Forse saremo noi gli operai dell’ultima ora della storia? Non lo sappiamo…

 

Domenica XXV del Tempo Ordinario (Anno A)

(Is 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20-24.27; Mt 20,1-16)

di Alberto Strumia

 

Il Vangelo di oggi, se letto superficialmente, sembra proporre un criterio di retribuzione degli operai che va contro ogni criterio di giustizia sociale. Nessun sindacato, di qualunque tendenza ideologica, avrebbe accettato questo modo di retribuire i lavoratori, e li avrebbe immediatamente spinti a scioperare contro il padrone o a denunciarlo per frode. Neppure la dottrina sociale della Chiesa potrebbe legittimare un comportamento come quello del padrone della parabola presentata da Gesù ai suoi discepoli.

È ovvio che, come al solito, Gesù vuole portare i suoi ascoltatori a fare un passo di approfondimento verso una comprensione non appena “materiale” della vita quotidiana (oggi diremmo addirittura “materialista”), dell’essere umano e di tutta la realtà, verso una concezione di se stessi (un’“antropologia”), degli altri della società umana (una “dottrina sociale”) e di tutta la realtà naturale circostante (una “cosmologia” come dottrina del “creato”) che tenga conto del rapporto dell’uomo con Dio, dal quale egli insieme a «tutto l’universo riceve esistenza, energia e vita» (prefazio VI delle domeniche del Tempo ordinario).

– L’esistenza. Come “creatura” ogni essere esistente e, in particolare ogni essere umano riceve da Dio Creatore l’“origine” e la “conservazione” per l’eternità della propria esistenza. Ciò avviene dal momento della storia universale nel quale egli viene concepito e la sua anima immortale viene creata da Dio. Nel simbolismo della parabola, la «vigna», intesa in questo senso è  tutta la realtà creata come tale; la «giornata» è la storia del creato e, in particolare la storia dell’umanità; l’«ora» del giorno è il momento nel quale ciascuno viene chiamate all’esistenza, concepito nel grembo della madre. La «paga» è identica per tutti, perché è il dono dell’“esistenza”, della vita di ciascuno, singolarmente, nel corso della quale ognuno è chiamato a lavorare per custodire la vita che gli è stata affidata. In questo senso la descrizione  offerta dalla parabola parla della “la giustizia originale” nel rapporto tra Dio Creatore e l’uomo.

– Il peccato originale e i peccati attuali. La protesta degli operai della parabola che si lamentano della paga ricevuta rappresenta il rifiuto di questa “giustizia originale” da parte degli uomini così come Dio la vuole per il loro bene («mormoravano contro il padrone»). Il genere umano (identificato nell’individualità della coppia Adamo-Eva), su istigazione di Satana (il serpente del racconto di Gen 3) viene indotto a presumere di arrogarsi il diritto di attribuirsi un livello di esistenza “increata”, negando l’evidenza della realtà dell’uomo che è, invece, “creato”.

– La Redenzione. Gesù, che sa bene quello sta per fare mettendo in atto il piano della Redenzione, con la parabola prepara i suoi ad aprire la mente (l’anima) alla fede. E ci vorrà tutta la riflessione teologica e la fede dei Padri della Chiesa e dei santi nel corso dei secoli della vita della Chiesa per comprenderlo sempre più in profondità. Il Suo piano prevede la “riparazione”, il “ripristino” dell’accesso (Grazia) alla “giustizia originale” inizialmente (peccato originale) e ripetutamente (peccati attuali) rifiutata dagli uomini nella presunzione di non essere “creati” da Dio, ma di essere “autonomi”. Accortisi poi di non esserlo, o al più di non esserlo in senso assoluto, hanno preferito concepirsi come un’emergenza del caso, di un dio immanente, di una “madre natura” immanente. Questo rifiuto nei tempi nei quali siamo stati chiamati a vivere è particolarmente accanito ed è giunto a ingannare anche troppi ambiti della Chiesa. E tutta l’umanità ne sta pagando le conseguenze. Ma non sembra intenzionata, almeno per il momento, a rivedere le proprie illusioni ideologiche, le proprie antropologie materialiste, gli errori delle proprie religioni, le proprie visioni del cosmo e della vita di tipo naturalistico e panteistico, le proprie idee esoteriche dello spirito, che finiscono per manifestarsi nella loro vera origine satanica.

Forse saremo noi gli operai dell’ultima ora della storia? Non lo sappiamo… Se così fosse, dovremo rallegrarci di essere destinati dal padrone della vigna a ricevere la stessa paga di coloro che ci hanno preceduto nel corso della storia dell’umanità: quella paga che, in questo secondo senso della parabola, significa l’accesso alla Grazia della Redenzione, il recupero addirittura potenziato della “giustizia originale”, inizialmente rifiutata e ripetutamente compromessa.

Coloro che ci hanno preceduto prima del cristianesimo, nei suoi primi secoli, nel Medio Evo e nelle epoche che ci hanno preceduto, hanno sì «sopportato il peso della giornata e il caldo», ma gli operai delle “cinque del pomeriggio”, come forse siamo noi, hanno dovuto fare i conti anche con i disastri lasciati da alcuni responsabili incauti che, nelle ore immediatamente precedenti (quelli delle “tre del pomeriggio”), hanno lavorato senza seguire le istruzioni del Padrone (i Comandamenti e la vera dottrina di Cristo), danneggiando la vigna invece di curarla come era stato loro richiesto. A questi viene detto, dalla prima lettura: «L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui».

Domandiamo la Grazia per poter dire con san Paolo: «Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno» e saper resistere in questa grande prova della storia dell’umanità e della Chiesa, che è l’ora nella quale siamo chiamati a vivere, e ripetere con lui: «Ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo». Se siamo ancora qui domandiamo di essere utili al nostro prossimo e così mettere in salvo anche il nostro destino eterno.

La Beata Vergine Maria che ci ha preceduto nella gloria aiuti anche noi e ci “trascini” sulla via della Verità e della Salvezza, anche quando siamo tentati di scappare per poca fede e poca ragione.

 

fonte: albertostrumia.it

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

 




Ultima fregatura Ue sull’immigrazione

A proposito del nuovo sistema europeo di governance delle migrazioni di cui ha accennato la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, rilancio un commento di Daniele Capezzone dal suo blog.

 

Foto: foto migranti
Immigrazione clandestina

 

Quando si tratta dell’Ue, essere buoni profeti è facile: basta prevedere il peggio, e si hanno ottime possibilità di azzeccare.

Appena due giorni fa, commentando la sortita all’Europarlamento di Ursula von der Leyen (“Aboliremo il regolamento di Dublino. Lo rimpiazzeremo con un nuovo sistema europeo di governance delle migrazioni. Avrà strutture comuni per l’asilo e i rimpatri”, insieme a “un forte meccanismo di solidarietà”), La Verità chiosava: “La tedesca è rimasta nel vago, né si vede come potrà superare quel regime di volontarietà che, fino a oggi, ha consentito a molti paesi di disimpegnarsi, lasciando il fardello sulle spalle dell’Italia”.

E’ stato sufficiente attendere un paio di giorni per avere conferma dell’ennesima fregatura. Ufficialmente il pacchetto sarà svelato il 23 settembre, ma già le prime anticipazioni (ieri qualcosa è trapelato sul Corriere della Sera) fanno capire che aria tira.

Non sarà toccato il caposaldo dello status quo, e cioè il punto più sgradevole per l’Italia, ovvero la responsabilità unica a carico del paese di primo ingresso sulle domande di asilo. Né si farà alcun passo sostanziale verso il ricollocamento obbligatorio in altri paesi. Il massimo che si prevede è un aiuto (anzi, un aiutino) economico, e cioè il fatto che i costi di gestione e rimpatrio (in caso di reiezione della domanda) potrebbero finire a carico di un altro paese, che però si guarderebbe bene dall’aprire i suoi confini per accogliere il richiedente asilo. Come dire: cara Italia, ti paghiamo qualche spicciolo, ma continua tu a fare il campo profughi per tutti noi.

Quanto poi ai migranti economici (e quindi alla grande maggioranza di coloro che sbarcano, che non hanno diritto allo status di rifugiato), le bozze sono fumose: parlano di “rimpatri europei” e di accordi con i paesi terzi, legando gli aiuti economici Ue alla disponibilità a riprendersi i connazionali. Esattamente ciò che non si è riusciti a fare da anni e anni.

Quanto all’iter del pacchetto, si tratta come sempre di un cammino tortuoso e farraginoso. Il 23 viene presentata la bozza. Ma poi occorrerà trovare un’intesa in Consiglio: una vera e propria impresa, visto che nessuno vuole farsi carico del fardello dei ricollocamenti, meno che mai in forma obbligatoria. A chiacchiere, trattandosi del suo semestre di presidenza, la Germania spingerà per un qualche accordo, ma, su una materia elettoralmente tanto delicata, nessun governo sarà disposto a suicidarsi davanti alla propria opinione pubblica per fare un favore all’Italia.

