Arcivescovo Luigi Vari!
Ma no, il campione di educazione civica (o la campionessa, per quello che ne sappiamo potrebbe essere una donna!) ha dovuto chiamare i paladini della legalità mediatica e dare spettacolo, della chiesa e di un pover’uomo, che forse più che peccare di trasgressione della legge ha peccato di eccesso di zelo nei confronti della propria missione di pastore del gregge.

Visto che ci sono, fatemelo dire: Papa Francesco ha celebrato tutto il triduo Pasquale con pubblico presente, pubblico al quale è stata data la Santa Comunione, anche se le telecamere hanno celato la scena ai nostri occhi.
Tutti abbiamo assistito alla Via Crucis, tenuta da 12 persone vive e reali sul sagrato di San Pietro.
Diciamocelo che la differenza sostanziale è che lui può nell’ambito dello Stato della Città del Vaticano mentre noialtri, che viviamo in altri Paesi dobbiamo attenerci alle scelte dei nostri governi, che hanno proibito qualsiasi celebrazione religiosa pubblica, perché la fede non è necessità ma cosa superflua!

Ho sentito fino alla nausea il motivetto: “si può pregare ovunque”, con tanto di citazione della Scrittura “In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro»” (Mt 18, 19-20), peccato che un minimo di esegesi potrebbe spiegare che quella citazione parla della dimensione ecclesiale della Chiesa e non propriamente del capitolo relativo al Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.” (Mt 5, 6-7), legato alla dimensione personale della preghiera.

Differenze semantiche? Non proprio direi.

La verità è che a noi cattolici stare senza Eucarestia pesa ed anche tanto; che alle persone di una certa età risulta difficile capire che non serve andare in chiesa a raccomandare sé stessi ed i cari dinanzi al Signore nel tabernacolo quando hanno ricordi di gesti pubblici dei pastori legate a periodi di epidemia o guerra; e, francamente, alle persone di buon senso non torna logico che sia sano, privo di rischi ed auspicabile fare la spesa tutti i santi giorni in supermercati angusti dove non riesci a far passare tra gli scaffali due carrelli affiancati però andare a messa, rispettando le distanze, sia deleterio, epidemico, mortale e, quindi, da evitare ASSOLUTAMENTE!

Il povero sacerdote formiano ha sbagliato tutto nella metodica, è indiscutibile, ma resto della ferma idea che organizzandosi nel modo dovuto, con le mascherine fisse sul volto, i guanti alla mano ed i sacerdoti armati di amuchina ad ogni singola distribuzione di particola consacrata, una messa sarebbe di gran lunga meno pericolosa di una spedizione al supermercato od all’ufficio postale o in farmacia o dal tabaccaio o all’edicola.
Sicuramente lo è rispetto ad una gita alla Mega Feltrinelli o Mondadori!
Ma resta la realtà che in chiesa io non posso andarci perché le chiese a me vicine sono più lontane dei supermercati, della farmacia, della posta, del tabaccaio e dell’edicola e non essendo la fede necessità primaria per lo Stato Italiano, io non posso andarci, benché la parrocchia a me più vicina lasci la chiesa aperta h24, il che mi consentirebbe di andare a pregare a qualsiasi ora senza incontrare anima viva. Tuttavia va bene che i miei vicini vadano a fare la spesa tutti i giorni (io ci vado quando finiscono le scorte in casa), che vadano alla posta (mai sentito parlare di servizi online, online banking, etc?), che coltivino il loro vizio del fumo giornalmente e nessuno dica nulla (dalle mie parti non si vede una pattuglia di qualsivoglia forza dell’ordine o della Municipale)!
Cosa dovrei fare, per essere una buona cittadina, ligia al dovere?
Mettermi a fare la spia? Denunciare?

Ditemelo.

Ebbene: no, io non denuncio nessuno, a cosa servirebbe?
Resto in casa, preservo me stessa e mia madre restando in casa, malgrado l’insofferenza crescente, leggendo ed osservando la massa che pontifica su cosa debba o non debba essere ritenuto necessario dagli altri, l’importante è che le proprie necessità siano salvaguardate.
Leggo di “ganci” che si ritengono campioni di salvaguardia della Civitas e di povera gente derisa ed indicizzata perché sente il bisogno di Dio più che dell’uomo per salvarsi da una situazione in cui i grandi, i potenti, gli scienziati non sanno letteralmente che pesci prendere e la gente continua a morire; leggo di politici capaci solo di litigare a distanza con intere categorie dimenticate, delle quali non si conosce la sorte futura; leggo le teorie complottistiche e quelle naturalistiche, dove perfino la Chiesa parla di “vendetta della natura” più facilmente che di castigo dei peccati.

