Nuovo messale, a inseguire il mondo si arriva sempre in ritardo: come la prenderanno i trans?

 

 

“Anche il Confiteor cambia: “Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli e sorelle…”. L’aggiunta della parola “sorelle” viene definita “inclusiva” ma ha un retrogusto femminista. E poi a inseguire il mondo si arriva sempre in ritardo: come la prenderanno i trans? Non è che fra poco gli intelligentissimi gesuiti dovranno escogitare una formula che comprenda le “identità non binarie”? Una cosa tipo “Confesso a voi fratelli, sorelle e genderless”… “. Oggi sul Giornale, dalla prima pagina, scrivo del nuovo messale.

 

               Camillo Langone  (dalla sua pagina Facebook)

 

 




Atto di consacrazione del genere umano a Cristo Re

 

 

Atto di consacrazione del genere umano a Cristo Re (1)

 

 

O Gesù dolcissimo, o redentore del genere umano, riguardate a noi umilmente prostesi dinanzi al vostro altare.

Noi siamo vostri, e vostri vogliamo essere; e per poter vivere a voi più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi oggi si consacra al vostro sacratissimo Cuore.

Molti purtroppo non vi conobbero mai; molti, disprezzando i vostri comandamenti, vi ripudiarono.

O benignissimo Gesù, abbiate misericordia e degli uni e degli altri; e

tutti quanti attirate al vostro Cuore santissimo.

O Signore, siate il re non solo dei fedeli che non si allontanarono mai da voi, ma anche di quei figli prodighi che vi abbandonarono; fate che questi quanto prima ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame.

Siate il re di coloro che vivono nell’inganno dell’errore o per discordia da voi separati: richiamateli al porto della verità e all’unità della fede, affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo pastore.

Siate il re finalmente di tutti quelli che sono avvolti nelle superstizioni del gentilesimo, e non ricusate di trarli dalle tenebre al lume e al regno di Dio.

Largite, o Signore, incolumità e libertà sicura alla vostra chiesa, largite a tutti i popoli la tranquillità dell’ordine: fate che da un capo all’altro della terra risuoni quest’unica voce: sia lode a quel Cuore divino da cui venne la nostra salute; a lui si canti gloria e onore nei secoli.

Così sia.

† Leone XIII

 

(1)  Preghiera con cui Papa Leone XIII, l’11 giugno 1899, consacrò la Chiesa, il mondo e tutto il genere umano a Cristo (cfr. Lettera Enciclica, Annum sacrum, Leone XIII, 25 maggio 1899). Formula di consacrazione da recitarsi al Sacratissimo Cuore dì Gesù, in Atti di Leone XIII, Tipografia dell’Immacolata, Mondovì 1902-1903, pp.585-586. Il testo latino si trova anche in Enchiridion indulgentiarum, Tipografia Poliglotta Vaticana, Roma 1968, p.56.

Al fedele che recita piamente questo atto di consacrazione si concede l’indulgenza parziale.

L’indulgenza è plenaria se lo si recita pubblicamente nella solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo (XXXIV domenica del Tempo ordinario).

Alle solite condizioni (Confessione e Comunione Eucaristica possibilmente nell’arco di quindici giorni), recitando le preghiere secondo le intenzioni del Sommo Pontefice (es: Pater, Ave, Gloria), si può lucrare l’indulgenza plenaria. Dal Codice di Diritto Canonico (Can. 993): “L’indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati”.




Le condizioni dell’infallibilità papale

Rilancio un interessante articolo, ben fatto e documentato, salvo su un punto, riportato nel blog La falsa morte, il nome del cui autore non è dato conoscere.

Quello che si può osservare all’autore dell’articolo è che oggi, a differenza del passato, certi “sviluppi” del magistero ordinario sembrano avvenire più “nei fatti” e in concreto, che nella formale dottrina, il tutto facilitato dalla presenza dei media, in particolare dei social. Si pensi alle famose frasi dette da Papa Francesco: “chi sono io per giudicare” o a Quello che dobbiamo creare è una legge sull’unione civile. In questo modo [le coppie omosessuali] sono legalmente coperti. Io mi sono battuto per questo”. Quello che conta, insomma, sembra essere la prassi, l’”avvio di processi” che potrebbero portare a sviluppi nel lungo periodo. Un tempo, come riportato nell’articolo, certe posizioni venivano discusse e giudicate alla luce della Scrittura. Oggi, invece, la Scrittura sembra essere passata in secondo piano rispetto alla pastorale e alla fraternità…

 

 

Statua-di-San-Pietro-bronzea-nella-Basilica-di-San-Pietro

 

 

«cum Petrus senescente mundo non senescat, sed sicut aquila renovetur virtus eius»
«mentre il mondo invecchia, Pietro non invecchia, bensì rinnova i suoi poteri come l’aquila»

“Oh hai sentito l’ultima del Papa?”
“No che ha detto?”
“Ha detto che” [qualsiasi cosa su qualsiasi argomento in qualsiasi forma a qualsiasi destinatario]
“Ma che davvero?”
“Eh già proprio così.”
“Ma insomma cioè a me questa cosa non è che convince proprio tantissimo.”
“Se l’ha detto il Papa è vero.”
“Vabbè però.”
“Vabbè però niente. Se siamo cattolici dobbiamo crederci. Il Papa è infallibile.”
“Ah dobbiamo.”
“Eh sì dobbiamo.”
“Allora mi adeguo.”

Questa, in estremissima sintesi, è come non funziona l’infallibilità del Papa.
Non funziona così.


Il Concilio Vaticano I. La Relazione di Gasser. 1° condizione: soggetto. 2° condizione: oggetto. 3° condizione: atto. La condizione assente: la coscienza del Papa. Il dottor Stranamore ovvero come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare il Papa.


 

Quest’anno se ne sono accorti in pochi, praticamente solo gli addetti ai lavori perché il resto del mondo era affaccendato in altre bazzecole tipo una stramaledetta pandemia, eppure tra una cosa e l’altra in questo fantastico 2020 siamo arrivati al 150° anniversario del Concilio Vaticano I, il Concilio che ci ha dato due splendidi dogmi:

  • Dei Filius: l’esistenza di Dio può essere conosciuta con la sola forza della ragione (questo è il mio preferito tra tutti i dogmi, poveretto, è quello meno conosciuto…);
  • Pastor Aeternus: il Papa è infallibile quando parla “ex cathedra”.

Qualcosa mi dice che in questo momento storico l’argomento merita, perciò parliamo dell’infallibilità.

Nella Chiesa si è sempre saputo che “in qualche modo” il Papa è infallibile, ma fino al 1870 non c’era certezza unanime su come la cosa funzionasse. Grossomodo le scuole di pensiero che fino a quella data si confrontavano sull’argomento erano:

  • il Papa è infallibile solo quando si esprime d’accordo con tutti i vescovi: conciliarismo ([1]);
  • il Papa è infallibile anche senza un Concilio, ma solo a certe condizioni: diciamo subito che alla fine è questa la tesi dogmatizzata;
  • il Papa è sempre e comunque infallibile: ultramontanismo ([2]).

A un certo punto, Pio IX decide di chiudere la questione una volta per tutte e proclamare dogmaticamente l’infallibilità del Papa; nonché, per superare le obiezioni dei conciliaristi, di farlo appunto in un Concilio. Pertanto convoca il CV1, il quale ci regala i suddetti dogmi, dopodiché il 20 settembre 1870 arrivano i bersaglieri, Pio IX decide di sospendere i lavori, e caro Stato della Chiesa ti dico addio e grazie per tutto il pesce.

 

E dunque Pastor Aeternus, un documento di poche parole… sembra impossibile, ma una volta per leggere un documento ecclesiastico ce la si poteva cavare con una paginetta fronteretro… insegna così:

«Perciò Noi, mantenendoci fedeli alla tradizione ricevuta dai primordi della fede cristiana, per la gloria di Dio nostro Salvatore, per l’esaltazione della religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del sacro Concilio proclamiamo e definiamo dogma rivelato da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi, vincola tutta la Chiesa, per la divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, gode di quell’infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa.
Se qualcuno quindi avrà la presunzione di opporsi a questa Nostra definizione, Dio non voglia!: sia anatema.»

Con grande scorno dei conciliaristi, il Papa dice (in un Concilio) che non ha bisogno del Concilio per insegnare infallibilmente; tuttavia, con delusione degli ultramontanisti hardcore, il Papa afferma di essere infallibile soltanto ([3]) quando parla ex cathedra. Ma che significa ex cathedra?


 

Il documento ufficiale più rilevante è sicuramente la Relazione tenuta l’11 luglio 1870 da Monsignor Vinzenz Gasser, membro della Commissione che coordinava i lavori dei partecipanti al Concilio ([4]); io ne ho letto la traduzione in inglese nel libro “The Gift of Infallibility”, edito da quei tosti gesuiti della Ignatius Press. Non mi risulta sia mai stata fatta una traduzione professionale italiana; questa è una mia opinabile traduzione di quello che mi pare il cuore della questione ([5]):

«3° Nota bene. È chiesto in che senso l’infallibilità del Romano Pontefice sia “assoluta”. Io rispondo ed ammetto apertamente: in nessun senso si può dire che sia assoluta, perché l’infallibilità assoluta appartiene solo a Dio, che è la prima ed essenziale verità, e che non può né ingannare né essere ingannato. Tutte le altre infallibilità, in quanto trasmesse per uno scopo specifico, hanno i propri limiti e le proprie condizioni a cui devono sottostare.
Questo vale anche per l’infallibilità del Romano Pontefice. Infatti, la sua infallibilità è vincolata da certi limiti e condizioni. Quali siano queste condizioni non dovrebbe essere dedotto a priori, bensì dalla stessa promessa ovvero manifestazione di volontà fatta da Cristo. Ora, quali sono le conseguenze per queste condizioni derivanti dalla promessa di Cristo fatta a Pietro ed ai suoi successori? Egli promise a Pietro il dono dell’inerranza nella relazione di Pietro con la Chiesa Universale: “Tu sei Pietro, e su questa roccia io costruirò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno su di essa” (Mt 16:18) “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle” (Gn 21:13-17). Pietro, posto fuori da questa relazione con la Chiesa Universale, non trasmette ai suoi successori il carisma della verità che viene dalla sicura promessa di Cristo.
Dunque, in realtà, l’infallibilità del Romano Pontefice è ristretta:

1. in ragione del soggetto, cioè quando il Papa, assiso sulla cattedra di Pietro, centro della Chiesa, parla in qualità di pastore universale e supremo giudice;
2. in ragione dell’oggetto, cioè quando si tratta di materie di fede e di morale;
3. in ragione dell’atto stesso, cioè quando il Papa definisce cosa deve essere creduto o rigettato da tutti i fedeli.»

 

Insomma l’infallibilità del Papa è subordinata a queste tre condizioni. Se non sono rispettate tutte e tre, no infallibilità.

Ora umilmente io mi applico, da fedele raziocinante a cui il Signore non ha dato una testa solo perché ci mettesse sopra il cappello, a ragionare intorno a ciascuna di esse.


1° condizione: soggetto

“quando il Papa, assiso sulla cattedra di Pietro, centro della Chiesa, parla in qualità di pastore universale e supremo giudice”

La cosa interessante di questa condizione, specie per i cattolici del XX e XXI secolo, è che qua non si dice semplicemente che chi parla debba essere proprio lui il Papa. E grazie tante, di chi altro stiamo a parlare. Fosse solo questa, la condizione sarebbe tautologica dunque inutile.
Il punto è un altro: qui rileva non tanto l’identità fisica del singolo Tizio o Caio che è stato eletto Papa, bensì il fatto che egli stia parlando proprio come Papa, nella qualità di Papa, mentre esercita le sue specifiche funzioni “sulla cattedra di Pietro”; quella che Gasser chiama “persona pubblica” ([6]):

«La personale infallibilità del Papa non appartiene al Romano Pontefice in quanto persona privata, neppure in quanto dottore privato; in quanto tale egli è uguale a tutti gli altri dottori privati, e (come notava il Caetano) gli uguali non hanno potere sugli altri uguali, specialmente quel genere di potere che il Romano Pontefice esercita sulla Chiesa universale.
Ciò che invece difendiamo è l’infallibilità della persona del Romano Pontefice, non come individuo ma come persona pubblica, cioè capo della Chiesa nella sua relazione con la Chiesa universale. Infatti non si deve dire che il Papa è infallibile semplicemente per l’autorità del papato, bensì perché egli è certamente e indubbiamente soggetto alle direttive dell’assistenza divina. Ma egli usufruisce dell’assistenza divina promessagli, che gli impedisce di errare, solo quando realmente ed attualmente esercita il suo dovere di supremo giudice e pastore universale della Chiesa.
Dunque, la sentenza “il Romano Pontefice è infallibile” non è falsa (poiché Cristo ha promesso questa infallibilità alla persona di Pietro ed ai suoi successori) ma è incompleta, perché il Papa è infallibile solo quando con un solenne giudizio definisce un problema di fede o di morale per tutta la Chiesa universale.»