Siamo insomma agli stessi nodi di sempre. A gennaio scorso, si era esibito sul tema Margaritis Schinas, il greco già portavoce della Commissione Juncker e protagonista di comunicati irridenti verso l’Italia quando il duo Moscovici-Dombrovskis imperversava contro l’allora governo gialloverde, e che ora vive una nuova vita nella Commissione guidata da Ursula von der Leyen. E’ infatti uno degli otto vicepresidenti del nuovo esecutivo Ue, e coordina proprio il lavoro sul pacchetto immigrazione.

A gennaio, intervistato da Repubblica, recitò la consueta giaculatoria (“L’Europa non può permettersi di fallire una seconda volta sui migranti”) e proseguì con il preannuncio di un fantomatico “patto”, cioè esattamente quello che ha impiegato ben nove mesi a partorire (una gravidanza politica, è il caso di dire).

Il guaio è che anche ora, come nove mesi fa, i contenuti del patto appaiono fumosi o addirittura surreali. Il primo esempio l’abbiamo fatto prima, e riguarda i paesi africani, a cui l’Ue proporrà dei “comprehensive partnership agreements” che dovrebbero includere “soldi, investimenti, scambi commerciali, visti, sanità e programmi Erasmus”. A gennaio Schinas si guardò bene dal dire quanti soldi l’Ue intendesse stanziare: unico argomento convincente per gli interlocutori africani. A meno di bersi la favoletta secondo cui questi paesi frenerebbero le partenze e si riprenderebbero chi non ha diritto d’asilo. Senza dire che parlare di Erasmus ad esempio in Nord Africa, in situazioni disordinate, insicure, di conflitti latenti o addirittura in corso, appare ai confini della realtà.

Secondo esempio. Per “disincagliare la riforma del diritto d’asilo” Schinas preannunciò il lancio di “una serie di panieri ai quali tutti i governi dovranno contribuire scegliendone almeno uno”. E quali sarebbero questi panieri? “Ricollocamenti, oppure soldi, mezzi, personale, o partecipazione attiva a singole missioni”. Morale della favola: è scontato che la maggior parte dei paesi non opterà per i ricollocamenti, e l’Italia rimarrà con il suo problema.

Terzo e ultimo esempio. Schinas elogiò l’accordo di Malta (“sta funzionando benissimo”). Ma dimenticò di dire alcune cose: che l’accordo era temporaneo (“temporary arrangement”); che era su base volontaria, e non c’era modo di forzare i paesi Ue ad aderirvi; che riguardava i migranti presi in carico dalle navi Ong (il 9% circa di quelli arrivati l’anno scorso in Italia); che la sperimentazione durava sei mesi, ma se i numeri fossero cresciuti troppo (“substantially rise”), l’intero meccanismo sarebbe stato di fatto sospeso. E’ la ragione per cui – senza pietà verso i nostri governanti che ancora brindavano – la stampa francese (Le Figaro in testa) fin dal primo giorno definiva l’accordo “revocable”. Morale: a numeri bassi, come è accaduto l’inverno scorso, anche gli altri paesi hanno avuto tutto l’interesse a collaborare, a far bella figura a costo irrisorio. Ma con il ritorno dell’estate e dei numeri elevati, l’Italia si è ritrovata con i problemi di sempre. A settembre del 2020, siamo ancora a questo nodo irrisolto.




Veneziani: Il referendumo e quel distanziamento mentale tra il dire e il fare.

Rilancio un arguto e gustoso commento di Marcello Veneziani al referendumo che si terrà a partire da domani.

 

Marcello Veneziani, scrittore e giornalista
Marcello Veneziani, scrittore e giornalista

 

Se domenica la tempesta sarà perfetta, la sinistra perderà le regionali con l’aiuto dei grillini e i grillini perderanno il referendum con l’aiuto della sinistra. Nel frattempo è andato in scena il solito copione: le inchieste giudiziarie sulla Lega, l’ombra della Russia che riciccia in vista del voto, i fascisti che ammazzano i migranti o si travestono da migranti per ammazzare i preti, il Conte Ventosa che si para le chiappe dicendo che qualunque sarà l’esito del voto lui resta lì attaccato al trono.

Non facciamo previsioni, anche se abbiamo più aspettative dal voto regionale che dal voto referendario. Ma è proprio su questo che vorrei tornare. Ho detto e ripeto che il taglio di 345 parlamentari, in sé, è una minima cosa che non cambia gli assetti istituzionali, non avvia una vera riforma, ma è fumo negli occhi degli elettori. Non pensiamo affatto che quel taglio pregiudichi la rappresentanza e la democrazia, e nemmeno il contrario, che la migliori e la rafforzi. È solo una riduzione di posti e per questo capisco che dia un minimo piacere, una sadica goduria popolare. Ma se vincessero i no, si otterrebbe un risultato obiettivamente maggiore e sospirato dai quattro quinti degli italiani: dare una mazzata ai grillini che sono un danno incalcolabile al governo. Ieri, per dire l’ultima nociva boiata di Grillo, annunciando a breve valanghe di disoccupati risolveva la questione auspicando valanghe di redditi di cittadinanza. Ma da dove li prendiamo tutti quei soldi? Un paese a carico di ignoti, una società parassitaria di massa, come dice bene Luca Ricolfi, ma come possiamo reggere una cosa del genere? Dovrebbe adottarci qualcuno, l’Europa o la Cina; ma escluse le ragioni umanitarie, non so a quale prezzo e spaventa la prospettiva. O in subordine una cosa del genere può a malapena avviarsi solo se si toglie a chi lavora per dare a chi non lavora, nel miraggio di una società livellata, comunista ma fortemente ingiusta e inegualitaria. Uno Zorro demente che toglie a chi lavora o ha maturato la pensione per dare a chi non lavora, perché disoccupato o perché sfaticato. Dopo il virus prendiamo dalla Cina anche il modello totalitario in versione inerte, secondo la visione dello sciagurato capo-comico.

Ma torniamo alla domenica bestiale che si presenta davanti e che coincide con l’anniversario tondo della Breccia di Porta Pia. Il paradosso del referendum è che quasi tutti i partiti adottano il voto disgiunto, ma non è quello che chiedono le sinistre ai grillini per votare i loro governatori. Il voto disgiunto di cui vi sto parlando è una forma particolare, clinica e patologica: dicono Sì ma sperano No sul referendum, ovvero annunciano di essere a favore del taglio, perché hanno un patto di governo con i grillini (il Pd) o perché in passato hanno sostenuto la riduzione dei parlamentari (il centro-destra) ma in cuor loro, e tra i loro ranghi ed elettori, serpeggia potente la voglia di dire no. E non per tanto salvare il posto a 345 parlamentari quanto per dare una mazzata ai grillini, alla loro demagogia e al loro governo. Che si sono aggrappati al Taio, come dice Di Maio, per arginare il loro crollo di consensi e dimostrare che loro non sono la Casta anche se ne hanno preso il posto.

Questa delle dichiarazioni di voto che confliggono con le intenzioni di voto è un caso da manuale di dissociazione psichica collettiva, un esempio tipicamente nostrano di distanziamento mentale tra il dire e il fare. O in positivo è una cura omeopatica contro un governo di trasformisti: per combattere il governo del Conte Zelig non resta che voltare la gabbana… Solo che non vogliono perdere la faccia, e per quel che riguarda i pidini rimangiarsi i patti, l’alleanza e mettere a repentaglio il governo; ma soprattutto sanno bene tutti quanti che se chiedi agli italiani se vogliono liberarsi di un po’ di politici, la risposta è sì a prescindere, e in larga misura. E loro non vogliono essere impopolari. A volte la gente nutre la stupida pretesa che risparmiando qualche centinaio di indennità si possa aiutare qualche milione di cittadini bisognosi, migranti inclusi; alla gente sfugge il senso delle proporzioni, l’aritmetica elementare, l’abissale differenza tra migliaia di euro e miliardi di euro.

Devo ammettere che in questo referendum sono allineato alla schizofrenia dei partiti, come di rado mi succede: avendo sempre auspicato un taglio del parlamento non me la sento di dire il contrario, ma la tentazione è forte e gli argomenti ci sono tutti. Se perdono i grillini è un risultato migliore di un piccolo taglio, tira un sospiro di sollievo l’Italia; non si risolvono certo i suoi problemi ma perlomeno si dà un colpo a chi li aggrava, con l’irresponsabile incompetenza che li caratterizza.