Intanto, mentre il Papa pensa ad istituire una commissione per riesaminare per l’ennesima volta la questione del diaconato femminile, la CEI tace del tutto ed i “ganci” continuano a spiare i passi falsi di poveri preti e poveri cattolici creduloni, io raccomando la mia anima, il nostro Paese e la Chiesa alla pietà ed all’amore di Dio, sognando il giorno in cui potrò tornare davanti al Tabernacolo senza correre il rischio che qualche fariseo mi faccia multare di 500 euro che da disoccupata di lungo termine senza diritto a sussidi, con un ricorso in sospeso con l’INPS non saprei dove andare a prendere!

 




Lo sguardo oltre l’orizzonte

Costa Diadema

 

 

di Stefania Marasco

 

In questi giorni folli ed oscuri da pandemia poco altro si può fare, a parte leggere, saltellare di social in social, di chat in chat, da una telefonata ad una video-chiamata, per cercare di vincere la crescente insofferenza da reclusione forzata.

Saltellando qui e là, mi è capitato di imbattermi in un articolo che mi ha fatto venire i brividi: Costa Diadema bloccata in mezzo al mare, 1225 membri d’equipaggio di una nave battente bandiera italiana, di una compagnia di navigazione che ha fatto la storia del turismo non solo in Italia ma nel mondo intero, rifiutata dai porti di Gioia Tauro, Napoli (me ne vergogno da napoletana!) e Civitavecchia. 80 persone bisognose di assistenza medica, respinte per paura.

Scrivo oggi, dopo giorni di meditazione, perché è di ieri la notizia che Diadema è stata accolta nel porto di Piombino, finalmente. Il sindaco Ferrari, interpellato dal ministro De Micheli, ha dato il permesso di attracco dichiarando di sentirlo come dovere, il dovere di accogliere persone in difficoltà, bisognose di cure, chiedendo ovviamente la garanzia che la cittadinanza piombinese non fosse messa a rischio neppure per un minuto. Un caso a lieto fine, questo, ma che dovrebbe aprire una riflessione doverosa. In questo momento, in mezzo al mare, in navigazione solitaria, ci sono decine di navi, appartenenti non solo a Costa (che ha in ballo in condizioni analoghe altre navi) ma praticamente a tutte le compagnie del comparto: Princess, Royal Caribbean, Viking…per nominarne giusto qualcuna.

Domando a chi mi sta leggendo: avete mai pensato per un secondo a questi lavoratori? Vi siete chiesti che ne sia di loro? È di qualche giorno fa lo sfogo di una marittima siciliana che è stata fatta scendere dal treno sulla quale era in viaggio a causa delle decisioni – perdonatemi, decisamente discutibili dal mio punto di vista – del sindaco di Messina Cateno De Luca, che ha blindato la Sicilia, impedendo ad anima viva di attraversare lo stretto. Per quanto possa capire la paura del sindaco, non posso non chiedermi: dove sono l’equilibrio, il discernimento? Si può abbandonare letteralmente per strada un cittadino, che sbarca dopo aver finito il proprio duro lavoro, privandolo della possibilità di tornare a casa propria?!? Sono assolutamente indignata, per usare un educato eufemismo!

Vi starete domandando perché fra tutte le notizie raccolte in questi giorni di delirio questa proprio mi abbia urtato tanto. Ve lo spiego subito.

Se avete dato un’occhiata alla mia biografia saprete che ho lavorato per circa 8 anni nel mondo delle crociere, per due prominenti compagnie. Appartengo alla gente del mare, anche se non navigo più, ed in questi giorni non posso non pensare ai tanti amici che in questo momento stanno vivendo questa pandemia tra le paratie di questi “villaggi turistici galleggianti” come tante volte ho sentito definire le navi da crociera. Li sto seguendo dalle pagine di FB, vedo le foto ed i video che postano per mostrare al mondo, alle loro famiglie, dove sono, cosa stanno facendo, come stanno affrontando la situazione, assistiti solo dalle compagnie, che stanno dimostrando di conoscere bene il valore dei loro equipaggi, mentre i porti li respingono sistematicamente per paura, loro che non avrebbero senso di esistere senza navi, senza passeggeri ma, soprattutto, senza equipaggi. Chiedetelo alle nostre “Repubbliche Marinare”, a Napoli e Trieste, Cagliari e Palermo, Livorno e Savona, per nominare solo qualcuno dei nostri svariati porti di Paese circondato per ¾ dal mare. Chiedetelo alle Filippine, intere loro famiglie costituiscono parte degli equipaggi in giro per il mondo. Chiedetelo a qualsiasi Paese che abbia almeno un porto tra le proprie città.