 

Per esempio, i tre libri storici scritti da Ratzinger “Gesù di Nazareth” non erano documenti provenienti dalla cattedra di Pietro: lì l’autore non agiva in quanto persona pubblica Benedetto XVI, ma solo in quanto individuo e dottore privato Joseph Ratzinger ([7]).

Insomma, Cristo ha dato l’infallibilità a Pietro non come favore personale a Pietro, ma come aiuto per tutti gli altri; non è per il Papa, è per noi. Ciò che a noi interessa primariamente è la persona pubblica del Papa, il Papa nel momento in cui agisce nell’esercizio delle sue specifiche funzioni ([8]); la persona privata ci interessa soltanto in secondo luogo e soltanto nella misura in cui influenza quella pubblica ([9]).


2° condizione: oggetto

“quando si tratta di materie di fede e di morale”

Dai che questa è facile: il Papa è infallibile solo quando parla di questi due argomenti. Sebbene la precisa delimitazione delle suddette materie non sia sempre facilissima ([10]), tutti quanti possiamo intuitivamente comprendere la differenza con questioni fondamentalmente diverse, tipo:

  • se il sole giri attorno alla terra o viceversa;
  • se il riscaldamento globale esista davvero, e nel caso quanto sia dovuto a cause naturali o umane;
  • quale sia il limite di stranieri che una nazione può accogliere senza innescare l’autodistruzione etnica;
  • auto a benzina, diesel, metano, elettrica, a pedali, a cazzotti, ibrida;
  • se sia più buono il pandoro o il panettone;
  • se il fuorigioco c’era o non c’era;
  • che cavolo succede nell’ultimo film di Christopher Nolan;
  • eccetera eccetera.

 

Queste ed altre simili questioni non possono mai formare oggetto di magistero infallibile, pertanto, se pure per ipotesi il Papa si esprimesse su tali argomenti stando “sulla cattedra di Pietro” (cioè nell’esercizio ufficiale delle sue funzioni, es. in un’enciclica), esse resterebbero sempre e comunque sue opinioni private e personali; non sarebbero coperte dall’infallibilità e il popolo fedele potrebbe dissentire nei modi più opportuni.


3° condizione: atto

“quando il Papa definisce cosa deve essere creduto o rigettato da tutti i fedeli”

Questa è la condizione più rigorosa. Il Papa, per parlare ex cathedra, deve anche esprimersi in un certo modo, che deve essere definitorio, obbligatorio e universale.

DEFINITORIO: una definizione, etimologicamente, è qualcosa che indica dove “finisce” un significato. Questo è molto importante perché una definizione per sua natura deve essere univoca, non equivoca; chiara, non ambigua. Se il Papa si esprime in modo vago, se dice una “x” che non si capisce bene se voglia dire “a” oppure “z”, allora questa non è una definizione, dunque non è coperta da infallibilità: come posso essere vincolato a credere qualcosa, se non si capisce neppure che cosa?

(se poi si presenta l’interprete di seconda e terza mano… il chierico, il giornalista, il guru da social media… il quale con vasta retorica ci spiega che quella parola significava proprio questo e non quest’altro, allora gli si può rispondere gentilmente che l’interpretazione autentica non ce la deve dare lui, ce la deve dare il Papa; e fino a quando ciò non accade, l’interprete di seconda e terza mano può andare ad accomodarsi da quella parte)

 

Nelle sedute del CV1 emerse la preoccupazione che questo requisito fosse troppo vago, perciò qualcuno propose di codificare una vera e propria formula giuridica: se il Papa vuole usare l’infallibilità, deve pronunciare proprio queste e non altre parole. La proposta fu respinta perché, qualsiasi formula si voglia codificare, se in passato i Papi hanno usato l’infallibilità senza usare la formula, allora essa non era veramente necessaria. Gasser spiega il concetto con un ragionamento logicamente serrato che si conclude con una frase assai poetica che mi è piaciuta tantissimo ([11]):

«Alcuni dicono: i giudizi dogmatici del Pontefice sono infallibili, dunque definiamo la forma che deve essere usata dal Pontefice in tali giudizi. Ma questa proposta non può essere accettata perché qui non stiamo trattando qualcosa di nuovo. Già migliaia e migliaia di giudizi dogmatici sono stati emessi dalla Sede Apostolica ([12]); dov’era la legge che prescriveva la forma da osservare?
Forse alcuni diranno: se non abbiamo una legge, facciamone una. Ma con questo ricadremmo in quella già condannata teoria che riteneva il Concilio superiore al Papa. Inoltre, di che utilità sarebbe una legge del genere? Non sarebbe completamente inutile, perché inverificabile dai fedeli e dai vescovi sparsi per il mondo? ([13]) Infine, sarebbe assai pericolosa perché offrirebbe l’opportunità di innumerevoli obiezioni infondate ed ansietà.
Dunque, lasciamo che Pietro si regoli da solo in accordo con le parole di Nostro Signore, perché mentre il mondo invecchia, Pietro non invecchia, bensì rinnova i suoi poteri come l’aquila

L’originale latino dell’ultimo periodo merita proprio di essere letto così come nacque nella mente dell’autore:

«Ergo cingat Petrus semetipsum iuxta verbum Domini nostri Iesu Christi, cum Petrus senescente mundo non senescat, sed sicut aquila renovetur virtus eius.»

 

Concetto davvero bello e profondo e potente.

Anche ci fu chi espose l’obiezione opposta (N.B. questa cosa che Gasser doveva parare i colpi da entrambi i fronti, conciliaristi e ultramontanisti, è molto istruttiva), ovvero che la stessa parola “definire” fosse troppo giuridica e restrittiva dei poteri del Pontefice. Per rispondere a questa obiezione, Gasser tornò sull’argomento il 16 luglio 1870 ([14]):

«Sembra che la parola “definire” sia di ostacolo per alcuni dei reverendi padri, che nelle loro osservazioni l’hanno completamente eliminata oppure sostituita con un’altra parola, es. “decretare” o qualcosa di simile, oppure hanno detto simultaneamente “definisce e decreta”, eccetera. Ora spiegherò in poche parole come la parola “definire” debba essere intesa secondo questa Commissione.
Infatti, questa parola non dovrebbe essere intesa in senso giuridico, nel senso in cui essa significhi mettere fine ad una controversia che è sorta rispetto all’eresia o alla dottrina di cui si sta propriamente parlando “de fide”. Piuttosto, la parola “definisce” significa che il Papa, direttamente e definitivamente, pronuncia la sua sentenza su una dottrina che riguarda materie di fede o morale, e lo fa in modo tale che ciascun fedele possa essere certo del significato inteso dalla Sede Apostolica, ovvero dal Romano Pontefice; in tal modo, infatti, lui o lei sa per certo che la tale o talaltra dottrina è ritenuta dal Romano Pontefice come da considerarsi eretica, oppure prossima all’eresia, oppure certa od invece erronea, eccetera.
Questo dunque è il significato della parola “definire”.»

Qui Gasser dice una cosa bellissima, su cui non serve neppure spendere tante parole: la chiarezza. L’importanza di usare parole tali che tutti, non solo gli addetti ai lavori, possano capire se il significato di una parola è il tale o il tal altro.
(e magari ci fosse stato un Gasser in Vaticano anche novantacinque anni dopo)

 

OBBLIGATORIO: qualcosa che è presentato ai cattolici come vincolante. Oh amico, io te lo dico, se vuoi essere cattolico, allora devi proprio credere che questo sia vero o falso; se non ci credi, pazienza e amici come prima, ma sappi che stai fuori dalla Chiesa e non dire che non ti avevamo avvisato.

(va da sé che questo esclude a priori tutto ciò che venga presentato, con una formula che oggi va molto di moda, come “pastorale e non dottrinale”; e dunque, a qualsiasi cosa venga presentata sotto questa elegante formula, si può sempre obiettare che no scusa, guarda, ma io non ci credo, e se me lo vuoi far credere allora sai che facciamo, riparliamone quando me lo presenti come dottrinale punto e basta)

UNIVERSALE: qualcosa che vale per tutti i fedeli. Il che è ovvio, perché se una cosa è vera o falsa, lo è oggettivamente. Non basta che il Papa faccia un’affermazione a Tizio o Caio, a un suo amico, a un ristretto gruppo di persone, a una comunità locale; deve essere un’affermazione espressamente rivolta alla Chiesa universale. E siccome l’universalità è non solo nello spazio ma anche nel tempo, ad essere vincolata non è solo la generazione di fedeli vivente al tempo in cui è fatta la definizione, ma anche tutte le generazioni a venire. Cioè l’insegnamento deve essere definitivo.


Un esempio concreto. A mia scienza, l’ultima volta in cui un Papa ha usato l’infallibilità è stato quando Giovanni Paolo II il 22 maggio 1994 ha scritto la lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis che si concludeva così:

«Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa.»

 

Possiamo immediatamente riconoscere la sussistenza di tutte le 3 condizioni:

1° presente: il Papa l’ha scritto in una lettera apostolica, perciò nel pieno esercizio del suo ufficio;
2° presente: materia di fede;
3° presente: definizione (più chiaro di così), obbligante (“deve essere tenuta”) e universale (“in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa”).


C’è ancora una condizione interessante, su cui vale la pena spendere qualche parola. Non perché si tratti di una condizione necessaria, ma al contrario, proprio perché non lo è: si tratta di una condizione proposta e rigettata. Gasser ne parla così ([15]):

«Ciononostante, alcuni dei molto reverendi padri, non soddisfatti di queste condizioni, vanno oltre e vogliono inserire in questo documento anche condizioni, che si trovano poste in diversi modi nei diversi trattati teologici, concernenti la buona fede e la diligenza del Pontefice nel cercare ed annunciare la verità.
Tuttavia queste cose, poiché riguardano la coscienza del Pontefice piuttosto che la sua relazione con la Chiesa, devono essere considerate come più legate all’ordine morale che a quello dogmatico. Infatti Nostro Signore Gesù Cristo ha specificamente stabilito che il carisma della verità non dipende dalla coscienza del Pontefice (la quale è una cosa privata, anzi privatissima, e nota solo a Dio), bensì dalla pubblica relazione del Pontefice con la Chiesa Universale; altrimenti, questo dono dell’infallibilità non sarebbe un mezzo efficace per difendere e riparare l’unità della Chiesa.
Dunque, non si deve temere che la Chiesa universale possa essere guidata ad un errore dottrinale dalla cattiva fede e dalla negligenza del Pontefice. Infatti la protezione di Cristo, l’assistenza divina promessa ai successori di Pietro, è così efficace che essa farà sì che il giudizio del supremo Pontefice sia impedito nel caso in cui questo sarebbe erroneo e distruttivo per la Chiesa; viceversa, se effettivamente il Pontefice arriva a una definizione, allora questa sarà infallibilmente vera.»

 

Per capire bene il contesto di queste parole bisogna ricordare che al Concilio Vaticano I non c’era solo chi voleva limitare l’autorità del Papa, ma anche chi voleva estenderla smisuratamente. Tra questi ultimi circolava la tesi di Albertus Pighius (per gli amici, Alberto Pigge o Pighi), secondo cui al Papa spetta non solo l’infallibilità, ma anche una sorta di parziale impeccabilità, ovvero il Papa non potrebbe mai cadere nel peccato di eresia. Questa tesi però è diplomaticamente scansata da Gasser, così ([16]):

«La Commissione è stata ingiustamente accusata di voler elevare alla dignità di dogma un’opinione estrema, ad esempio quella di Albert Pighius. Questa opinione, che il Bellarmino riteneva pia e probabile, era che il Papa, anche in quanto individuo e dottore privato, sia capace di errare per ignoranza ma non possa cadere nell’eresia o insegnare eresia.
Senza dilungarci sul resto, lasciatemi dire che questo appare chiaro dalle stesse parole di Bellarmino che, nel suo 4° libro, capitolo VI riferisce l’opinione di Pighius nelle seguenti parole: “può essere creduto probabilmente e piamente che il supremo Pontefice sia non solo incapace di errare in quanto Pontefice, ma che perfino come persona privata sia incapace di essere eretico attraverso la pertinace affermazione di qualcosa contrario alla fede.”
Detto questo, appare chiaro che la dottrina da noi proposta non è quella di Albert Pighius, né l’estrema opinione di un’altra scuola, ma piuttosto è la stessa opinione che il Bellarmino insegna e adduce “in quarto luogo” e proclama come la più certa e sicura.»