E poi la riduzione di parlamentari aveva senso dentro una riforma organica, istituzionale, che prevedesse di differenziare i ruoli delle camere, eleggere direttamente il governo, riqualificare la rappresentanza così scadente, riequilibrare l’anomalia di una democrazia in cui il potere legislativo (il Parlamento) legifera poco e i tre quarti delle leggi arrivano direttamente dal potere esecutivo (il governo e i suoi decreti). Un “taio” così, a scapocchia, è solo un furbo espediente per assecondare l’infantile sadismo popolare contro i politici. Per questo, domenica andrà in scena la farsa e la tragedia del voto disgiunto, col relativo spettacolo seguente di contorsionisti, mangiafuoco e danzatrici del ventre.




Libertà e potere. Stralci dell’intervista al cardinale Ruini

(se il video qui sotto non si carica, fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)



 

Stralci dell’intervista al cardinale Camillo Ruini in occasione del convegno “Libertà e Potere” (16 settembre 2020), organizzato dall’associazione Esserci in collaborazione con il mensile Tempi e il Centro culturale Rosetum di Milano all’interno della rassegna “Il potere della libertà”. L’intervista è stata realizzata a Roma il 3 settembre 2020. Il video completo dell’intervista si trova sul canale Youtube dell’associazione Esserci.




Conte si faccia spiegare da suo figlio che le scuole non funzionano

A proposito di disastro dell’inizio anno scolastico, rilanciamo un articolo di Daniele Capezzone che ha pubblicato sul suo blog.

 

Giuseppe Conte Ride

 

“L’ho accompagnato fino all’ultimo miglio, poi è andato da solo. Mi sembra corretto nei confronti dell’istituto che io abbia solo la veste di padree non di Presidente del Consiglio”. Parole e musica di Giuseppe Conte, quattro giorni fa, il 14 settembre scorso, quando il premier si è tenuto alla larga dalla scuola media di Roma, in zona Prati, dove studia suo figlio.

Non dubitiamo che le cose siano andate esattamente come sostiene l’avvocato di Volturara Appula, e cioè che non abbia varcato i cancelli per un mix di delicatezza, riserbo e naturale ritrosia. Tuttavia, alla luce delle notizie giunte ieri dall’Istituto Belli – Col di Lana, può sorgere il dubbio, tra i più maliziosi, che Conte non si sia avvicinato anche per motivi diversi, forse temendo le reazioni di chiunque avesse incontrato sulla sua strada.

Ma cosa è successo ieri? I primi a raccontarlo sono stati i cronisti di Leggo, il free press diretto da Davide Desario. In pratica, un gruppo di genitori giustamente indignati ha organizzato una protesta per denunciare il fatto che l’attività scolastica, chiacchiere a parte, non è mai davvero cominciata.

Motivo? Mancanza di docenti, e quindi lezioni in presenza che saltano sistematicamente. Per sovrammercato, per ciò che riguarda le medie inferiori (e le elementari), nemmeno si può supplire con la didattica a distanza, cioè con l’insegnamento online. Morale: tutti a casa, e giorni di lezione irrimediabilmente andati in fumo.

Entrando nei dettagli, il quadro si fa impressionante. In seconda media, a quanto pare, è previsto un giorno solo di lezione per tre ore. Per le classi di prima e terza media, i giorni diventano due a settimana, sempre per tre ore. Una situazione letteralmente intollerabile per tutti, ma che assume il sapore della beffa in particolare per chi inizia il corso (i ragazzi di prima) e per chi dovrebbe fare a fine anno l’esame per accedere alle superiori (i ragazzi di terza).

Sempre su Leggo, fanno impressione le dichiarazioni dignitose ma lapidarie dei genitori: “Se continua così, portiamo via i nostri ragazzi”. E ancora: “Non ci sono altre scuole medie in zona che potrebbero accoglierci tutti, dovremo andare alla scuola privata: è il fallimento della scuola pubblica”. Ed ecco un’altra mamma: “Ho due figli, uno in prima e uno in terza, praticamente sono sempre a casa. Come posso andare a lavorare? Siamo stati avvisati dell’ingresso a scuola dei nostri figli ieri per oggi. Non c’è programmazione e così non possiamo neanche organizzarci”.

Alla luce di queste testimonianze, si può capire come mai il premier si sia tenuto alla larga. Meglio continuare a raccontare che l’anno scolastico sia iniziato nel migliore dei modi.

Ma purtroppo per Conte, i guai non finiscono qui. Sempre ieri, su La Stampa, quotidiano non certo ostile al governo, è stata pubblicata la lettera di un’altra ragazza di Roma, Gemma, studentessa liceale, che con garbo frammisto a stupore, ha raccontato la sua disavventura (“Io, prigioniera dei banchi a rotelle”). Dapprima, la scoperta della tragica scomodità dei banchi: “E’ bastato dover prendere un appunto con un piccolo quaderno. Una volta appoggiato, c’era spazio giusto per la penna e la mascherina. Non so come farò quando dovrò tenere sul banco mobile un libro o un dizionario”. Tutte cose a cui gli ineffabili Lucia Azzolina e Domenico Arcurinon devono aver pensato.

Gemma racconta che alla sua amica mancina è andata ancora peggio, per evidenti ragioni. E inevitabile, puntuale e prevedibile, è arrivata la “gara di autoscontri” all’intervallo tra i compagni maschi. Poi il passaggio più avvilente per un governo di sinistra, quandoGemma spiega che “molti di noi stanno pensando di farsi regalare un Ipad in cui scaricare i libri, e non è detto che tutti avranno i soldi per farlo”.

Ma Gemma, che mostra più giudizio di ministri e commissari straordinari, non si ferma qui, e mostra anche l’assurdità delle regole e dei protocolli comunicati ai ragazzi: quando si va in bagno, “è vietato rimanere in attesa fuori della porta”. Si domanda la ragazza: “Non ho ancora capito come si può evitare”. E soprattutto: ”Quando chiederò all’insegnante di andarci, lui o lei non potrà sapere se mi troverò fuori dalla porta”. Ennesima dimostrazione del fatto che, nella loro furia di regolamentare ogni singolo e minuto aspetto della nostra vita, i burocrati non si sono nemmeno preoccupati di verificare l’applicabilità materiale delle loro disposizioni.

Poi si passa ai divieti: “Ci hanno detto di non passarci le penne, e non possiamo comprare nulla dalle macchinette della scuola”. Fino alla parte finale della lettera di Gemma, che ripropone pari pari il problema sperimentato dai genitori della scuola del figlio di Conte: “Per il momento andiamo a scuola un giorno sì e uno no. Quando arriverà l’orario definitivo, faremo una settimana sì e una no”.

La ragazza, giudiziosa e seria, mostra non buona ma addirittura ottima volontà (“tutti – noi e i professori – rispetteremo queste limitazioni nella speranza di riavere al più presto la normalità”), ma è evidente che, in questa situazione, parlare di didattica e di servizio scolastico appare come una clamorosa presa in giro ai danni dei ragazzi, dei docenti, dei genitori, e di tutti i contribuenti.




L’amore di cui non parla mai nessuno

Davide Rondoni, in questo suo articolo pubblicato su Quotidiano.net, ritornando sul caso dell’omicidio di don Roberto Malgesini mette in evidenza una cosa che altri non hanno sollevato.

 

 

Don Roberto era uno dei tanti, uno della maggior parte, della stragrande maggioranza dei sacerdoti che sostiene con la propria speranza e testimonianza la solitudine e la miseria umana. Gente che si offre a sostenere come può il disagio spirituale e materiale che dilaga in questo paese e nel mondo. Solo che i media amano parlare solo di preti come pedofili e maneggioni. Questo assassinio balza alla cronaca ovviamente mescolandosi con tante faccende ( il problema immigraziome eccetera) che però non devono nascondere l’essenziale, e lo scandalo vero. La questione su che cosa davvero ha mosso la mano assassina di un tizio a cui il prete aveva la mattina preparato la colazione, rimarrà comunque in fondo nelle oscurità del mistero del male. Lo chiamiamo raptus a volte, o follia per provare a circoscriverne, inutilmente, il mistero. Ma il dato evidente, direi quasi urlante, in questo evento è che don Roberto ha dato la vita per un altro, per gli altri. Ed è quello che fanno i preti, la stragrande maggioranza, ripeto, contro un modo di ritrarli spesso banale, fazioso e colpevole. Non lo fanno perché animati da buoni sentimenti o da quello spirito solidaristico spesso più retoricamente decantato che vissuto dagli stessi che ignorano i preti o li dipingono in modo banale. Danno la vita a Dio Padre per questo vivono la fraternità, e imitano, amandolo, Gesù, non lo fanno perchè sono bravi cittadini. Hanno una dismisura del cuore, una finestra nel cuore e nel corpo (dedito a Dio) che nulla ha che fare con le buone maniere o il senso naturale di solidarietà. Sono segni di una dismisura. In questa morte ingiustissima c’è tutta la verità di una parola che il vocabolario corrente prova a oscurare, la parola “vocazione”. La parola che da sempre invece è al centro della vita cristiana. Vocati, chiamati amici da un Dio che ha dato la vita per gli altri. Fino al sangue se occorre, se capita.