La gente del mare nell’immaginario collettivo è composta da inquieti incapaci di stare fermi, che vivono vite divertenti e spensierate, “una donna in ogni porto”, niente radici, niente impegni. Niente di più falso. La gente di mare sono uomini e donne che si sacrificano per mesi, lontano da casa, per “sbarcare il lunario”, per dar da mangiare alle proprie famiglie e magari anche a quelle dei propri fratelli, per dare futuro a figli che in Paesi magari disagiati non avrebbero grosse opportunità di studio. Sono padri che magari vedono per la prima volta un figlio neonato attraverso la webcam di un pc in un internet point di St. Maarten e piangono di gioia e di dolore nello stesso tempo; madri che hanno lasciato i propri figli con i genitori e magari navigano su navi diverse dai loro sposi; giovani in cerca di avventure che scoprono molto presto cosa voglia dire avere sulle spalle la responsabilità non solo propria ma di colleghi e passeggeri, avendo abbracciato una vita a metà strada tra il militare ed il professionale. Eh sì, perché magari sono partiti con l’idea di fare i camerieri, di fare tanti soldi, e poi hanno scoperto che, oltre a sgobbare anche per 17 ore al giorno in turni, gli toccano le esercitazioni d’emergenza, l’ “In Port Manning” (ovvero il “turno di guardia” in porto, mentre i tuoi colleghi escono a cena e vanno in un meraviglioso ristorantino di tapas o all’Hard Rock Cafè di Puerto Rico, oppure ti tocca esibirti in uno spettacolo per gli ospiti americani che non amano andare in giro di sera tardi e tu vorresti solo andare ad esplorare San Pietroburgo durante una overnight!) ed anche se sono adulti fatti devono osservare più regole di quante mamma gli abbia mai imposto!

Quando accadde la sciagura assurda della Concordia la mia indignazione raggiunse limiti inimmaginabili nel sentire con quanta ignoranza i mass media parlassero della gente del mare. Come poteva essere che una lancia di salvataggio fosse pilotata da un cameriere! Ci fosse stato uno che si sia disturbato di trovarla quella risposta! Non è difficile scoprire che i filippini, per fare un esempio, prima di poter imbarcare fanno tantissimi corsi, tra cui quello di pilotaggio delle lance di salvataggio, e che, quindi, il ruolo in caso di emergenza nulla c’entra con il lavoro svolto a bordo. Quanto disprezzo ho letto, quanta faciloneria, quanta ignoranza! Un intero comparto infamato per il “peccato” di un solo uomo. Una crisi economica innescata che ha portato tanti tagli agli equipaggi, agli stipendi, tanti stravolgimenti, ed incollato il bollino infamante su un’intera categoria: “incompetenti”, “faciloni”, “poco professionali”. Beh, ho navigato abbastanza da poter smentire tutto questo. Ho avuto la benedizione di dividere imbarchi anche molto lunghi con gente meravigliosa di ogni nazionalità, colore, credo religioso; ho avuto la benedizione di dividere lavoro e vita con gente straordinaria per competenza, professionalità ed umanità; ho avuto la benedizione di trovare amici veri, fidati, che ancora oggi fanno parte della mia vita; ho avuto la benedizione, guardando il mondo attraverso gli occhi della gente del mare, di ampliare i miei orizzonti, il mio cuore, la mia anima stessa. Ed infine, quello che forse conta di più, sono viva perché quando ho cominciato a soffrire di angina a causa di una grave ostruzione coronarica mi trovavo a San Pietroburgo ed è grazie alla mia compagnia dell’epoca che sono stata assistita in un ottimo centro medico e trasferita in un ospedale di prim’ordine per l’angioplastica che mi ha salvato dall’infarto.