Qui Gasser sta parlando dell’opinione esposta e ritenuta certa da Bellarmino secondo cui ([17]):

«sia che il Papa possa, o sia che non possa essere eretico, egli non sarà mai capace di definire una proposizione eretica che debba essere creduta dall’intera Chiesa.»

 

Ovvero, il dogma non affronta la nota questione sulla possibilità aberrante (nel senso veramente etimologico) del Papa eretico; dogmatizzata non è l’impossibilità del Papa eretico, bensì l’impossibilità della definizione eretica.

Possiamo allora capire perché, di fronte a coloro che proponevano di aggiungere anche un’ulteriore condizione del tipo “il Papa deve essere una brava persona, deve avere buona fede e diligenza” … il fine sottinteso immagino fosse evitare eventuali ipotetici abusi da parte di un eventuale ipotetico pontefice che si fosse rivelato un po’ meno santo della media standard … a queste proposte Gasser risponde in un modo che alle nostre pie e delicate orecchie può apparire brutale, ovvero che della coscienza del Papa in fin dei conti non è che ci importa poi tanto.
Eh sì, perché ragioniamo: come facciamo a mettere una condizione legata alla buona fede soggettiva nella coscienza del Papa, se poi nella coscienza può vedere solo Dio? Diciamo che può essere infallibile solo un Papa che abbia la buona fede e sia diligente nel cercare la verità di Dio? E come facciano noi a sapere se qualcuno è veramente in buona fede o fa solo finta? Chi crede alla tesi di Pigge darà per scontato che il Papa sia in buona fede, ma la tesi di Pigge è una pia opinione a cui si può anche non credere. E allora?

E allora, ricordando quello che è stato detto guardando la 1° condizione, a noi ciò che importa non è il Papa in quanto individuo, ma il Papa in quanto persona pubblica. Questa precisazione di Gasser, questa “non-condizione”, ribadisce il concetto: quel che importa non è ciò che il Papa effettivamente pensa nel suo cervello, ma ciò che insegna ufficialmente e chiaramente.
Nota bene che Gasser nella sua Relazione non dice che non sia mai esistito in un remoto passato, e non potrà mai esistere in un remotissimo futuro, un Papa che sia in cattiva fede ed abbia negligenza nelle cose di Dio; dice piuttosto che “non si deve temere che la Chiesa universale possa essere guidata ad un errore dottrinale dalla cattiva fede e dalla negligenza del Pontefice”.
Insomma, se un Papa in privato assumesse oh-cielo-Dio-non-voglia comportanti scorretti e indegni del suo ruolo, se dovesse avere cattiva fede e negligenza, se come singolo individuo dovesse essere (tratteniamo il fiato per l’orrore) una persona cattiva… e ricordiamo che Cristo non ha mai promesso che tutti i Papi sarebbero stati brave persone… allora certo io posso dispiacermi per la sua anima, posso disapprovare moralmente il suo comportamento (almeno quella parte di esso che è visibile anche ai fedeli che lo guardano da lontano), ma devo ricordare che la cosa non ha proprio nulla a che fare con la sua infallibilità. Quello che sta nella coscienza del Pontefice lo sanno solo lui e il Padreterno, e se la vedranno quando l’uno sarà giudicato dall’altro.


 

Queste insomma sono le condizioni dell’infallibilità. No condizioni, no infallibilità. Benissimo.
Tutto apposto, allora?

Ni.
Resta ancora il piccolo problema di come debba comportarsi il fedele medio di fronte a un insegnamento del Papa che non solo non è infallibile, ma sorge anche il lieve sospetto che sia, in effetti, un po’ meno vero del solito.
Dunque,

il dottor Stranamore ovvero
come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare il Papa
anche quando non sono proprio 100% d’accordo con lui

Tanto per cominciare, la prima cosa è fare un respiro profondo. Fuori dall’infallibilità, il Papa può sbagliare. Gli vogliamo tutti tanto bene, ma può succedere, più o meno raramente a seconda dei casi. Eh. Non crolla il mondo. La Chiesa va avanti. È importante precisare questa cosa, perché a volte capita di farsi prendere dall’ansia e alla sola idea che eh ma qua questa cosa che ha detto non è proprio vera vengono i sudori freddi e poi panico e una sensazione di formicolio lungo le braccia e ronzio alle orecchie tachicardia oddio ma come ma no ma non è possibile e insomma la semplice ipotesi ipotetica del Papa che sbaglia sembra una specie di superbomba atomica termonucleare che distrugge tutto tipo l’ordigno-fine-di-mondo del dottor Stranamore che se succede allora BOOM è falso è tutto falso dio non esiste e ho sbagliato tutto nella vita e ho sprecato tutto è la fine del cattolicesimo la fine della Chiesa la fine del mondo la fine

No.
Calma.
Un Papa che sbaglia, fuori dalle condizioni dell’infallibilità, non dimostra la falsità del cattolicesimo; dimostra solo di avere il peccato originale. Lo sapevamo già.
Allora che fare?

 

#1 Esempio: il Papa non dà alcun insegnamento verbale, però dà il cattivo esempio con la pratica e/o tollera apertamente gli errori altrui.
In questo caso abbiamo un esempio storico abbastanza pesante, la contestazione fatta da San Paolo a San Pietro “mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto” (2Gal, 2:11).

(NB è molto bello che lo Spirito Santo abbia ispirato i redattori neotestamentari a menzionare apertamente l’episodio invece di nasconderlo sotto al tappeto, così mettiamo subito in chiaro certe cose, papale papale)

Senza spendere troppe parole sulla faccenda, ovviamente assai ben descritta da commentatori più dotti e autorevoli (per le spicce, il problema era se i neoconvertiti dal paganesimo dovessero o no adeguarsi agli usi alimentari ebraici), è ovvio che in quel caso si era fuori dall’infallibilità perché mancava proprio la definizione. Non è fondamentalmente diverso da quello che succede ogni volta che un Papa commette un peccato personale. San Paolo in teoria avrebbe anche potuto abbozzare per rispetto, ma immagino avesse paura che ne fosse sviata la comunità.

Col senno di poi, è molto facile dire “ah certo dobbiamo essere tutti coraggiosi e fare tutti come San Paolo” (sì sì vai avanti tu, io ti seguo immediatamente dopo, un attimo che finisco il caffè); ovviamente in realtà non è mai così semplice, perché ci sono tante variabili da considerare; la mancata contestazione può diventare cattivo esempio per taluni, ma una contestazione fatta in malo modo può anche diventare cattivo esempio per talaltri.
La mia personale opinione in questo caso è che da parte del fedele medio, per intenderci quello che il Papa lo vede solo da lontano, il criterio discriminante tra “respiro uno due tre e dico ad alta voce che ha peccato” oppure “taccio e bado ai peccatacci miei che ne ho già tanti e pure troppi” stia fondamentalmente nel rischio del cattivo esempio e dello sviamento, non tanto dei “semplici” in generale, bensì delle concrete specifiche anime della cui formazione abbiamo in qualche modo la responsabilità.

 

#2 Esempio: il Papa vuole proprio insegnarci qualcosa che non è né di fede né di morale.
Supponiamo che in un futuro remoto ascenda al sacro soglio un Pontefice il quale, come primo atto urbi et orbi, rediga immediatamente la seguente Lettera Apostolica:

«Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la squadra di calcio […] è la migliore del mondo, e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa, i quali devono immediatamente abiurare il proprio precedente tifo sportivo e divenire immediatamente tifosi della squadra di calcio […].»

Questa è facile. Mancanza della 2° condizione. Nota bene che questa condizione, a differenza delle altre, non è superabile; cioè, mentre se il Papa dice una cosa come persona privata in teoria poi potrebbe ridirla come persona pubblica, oppure se dice una cosa nell’oscurità poi in teoria potrebbe ridirla con chiarezza, qua c’è poco da fare: se una cosa non sta nella fede o nella morale, non è che ce la puoi cacciare dentro a forza. Non ci sta e basta.

In tal caso, possiamo serenamente dire al Papa (con tanto rispetto filiale) che la squadra di calcio […] è un club di brocchi, scarsoni, pippe e mezze pippe, e noi non abbiamo alcuna intenzione di divenirne tifosi, né lui ha il potere di comandarcelo, perché fuori dalle materie di fede e di morale egli non gode di alcuna speciale autorità.
Il successore di Pietro, ne siamo sicuri, annuirà con affetto paterno e comprensivo.

 

#3 Esempio: il Papa vuole insegnare qualcosa che non ci sembra tanto per la quale, però non è una cosa in apparente contraddizione con quanto già precedentemente insegnato dalla Chiesa, è semplicemente una roba che ci lascia un po’ perplessi.
Supponiamo per esempio che il Romano Pontefice, chiacchierando il lunedì mattina alla macchinetta del caffè con i suoi amici e subalterni, d’un tratto colga l’occasione per insegnare ai presenti la dottrina che Enoch ed Elia sono ancora vivi ed anzi sono proprio in mezzo a noi, qui sulla Terra, immortali in incognito, pronti a passare al momento giusto in modalità missione per conto di Dio.

(NB esiste davvero l’antica credenza che il patriarca Enoch e il profeta Elia non abbiano mai conosciuto la morte fisica, ma siano conservati in buona salute “da qualche parte” per essere giocati come carte jolly e diventare i due testimoni di cui parla l’Apocalisse 11:3, quelli che daranno filo da torcere all’Anticristo e avranno il potere di sputare fuoco dalla bocca e poi NO SPOILER)

(NBB ma è mai possibile che nessuno abbia ancora pensato a fare un fumetto o una serie su Enoch & Elia?!?)

In questo caso il giudizio non sarebbe infallibile perché, pure volendo dare per buona la 2° condizione, mancherebbero ancora la 1° (sarebbe arduo vedere qui la “persona pubblica” del Papa) e la 3° (i destinatari non sono tutti i fedeli della Chiesa, ma solo i tizi raccolti attorno alla macchinetta del caffè).
Che fare, dunque?
In linea di principio, sarebbe comunque una buona cosa rivolgere al Pontefice “non proprio un assenso di fede, ma un religioso ossequio dell’intelletto e della volontà” (canone 752). Cioè, anche se non siamo nel magistero infallibile, oh, è comunque il Papa che sta parlando, mica un povero blogger da venticinque lettori, porta rispetto.
Tuttavia, si può dissentire anche con rispetto ed ossequio, e del resto, se fossimo necessariamente obbligati a credere anche al magistero non infallibile, allora le condizioni che ci starebbero a fare?

 

La soluzione migliore allora ritengo sia quella di considerare attentamente ciò che ci viene insegnato, di ritenerlo plausibile e probabile, e di dissentire rispettosamente solo nel caso e nella misura in cui noi abbiamo la personale qualità di essere particolarmente addottorati nella questione in argomento (es. il biblista ottuagenario potrebbe alzare la mano con cui non sta tenendo il caffè e obiettare con cognizione di causa che questo e quest’altro).

#4 Esempio: il Papa insegna qualcosa che sembra in apparente contraddizione con quanto già precedentemente insegnato dalla Chiesa.

Questo è sicuramente il caso più spinoso. Qua il religioso ossequio va letteralmente a farsi benedire, perché non è che per dare ragione al Papa di oggi posso tranquillamente dare torto al Papa di ieri (a questo punto allora mi metto comodo e aspetto il Papa di domani e quello di dopodomani).