Ecco come i “marxisti culturali” stanno cercando di sovvertire l’America (e la civiltà occidentale) dall’interno

Scuola di Francoforte e strategia gramsciana dell’egemonia culturale. Scuole, università, media, arti, chiese, multinazionali: tutte le casematte della cultura occupate per trasformare la coscienza della società e minare le istituzioni democratiche. Gli Stati Uniti possono aver sconfitto l’impero del male di reaganiana memoria, ma non sono ancora riusciti a sconfiggere “l’idea”, tutt’altro, visto che il marxismo è vivo e vegeto, sano e robusto, ed è praticamente ovunque, nei college, in azienda, nello sport, nell’associazionismo… È nell’aria che respiriamo…

 

Black lives matter assalto a ristorante agosto 2020
Black lives matter assalto a ristorante agosto 2020

 

Una delle tante parrocchie cattoliche di New York City. Si tiene una sessione di preghiera a sostegno di Black Lives Matter (vedi anche qui). Il prete invita i parrocchiani a rinunciare al loro white privilege (“privilegio bianco”, espressione di gran moda negli Usa in questo periodo) per aiutare “a trasformare la cultura della chiesa”. In molte chiese in tutta l’America, scrive John Eidson su American Thinker, i “marxisti culturali” utilizzano il pulpito per sostituire un po’ alla volta ai valori cristiani tradizionali quelli della falce e del martello. Si è espresso proprio così, senza mezzi termini. D’altra parte di cosa diavolo stiamo parlando? Black Lives Matter, lo sappiamo tutti (o quasi), è un’organizzazione politica violenta la cui ideologia marxista è profondamente anticristiana e antiamericana. “Usano la nobile causa dell’uguaglianza razziale come una foglia di fico per nascondere la loro vera natura”, che è appunto il marxismo culturale, il quale persegue indefessamente e pervicacemente l’obiettivo dell’abbattimento delle democrazie occidentali. Il tutto, per altro, “sovvertendo i pilastri della loro cultura, le strutture e le istituzioni della famiglia, della religione, dell’istruzione, della politica, della legge, delle arti e dei media poiché forniscono la coesione sociale necessaria per una società funzionante”.

In realtà, è una lunga storia, che affonda le sue radici piuttosto lontano nel tempo. Una lettura illuminante, da questo punto di vista, credo sia senz’altro un libro uscito nel 2015 e che ho letto quasi subito in edizione Kindle“The Devil’s Pleasure Palace: The Cult of Critical Theory and the Subversion of the West” (Encounter Books), di Michael Walsh. Interessante, tra l’altro, il fatto che Walsh sia stato per diversi lustri un critico di musica classica, per Time Magazine e prima ancora per il San Francisco Examiner, e che abbia iniziato a scrivere di politica soltanto a partire dal 2007, per il National Review, con il nome di David Kahane (@dkahanerules è l’account che usa tuttora su Twitter). Insomma, un musicologo prestato al dibattito politico, tanto da arrivare a sostenere che è nel nichilismo artistico ottocentesco, e in particolare nel mondo dell’opera lirica, che occorre rintracciare le radici del marxismo culturale… Ma tralasciando le origini remote, è nella teoria critica che si è incarnata in quell’istituto per la ricerca sociale, comunemente noto come Scuola di Francoforte, che il fenomeno ha assunto i caratteri che oggi lo contraddistinguono. Ed ecco, accanto a Max Horkheimer e Theodor Adorno, spuntare Herbert Marcuse, Eric Fromm e colui che coniò l’espressione “rivoluzione sessuale”, Wilhelm Reich (o William, come lo americanizzano negli States). Nomi che la generazione che ha vissuto il ’68 ha ben stampati nel cervello. È sorprendente pensare, osserva Walsh, che questo istituto apertamente marxista, fondato per minare la civiltà occidentale, sia stato calorosamente invitato a spostare le sue operazioni alla Columbia University nel 1935. È da questo alto trespolo che i summenzionati iniziarono a instillare il loro sottile veleno nella cultura americana. Reich soprattutto, secondo Walsh, ebbe un’influenza nefasta. Quanto nefasta? Beh, durante le rivolte studentesche del 1968 a Parigi e Berlino, gli studenti lanciarono copie del suo libro “The Mass Psychology of Fascism” contro la polizia ed hanno scarabocchiato il suo nome sui muri. Fate un po’ voi. Ma, più di tutto il resto, la rivoluzione sessuale da lui teorizzata è ora la moneta comune, la lingua franca della nostra epoca.

Quelli della Scuola di Francoforte erano convinti che il marxismo economico sarebbe fallito a causa della resistenza delle classi lavoratrici (in particolare quel pazzo furioso di Reich attibuiva l’inevitabile fallimento alla sessualità repressa del proletariato…), e dunque che l’unico modo per far trionfare il loro credo fosse minare le istituzioni, tutte quante, dall’interno. Era, poi, a ben vedere, l’applicazione del pensiero di Antonio Gramsci. “Il socialismo,” aveva scritto il politico e filosofo italiano, “è precisamente la religione che deve sopraffare il cristianesimo. Nel nuovo ordine, il socialismo trionferà catturando innanzitutto la cultura attraverso l’infiltrazione di scuole, università, chiese e media trasformando la coscienza della società”. Gramsci aveva definito il suo programma “la lunga marcia attraverso le istituzioni”. La scuola di Francoforte si incaricò per l’appunto di questa impresa ciclopica. Per fare un esempio, chi avrebbe pensato anche solo pochi anni fa che i boy scout sarebbero diventati gay? Ebbene, della faccenda si è occupata con successo la Scuola di Francoforte. Ma è superfluo spiegare agli italiani quanto gli effetti della strategia gramsciana dell’egemonia culturale siano stati capillari e incisivi: anche un cieco lo vede, è lo stato dell’arte in cui siamo immersi da almeno mezzo secolo a questa parte.

Ma torniamo ad Eidson: “I discepoli di Gramsci in questo Paese hanno lavorato diligentemente per abbattere ogni istituzione culturale in America, inclusa la sua religione predominante, il cristianesimo”. E continua illustrando “il piano comunista per diminuire la presa del cristianesimo sull’America”. Innanzitutto, c’è il libro dell’ex agente speciale dell’FBI Cleon Skousen, “The Naked Communist”, che elenca i 45 obiettivi comunisti per sovvertire l’America dall’interno. Due di questi riguardano la diminuzione del cristianesimo:

“L’obiettivo n. 27 invita i guerrieri comunisti a infiltrarsi nelle chiese e sostituire la religione rivelata con la religione “sociale”. La religione rivelata è basata sulla Scrittura; il concetto comunista di religione sociale insegna ai cittadini a guardare al governo, piuttosto che a Dio, per la loro salvezza. La religione scritturale riguarda la salvezza individuale; la religione sociale riguarda la salvezza collettiva, un concetto che non esiste nel cristianesimo. […] L’obiettivo n. 28 invita i guerrieri comunisti a infiltrarsi nelle scuole ed eliminare la preghiera e ogni tipo di espressione religiosa sulla base del fatto che viola il principio di separazione tra chiesa e stato”.

Per ottenere il risultato di escludere il cristianesimo dalla pubblica piazza, osserva Eidson, i marxisti culturali, quasi tutti appartenenti al Partito Democratico, prendono regolarmente in giro e ridicolizzano il cristianesimo e i suoi seguaci. Segue una serie impressionante di atti sacrileghi e dichiarazioni blasfeme da parte di membri dell’industria dell’intrattenimento (uno l’ho censurato in parte perché siamo a livelli veramente inauditi):

– Bill Maher ha iniziato uno dei suoi programmi su HBO con un attacco al cristianesimo paragonando la Santa Comunione alla sodomia.

– Nel suo programma radiofonico diffuso a livello nazionale, Howard Stern ha detto: “Se fossi presidente, vi farei gasare pro-vita. Vorrei farvi entrare nei forni”.

– Dopo aver ricevuto un premio per il suo reality show via cavo, la comica Kathy Griffin ha detto: “Molte persone vengono qui e ringraziano Gesù per questo. Nessuno ha avuto meno a che fare con questo premio di Gesù. Tutto quello che posso dire [omissis].”

– In un episodio di “Curb Your Enthusiasm” della HBO, la star dello show, Larry David, ha urinato su una foto di Gesù.

– In sfida ai cristiani, il film di Netflix “The First Temptation of Christ” ritrae Gesù come un omosessuale e dipinge Dio Padre come un lascivo seduttore di donne.