Questa mia riflessione vuole essere un grande abbraccio al tutta la gente del mare, in particolare a quella che oggi il coronavirus sta isolando tra le paratie delle decine di navi che solcano i mari di questa nostra terra, ma anche a tutta quella che domani la crisi economica inevitabile tratterrà a terra per chissà quanto tempo, magari in condizioni disperate, quelle di contratti non sempre equi e giusti, convenienti fintanto che la rotazione d’imbarco è regolare, tragici se si resta a terra. Che il Signore vi protegga e sostenga, che le vostre compagnie sappiano proteggere la vostra salute ma anche il vostro futuro lavorativo e che i sindaci terrorizzati di tutto il mondo sappiano trattarvi da persone e non solo da “possibili veicoli di contagio”.

Doveroso per me, a conclusione di questo mio scritto, abbracciare virtualmente tutta la mia cara città di Piombino, mia casa di adozione, che nel gesto del suo sindaco ha dimostrato, ancora una volta, di sapere accogliere il suo prossimo. Grazie a nome di chi non avrà modo di dirvelo di persona da qualcuno che, finché vivrà, apparterrà sempre al mare ed alla sua gente.

 




Date a Cesare quel che è di Cesare: il retroterra cristiano dei migliori ospedali cinesi

Scavando nella storia della sanità cinese, si scopre che la Cina deve molto ai missionari cristiani che nel diciannovesimo secolo hanno fondato quelli che sono oggi i migliori ospedali cinesi, a cominciare dal Wuhan Central Hospital.

Ecco un articolo di William Huang, pubblicato su Mercatornet, e che vi proponiamo nella traduzione di Stefania Marasco.

 

Medici cinesi

 

Ora che ha messo sotto controllo la propria epidemia di coronavirus, il governo comunista cinese è passato a ciò che fa meglio: cambiare la narrazione, pompare la propaganda e ingannare le masse.

I media statali ora vantano che i team medici provenienti dai migliori ospedali di tutto il paese sono venuti a Wuhan e hanno orchestrato un’imponente inversione di tendenza. Con titoli quasi allegri nel People’s Daily che riporta che i casi fuori dalla Cina hanno ormai superato i casi all’interno della Cina e che la Cina è pronta a inviare i suoi medici per salvare il resto del mondo, credo che sia necessario ricordare al popolo cinese, me stesso incluso, di una parte dimenticata da tempo della storia cinese – la storia di coloro che hanno portato la medicina moderna salvavita in Cina e perché tutti noi dobbiamo loro gratitudine in questa epoca di pandemia.

Nel febbraio 2020, al culmine della sofferenza per Wuhan, l’ospedale in cui lavorava il “whistleblower” (l’informatore di nascosto ovvero colui che fa notare qualcosa che non va, ndr) Dr. Li Wenliang era spesso al centro dell’attenzione di molti media internazionali.

Tuttavia, solo un giornalista ha notato che di fronte all’ospedale si trova la statua solitaria di un uomo di nome Eustachio Zanoli, il fondatore del nosocomio precedente quello che oggi è noto come Wuhan Central Hospital.

Come riportato da Chris Buckley del New York Times nei suoi tweet, ciò riflette parte del passato coloniale di Wuhan, quando la città era conosciuta come la Chicago dell’Est. Concessioni furono cedute alle potenze occidentali nel vivace porto interno di Hankow, e gli occidentali si riversarono in città per stabilire relazioni commerciali, esplorare la Cina e competere tra loro per un guadagno commerciale tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900. Tuttavia, la storia di Eustachio Zanoli e del Wuhan Central Hospital fa parte di una storia molto più grande – la grande era missionaria della Cina.

Dopo le guerre dell’oppio, quando la Cina imperiale fu costretta ad aprirsi alle potenze occidentali desiderose di una fetta dell’enorme mercato cinese, arrivò anche un gruppo di persone con intenzioni radicalmente diverse.

Queste persone erano missionari occidentali, sia protestanti che cattolici, che videro l’apertura come un’occasione d’oro per venire in Cina, predicare il Vangelo e convertire l’Oriente a Cristo.

Il vescovo Zanoli era uno di questi. Francescano italiano, arrivò nella provincia di Hubei nel 1856. Cinque anni dopo divenne Vicario Apostolico di Hubei. Come missionario con in mente una precisa strategia, si avvalse dei termini favorevoli stabiliti nel Trattato di Pechino del 1860 tra potenze occidentali e Cina imperiale per acquisire un grande appezzamento di terra a Hankow e costruire la più grande chiesa del Vicariato di Hubei nella Concessione britannica, la Cattedrale di San Giuseppe di Hankow, che fu completata nel 1876.