Di nuovo, non c’è bisogno di inventare, abbiamo un precedente parecchio rognoso, quello di Papa Giovanni XXII (n. 1249, p. 1316, m. 1334). Chi avesse letto il nome della Rosa ricorderà forse che si tratta del Papa vivente al tempo degli eventi ivi descritti, ed anche l’episodio del suo errore dottrinale è brevemente accennato. Copio la descrizione della faccenda direttamente da Cathopedia:

Giovanni XXII sostenne l’opinione che le anime dei defunti dimoranti “sotto l’altare di Dio” (Apocalisse 6,9) non ricevessero il Giudizio subito dopo la morte ma venissero ammesse alla piena beatitudine o fossero condannate all’Inferno unicamente dopo il Giudizio Universale. Egli presentò questa sua concezione soprattutto in tre omelie: il 1º novembre e il 15 dicembre 1331 e il 5 gennaio 1332. Nella terza omelia affermò che sia i demoni che gli uomini riprovati andranno al castigo eterno dell’Inferno solo dopo il Giudizio Universale. Per avvalorare la sua concezione Giovanni XXII redasse nell’anno 1333 anche una dissertazione. Il re Filippo VI di Francia fece fare un esame dall’Inquisizione. L’esame iniziò il 19 dicembre 1333. Da parte sua anche il Papa convocò una commissione di cardinali e di teologi, che il 3 gennaio 1334 in concistoro lo indusse a dichiarare che avrebbe revocato la sua concezione se essa fosse stata trovata in contrapposizione alla comune dottrina della chiesa. Morì il 4 dicembre 1334 poco dopo aver terminato una bolla (la Ne super his) datata al giorno prima, cioè il 3 dicembre 1334, ritrovata ed emanata dal suo successore papa Benedetto XII, in cui poco prima di morire ritrattò la sua dottrina. Oggi la Chiesa cattolica ritiene che Giovanni XXII parlò esprimendo un’opinione personale e non ex cathedra.

 

Quanto al suo successore, Benedetto XII, praticamente la prima cosa che fece appena eletto fu chiudere subito il problema con una bella definizione dogmatica, giudizio infallibile e fine della questione, respiro di sollievo collettivo. “Mi chiamo Cefa, risolvo problemi”.
Ogni tanto qualcuno ritira fuori la storia di Giovanni XXII per argomentare che il Papa possa essere un eretico formale, cioè uno nega qualcosa che è stato definito infallibilmente. Questo però è insostenibile perché, all’epoca del fattaccio, la visione beatifica era sì radicata nella Tradizione (se non lo fosse stata, non ci sarebbe stata tutta la sollevazione clerical-popolare che ci fu), ma non era ancora ufficialmente dogma, semmai lo diventa proprio a seguito di questa vicenda.

(NB questo è proprio il modo in cui di solito nasce la maggior parte dei dogmi; ci sono tanti elementi della Tradizione che sono de fide tenendam e sono sempre stati creduti da tutta la Chiesa, ma non sono dogmi, proprio perché a nessuno è mai passato per l’anticamera del cervello di metterli in discussione, non ancora almeno)

Certo, il fatto che la visione beatifica non fosse ancora dogma non ci autorizza ad archiviare la cosa fischiettando e minimizzando. La verità è che c’è poco da girarci intorno, qui il Pontefice aveva preso una cantonata immane, contraddicendo pesantemente, non so, mille anni di Tradizione? Non riesco neppure lontanamente ad immaginare quanto possa essere stato doloroso per i fedeli dell’epoca, i quali ovviamente per prima cosa ogni mattina accendevano il pc e cercavano ansiosamente gli aggiornamenti, per poi andare a litigare sui social media medievali scannandosi tra guelfi e ghibellini. Meno male che noi siamo cristiani migliori.
Sulla base delle suesposte condizioni, è facile concludere che l’insegnamento di Giovanni XXII fosse non infallibile, forse per mancanza della 1° condizione (omelie e dissertazioni non sono atti esclusivi della cattedra di Pietro), ma soprattutto e sicuramente per mancanza della 3°, perché il Pontefice non presentò mai la sua balzana idea come obbligatoria ed universale. Forse avrebbe anche voluto farlo, ma incontrò una così grande resistenza nella Chiesa che non si arrischiò mai a sganciare la bomba, e alla fine ritrattò (spontaneamente o “spintaneamente” che fosse, come abbiamo detto, poco importa: della coscienza interna del Papa ce ne cale fino a un certo punto). Oggi possiamo provvidenzialmente vedere in quelle circostanze la mano dello Spirito Santo, che noi sappiamo assistere sempre il Romano Pontefice, anche quando tale assistenza significa concretamente mettergli il freno a mano e impedirgli di andare irreparabilmente a sfasciarsi con tutta la barca.  

 

Pertanto, la mia personale opinione su cosa fare nel caso ipotetico ipoteticissimo ipoteticissimissimo in cui il Papa dovesse insegnare non infallibilmente qualcosa che sembra essere in apparente contraddizione con quanto già precedentemente insegnato dalla Chiesa, è che il fedele medio, che volesse essere fedele non solo al Papa presente ma anche a tutti quelli passati, debba trovare il modo rispettoso e adeguato per dire pressappoco qualcosa del tipo:
“benissimo, Santo Padre, allora provate a insegnarlo in una forma che rispetti le condizioni dell’infallibilità, e vediamo se Dio lo permette”.

E dopo questo standoff, delle due l’una:

  • o Dio lo permette, e allora l’insegnamento è vero e il fedele medio aveva torto, cioè l’apparente contraddizione con gli insegnamenti precedenti era appunto apparente e non reale;
  • oppure Dio non lo permette, e finché ciò perdura, il fedele è autorizzato a pensare che l’insegnamento è falso e la contraddizione è reale.

Se poi il Pontefice, pur senza mai arrivare a un giudizio infallibile (perché qualcosa-chissà-che-cosa lo tira sempre per la veste e glielo impedisce), insiste e persevera a dare giudizi non infallibili, allora va bene, pace e amen: il Papa sbaglia, prendiamone atto, preghiamo per lui, offriamo digiuni e penitenze per lui, amiamolo filialmente e soprannaturalmente

(NB questa cosa che oggi volere bene a una persona significa dirle “hai ragione” anche quando ha torto è una delle cose più disastrose della nostra epoca)

dopodiché chiediamo a Dio di ravvederlo prima o poi, fosse pure l’ultimo giorno della vita sua, come appunto fu nel caso di Giovanni XXII, nonché, detto proprio brutalmente, di aiutarci ad aspettare nella miglior disposizione d’animo l’arrivo di un Papa successivo e possibilmente migliore del precedente. Eh a una certa ci sta pure questa.

 

Perché ricordiamo che, come diceva Gasser buonanima, mentre il mondo invecchia, Pietro non invecchia, bensì rinnova i suoi poteri come l’aquila.


NOTE


[1] La forma estrema di conciliarismo, che riteneva l’autorità di tutti i vescovi uniti in Concilio addirittura superiore a quella del Papa, era già stata confutata dal V Concilio Lateranense del 1517; tuttavia perdurava una forma moderata anche detta gallicanesimo poiché fu sostenuta soprattutto dai teologi francesi su pressione di Luigi XIV (il Re Sole non voleva che il Papa si impicciasse troppo nei suoi affari, anche quando erano affari dei vescovi francesi).
Nei lavori del CV1, questo conciliarismo emerge spesso come proposta di subordinare l’infallibilità del Papa a una sorta di obbligo preliminare, se non di convocare un vero e proprio concilio, quantomeno di consultare preventivamente i vescovi e i teologi. Alla fine queste proposte sono bocciate, non solo per motivi teologici (l’infallibilità del Papa è “separata” da quella della Chiesa universale, cfr nota 10), ma anche pratici: sarebbe assai difficile ricostruire a posteriori se questa consultazione abbia effettivamente avuto luogo, resterebbe sempre un margine di dubbio sulla sussistenza dell’infallibilità.
Qui si vede subito la qualità ottima delle condizioni: sono chiare ed oggettive. Qualsiasi fedele mediamente informato deve essere in grado con un minimo sforzo intellettuale di riconoscere se sono o non sono presenti. Un’infallibilità incerta non è infallibilità e non serve a niente.


[2] Cito da Cathopedia:

«L’ultramontanismo (dal latino ultra montes, “al di là dei monti”) è stato un fenomeno dei paesi europei, consistito in un atteggiamento di adesione, supporto verso colui che era “al di là delle Alpi”, cioè il Papa, sia sul piano dottrinale sia su quello giurisdizionale. Lo spazio temporale in cui si manifesta va dalla Riforma Protestante fino a tutto il XIX secolo. In teologia l’ultramontanismo indicava quella dottrina che proclamava il primato del papa sulle Chiese nazionali.»

Attualmente la parola ricorre, e così sono abituato a usarla io, per indicare quella esagerata reverenza per il Papa che lo tratta da infallibile anche oltre i limiti definiti dal dogma (cioè l’ultramontanismo estremo è diventato ultramontanismo e basta).


[3] Volendo fare proprio i pignoli, si potrebbe sostenere che il dogma non insegna che in assenza di condizioni, come dire, “constat de non infallibilitate”, bensì “non constat de infallibilitate”. Cioè (mettendomi nei panni dell’ultramontanista spinto) il dogma si limita ad affermare l’infallibilità in presenza delle condizioni, ma non esclude categoricamente l’infallibilità anche in assenza di tutte o alcune di esse.
In teoria è un discorso molto sottile ma legittimo; in pratica vedo due problemi. Il primo è che Gasser nella sua Relazione esprime proprio la tesi restrittiva; il secondo è che qualche esempio storico di epic fail ce l’abbiamo davvero (il caso più eclatante è Giovanni XXII). Perciò ritengo che questa ipotesi di allargare i cordoni dell’infallibilità, tutto considerato, non regga.


[4] L’importanza del lavoro di Gasser, che riassunse ed esaminò tutte le osservazioni alla prima bozza della Pastor Aeternus, è dimostrata dal fatto che gran parte del capitolo 25 della Lumen Gentium è preso paro paro dalla Relazione, che infatti è citata quattro volte tra le note a piè pagina. Cioè, non dico che Gasser è stato dogmatizzato pure lui, ma quasi. Karl Rahner je spiccia casa.


[5] La traduzione inglese può essere letta qui:

«(03) Note well. It is asked in what sense the infallibility of the Roman Pontiff is “absolute.” I reply and openly admit: in no sense is pontifical infallibility absolute, because absolute infallibility belongs to God alone, who is the first and essential truth and who is never able to deceive or be deceived. All other infallibility, as communicated for a specific purpose, has its limits and its conditions under which it is considered to be present.
The same is valid in reference to the infallibility of the Roman Pontiff. For this infallibility is bound by certain limits and conditions. What those conditions may be should be deduced not “a priori” but from the very promise or manifestation of the will of Christ. Now what follows from the promise of Christ, made to Peter and his successors, as far as these conditions are concerned? He promised Peter the gift of inerrancy in Peter’s relation to the Universal Church: “You are Peter, and on this rock I will build my Church, and the gates of hell shall not prevail against it …” (Mt. 16:18). “Feed my lambs, feed my sheep” (Jn. 21:13-17). Peter, placed outside this relation to the universal Church, does not enjoy in his successors this charism of truth which comes from that certain promise of Christ.
Therefore, in reality, the infallibility of the Roman Pontiff is restricted by reason “of the subject,” that is when the Pope, constituted in the chair of Peter, the center of the Church, speaks as universal teacher and supreme judge; it is restricted by reason of the “object,” i.e., when treating of matters of faith and morals; and by reason of the “act” itself, i.e., when the Pope defines what must be believed or rejected by all the faithful.»