Inoltre, facendosi scudo di concetti come “diversità”, “inclusività” e ”multiculturalismo”, nelle aziende americane, nel governo, nelle scuole e nei college finanziati con fondi pubblici i marxisti culturali rimproverano, minacciano e puniscono sistematicamente i cristiani, oltre a censurare le attività religiose di cristiani e organizzazioni cristiane. Eidson fa seguire un lungo elenco di misfatti. Ne cito alcuni per dare un’idea:

– Le decorazioni natalizie sono state vietate ai caselli autostradali della Florida.

– La NBC ha tagliato “under God” dal pledge of allegiance [la promessa di fedeltà] recitato dai bambini durante la trasmissione del torneo di golf degli US Open.

– Il Pentagono ordina all’ufficiale della U.S. Air Force di rimuovere la Bibbia dalla sua scrivania.

– La Corte d’Appello sostiene il divieto del distretto scolastico sui canti natalizi.

– V.A. l’ospedale rifiuta i biglietti di “Buon Natale” inviati dagli alunni di 4a elementare a veterani malati e feriti.

– La base militare abbatte il presepe dopo le lamentale degli atei.

– Il giudice federale proibisce alla banda del liceo di suonare “How Great Thou Art”.

– Scuola del Texas vieta gli alberi di Natale, i colori rosso e verde dalle feste natalizie per paura di “offendere gli altri”.

– Ai bambini è vietato dire “Buon Natale” al “Winter Party” della scuola elementare.

La cosa più dolorosa, commenta Eidson, è che “i discepoli di Antonio Gramsci si sono infiltrati nelle posizioni di vertice di ogni importante ramo della religione cristiana”. In buona sostanza, fingono di portare avanti la causa di Dio, ma stanno consapevolmente sovvertendo la loro religione dall’interno. E cita opportunamente un importante annuncio di Papa Francesco: la firma (slittata a data da destinarsi a causa del coronavirus) del Global Compact on Education, un patto educativo globale che introdurrà un “nuovo umanesimo”, in base al quale Dio viene in sostanza messo da parte onde rendere l’umanità “più libera”, ma in compenso “i bambini del mondo saranno indottrinati dal climate change e da altra propaganda delle Nazioni Unite, progettata per aprire la strada a un Nuovo Ordine Mondiale sotto la bandiera del comunismo globale”.

L’articolo di American Thinker, insomma, è di rara ferocia intellettuale, come del resto il libro di Michael Walsh. L’autore di “The Devil’s Pleasure Palace”, tra l’altro, è un fervente cattolico e un appassionato pro-lifer pro-family. Egli capisce che gli Stati Uniti possono aver sconfitto l’impero del male di reaganiana memoria, ma non sono ancora riusciti a sconfiggere l’idea, tutt’altro, visto che il marxismo è vivo e vegeto, sano e robusto, ed è praticamente ovunque, nei college, in azienda, nello sport, nell’associazionismo… È nell’aria che respiriamo.

Sia Eidson sia Walsh non conoscono mezze misure nel dichiarare il proprio odio intellettuale per i figliocci di Gramsci. Entrambi sono convinti che la lotta contro il marxismo culturale sia una lotta contro Satana stesso… e dunque lotta dura senza paura. Personalmente, da discepolo molto infedele di Hegel e della sua concezione dialettica della verità, suggerirei che forse, dico forse, ai marxisti culturali bisognerebbe riconoscere anche qualche piccolo merito culturale, perché in fondo quello che hanno contribuito a distruggere non era esattamente un paradiso terrestre…, ma guardando quello che succede in America e nel resto del mondo occidentale non si può non essere allarmati dalla virulenza dell’attacco all’intero complesso della civiltà occidentale, o meglio della civiltà tout court. Insomma, siamo tirati per i capelli in questo scontro tipo Armagheddon. Sottrarsi o non fare una precisa scelta di campo sarebbe una vigliaccheria.

Per concludere, avendo allargato il discorso al libro di Walsh prendiamo atto con piacere che quest’ultimo non è pessimista. Egli crede che il marxismo culturale abbia esaurito, per dirla à la Enrico Belinguer, la propria spinta propulsiva. Allo stesso tempo, però, proprio come le unghie di un cadavere possono ancora crescere, è convinto che questa gente continuerà a fare danni, e che spetti a noi riconoscere innanzitutto lo stato dell’arte per quello che è, per poi fare in modo che le cose cambino. Articoli furibondi come quello di Eidson e libri incendiari come quello di Walsh possono appunto servire egregiamente alla causa. By the way, in un’intervista del 2015 sul National Review, Walsh stesso ci ha dato una chiave di lettura per il suo libro: “Io sono un sostenitore della felix culpa, o colpa felice, che ha liberato l’uomo affinché possa compiere il suo destino eroico come qualcosa di diverso dall’umile e obbediente servo di Dio. Come scrisse sant’Agostino nell’Enchiridion, ‘Dio ha giudicato preferibile tirar fuori il bene dal male piuttosto che non permettere che esista alcun male’”. La solita vecchia storia: Eros e Thanatos, di nuovo insieme.




“IL REFERENDUM TAGLIA DEMOCRAZIA”

Ricevo e volentieri pubblico.

Parlamento italiano

 

COMUNICATO “IL REFERENDUM TAGLIA DEMOCRAZIA”

 

Domenica 20 e Lunedì 21 Settembre gli italiani saranno chiamati a votare il Referendum sul taglio del 40% dei Parlamentari (eliminazione di 230 deputati e di 115 senatori).

Si tratta di un’iniziativa politica, fortemente voluta dal M5S per contrastare gli sprechi della classe politica inefficiente e corrotta ma, ora, sostenuta non più da tutto lo stesso movimento così come all’interno di tutti i partiti, alimentando una confusione che rischia di far perdere di vista la vera posta in gioco.

Poiché l’esito del referendum coinvolge l’esercizio della sovranità popolare con ripercussioni sul futuro di tutta la nazione, Iustitia in Veritate ritiene opportuno fornire il proprio contributo chiarendo alcune questioni fondamentali.

Trattandosi di referendum confermativo non è richiesto il quorum; dunque il primo consiglio è di non disertare le urne.

Vale la pena quindi riflettere sulle reali conseguenze del taglio del 40% dei Parlamentari, se dovesse prevalere il SI, visto che lo sbandierato “risparmio economico” di 57 milioni di euro, equivalenti allo 0.007 % della spesa pubblica ovvero a meno di un euro a cittadino, è ingiustificabile se ciò significa il venir meno della democrazia.

In verità, il vero prezzo che tutti noi pagheremmo sarebbe:

  • Significativa riduzione della rappresentanza popolare

Il numero di deputati e di senatori improvvidamente ridotto lascerà prive di rappresentanza almeno trenta province italiane, corrispondenti ad un numero notevole di territori, per lo più situati nelle aree meno sviluppate e più disagiate del paese. Lasciare questi territori senza rappresentanza parlamentare significherebbe isolarli ancor di più dallo sviluppo del paese violando il principio democratico della rappresentanza, che vuole che ogni unità territoriale sia rappresentata in Parlamento affinché in sede nazionale siano valorizzate e protette le esigenze fondamentali di ciascuna unità locale.

  • Mancata rappresentanza popolare per alcune regioni e minoranze linguistiche

Il Senato è eletto su base regionale ma, riducendo a soli 200 i senatori, molti partiti, pur avendo superato la soglia di sbarramento nazionale, non potranno partecipare alla distribuzione dei seggi su base regionale perché, alla mutilazione del Parlamento non corrisponderà l’adeguamento dell’attuale legge elettorale e quindi gli scranni saranno attribuiti solo alle liste maggiori.

Inoltre la riforma concentra la rappresentanza politica nelle aree più popolose del Paese, a scapito di quelle con meno abitanti ma territorialmente più vaste, e non tutela in modo adeguato le minoranze linguistiche (il caso del Trentino-Alto Adige è quello più significativo). La Val d’Aosta non avrà nessun senatore e i quasi 3 milioni di italiani all’estero avranno un solo senatore per l’Europa e uno per il resto del mondo.

  • Aumento del potere delle segreterie di partito e delle lobby

Riducendosi il numero dei parlamentari, si accrescerà il potere di controllo esercitato dai partiti. Per essere eletti occorreranno molti più voti, che potranno essere garantiti soltanto dalla cupola del partito che li presenta. Di fatto si ridurrà notevolmente il livello di indipendenza del singolo parlamentare rispetto alla segreteria del partito che lo ha prescelto provocando una diminuzione dell’autorevolezza del Parlamento nel suo insieme, poiché spariranno magari quei  pochi ancora oggi autorevoli e indipendenti.

Un Senato con 200 membri, di fatto scelti dalle segreterie di partito, inevitabilmente sarebbe più permeabile alle lobby, capaci di manovrare meglio le elezioni di loro rappresentanti, creando così una “casta” ancora più autoreferenziale, tutelata e garantita.