Adiacente alla chiesa, Zanoli costruì il primo ospedale cattolico a Wuhan nel 1880 e invitò le Figlie della Carità Canossiane italiane ad andare a gestire l’ospedale. Per decenni, è stato gestito dalla Chiesa cattolica. Quando il governo comunista lo prese nel 1955, divenne noto come il secondo ospedale di Wuhan.

Alla fine, nel 1999, il Secondo Ospedale si divise per formare l’Ospedale Centrale di Wuhan. Fu lì che il Dr. Li Wenliang scoprì pazienti con grave polmonite e divenne uno dei primi a mettere in guardia il mondo riguardo all’epidemia.

Ma i cattolici non furono i soli a lasciare un’eredità medica in Cina. In effetti, il primo ospedale cinese in senso moderno è stato fondato dal missionario medico americano Peter Parker. Il Canton Hospital, fondato in quella che oggi è conosciuta come Guangzhou nel 1835, divenne uno dei migliori istituti oftalmici del mondo e rimane tuttora l’istituto oftalmico più famoso della Cina.

I missionari erano spesso contrariati dalla mancanza di adeguate cure mediche per la maggior parte della popolazione cinese. I protestanti formarono la Medical Missionary Society in Cina nel 1838. Alla fine del XIX secolo, la Cina era la principale destinazione di medici missionari al mondo. C’erano più di cento ospedali gestiti da missionari e hanno curato milioni di pazienti.

Per i successivi cento anni dopo il dott. Peter Parker, i missionari occidentali fondarono i primi ospedali moderni, scuole di medicina, università, asili nido, orfanotrofi ed ospedali psichiatrici in tutta la Cina. Quando il governo cinese inviò la sua squadra di élite medica a Wuhan per reprimere l’epidemia, forse solo i medici più anziani si resero conto che erano stati tutti istruiti nelle scuole mediche fondate dai missionari del 19 ° secolo. In effetti, tutti quanti a partire dal dott. Sun Yat-sen, fondatore della prima Repubblica in Asia che ha rovesciato l’ultima dinastia imperiale della Cina, al padre dell’attuale maggiore epidemiologo cinese Zhong Nanshan, sono stati educati dai missionari. Il dottor Sun si è persino esercitato al Canton Hospital prima di scoprire la politica.

È anche molto interessante che i migliori ospedali e scuole di medicina del paese siano Xiehe a nord, Xiangya a sud, Qilu a est e Huaxi a ovest, tutti furono fondati, finanziati e gestiti da missionari protestanti e dalle loro chiese. Tutto ciò finì, ovviamente, con la presa di possesso comunista nel 1949. I media statali cinesi spesso pubblicizzano esperti e medici educati in queste istituzioni come eroi nella lotta contro il coronavirus, ma dimentica convenientemente di menzionare la loro eredità cristiana.

“Xiehe”, o Peking Union Hospital and Medical College, è stato fondato nel 1906 dalla London Missionary Society insieme ad altre cinque chiese di Pechino. Xiangya a Changsha, nella provincia di Hunan, a sud, è stata fondata dalla Missione di Yale in Cina, missionari dell’Università di Yale che si sono sentiti spinti dalla sanguinosa ribellione anticristiana dei boxer a venire in Cina per evangelizzare.

Qilu, una volta conosciuta come Università di Cheeloo, fu fondata da missionari americani e britannici che si riunirono nel 1909 per unire le rispettive facoltà cristiane per formare una università cristiana nella provincia orientale di Shandong, con la scuola di medicina che divenne popolare negli anni successivi.

Ultimo ma non meno importante, l’Huaxi Hospital and Medical School di Chengdu, il miglior ospedale della Cina sudoccidentale, è l’eredità lasciata dai due ospedali istituiti dalla Missionary Society of the Methodist Church in Canada e dalla Methodist Episcopal Church nel 1892.

C’è un altro legame significativo tra l’epidemia di Wuhan e i missionari occidentali nel 1800. Il Wuhan Union Hospital, che è uno dei più rinomati e grandi della Cina centrale, è stato uno dei primi ospedali colpiti dall’epidemia ed i suoi medici hanno combattuto giorno e notte per mantenere in vita i pazienti, spesso senza un’adeguata protezione a causa dell’incompetenza iniziale del governo. Quell’ospedale fu fondato da uno dei più noti missionari protestanti di tutti i tempi, Griffith John della London Missionary Society, che fu un pioniere nel tradurre la Bibbia in cinese.