Se poi uno volesse addirittura andare alla fonte originale in latino, contenuta nell’amplissima raccolta di Gian Domenico Mansi sugli atti dei Concili, la può leggere qui a pag. 618 del pdf (attenzione a scaricare che sono 65 MB!), trascrivo:

«3° Nota. Quaeritur in quo sensu infallibilitas pontificis Romani sit absoluta. Respondeo et ingenut fateor: nullo in sensu infallibilitas pontificia est absoluta, nam infallibilitas absoluta competit soli Deo, primae et essentiali veritati, qui nullibi et numquam fallere et falli potest. Omnis alia infallibilitas ut pote communicata ad certum finem habet suos limites et suas conditiones, sub quibus adesse censetur.
Idem etiam valet de infallibilitate Romani pontificis. Etiam haec certis limitibus et conditionibus est ad stricta, quaenam vero sint eae conditiones, non a priori, sed ex ipsa promissione sive manifestatione voluntatis Christi debet deduci. Quid iam ex Christi promissione, Petro et successor eiusdem facta, quoad has conditiones consequitur? Promisit Petro donum inerrantiae in ipsius relatione ad ecclesiam universitatem: “Tu es Petrus, et super hanc Petram aedificabo ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversum eam…” (Mt 16:18) “Pasce oves meas, pasce agnos meos” (Gn 21:13-17). Petrus extra hanc relationem ad ecclesiam universalem positus in suis successoribus hoc veritatis charismate ex certa illa promissione Christi non gaudet. Proinde reapse infallibilitas Romani pontificis restricta est ratione subiecti, quando papa loquitur tanquam doctor universalis et iudex supremus in cathedra Petri, id est, in centro constitutus; restricta est ratione obiecti, quando agitur de rebus fidei et morum; et ratione actus, quando definit quid sit credendum vel reiierendum ab omnibus Christifidelibus. »


[6] Traduzione inglese:

«The personal infallibility of the Pope must be more accurately defined in itself in the following way: it does not belong to the Roman Pontiff inasmuch as he is a private person, nor even inasmuch as he is a private teacher, since, as such, he is equal with all other private teachers and, as Cajetan wisely noted, equal does not have power over equal, not such power as the Roman Pontiff exercises over the Church Universal . Hence we do not speak about personal infallibility, although we do defend the infallibility of the person of the Roman Pontiff, not as an individual person but as the person of the Roman Pontiff or a public person, that is, as head of the Church in his relation to the Church Universal. Indeed it should not be said that the Pontiff is infallible simply because of the authority of the papacy but rather inasmuch as he is certainly and undoubtedly subject to the direction of divine assistance. By the authority of the papacy, the Pontiff is always the supreme judge in matters of faith and morals, and the father and teacher of all Christians. But the divine assistance promised to him, by which he cannot err, he only enjoys as such when he really and actually exercises his duty as supreme judge and universal teacher of the Church in disputes about the Faith. Thus, the sentence “The Roman Pontiff is infallible” should not be treated as false, since Christ promised that infallibility to the person of Peter and his successors, but it is incomplete since the Pope is only infallible when, by a solemn judgment, he defines a matter of faith and morals for the Church universal.»


[7] Ricordo di aver letto a suo tempo da retroscena giornalistici (ma non saprei confermare la veridicità e plausibilità della notizia) che l’intento iniziale dell’autore fosse quello di mettere in copertina soltanto “Joseph Ratzinger”, e che poi si sia arrivati al compromesso di entrambi i nomi solo dopo forti insistenze dell’editore, per motivi immagino squisitamente dottrinali ($$$).
A onor del vero bisogna però ammettere che, se questo aneddoto è reale, l’editore non è che avesse proprio tutti i torti, perché non possiamo realisticamente aspettarci che la distinzione tra individuo privato e persona pubblica sia immediatamente comprensibile per tutti quanti. Come minimo è una cosa che va spiegata bene ma proprio bene. Avere rispetto della fede dei semplici significa anche non pretendere da loro ragionamenti teologici troppo complessi, così come non sarebbe equo caricare la schiena di un bambino con un peso che a fatica regge un adulto.

(NB forse la cosa migliore sarebbe semplicemente che il Papa badasse a fare solo il Papa e fuori dal suo ufficio di Papa dicesse, facesse e si esponesse il meno possibile; non so però quanto questa soluzione sia concretamente praticabile)


[8] Un quesito che mi pongo, ma nella mia ignoranza non ho capito se sia già stato risolto oppure sia una questione aperta oppure sia un quesito così stupido che nessun altro se l’è neppure posto perché non vale lo spreco di neuroni, è se per “cattedra di Pietro” cioè “funzioni di pastore universale e supremo giudice” si intenda:

  • in senso ampio, qualsiasi atto con cui il Papa esercita le sue funzioni;
  • in senso stretto, un atto del Papa è che “del” Papa, qualcosa che può validamente fare solo lui.

Per fare un esempio concreto, le omelie del Papa rientrerebbero nella prima categoria, perché le omelie in quanto tali non sono un atto esclusivo del Papa, tutti i sacerdoti predicano dall’altare; viceversa l’enciclica (nel senso moderno del termine) rientra sicuramente nella seconda categoria.

Se questo criterio avesse un qualche fondamento, tutto il problema di una certa categoria di atti (es. discorsi, omelie, interviste, conferenze stampa… es. le omelie con cui Giovanni XXII errò sulla visione beatifica) cadrebbe subito, perché parliamo di atti che sono “dal” Papa ma non “del” Papa, non sono tipici ed esclusivi della cattedra di Pietro.
È anche possibile tuttavia che questo criterio sia veramente troppo restrittivo dei poteri del Pontefice, il quale può ben decidere il modo migliore in cui comunicare dalla cattedra di Pietro a seconda del contesto storico; tutti gli esempi storici di errore sono comunque fuori dall’infallibilità per altri motivi (es. le omelie di Giovanni XXII mancavano della 3° condizione).

Resta nel mio cervello una domanda aperta, comunque non è che non ci dormirò la notte, bisogna pure accettare di non poter sapere tutto.


[9] Bisogna però dire che c’è una complicazione molto fastidiosa che rischia di scombinare parecchio questa distinzione tra “persona privata” e “persona pubblica”. E si tratta di una complicazione oggi assume una rilevanza molto particolare, perché in quest’epoca si presenta un problema che ai tempi di Gasser non esisteva, e forse non è mai esistito prima (almeno non a questi livelli), non solo nella storia della Chiesa, ma in tutta la storia umana.
Questo problema è la sovrapposizione tra pubblico e privato, la confusione tra i due piani, in una specie di livello indistinto che non si capisce bene quanto pubblico e quanto privato. È la figura del papa mediatico (prendo a prestito questa espressione da qui), del papa che si presenta sì in pubblico, ma operando assolutamente al di fuori dagli atti tipici ed ufficiali del suo ruolo. I social media hanno solo amplificato un problema che c’era già con la radio e la tv.
Bisognerebbe allora ragionare, davvero profondamente ragionare, su quanto questo livello mediatico appartenga realmente, al di là delle apparenze e dello “show-business”, alla persona pubblica del Papa “assiso sulla cattedra di Pietro”.


[10] Tra i buoni propositi del Concilio Vaticano I c’era anche quello di dare una delimitazione precisa di cosa appartenga alla fede e cosa no, ma poi è arrivato l’esercito sabaudo e buonanotte ai suonatori. Peccato, perché in effetti un dogma qui ci avrebbe fatto proprio comodo. Gasser nella Relazione, a un suggerimento che proponeva di sostituire “materie di fede e morale” con la differente espressione “principi di fede e di morale”, risponde che non ce n’è bisogno e la butta sul facile dicendo che tanto “ogni teologo sa cosa si intende con queste parole”, e ci fa tanto piacere per tutti i teologi…

… ma per chi volesse approfondire, diciamo allora che la cosa non è proprio così facilissima. Per la nota che segue faccio grande affidamento su quanto scrive in appendice Mons. James T. O’Connor, curatore del summenzionato (e consigliato) libro “The Gift of Infallibility”.

Anzitutto, bisogna capire bene cosa si intende per infallibilità del Papa “separata” da quella della Chiesa. La prima è l’infallibilità che il Papa può esercitare da solo; la seconda è l’infallibilità della Chiesa nel suo complesso, ciò che è universalmente insegnato da tutta la gerarchia e creduto da tutti i fedeli. Dire che la prima è “separata” dalla seconda significa appunto rigettare la tesi conciliarista e riconoscere il potere del Papa di esprimere un giudizio infallibile da solo, senza bisogno di convocare un Concilio Ecumenico (il quale se è davvero “ecumenico” rappresenta l’universalità della Chiesa, dunque può esprimere infallibilmente).
Le due infallibilità, però, quantunque “separate”, hanno lo stesso oggetto, cioè appunto ciò che sta nelle materie di fede e di morale. Il dogma della Pastor Aeternus insegna che, dovunque arrivi il limite dell’infallibilità della Chiesa, là arriva anche il limite dell’infallibilità del Papa; tuttavia non insegna (avrebbe dovuto farlo quell’altro dogma che non c’è stato) esattamente “fino a dove”, in queste due materie, arrivi il limite preciso dell’infallibilità. Ci sono, come dire, zone di confine su cui la discussione non è ancora chiusa.

# fede

L’incertezza del limite nella materia di fede sta nel fatto che noi abbiamo:

  1. il deposito della fede in senso stretto (cfr San Paolo in 1 Tim 6:20 e 2 Tim 1:14), cioè le verità direttamente contenute nella Rivelazione (Tradizione e Scrittura);
  2. verità che non sono direttamente contenute nel depositum fidei, ma che sono “connesse” in quanto logicamente necessarie, perché se uno negasse queste verità, indirettamente finirebbe per negare anche le verità direttamente rivelate.

San Tommaso distingue tra verità dirette e verità indirette (Summa teologica, parte II-II, q. 11, art. 2c); Gasser, nella Relazione, descrive le verità indirette come quelle verità che

«sebbene non rivelate di per sé, sono nondimeno necessarie allo scopo di difendere pienamente, spiegare propriamente e definire efficacemente il deposito della fede»

L’esempio classico di verità indiretta (si dice anche “fatto dogmatico”) è quando la Chiesa dichiara falsa una certa eresia o filosofia, per esempio quella luterana o marxista. È chiaro che questa nozione non si trova direttamente nella Bibbia o nella Tradizione, le quali non parlano di Lutero e Marx per la banale ragione che esse furono concluse molto tempo prima che nascessero i due disgraziati; ma logicamente, siccome Lutero e Marx contraddicono ciò che è contenuto nel depositum fidei, chi dà ragione ai primi nega necessariamente il secondo.

Il problema è che ci sono altri fatti dogmatici su cui non c’è altrettanta chiarezza, perché non sempre il nesso logico “se neghi x allora neghi il deposito” è così stringente e necessario.
Per esempio, le canonizzazioni dei santi sono infallibili? La cosa non è così scontata. Se la Chiesa mi dice che San Gancillo è in Paradiso, e invece sta di fatto che il bieco Gancillo è andato un po’ più in basso; oppure se la Chiesa mi dice che San Gancillo è un esemplare ammirevole di esercizio eroico delle virtù, e invece sta di fatto che il povero Gancillo si è salvato senza squilli di tromba, perché nell’esercizio delle virtù è stato alquanto mediocre, e le agiografie come dire calcano un po’ la mano… se tutto questo succede, va bene, mi spiace tanto per la gerarchia pasticciona che ha preso una cantonata, ma in che modo questo dovrebbe contraddire logicamente e necessariamente il deposito della fede?
(sull’argomento dell’eventuale infallibilità delle canonizzazioni, cfr qui)

Oppure, prendiamo il primo esempio del mio abbozzato elenco di materie non de fide: se il sole giri attorno alla terra o viceversa. Chiaro il riferimento alla spinosa vicenda Galileo, ma siamo proprio sicuri che l’argomento non sia una verità indiretta? Oggi è facile dirlo col senno del poi, perché il geocentrismo non è “necessario” alla veridicità di certi passi biblici, tuttavia all’epoca non doveva essere così chiaro, se ci fu quantomeno il pretesto per imbastire il famigerato processo (per un buon riassunto del quale, cfr qui).

# morale

A fronte del suggerimento n. 45 il quale proponeva di sostituire l’espressione “materia di fede e di morale” con l’espressione “principi di fede e di morale” … e qui un essere umano medio potrebbe commentare che se non è zuppa è pan bagnato, ma nella teologia tutte le parole sono importanti … Gasser rigetta la proposta perché

«i principi di morale possono essere anche quei principi meramente filosofici riguardanti i beni morali naturali (“naturalis honestatis), che non appartengono al deposito della fede in ogni aspetto»

Gli è che la “materia di morale” in senso ampio include:

  1. ciò che è stato direttamente rivelato da Dio;
  2. la legge morale naturale, conoscibile anche con la sola ragione;
  3. le specifiche concrete decisioni che la Chiesa deve prendere su problemi di morale che non sono contenuti nella Rivelazione.

Ora, mentre la prima categoria fa direttamente parte del deposito della fede e dunque nessuna questione, sulle altre la faccenda si complica (giustamente, se una cosa non è complicata non ci piace):

  • la legge morale naturale non fa direttamente parte della Rivelazione, ma rientra nelle verità indirette, perché (Dei Filius) Dio è razionale e conoscibile dalla ragione; dunque, se con la ragione posso arrivare a capire la legge morale naturale, allora negare la legge morale naturale implica negare la Rivelazione, perché il Dio conosciuto dalla ragione è proprio quello rivelato dalla Rivelazione;
  • la terza categoria rientra essa pure nelle verità indirette, nella misura in cui è “necessariamente connessa” alle verità dirette; ma non sarà sempre così facile capire quando la connessione logica è effettivamente “necessaria”.