  • Congelamento dell’attuale governo fino al termine della legislatura (2023)

Saranno impossibili le elezioni politiche almeno fino al 2023 con il pretesto dell’approvazione di una nuova legge elettorale, nonostante sia evidente lo scollamento tra l’odierna rappresentanza parlamentare e il reale l’orientamento politico del Paese. Non solo: la nuova legge elettorale e di ridisegnazione dei collegi ormai in mano alle segreterie di partito sarà necessariamente lunga e laboriosa, con ulteriori ritardi e stallo di tutta la nazione. Va anche osservato che un intervento parziale si innesta su un tessuto coerente come la carta costituzionale provocando squilibri e che senza una legge elettorale nuova si dà una delega in bianco (un’altra) all’esecutivo.

  • Svolta autoritaria

L’antiparlamentarismo è sempre stata una caratteristica delle ideologie totalitarie. Non è mai successo che riducendo la democrazia rappresentativa sia cresciuta la democrazia diretta. Agli attacchi al Parlamento di solito segue un’esperienza autoritaria. Si creeranno situazioni in cui nella ristrettissima cerchia di una qualsiasi Commissione parlamentare si potrà di fatto decidere per 60 milioni di italiani, senza passare dall’aula. Questa è oligarchia.

  • Concentrazione di potere nei partiti maggiori

Il taglio dei parlamentari in assenza di un’adeguata riforma elettorale, comporta il serio rischio di formazione di maggioranze in grado di eleggersi autonomamente il Presidente della Repubblica, che quindi non sarebbe più la figura di garanzia e di unità del Paese, compromettendo l’equilibrio dei poteri previsto dalla Costituzione.

  • Degrado nella qualità del servizio offerto

E’ una menzogna anche la sbandierata efficienza quale conseguenza della riduzione dei parlamentari che, al contrario, comporterà un grave rallentamento dei lavori delle 14 Commissioni parlamentari che sono rimaste inalterate.

Meno persone, soprattutto al Senato, dovranno assolvere a un’infinità di compiti che li obbligherà a un lavoro inevitabilmente più superficiale, oppure a delegarlo a nuovi tecnici e funzionari, con aggravio di costi che renderanno ancora più risibile il decantato risparmio. E’ sufficiente ricordare quanto accaduto nei primi mesi di quest’anno in cui il governo ha costituito una serie infinita di task force: il solo presidente del consiglio Conte, ad esempio, ha nominato quasi 500 persone, generosamente retribuite per assistere “tecnicamente” il governo e prendere tutte le decisioni sulla situazione emergenziale. Di fatto il cd Comitato Tecnico si è sostituito a tutto il Parlamento per assumere decisioni pesantemente invasive nei confronti di tutta la nazione superando la responsabilità politica delle stesse.

Qualche considerazione finale:

Appare evidente il vulnus alla Costituzione causata da una legge che conferisce un potere eccessivo al Presidente del Consiglio dei Ministri alterando la funzione di garante super partes alla stessa Presidenza della Repubblica.

La Fondazione Einaudi ha notato che, se dovesse vincere il SI, basteranno 267 deputati e 134 senatori per cambiare la Costituzione senza necessità di un successivo referendum.

Al contrario, come ha affermato di recente Roberto Formigoni, occorre che i parlamentari tornino ad essere scelti dagli elettori, perché solo in questo modo, reintroducendo cioè il voto di preferenza, essi si sentiranno obbligati verso i cittadini che li hanno eletti (e non verso le segreterie di partito).

Il vero risparmio si raggiunge non con la mutilazione del Parlamento, ma con il taglio degli stipendi che, di fatto, comporterebbe un beneficio maggiore senza penalizzare il principio della rappresentanza democratica.

E’ utile infine anche far notare a chi contesta l’eccessivo numero dei nostri parlamentari, che in Europa l’Italia è al 23° posto (su 27) nel rapporto tra eletti e elettori. Attualmente abbiamo un deputato ogni 96 mila abitanti, che, con l’eventuale vittoria dei SI, passerebbe a uno ogni 151.210. Per il Senato si passerebbe da un senatore ogni 188.424 abitanti a uno ogni 302.420.

Pertanto, indebolire il Parlamento significa compromettere la possibilità di una vera rappresentanza popolare, nelle sue diverse componenti e nei diversi territori: in un momento di crisi politica come questo, diminuirebbero ancora di più il rapporto e la conoscenza tra la gente e i parlamentari.

Il prof. Mauro Ronco, professore emerito di Diritto penale, Presidente del Centro Studi Livatino ha definito la legge oggetto dell’attuale referendum:

la peggiore legge costituzionale che il Parlamento abbia mai approvato. Si tratta di un modello di legge che perviene a un livello di sfrenatezza demagogica mai prima di oggi riscontrato. Il contenuto della riforma non è un complesso razionale di disposizioni, bensì un monstrum con cui persone senz’arte né parte pensano di realizzare un miracolo.

 

Iustitia in Veritate, altrettanto preoccupata della pericolosa deriva antidemocratica e del rischio di limitare significativamente la rappresentanza del popolo italiano, invita a votare NO  al Referendum del 20 e 21 Settembre 2020.

 

Iustitia in veritate




E’ morto un Sacerdote… E’ stato ucciso un uomo!

Ricevo e volentieri pubblico.

 

 

 

di S. M. (una donna consacrata a Dio)

 

E’ morto un Sacerdote…
E’ stato ucciso un Sacerdote!

Un Ministro di Dio che amava “gli ultimi”, è stato brutalmente sottratto alla vita, al suo quotidiano servizio a favore dei più poveri.

E’ morto un uomo…
E’ stato ucciso un uomo!

Un uomo che spendeva la sua vita per amore del prossimo, fra gli emarginati, in particolare dando assistenza ai migranti.

Appresa la notizia, decine di membri della comunità straniera comasca sono accorsi sul luogo dell’omicidio, increduli: “quando avevamo bisogno di aiuto, è a lui che ci rivolgevamo”, dicono.

Ed è proprio nell’espletamento del suo servizio d’amore che il Sacerdote ha incontrato la morte, sì la morte ma non la fine di tutto infatti, noi cristiani, sappiamo che la morte non avrà mai la parola fine sulla vita perché come ci insegna San Paolo Apostolo:
“è necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità. Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura:
La morte è stata ingoiata per la vittoria.
Dov’è, o morte, la tua vittoria?
Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?
[…] Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

Dunque “dov’è o morte la tua vittoria”, si interrogava San Paolo, certo che la morte è stata sconfitta da nostro Signore Gesù Cristo con la forza del Suo amore, della Sua Croce, della Redenzione!

Il Sacerdote, l’uomo, è Don Roberto Malgesini, 51 anni, accoltellato alle 07.00 del mattino nel giorno in cui la Chiesa celebra la Beata Vergine Maria Addolorata, davanti alla parrocchia di piazza san Rocco, Como.

La sua comunità lo piange, “è il martirio di un santo”. Imploro la Vergine Santa di accoglierlo benigna e consolare i suoi cari e quanti lo amano.

Una creatura è stata uccisa, un figlio di Dio è stato ucciso, il figlio di una mamma e di un papà che lo hanno concepito con amore, messo al mondo, nutrito, educato, protetto, amato… quante lacrime in Cielo e in terra?

E dunque si lasci spazio al dolore per le tante, troppe vite spezzate a causa di chi sceglie il male e rifiuta il bene!

Purtroppo siamo abituati da tempo, a causa di una stampa “malata” di ideologia e parzialità, a vittime di “serie A” e vittima di “serie B”. Altre non entrano nemmeno in classifica perché sono considerati scarti…

Oggi è morto un uomo! Oggi un altro uomo si è reso “caino di suo fratello”!

Oggi la linea maggioritaria della stampa ideologizzata del nostro Paese, tende già a scagionare l’assassino adducendo l’esimente dei problemi psichici…

Altri, pochi, evidenziano che a suo carico ci fosse un provvedimento di espulsione non eseguito.
Intanto un Sacerdote è stato ucciso… un uomo!

Intendo lasciare le diatribe mediatiche ai degni interlocutori del pettegolezzo, della maldicenza, io preferisco ricordare che oggi un uomo è stato ucciso, un Sacerdote; per qualcuno “poca cosa”, categoria spesso ignorata, che fa scalpore solo se sbaglia, se cade.

I preti infatti sono spesso etichettati con qualifiche indecorose, messi alla berlina di una società ipocrita autrice di scandali e peccati ignobili ma, se ha bisogno di scagionarsi, non esita a caricare le spalle dei Sacerdoti di ogni colpa!