Eustachio Zanoli e Griffith John arrivarono in Cina ad un anno di distanza l’uno dall’altro. Probabilmente non si sono mai incontrati a causa delle loro differenze religiose, ma entrambi hanno lasciato un segno indelebile a Wuhan. Zanoli morì a Wuhan nel 1883; Griffith John lasciò la città nel 1911 in mezzo a sconvolgimenti rivoluzionari, ma sentì sempre una profonda connessione con Wuhan.

Perché è rilevante? Bene, è incredibilmente ridicolo che niente di questa storia importante venga insegnato in Cina. Questi missionari hanno dedicato le loro vite alla Cina e al benessere spirituale e fisico del popolo cinese. Non erano avidi colonialisti che vendettero oppio e rubarono le ricchezze della Cina. In realtà, si opposero con veemenza a tali pratiche vili e iniziarono campagne contro il fumo di oppio ed usanze arretrate come il legare i piedi.

Uomini e donne come Griffith John, Eustachio Zanoli, Peter Parker e molti altri meritano di essere citati nei libri di storia cinesi e commemorati dal popolo cinese.

Invece, nelle storie ufficiali i missionari sono descritti come complici del colonialismo, agenti dell’imperialismo ed invasori stranieri. Il loro contributo alla medicina moderna e all’assistenza sanitaria è totalmente minimizzato. Questo è un esempio lampante di come ai bambini cinesi venga continuamente insegnata una versione manipolata della storia e come siano alimentati a cucchiaiate di una miscela tossica di comunismo e nazionalismo, progettati per incitare l’ostilità verso il cristianesimo e l’Occidente fin dalla prima infanzia.

La macchina della propaganda continua a pompare il dramma della cospirazione e si rallegra delle sofferenze dell’Occidente. Dobbiamo ricordare loro i missionari che hanno gettato le basi per una moderna infrastruttura medica ed educativa che ha salvato migliaia e migliaia di vite. Meritano un posto d’onore nella storia della Cina.

Non tutte le cose e le persone arrivate in Cina dopo la guerra dell’oppio del 1840 sono malvagie. In effetti, insieme ai missionari, arrivarono le prime università, scuole, ospedali, case per anziani e orfanotrofi cinesi. Si può arrivare al punto di dire che l’unica deplorevole importazione dall’Occidente in Cina è stata l’ideologia del marxismo-leninismo, i cui frutti sono ormai percepiti in tutto il mondo.

 

William Huang è un appassionato ricercatore che di occupa della crisi demografica in Cina e nell’Asia orientale. Suo scopo è anche quello di alzare la voce in difesa della santità della vita ovunque e ogni volta che può.

 




Adda passa’ ‘a nuttata

padre Gaetán junto a Iñaki Gallego, cappellani

padre Gaetán junto a Iñaki Gallego, cappellani

 

di Stefania Marasco

 

Qualche giorno fa leggevo un articolo della Catholic News Agency, vedi qui, un’intervista a don Cèsar Pluchinotta, sacerdote italo-argentino, uno dei cappellani in forza al Covid Hospital 1 di Roma, e mi veniva da pensare alla diversa percezione che in questi giorni oscurati dalla pandemia di Covid-19 il popolo di Dio ha della figura dei sacerdoti, di cosa secondo le nostre opinioni dovrebbero o non dovrebbero fare in questo frangente, delle chiese chiuse, insomma della “cattolicità in tempo di pandemia”.

Inutile dire che le ricette proposte sono le più variegate, tante quante sono le vare opinioni in questo momento riguardo alla gravità del momento attuale. La realtà posta sotto i miei occhi è disarmante. Tutti noi leggiamo del numero crescente di vite mietute dal virus, abbiamo negli occhi la colonna di feretri in uscita da Bergamo sotto scorta militare, eppure abbiamo anche sotto il naso uomini e donne di ogni età dediti alla spesa giornaliera “Perché, che vuoi fare? Le scorte le ho fatte ma bisogna uscire a comprare le cose di tutti i giorni”.