#Lo stato della questione

Del “dogma perduto”, quello che il Concilio Vaticano I non ha fatto a tempo a definire, ci restano solo le bozze di costituzione dogmatica, da cui si evince che in effetti i membri conciliari si proponevano di insegnare che

«l’infallibilità della Chiesa si estende non solo alle materie di fede e morale rivelate da Dio, ma anche a tutte quelle verità necessarie per spiegare, difendere e definire le verità rivelate.»

Il Concilio Vaticano II ha ripreso questo argomento nella Lumen Gentium, al capitolo 25 (quello che di fatto è una mezza parafrasi di Gasser), quando dice:

«Questa infallibilità, della quale il divino Redentore volle provveduta la sua Chiesa nel definire la dottrina della fede e della morale, si estende tanto, quanto il deposito della divina Rivelazione, che deve essere gelosamente custodito e fedelmente esposto.»

Concetto ripetuto nel 1973 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede con la Dichiarazione Mysterium Ecclesiae:

«Secondo la dottrina cattolica, l’infallibilità del Magistero della Chiesa si estende non solo al deposito della fede, ma anche a tutto ciò che è necessario perché esso possa esser custodito od esposto come si deve.»

Tutto apposto, allora?
Ni.
Anzitutto, perché gli insegnamenti del Concilio Vaticano II si proponevano volutamente e dichiaratamente di non definire nuove dottrine: e dunque, la spiegazione sull’infallibilità della Chiesa, essendo contenuta in un giudizio di per sé non infallibile, è un cane che si morde la coda. In secondo luogo, perché dire che l’infallibilità si estende anche “a tutto ciò che è necessario”, onestamente, è un po’ poco, se poi non si specifica concretamente quando e come caspita succede che una cosa sia “necessaria” oppure no.


[11] Traduzione inglese:

«030. But some will persist and say: there remains, therefore, the duty of the Pontiff – indeed most grave in its kind – of adhering to the means apt for discerning the truth, and, although this matter is not strictly dogmatic, it is, nevertheless, intimately connected with dogma. For we define: the dogmatic judgments of the Roman Pontiff are infallible. Therefore let us also define the form to be used by the Pontiff in such a judgment. It seems to me that this was the mind of some of the most reverend fathers as they spoke from this podium. But, most eminent and reverend fathers, this proposal simply cannot be accepted because we are not dealing with something new here. Already thousands and thousands of dogmatic judgments have gone forth from the Apostolic See; where is the law which prescribed the form to be observed in such judgments?
031. Perhaps someone will say: if we don’t have a law, let us make one. But let us not do this lest we run up against that already condemned law which said that the council was above the Pope. Furthermore, of what use would be such a law? Would it not be completely useless, since it would never be able to be verified by the faithful and the bishops scattered throughout the world? Even more, it would be a very dangerous thing since it would offer the opportunity for innumerable foolish objections and anxieties. Therefore, let Peter gird himself according to the word of our Lord Jesus Christ, since Peter does not grow old while the world grows old but rather renews his powers like the eagle


[12] Qui Gasser coglie l’occasione per rispondere a chi riteneva che il dogma fosse inutile perché il Papa aveva usato l’infallibilità pochissime volte nella storia.


[13] Oggi questa frase può sembrare superata: e che problema c’è, abbiamo il registratore!
Ricordiamo però che all’epoca di Gasser non c’era il registratore, non c’era la televisione, non c’erano i social media, non c’era il Papa mediatico e soprattutto non si concepiva proprio che il Papa “dovesse” fare gli spettacoli in mondovisione simultanea.


[14] La traduzione in inglese di questo intervento del 16 luglio 1870 (praticamente un’appendice della Relazione esposta l’11 luglio) può essere anche trovata qui:

«My second observation concerns the word ‘define’ as it is found in our Draft. It is obvious from the many exceptions that this word is an obstacle for some of the reverend fathers; hence, in their exceptions, they have completely eliminated this word or have substituted another word, viz., ‘decree,’ or something similar, in its place, or have said, simultaneously, ‘defines and decrees,’ etc. Now I shall explain in a very few words how this word ‘defines’ is to be understood according to the Deputation de fide. Indeed, the Deputation de fide is not of the mind that this word should be understood in a juridical sense (Lat. in sensu forensi) so that it only signifies putting an end to controversy which has arisen in respect to heresy and doctrine which is properly speaking de fide.
Rather, the word ‘defines’ signifies that the Pope directly and conclusively pronounces his sentence about a doctrine which concerns matters of faith or morals and does so in such a way that each one of the faithful can be certain of the mind of the Apostolic See, of the mind of the Roman Pontiff; in such a way, indeed, that he or she knows for certain that such and such a doctrine is held to be heretical, proximate to heresy, certain or erroneous, etc., by the Roman Pontiff.»


[15] Traduzione inglese:

«Nevertheless, some of the most reverend fathers, not content with these conditions, go farther and even want to put into this constitution conditions which are found in different ways in different theological treatises and which concern the good faith and diligence of the Pontiff in searching out and enunciating the truth. However, these things, since they concern the conscience of the Pontiff rather than his relation [to the Church], must be considered as touching on the moral order rather than the dogmatic order. For with great care our Lord Jesus Christ willed that the charism of truth depend not on the conscience of the Pontiff, which is private – even most private – to each person, and known to God alone, but rather on the public relation of the Pontiff to the universal Church. If it were otherwise, this gift of infallibility would not be an effective means for preserving and repairing the unity of the Church. But in no way, therefore, should it be feared that the universal Church could be led into error about faith through the bad faith and negligence of the Pontiff. For the protection of Christ and the divine assistance promised to the successors of Peter is a cause so efficacious that the judgment of the supreme Pontiff would be impeded if it were to be erroneous and destructive of the Church; or, if in fact the Pontiff really arrives at a definition, it will truly stand infallibly.»

Originale latino:

«Sed nonnulli ex reverendissimis patribus, his non contenti, ulterius progrediuntur, et volunt etiam in hanc constitutionem dogmaticam inducere conditiones, quae in tractatibus theologiens diversae in diversis inveniuntur, et quae bonam fidem et diligentiam pontificis  in veritate indaganda et enuntianda concernerunt: quae proinde eum non relationem pontificis, sed in conscientiam ipsius ligent, ordini potius morali quam dogmatico accensendae sunt. Piissime enim Dominum noster Iesus Christus charisma veritatis non a conscientia pontificis, quae est uniuscuiusque res privata immo privatissima, soli Deo cognita, sed a relatione pontificis publica ad universalem ecclesiam dependens voluit; quia alias hoc infallibilitatis donum medium efficax ad unitatem ecclesiae conservandam et reparandam non esset. Sed ideo nil timendum, ac si per malam fidem et negligentiam pontificis universalis ecclesia in errorem circa fidem induci posset. Nam tutela Christi et assistentia divina Petri successoribus promissa est causa ita efficax, ut iudicium summi pontificis, si esset erroneum et ecclesiae destructivum, impeditur; aut, si reapse pontifex ad definitionem deveniat, illa infallibiter vera existat.»


[16] Traduzione inglese:

«As far as the doctrine set forth in the Draft goes, the Deputation is unjustly accused of wanting to raise an extreme opinion, viz., that of Albert Pighius, to the dignity of a dogma. For the opinion of Albert Pighius, which Bellarmine indeed calls pious and probable, was that the Pope, as an individual person or a private teacher, was able to err from a type of ignorance but was never able to fall into heresy or teach heresy.
To say nothing of the other points, let me say that this is clear from the very words of Bellarmine, both in the citation made by the reverend speaker and also from Bellarmine himself who, in book 4, chapter VI, pronounces on the opinion of Pighius in the following words: “It can be believed probably and piously that the supreme Pontiff is not only not able to err as Pontiff but that even as a particular person he is not able to be heretical, by pertinaciously believing something contrary to the faith.”
From this, it appears that the doctrine in the proposed chapter is not that of Albert Pighius or the extreme opinion of any school , but rather that it is one and the same which Bellarmine teaches in the place cited by the reverend speaker and which Bellarmine adduces in the fourth place and calls most certain and assured, or rather, correcting himself, the most common and certain opinion.»


[17] Il riferimento qui è al celebre “Disputationes de Controversiis”, epocale mattone con cui San Roberto Bellarmino mette in fila e ammazza una dopo l’altra tutte le critiche dei protestanti al papato. Di fatto il suo lavoro è stato la base su cui hanno lavorato i partecipanti al Concilio Vaticano I e infatti è citato spessissimo nei documenti conciliari. Nel 4° libro 2° capitolo, Bellarmino elenca 4 possibili opinioni sull’infallibilità del Papa:

  1. il Papa non è mai infallibile, è capace di insegnare eresie perfino se assistito da un Concilio (cioè totale negazione dell’infallibilità della Chiesa);
  2. il Papa è infallibile ma solo se lo assiste un Concilio, senza il quale invece il poveretto, come certi vecchi che guai a lasciarli senza badante, è capace pure che ti insegna delle eresie;
  3. tesi di Albert Pighius, all’estremo opposto: il Papa è un SUPER-EROE!!!, non ha alcun bisogno del guinzaglio del Concilio, egli non sarà mai e poi mai capace di essere un eretico o insegnare pubblicamente eresie, non solo come persona pubblica ma proprio come individuo privato;
  4. sia che il Papa possa, o sia che non possa essere personalmente eretico, egli non sarà mai capace di definire una proposizione eretica che debba essere creduta dall’intera Chiesa.

Bellarmino così definisce le 4 opinioni:

  1. eretica;
  2. erronea e prossima all’eresia;
  3. pia e probabile, ma non certa;
  4. certa e comunemente creduta da quasi tutti i cattolici.

NB il testo di Bellarmino (che vado personalmente a tradurre dall’edizione in lingua inglese edita da Mediatrix Press) è così:

la prima opinione è che se il Papa dovesse definire qualcosa, perfino in quanto Papa, e perfino con un Concilio ecumenico, egli può essere eretico ed insegnare l’eresia agli altri, come già accaduto in passato; questa è la tesi di tutti gli eretici del nostro tempo e specialmente di Lutero e Calvino;
la seconda opinione è che il Papa, perfino in quanto Papa, può essere eretico ed insegnare eresia, se definisce qualcosa senza un Concilio generale, come già accaduto in passato; Nilos Cabàsilas aveva seguito questa opinione nel suo libro contro il primato del Papa, e pochi altri seguono la stessa opinione; tutti costoro attribuiscono l’infallibilità di giudizio in materia di fede non al Papa, bensì alla Chiesa o ad un Concilio Ecumenico;
la terza opinione è all’estremo opposto, che il Papa non può in alcun modo essere eretico né insegnare pubblicamente eresie, perfino se definisce da solo alcune dottrine, come afferma Albert Pighius;
la quarta opinione è che in certa misura, sia o non sia il Papa un eretico, egli non può in alcun modo definire una proposizione eretica che debba essere creduta dall’intera Chiesa. Questa è la più comune opinione, creduta da quasi tutti i cattolici.
Di queste quattro opinioni, la prima è eretica; la seconda non è propriamente eretica, perché vediamo che alcuni che la seguono sono tollerati dalla Chiesa, sebbene essa sembri erronea e prossima all’eresia. La terza è probabile, ma non è ancora certa. La quarta è certissima e deve essere creduta.

Proprio la quarta opinione, come spiegato da Gasser, è quella dogmatizzata dal Concilio Vaticano I.




Due incontri con Porfiri e friends

21 Novembre

In this live streaming program on November 21 at 9pm CET (3 pm EST), we will talk of a book by Aurelio Porfiri, “A future in tradition. Remembering Michael Davies.” Davies was an important part in the development of what has been called the “traditionalist movement,” which, without any need to idealize it or consider it problem-free, nevertheless has many legitimate reasons for the stand it takes. The situation of the Church is very harrowing and can no longer be hidden or denied. Those that adhere to the traditionalist wing are people that cannot stand anymore the despairing state of the liturgy, the uncertainty in doctrine, the loss of identity in the Church herself. This is why traditionalists have to be taken very seriously, because they help to diagnose, and indeed to treat, a disease that is certainly present. Joining the author Aurelio Porfiri will be the scholars Peter Kwasniewski, Joseph Shaw, Jules Gomes, Rev. Thomas Kocik, and Rev. Tim Finigan.The program will be live streamed on the YouTube channel RITORNO A ITACA, in Aurelio Porfiri’s  TWITTER and in the Facebook fanpage of AURELIO PORFIRI.