In un mondo relativista dove assistiamo a politici e governanti inginocchiarsi davanti a tutto eccetto che innanzi a Dio, la verità non esiste ma esistono “i diritti” di chiunque abbia qualche pretesa. Per molti invece i preti sono solo carne da macello! Del resto, è solito confondere quel Dio Misericordioso e Giusto con un malsano buonismo…
Chi si metterà in piedi perché oggi la vita di un Sacerdote è stata spezzata?

La giustizia terrena farà il suo decorso, ma quella di Dio farà bene ogni cosa.

Oggi due vittime sono alla ribalta della cronaca, l’agnello sacrificato e il suo carnefice. L’una immersa nell’eternità, e già al cospetto di Dio e del Suo giudizio, l’altra spero che comprenda la gravità di questo suo gesto, efferato, immorale, bruto affinché, pentito, possa salvarsi l’anima dalla dannazione eterna ed abbracciarsi in Paradiso con colui che ha crocifisso con diversi colpi di coltello.

Questo sangue innocente suggerisce al mio animo le parole di Gesù Cristo sulla Croce: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”!
Ed oggi? Quanti non sanno? E quanti invece sono consapevoli?

Gesù amava di autentica carità, e insegnava la via di salvezza, serviva i piccoli, gli ultimi, gli emarginati, guariva da ogni sorta di malattia…eppure è stato ucciso!

Oggi uccide chiunque semina la menzogna, chiunque ignora la verità, chiunque strumentalizza la realtà, chiunque orienta l’opinione pubblica per creare ad arte presunte vittime e legittimare i veri carnefici…

Oggi un uomo è stato ucciso, l’ennesimo…

Ed è un Sacerdote.

Non ricordatevi dei Sacerdoti solo quando cadono, quando peccano, quando sono tentati.

E a voi Sacerdoti vivi, operanti, investiti del ministero prezioso di essere “Altri Cristo” in terra, giunga la mia sincera preghiera, la riconoscenza e l’invito ad essere testimoni degni del Santo Vangelo di Gesù Cristo, almeno voi lontani dalle ideologie dilaganti.

Riposa in pace don Roberto.

 




Omofobia: l’identità negata di Cira e una legge che non serve

Rilanciamo un articolo di Raffaella Frullone, pubblicato su Il Timone, sui fatti di Caivano.

 

 

Si legge sul quotidiano La Stampa del 13 settembre: «È stata inseguita e speronata dal fratello per una relazione con Ciro, un ragazzo trans, è caduta dallo scooter sul quale viaggiava ed è morta. È questo l’origine dell’incidente avvenuto nel napoletano, nel quale è deceduta Maria Paola Gaglione, mentre il compagno è rimasto ferito e, ancora sanguinante per terra, è stato anche picchiato dal fratello della vittima, Michele Antonio Gaglione fermato dai carabinieri. Maria Paola e il fidanzato l’altro ieri sera erano in viaggio da Caivano ad Acerra quando sono stati raggiunti dal giovane, anch’egli a bordo di uno scooter, che ha tamponato con violenza il mezzo provocando la caduta dei due».

La notizia si capisce a fatica. La maggior parte dei media mainstream, dai quotidiani ai tg, parla di un fidanzato, un compagno, al maschile scrivono Ciro. Qualcuno specifica solo «un ragazzo trans», è come se all’unisono avessero deciso di negare l’identità biologica della ragazza. Sì, perché Ciro, all’anagrafe è Cira, 22 anni, cresciuta a Caivano insieme alla madre che per sbarcare il lunario fa l’ambulante. Il padre non c’è, chissà dov’è, nessuno se lo chiede. Tutti però scrivono che Cira «non accettava la sua identità femminile» e da qualche anno aveva «intrapreso il percorso per diventare uomo». Inseguendo l’illusione di diventare uomo Cira si veste da maschio, capelli corti e tatuaggi che gli coprono gran parte del corpo, e forse anche quelle ferite nell’anima che si porta dentro, magari per essere cresciuta senza padre al Parco Verde di Caivano, «un inferno» – scrive il quotidiano Il Mattino, «dove la vita di un ragazzo vale meno di una dose». Cira si arrabatta, a fatica per trovare un lavoro, da tre anni ha una relazione con Maria Paola, 18 anni, che prima era la sua migliore amica. Stanno quindi insieme da quando la vittima aveva solo 15 anni, e da un mese vivevano insieme ad Acerra. «La le discussioni in casa per la mia relazione mi uccidono», aveva confidato Maria Paola. L’ultima lite, quella di sabato sera con il fratello Michele, di 12 anni più grande di lei, era scaturito proprio dalla convivenza con Cira ad Acerra. Michele era intenzionato a riportare la sorella a casa, ma la lite è degenerata in uno speronamento mortale. Volontario per la famiglia di Cira, un incidente secondo la famiglia Gaglione.

Una vicenda di miseria economica, sociale e relazionale, ma che tutti i media hanno schiacciato unicamente sulla dimensione Lgbt. Nessuno si chiede niente sulla storia di questi tre ragazzi, nessuno va a indagare nelle piaghe della loro storia, tutti si affannano solamente a parlare di «Ciro», al maschile.

«Non negate l’identità di genere di #Ciro – chiede Monica Cirinnà, senatrice del Pd e madrina della legge sulle cosiddette unioni civili – restituite dignità a questi ragazzi». Eppure è proprio la mamma di Cira, nel suo sfogo su Facebook, che parla di Cira al femminile, parla di «sua figlia». Elena Tebano sul La 27esima ora – blog femminile del Corriere della Sera – ci tiene a precisare che «Paola stava con un ragazzo transgender(una persona con una biologia e documenti femminili ma con un’identità maschile, da qui il fraintendimento delle prime notizie sulla vicenda che avevano parlato di relazione lesbica), anche lui rimasto ferito nell’incidente». Mentre Arcilesbica dalla sua specifica: «La transessualità non si autocertifica, ci sono passi da fare ben precisi. Il fatto al momento non smentito è che Cira Migliore ha documenti e corpo femminili, non ha mai iniziato alcun percorso di transizione. In caso questo venga ufficialmente rettificato, provvederemo a chiamarlo Ciro, trans ftm, da femmina a maschio. Fino ad allora Cira Migliore è realmente una vittima di violenza misogina a cui è stata tolta con la morte la compagna Maria Paola Gaglione, le facciamo le più sincere condoglianze e piangiamo un altro femminicidio. Che sia maledetta la pretesa maschilista di governare le donne, correggerci, punirci, darci lezioni, lavare nel sangue nostro il loro onore».

Sembra una gara a chi si accaparra la vittima. Ieri Cira è stata intervistata da Repubblica, dal Corriere della Sera e ha anche risposto ai giornalisti in una conferenza stampa surreale in ospedale dove mascherina e dialetto strettissimo rendevano incomprensibili gran parte delle dichiarazioni. Non poteva mancare il coro della politica arcobaleno: da Alessandro Zan a Laura Boldrini, passando per Monica Cirinnà, tutti a ribadire a gran voce che alla luce dell’accaduto «c’è bisogno della legge sull’omotransfobia».

Eppure la realtà dice altro. Michele Gaglione è in stato di fermo, convalidato ieri dal Gip di Nola, resta in carcere dovrà rispondere di omicidio preterintenzionale, violenza privata e lesioni personali aggravate dai futili motivi. La giustizia sta già facendo il suo corso. Non c’è bisogno di nessuna legge. Ci sarebbe bisogno di qualcuno che medichi le ferite causate e lasciate in queste due famiglie lacerate in una terra dimenticata, ma questo non interessa a nessuno.




Ai Weiwei ci racconta il regime della China e le proteste ad Hong Kong per la libertà

(se il video qui sotto non si apre fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)



 

Il ruolo della Cina nel nostro nuovo mondo della corona è più che mai cruciale, costringendoci a guardare il Paese ancora più da vicino. Ma come si fa a farlo quando è difficile ottenere informazioni affidabili dall’interno della Cina?

I dati non sono sempre corretti, le voci critiche non sono apprezzate e i cittadini cinesi, che si esprimono in modo indipendente sulla politica del Partito Comunista, corrono alti rischi. Cosa sta succedendo esattamente in Cina e come possiamo capire meglio il Paese ora che la sua influenza sul nostro angolo di mondo è in aumento?

In che modo la censura e la disinformazione hanno influito sulla crisi della corona in Cina? E quanto sono affidabili le informazioni che abbiamo sulla Cina?

Ai Weiwei

In questo interessante documentario, Ai Weiwei, artista, designer, architetto e regista, attivista per i diritti umani cinese, incarcerato per le sue idee, spiega molto bene cosa sia la Cina, il suo terribile regime, e quello che sta avvenendo ad Hong Kong.