Questo modo di vivere “gli arresti domiciliari” coinvolge inevitabilmente la Chiesa, che, tanto per rispettare il tempo corrente, ancora una volta si divide in due fazioni, quella secondo la quale “mai Dio permetterà la trasmissione del virus attraverso l’Eucarestia” quindi le celebrazioni religiose senza fedeli sono sacrileghe, stiamo mettendo in dubbio l’onnipotenza divina; l’altra che trova folle ed altrettanto sacrilego sfidare Dio, mettendo a repentaglio la vita dei fedeli. A queste due visioni corrispondono, in maniera non proprio “matematica”, da un lato i fan dei sacerdoti “in prima linea”, categoria che annovera i cappellani sanitari certamente ma anche qualche sacerdote “ribelle” che ha continuato a distribuire l’eucarestia o a confessare “di nascosto”, a celebrare a porte chiuse con tutti i parrocchiani chiusi in chiesa con lui (Striscia la notizia docet), arrivando ad alcuni vescovi tra USA e Polonia che hanno apertamente protestato, invocando la memoria di processioni e celebrazioni per invocare la fine delle pestilenze; dall’altra parte i tanti sacerdoti che stanno celebrando, obbedienti, a porte chiuse, moltiplicando la propria presenza sui social media per raggiungere parrocchiani, amici, familiari, a distanza con la preghiera, la liturgia, il rosario e le altre pie devozioni.

Cosa ci dice questa situazione alquanto strana?

A voi non so, a me viene da pensare che non può esserci momento migliore di questo per capire che fintanto che penseremo le due cose come distinte e separate non riusciremo ad imparare una importante lezione. Abbiamo bisogno di entrambi gli aspetti: dell’azione e della contemplazione, del coraggio di fare e di quello di stare, ciascuno a seconda della situazione che vive. Senza questo necessario equilibrio non avremo imparato nulla. Non avremo imparato che i sacerdoti coraggiosi come don Cèsar, come don Fabio Stevenazzi – vocazione adulta che ha rimesso il camice bianco di medico di Pronto Soccorso per “fare la sua parte” a Busto Arsizio, con la benedizione di Mons. Delpini -, come l’anziano Fra’ Aquilino – missionario ottantaquattrenne, ammalato di tumore al pancreas, che assiste i morenti all’ospedale Giovanni XXIII della martoriata Bergamo -, come padre Iñaki Gallego – uno dei tanti cappellani ospedalieri di Madrid e di tutta la Spagna – , come Fr. John Anderson – in forze a New York -, come ogni singolo cappellano di cui neppure conosciamo i nomi ora (e forse mai li conosceremo) hanno bisogno dei tanti anonimi, sconosciuti, parroci di città e curati di campagna, diaconi e monsignori di curia, vescovi e cardinali che in questi giorni duri stanno alzando le loro invocazioni al Cielo perché questa terribile pandemia cessi, perché i bambini possano tornare a correre per le strade, i fanatici salutisti alle loro corse nei parchi, i nonni a godere la compagnia dei propri nipoti, i figli ai genitori, i genitori ai loro figli.

Mentre scrivo, ascoltando “L’isola che non c’è” – il Presidente del Consiglio Conte ha da poco annunciato ulteriori strette, sulla scia delle delibere del Governatore Lombardo Fontana – non posso fare a meno di pensare che la Quaresima 2020 non la dimenticheremo mai. Per la mia generazione, così lontana dalla Seconda Guerra Mondiale, resterà quel momento della vita che avrà costituito lo spartiacque tra chi eravamo e chi saremo da domani in poi. Nel frattempo cerchiamo di trovare un senso giornaliero a tutto questo, divisi tra l’istinto di fuggire – dove poi? – e la paralisi che ci tiene qui; tra l’istinto vitale umano, che non vuole cedere alla paura, e lo sconforto impaurito; tra quel “tutto andrà bene” ed un mesto “ma davvero andrà tutto bene?”.

È da questa mia incertezza che volgo gli occhi verso gli ospedali, le cappelle, le parrocchie, gli episcopi, le sagrestie, le case canoniche, a questi uomini che nell’operare e nel pregare mi accompagnano – ci accompagnano – rammentandoci che quel Dio silenzioso che spesso non riusciamo a decifrare oggi ci dice la Sua vicinanza attraverso di loro. Posso solo dire grazie e sperare, napoletanamente, “adda passa’ ‘a nuttata”, che questa notte oscura passi presto.