 

*************

 

22 novembre

La martire romana del terzo secolo, Cecilia, è stata oggetto di grande attenzione nel mondo dell’arte. Raffigurata da grandi pittori e presa come patrona dai musicisti, a lei è dedicata una bellissima Basilica nel cuore di Roma.Nel giorno della festa, il 22 novembre alle ore 18, con Aurelio Porfiri ne parlano Domenico Morgante, musicologo ed autore di un romanzo dal titolo “Il segreto di Santa Cecilia”, Anna Maria Panzera, storica dell’arte ed autrice di un testo sulla Basilica di Santa Cecilia, Guido Milanese, musicologo e latinista. Il programma sarà trasmesso in live streaming sul canale YouTube RITORNO A ITACA, su TWITTER e sulla fanpage in Facebook di AURELIO PORFIRI.




Colei che credette in virtù della fede in virtù della fede concepì

"Sant'Agostino nello studio" - Botticelli Ognissanti

 

Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo

(Disc. 25, 7-8; PL 46, 937-938)

 

Fate attenzione, vi prego, a quello che disse il Signore Gesù Cristo, stendendo la mano verso i suoi discepoli: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12, 49-50). Forse che non ha fatto la volontà del Padre la Vergine Maria, la quale credette in virtù della fede, concepì in virtù della fede, fu scelta come colei dalla quale doveva nascere la nostra salvezza tra gli uomini, fu creata da Cristo, prima che Cristo in lei fosse creato? Ha fatto, sì certamente ha fatto la volontà del Padre Maria santissima e perciò conta di più per Maria essere stata discepola di Cristo, che essere stata madre di Cristo. Lo ripetiamo: fu per lei maggiore dignità e maggiore felicità essere stata discepola di Cristo che essere stata madre di Cristo. Perciò Maria era beata, perché, anche prima di dare alla luce il Maestro, lo portò nel suo grembo.

    Osserva se non è vero ciò che dico. Mentre il Signore passava, seguito dalle folle, e compiva i suoi divini miracoli, una donna esclamò: «Beato il grembo che ti ha portato!» (Lc 11, 27). Felice il grembo che ti ha portato! E perché la felicità non fosse cercata nella carne, che cosa rispose il Signore? «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano» (Lc 11, 28). Anche Maria proprio per questo è beata, perché ha ascoltato la parola di Dio e l’ha osservata. Ha custodito infatti più la verità nella sua mente, che la carne nel suo grembo. Cristo è verità, Cristo è carne; Cristo è verità nella mente di Maria, Cristo è carne nel grembo di Maria. Conta di più ciò che è nella mente, di ciò che è portato nel grembo.

    Santa è Maria, beata è Maria, ma è migliore la Chiesa che la Vergine Maria. Perché? Perché Maria è una parte della Chiesa: un membro santo, un membro eccellente, un membro che tutti sorpassa in dignità, ma tuttavia è sempre un membro rispetto all’intero corpo. Se è membro di tutto il corpo, allora certo vale più il corpo che un suo membro. Il Signore è capo, e il Cristo totale è capo e corpo. Che dire? Abbiamo un capo divino, abbiamo per capo Dio.

    Perciò, o carissimi, badate bene: anche voi siete membra di Cristo, anche voi siete corpo di Cristo. Osservate in che modo lo siete, perché egli dice: «Ecco mia madre, ed ecco i miei fratelli» (Mt 12, 49). Come potrete essere madre di Cristo? Chiunque ascolta e chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre (cfr. Mt 12, 50).

    Quando dico fratelli, quando dico sorelle, è chiaro che intendo parlare di una sola e medesima eredità. Perciò anche nella sua misericordia, Cristo, essendo unico, non volle essere solo, ma fece in modo che fossimo eredi del Padre e suoi coeredi nella medesima sua eredità.




Caro Galimberti, l’individualismo che ammorba la società non proviene dal cristianesimo, è anticristiano.

Rilancio una interessante intervista che il settimanale Tempi ha fatto all’amico prof. Francesco Botturi a proposito di una intervista che il prof. Umberto Galimberti ha rilasciato al Corriere della sera, nella quale accusa il cristianesimo per l’individualismo presente nella società moderna. Il prof. Galimberti, oltre fa fare affermazioni a dir poco stravaganti, misconosce l’enorme contributo che il cristianesimo ha dato alle società, oltre che a forgiare la civiltà occidentale. 

 

Umberto Galimberti al Meeting di Rimini 2020
Umberto Galimberti al Meeting di Rimini 2020

 

«L’intervista a Umberto Galimberti contiene un attacco critico al cristianesimo che sorprende e lascia perplessi». Così Francesco Botturi, già ordinario di antropologia filosofica e filosofia morale dal 1997 al 2017 presso l’Università Cattolica di Milano, commenta l’intervista di Walter Veltroni al filosofo uscita martedì sul Corriere. Parlando degli effetti della pandemia sulle persone e la società, il docente all’Università di Venezia se ne esce con alcune considerazioni stravaganti. Riferendosi alla prescrizione del distanziamento sociale, in particolare, afferma che non dobbiamo abituarci «a considerare la società come un’appendice dell’individuo. Questo è tipico della cultura cristiana, lo devo dire con chiarezza. […] Il cristiano ha messo in circolazione il concetto di individuo, “l’anima la si salva a livello individuale”. Ad un certo punto la società è stata percepita semplicemente come qualcosa che non deve costruire il bene comune ma, lo dice sant’Agostino, è incaricata di togliere gli impedimenti che si frappongono alla salvezza dell’anima. Quindi un lavoro solamente negativo. Nel Contratto sociale Rousseau dice che il cristiano non è un buon cittadino, lo può essere di fatto ma non di principio, perché il suo scopo è la salvezza dell’anima. Ora questa cultura dell’individuo, che non era greca ma propriamente cristiana, ha fatto sì che oggi ci si lamenti dell’individualismo, dell’egoismo, del narcisismo. In sostanza del fatto che ciascuno pensi solo a se stesso». C’è dunque il cristianesimo, e in particolare il cattolicesimo, alla base dell’individualismo esasperato che oggi domina la società? «Non mi sembra proprio sostenibile», dichiara Botturi a tempi.it.

Professore, ha ragione Galimberti?
Attribuire al cristianesimo, specialmente al cattolicesimo, la responsabilità del diffondersi dell’individualismo è spropositato. È vero che l’individualismo religioso, in termini di spiritualità, era diffuso nel cattolicesimo preconciliare, tra fine ’800 e inizio ’900, quando la dimensione comunitaria si era appannata, ma la grande tradizione cattolica, che anche a questo proposito è stata ritrovata nel Concilio Vaticano II (la “Chiesa di comunione”), è sempre andata in tutt’altra direzione. Sfido a trovare un primato dell’individualismo nel pensiero dei padri della Chiesa, nella Chiesa medievale, rinascimentale e moderna barocca. Piuttosto, l’individualismo cristiano ha la sua origine nel protestantesimo di matrice luterana; ma già nel protestantesimo calvinista le cose stanno diversamente; e anche il protestantesimo sociale ha influenzato in ampiezza e profondità il mondo moderno (si pensi ai “padri pellegrini” fondatori degli Stati Uniti).

Da dove nasce allora la critica di Galimberti?
Sembrerebbe risentire del pensiero di Feuerbach e poi del Marx della Questione ebraica. Marx individuava nell’ebraismo la radice di una concezione individualistica della salvezza, trasmessa al cristianesimo che ne sarebbe stato il diffusore. Ovviamente questa versione della cosa è molto discutibile, a cominciare dal fatto che, se c’è una religione dove il senso del popolo è essenziale e forte, è quella ebraica. Ad ogni modo Marx, che aveva nella religione il suo oggetto polemico per eccellenza, criticava l’individualismo ebraico-cristiano come presupposto e componente del capitalismo; ma Marx era sotto l’influenza del protestantesimo, come già lo hegelismo. Perciò prendere un tale discorso sulle radici ebraico-cristiane dell’individualismo, svuotarlo dai suoi reali riferimenti e applicarlo al cattolicesimo mi sembra un’operazione sgraziata.

Galimberti però cita anche sant’Agostino.
Io non so come si possa ridurre sant’Agostino a uno spiritualista individualista. È l’autore della Città di Dio; se c’è qualcuno che ha un’idea sociale della religione, questi è lui. Anche in questo caso Galimberti estrapola un riferimento dal suo contesto e gli fa dire ciò che vuole: si riferisce all’affermazione secondo cui l’autorità politica (non “la società” come afferma Galimberti) è incaricata di togliere gli impedimenti che si frappongono alla salvezza dell’anima. Questa affermazione non significa però che il potere politico non deve occuparsi del bene della città, bensì che essa, quanto al cammino di salvezza degli uomini, deve prestare il suo aiuto negativo (rimuovere gli ostacoli) e non intervenire ulteriormente; il potere politico non ha titolo per interessarsi attivamente della salvezza (che è faccenda dei singoli e della Chiesa). Che cosa c’entra tutto questo con l’individualismo? 

Galimberti si riferisce anche a Rousseau
Sì, là dove Rousseau afferma che il cristiano non può essere di principio un buon cittadino perché il suo scopo è la salvezza dell’anima. La prima risposta è che anche nel caso di Rousseau il referente immediato è una certa spiritualità protestante di impronta individualista. Ma non si può ignorare che la sua valutazione dipende anche dal fatto che egli ha una concezione della politica come totalità avvolgente che non sopporta appartenenze diverse e superiori, e che vede quindi l’appartenenza religiosa come un sottrarsi all’appartenenza politica. Bisognerebbe aggiungere, quindi, che un certo modo di intendere la politica in età moderna ha contribuito in modo determinante a dar vita all’individualismo. Ma su questo Galimberti non dice nulla.

Che cosa manca?
L’analisi delle radici robuste dell’individualismo che conosciamo oggi, che non sono di origine religiosa, ma politica. Riassumo brevemente tre passaggi.

Prego.
Il primo passaggio riguarda Thomas Hobbes, il fondatore – per così dire – della teoria politica moderna: fu lui il primo a teorizzare che lo Stato, per garantire la pace sociale e politica, deve avere di fronte a sé soltanto individui, perché ogni formazione comunitaria è sospetta e rappresenta un’oggettiva minaccia alla sovranità assoluta del Sovrano. Come è stato scritto, la sovranità hobbesiana ha una premessa anticomunitaria e si regge su una sistematica de-socializzazione dei sudditi.

Il secondo passaggio?
Riguarda il liberalismo, la visione secondo cui, per ovviare alle inefficienze e agli impedimenti della società autoritaria e per favorire invece la nuova realtà del mercato, bisogna trasferire la sovranità dallo Stato agli individui in quanto agenti economici. Si sottolinea così il ruolo degli individui, quali attori sociali ed economici autonomi e sovrani, di cui il mercato ha bisogno per prosperare.

Arriviamo a noi.
Un autore intelligente come Roberto Esposito si è concentrato su una terza forma di individualismo, tipica del nostro tempo: quella del libertarismo. La sovranità, che un tempo era del potere assoluto e poi degli individui proprietari (Locke), attori delle relazioni mercantili, viene ora attribuita ai singoli individui, soggetti dei diritti civili. Questo robusto e radicato individualismo non ha genealogia cristiana, anzi è anticristiana perché esalta un’idea parzialissima se non patologica di libertà, quale autosufficienza autoreferenziale, tendenzialmente dispotica: il corpo è mio, il feto è mio, il sesso è mio…

Poco oltre Galimberti, riferendosi in specie all’Italia, parla anche della «dimensione della famiglia» e, in continuità, della «struttura sociale familistica», che sarebbero all’origine di tipici e gravi difetti del costume italiano, sino all’estremo della realtà mafiosa. Qui la critica religiosa non è espressa, ma probabilmente è implicito un riferimento al cattolicesimo, quale sostrato della cultura italiana.
Dal contesto dell’intervista sembra che questa critica alla famiglia/familismo sia in continuità con la critica all’individualismo e alla sua matrice religiosa. Ma non comprendo il rapporto tra una cosa e l’altra. Né può essere identica la matrice dell’individualismo e del familismo. In ogni caso famiglia e familismo non sono la stessa cosa; il secondo è una restrizione, se non una degenerazione, della prima. E non si può squalificare la famiglia, perché – come tutte le realtà umane – è suscettibile di corruzione. Piuttosto, mi meraviglio che, avvertito del problema dell’individualismo, Galimberti non veda se non il possibile negativo della famiglia e non piuttosto il versante positivo di essere una fondamentale risorsa per educare i più giovani al senso delle indispensabili relazioni, per avviare i più giovani alla vita sociale, per riacquisire il senso della comunanza e della comunità. Se poi, in tutto ciò vi fosse anche un’intenzione di un’indiretta critica al cattolicesimo, ne sarei davvero rammaricato.