Hong Kong, proteste per la liberttà (Photo by Anthony Kwan/Getty Images)
Hong Kong, proteste per la liberttà (Photo by Anthony Kwan/Getty Images)




La vostra amicizia è tesa a costruire una casa più abitabile per l’uomo

Esplosione a Beirut, Libano, martedì 4 agosto 2020. (Foto AP/Hassan Ammar)
Esplosione a Beirut, Libano, martedì 4 agosto 2020. (Foto AP/Hassan Ammar)

 

di Eva Daniela Montanari

 

 

Un dopo cena di questa settimana – in videoconferenza dal Libano con Rony e Benedetta dall’Italia con il giornalista Rodolfo Casadei ed il dott. Arturo Alberti, presidente della onlus “Orizzonti”- un nutrito gruppo di amici si è riunito per capire il dramma che sta vivendo il Paese dei cedri e per rispondere al suo appello di aiuto secondo l’insegnamento di don Giussani: “E’ nel bisogno che l’uomo ritrova veramente se stesso. E il bisogno è oggi. Non ha senso rimandare”

L’esplosione disastrosa avvenuta un mese fa nel porto di Beirut, seguita questa settimana da un secondo incendio, ha richiamato nuovamente la nostra attenzione su questo paese martoriato. Duecento morti, migliaia di feriti, un numero imprecisato di dispersi, centinaia di abitazioni e luoghi di lavoro distrutti in gran parte della città. La terribile deflagrazione, attribuita in un primo momento all’incendio di materiale pirotecnico, poi a missili israeliani, in realtà è stata causata da un pericoloso carico di nitrato d’ammonio sequestrato a una nave straniera e poi dimenticato da alcuni anni nei magazzini del porto, senza il rispetto delle più semplici misure di sicurezza. L’illegalità è, infatti, molto diffusa nel paese grazie alla radicata corruzione dei leader politici che, rappresentando le varie identità religiose e i loro interessi, si sono spartiti il potere, indifferenti alle esigenze della popolazione. Una sventura per i libanesi che vedono accelerare il crollo dell’economia del paese già in grave crisi a causa della recente, disastrosa guerra, della gestione dei numerosi profughi e delle tensioni sociali. La lira libanese ha perso oltre l’85% del suo valore provocando un vero e proprio caos sul potere d’acquisto dei cittadini. La dipendenza dall’estero del paese che compra in dollari ha fatto salire alle stelle i prezzi delle merci mentre gli stipendi inflazionati, risultano insufficienti per l’acquisto dei beni di prima necessità. La carenza del carburante, inoltre, non garantisce una continuità nel servizio elettrico e, d’altra parte, fa salire il prezzo sul mercato nero. Anche chi confidava nei propri risparmi per mangiare, per curarsi, per mandare a scuola i figli – l’università sta diventando un lusso anche per chi l’aveva programmata da tempo – si è visto imporre dalle banche pesanti restrizioni sui prelievi.

Le dimissioni del capo del governo, che hanno il sapore dell’ammissione di colpa per la tragedia del porto del 4 agosto, e i nuovi accordi non sono stati sufficienti a ridare fiducia alla popolazione, soprattutto ai giovani che non vedono altro sbocco che espatriare.

Neppure la macchina degli aiuti internazionali e le visite dei capi di stato stranieri hanno rinnovato la fiducia e dipinto prospettive accettabili. I giovani, disoccupati da troppo tempo, o sono partiti, o fanno la fila alla ambasciata, o s’affollano su barche da pesca per raggiungere paesi che li respingono. “Non abbiamo diritto ad essere profughi? Qui stiamo morendo piano piano”. A Macron, che durante la sua prima visita prometteva sostegno, gridavano: “Non date soldi direttamente al governo, non arriveranno mai alla popolazione!”.

Rodolfo Casadei precisa che i leader politici, tali sulla base dell’appartenenza confessionale – cristiani, sciiti, sunniti, drusi, maroniti – si sono spartiti il potere – secondo i nuovi equilibri ratificati dagli accordi del ’90 – a vantaggio del clan che rappresentano. Si sono divisi i settori della vita pubblica, come l’elettrico, le telecomunicazioni, i rifiuti, le banche. Queste ultime contribuiscono al lecito disumano: prestano denaro al Governo a tassi altissimi, distribuendo poi gli utili ai gruppi di potere. Da anni i giovani organizzano proteste contro questo malaffare articolato e radicato, ma la pervicacia di questa politica li porta a identificare l’appartenenza alle varie fedi religiose come la causa della corruzione e della conseguente crisi economica e sociale. Vedendo gestire la fede come uno strumento di potere, ne rischiano l’allontanamento. Lo stesso patriarca maronita esprime le sue preoccupazioni: “Se non interveniamo ora, perderemo la fede!”. Anche se le Messe sono ancora molto affollate di giovani.

Più dello Stato confessionale, è proprio l’uso della religione a scopi di potere che risulta inaccettabile per i giovani, dice Benedetta che da diversi anni fa ricerca in Libano. La convivenza di religioni diverse è accettata dalla popolazione anche se l’integrazione non è promossa dallo stato che, ad esempio, riconosce i diritti di famiglia propri delle diverse confessioni e scoraggia i matrimoni misti.  Le comunità e molti Ordini religiosi, invece, individuano i punti di fede comuni su cui costruire la convivenza. Questo atteggiamento ecumenico ha prodotto molte esperienze preziose: un grande movimento di cristiani e musulmani (Insieme attorno a Maria); una festa dell’Annunciazione condivisa da cristiani e musulmani riconosciuta civilmente; scuole aperte alle varie identità. Le migliori scuole in Libano sono per tradizione quelle cristiane, frequentate anche da musulmani. L’università dei gesuiti, frequentata da cristiani e musulmani, come faro di cultura è rimasta aperta anche in tempo di guerra. Sarebbe importante mantenere aperte le scuole cristiane ma ci vogliono aiuti.

Il paese, grazie a questi egoismi politici, è precipitato nella peggior crisi economica degli ultimi decenni. Gli aiuti alimentari vengono da tutto il mondo, sì, ma è urgente anche ricostruire le case – dice con apprensione Rony – ma come si fa senza lavoro? I licenziati sono milioni e non hanno entrate. Come si fa a curarsi in caso di malattia? Qui non esiste lo Stato sociale. Come si fa a pagare un’assicurazione privata? Anche l’auto è indispensabile per una vita indipendente perché non ci sono mezzi pubblici, e mantenere un’auto è diventato troppo costoso; ad esempio le gomme delle auto sono da sostituire frequentemente a causa delle strade danneggiate. Anche chi paga un piccolo mutuo dell’auto non riesce più a onorarlo, neppure se ha un lavoro fisso, perché il contratto è stato stipulato in dollari mentre gli stipendi sono in lire.

Ci chiediamo a questo punto qual è un metodo per aiutare le realtà cristiane in Libano.

Il dott. Alberti, fondatore di AVSI e successivamente della Onlus “Orizzonti” dichiara la disponibilità della sua associazione per l’aiuto alle famiglie bisognose, specie quelle cristiane, in Libano, sottolineando come la  onlus non faccia cooperazione allo sviluppo, ma sostenga amici in loco, impegnati a individuare i bisogni e a farsene carico, grazie anche ai nostri contributi. Così è successo in Sierra Leone, in Kenia con i sacerdoti della san Carlo, in Venezuela, ad Haiti, in Camerun. “Abbiamo costituito questa associazione perché le amicizie che erano nate non potevano non contare nella nostra vita e perché lo scopo della nostra amicizia è rendere la casa dell’uomo più abitabile. Alberti ricorda don Giussani in una frase che lo aveva colpito quarant’anni fa: “La vostra amicizia è tesa a creare una casa più abitabile per l’uomo e, poco o tanto non importa, ci riesce, perché la vostra passione è l’uomo, nella sua concretezza evidente, vale a dire l’uomo che è nel bisogno. E’ nel bisogno, infatti, che l’uomo ritrova veramente se stesso. E il bisogno è oggi. Non ha senso rimandare”.

L’incontro col bisogno genera inevitabilmente una commozione, un desiderio di muoversi insieme per dare una possibile risposta. Non è mai un’emozione passeggera che si risolve con un provvedimento transitorio. Questo sta succedendo anche ora attorno alle famiglie cristiane di Beirut. Una onlus può essere utile per razionalizzare gli interventi, per rendersi conto di quello che si sta facendo, per offrire ai donatori un vantaggio fiscale, per dare vita ad un progetto che non deve avere una durata pluriennale, ma deve rispondere all’emergenza. Lo chiameremo “Emergenza Libano” che sarà anche la causale dei versamenti che si vorranno fare sull’IBAN indicato sul sito di “Orizzonti” (www.orizzonti.org). Referente in Libano sarà Andreina, moglie di Rony, che avrà anche il compito di formalizzare il progetto indicando i bisogni. Quello che ci interessa e che ci muove è aiutare la presenza cristiana facilitando il lavoro di promozione e aiuto alle famiglie.