Galimberti è un noto e importante studioso. Come mai assume posizioni così poco articolate?

Sono d’accordo, come collega e amico di Umberto, sull’importanza dei contributi filosofici e culturali. Tuttavia è dotato anche di una vena anticattolica che ogni tanto riappare. In definitiva non riesco a pensare se non a un’operazione giornalistica che ha lo scopo di lanciare un messaggio.

Quale messaggio?

Uno del tipo: «Il cristianesimo non può essere una risorsa per rianimare la nostra società gravata dal Covid e bisognosa di rivedere le sue impostazioni», perché il cristianesimo è parte in causa con le ragioni profonde dei nostri mali. Se è così, si tratta di un’operazione pesante e ideologica. Tanto più che oggi la Chiesa, nonostante i suoi difetti, è in modo evidente un luogo di viva umanità e di consapevole socialità a favore di tutti.




Il Card. Becciu, escluso da conclave, potrebbe contestare l’elezione del nuovo papa.

E’ quello che si legge nell’atto di citazione contro L’Espresso, visionato dall’Adnkronos, attraverso i legali di Angelo Becciu. Riprendiamo uno stralcio dell’articolo pubblicato da Adnkronos.

 

cardinale Angelo Becciu
Cardinale Angelo Becciu

 

“L’esclusione del cardinale Angelo Becciu “da un Conclave – recita ancora il documento visionato da Adnkronos – potrebbe comportare la contestazione della validità dell’elezione del Santo Padre, con tutte le implicazioni dottrinali che ne potrebbero derivare, così come le divisioni all’interno della Chiesa che potrebbero generarsi, senza contare i gravi problemi finanziari che l’indizione di un secondo Conclave provocherebbe, trattandosi di una procedura molto dispendiosa per la Santa Sede”.

Nell’atto si circostanzia il danno derivato a Becciu dalla privazione dei diritti connessi al cardinalato: innanzitutto quello di non poter partecipare ad un Conclave ed eleggere il Papa, “senza contare le conseguenze negative che potrebbero derivare per la Chiesa universale e per il mondo intero dalla sua mancata partecipazione ad un evento di tale portata, stante l’importanza della figura del Santo Padre sullo scenario mondiale e considerato che un elettore può incidere all’interno del Conclave sull’orientamento dei confratelli per l’elezione”.

Oltre a ciò, “l’odierno attore è stato privato del diritto di partecipare ai Concistori, ossia tutte le riunioni specifiche dei Cardinali ove vengono assunte decisioni importanti per la vita della Chiesa. Le dimissioni dalla carica di Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi hanno privato l’attore della propria attività lavorativa, costringendolo a trascorrere le proprie giornate senza poter impiegare in modo proficuo le proprie capacità, con la conseguenza che il medesimo oggi non costituisce più il punto di riferimento amministrativo e morale dei ben 28 funzionari del Dicastero. Non solo. L’odierno attore è stato privato della responsabilità e dell’onore di presiedere le liturgie di beatificazione, che sono prerogativa del Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, e non può partecipare alle Riunioni Interdicasteriali, vale a dire dalle Riunioni di tutti i Capi Dicastero del Vaticano con il Santo Padre, ove si assumono decisioni a carattere programmatico e politico per la Chiesa tutta e ove si analizzano situazioni di crisi della Chiesa Universale”.




Che c’entra il gender con il bilancio UE? Ungheria e Polonia hanno ragione ad opporsi.

Dopo il nostro articolo di Comelli Angela pubblicato stamattina sullo stesso tema (leggi qui), ecco un articolo di Renato Veneruso pubblicato su Centro Studi Livatino.

 

Commissione europea
Commissione europea

 

1. Viktor Orban e Mateusz Morawiecki, Primi Ministri rispettivamente di Ungheria e Polonia, vengono descritti in queste ore da larga parte dei media come gli affamatori delle genti d’Europa, bisognose delle provvidenze economiche del Recovery Fund dell’UE. L’annuncio di negare la loro approvazione al bilancio dell’Unione per il periodo 2021-2027, che deve ottenere l’assenso degli Stati membri prima dell’approvazione da parte del Parlamento europeo, è tacciato in modo quasi unanime come un ricatto per sottrarsi alla condizionalità sullo Stato di diritto, sulla quale il Parlamento europeo e la presidenza tedesca del consiglio dell’Ue hanno raggiunto un accordo preliminare, che dovrebbe essere definitivamente approvato in occasione della odierna seduta del Consiglio europeo (su di esso https://www.centrostudilivatino.it/la-commissione-ue-profitta-del-covid-per-imporre-lideologia-lgbtq/).

L’iniziativa di veto di Ungheria e Polonia in realtà è una reazione al voto su tale accordo, in virtù del quale il Consiglio europeo – di cui sono parte i capi di Stato e di governo degli Stati membri – può deliberare a maggioranza, mentre bilancio e risorse proprie devono essere concordate all’unanimità; sullo stato di diritto è sufficiente la maggioranza dei due terzi.

2. Il diniego è arrivato dagli ambasciatori dei due Stati durante la riunione del COREPER, che riunisce i 27 rappresentanti dei membri UE, e ha bloccato la decisione preliminare sulle c.d. risorse proprie, che deve essere approvata dagli Stati prima di essere ratificata dalle autorità di bilancio nazionali ed entrare in vigore. Si tratta della base giuridica per costituire la garanzia per il finanziamento del Recovery Plan, come spiegato dal portavoce della Presidenza tedesca del Consiglio Ue, Sebastian Fischer, il quale ha precisato: “i due Stati membri hanno espresso la loro opposizione rispetto ad un elemento del pacchetto (la condizionalità sullo stato di diritto, appunto) ma non sulla sostanza dell’accordo sul Bilancio”, mentre il portavoce del governo ungherese, Zoltan Kovacs, su Twitter scrive: “Non possiamo sostenere il piano nella sua forma attuale, che lega i criteri dello Stato di diritto alla decisioni sul bilancio. Va contro le conclusioni del Consiglio Europeo di luglio”.

La decisione comunicata al COREPER fa seguito alla lettera inviata agli inizi di ottobre alla Commissione europea dai due premier, che annunciava appunto il veto sul bilancio: Orban ha lamentato la somiglianza della condizionalità dello Stato di diritto al “ricatto ideologico” praticato dall’Unione Sovietica e “se approveranno davvero questo regolamento avremo creato un’Unione Sovietica fuori dall’Unione Europea”. Zbigniew Ziobro, il ministro della giustizia polacco, ha invece descritto il meccanismo dello stato di diritto come un tentativo della presidenza tedesca di controllare la Polonia, richiamando echi sinistri del secolo scorso.

3. Dunque, Polonia e Ungheria sono passate dagli annunci alle decisioni concrete e il COREPER non ha raggiunto l’unanimità necessaria per dare il via libera agli accordi sul bilancio 2021-2027 e avviare la procedura scritta per l’ok sull’aumento dei massimali delle risorse proprie dell’Unione, necessario per garantire l’emissione dei bond anticrisi per 750 miliardi. Si sono dovuti limitare ad approvare l’intesa con il Parlamento europeo sulla condizionalità dell’uso dei fondi europei legata al rispetto delle regole dello stato di diritto, il vero bersaglio dei governi di Budapest e Varsavia. Se entro pochi giorni non si troverà una soluzione, ci sarà effettivamente il rischio di avviare il 2021 senza bilancio Ue il che, a catena, farebbe ritardare l’emissione dei bond anticrisi.

Il meccanismo di condizionalità prevede, infatti, la possibilità di bloccare l’esborso delle risorse ottenibili dal piano straordinario di indebitamento dell’Unione, c.d. Recovery Fund, per ovviare alle esigenze economiche dei Paesi maggiormente in difficoltà in conseguenza delle restrizioni e chiusure per la pandemia Covid-19, in danno di chi – come Ungheria e Polonia -, siano ritenuti “colpevoli” di violare i princìpi fondamentali su cui fonda la UE, sanciti dall’art. 2 TUE. Ma davvero l’Europa democratica e solidale ha bisogno di Paesi che vogliono sottrarsi al controllo del loro rispetto? La risposta è molto meno scontata di quanto non si voglia far apparire.

4. In primo luogo va chiarito che il contrasto, che si è voluto presentare come uno scontro fra il blocco di Visegrad, di cui fanno parte anche Repubblica cecaeSlovacchia, e i c.d. “frugali” – i Paesi nordici tra cui Olanda, Danimarca, Finlandia e la stessa Austria, che avevano provato a limitare il sostegno finanziario dell’UE verso gli Stati del Sud inizialmente più colpiti dalla pandemia, come Italia e Spagna -, è a ben vedere piuttosto il frutto delle iniziative del Parlamento europeo, la più recente delle quali è la risoluzione votata il 16 gennaio 2020 ad ampia maggioranza.

Con essa si è deplorato lo scarso coinvolgimento del Parlamento di Bruxelles nelle audizioni in corso con Ungheria e Polonia, che hanno portato i due Stati membri a non riallinearsi ai valori fondanti dell’Unione europea, nonostante le relazioni e le dichiarazioni della Commissione Ue e degli organismi internazionali, come l’Onu, l’Oscee ilConsiglio d’Europa, denuncino che “la situazione sia in Polonia che in Ungheria si è deteriorata sin dall’attivazione dell’articolo 7, paragrafo 1, del Trattato sull’Unione europea”, che può portare anche alla sospensione di alcuni dei diritti, compresi quello di voto in sede di Consiglio europeo.

L’incapacità del Consiglio di applicare efficacemente l’articolo 7 continua a compromettere l’integrità dei valori comuni europei, la fiducia reciproca e la credibilità dell’Unione nel suo complesso”: così si legge nel testo della risoluzione, che chiede alla Commissione di utilizzare gli strumenti disponibili per far fronte a un evidente rischio di violazione in materia di democrazia, Stato di diritto e di rispetto dei valori stabiliti dall’articolo 2 del Trattato da parte di Polonia e Ungheria, con particolare riferimento alle procedure d’infrazione accelerate e alle domande di provvedimenti provvisoridinanzi allaCorte di Giustizia Ue.

Il riferimento è alla promozione della procedura, prevista dall’art. 7 par. 1 TUE per il caso di conclamata violazione dei princìpi di cui all’art. 2 dello stesso TUE, di cui alla risoluzione del Parlamento europeo del 12.9.2018, giunto a conclusione dopo un processo che ha visto sette (!) omologhe precedenti risoluzioni, la più risalente delle quali è addirittura del 2011. Con la risoluzione del 12.9.2018 si è formalmente impegnata la Commissione UE a “recare invito al Consiglio a constatare, a norma dell’art. 7, paragrafo 1, del Trattato sull’Unione europea, l’esistenza di un evidente rischio di violazione grave da parte dell’Ungheria dei valori su cui si fonda l’Unione”. Alla risoluzione è poi allegata la proposta di decisione suggerita al Consiglio di constatazione dell’esistenza in Ungheria del suddetto rischio di violazione dei valori fondanti dell’Unione: il “rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze”(…) . (…) “questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”.

L’iniziativa del Parlamento europeo ha fatto seguito a omologa procedura di infrazione attivata dalla Commissione nei confronti della Polonia l’anno precedente.

5. In caso di violazione di tali valori – traggo la ricostruzione dall’articolo pubblicato su ‘Federalismi.it’ a firma di Culti Gialdino il 26 settembre 2018-, i trattati istitutivi dell’Unione europea prevedono, fin dal trattato di Amsterdam del 1997, un sistema di accertamento e sanzionatorio. Dopo le modifiche del trattato di Lisbona del 2007, esso si articola in una fase preventiva, che può essere attivata da un terzo degli Stati membri o dalla Commissione o, come nel caso in esame, dal Parlamento europeo.

A seguito dell’iniziativa, ai sensi dell’art. 7, par. 1 TUE, che avvia la procedura e che prende le forme di una proposta motivata di decisione del Consiglio, quest’ultimo può accogliere la proposta e adottare la constatazione dell’esistenza di un evidente rischio di violazione grave dei valori summenzionati, dopo aver ascoltato lo Stato membro in questione e dopo avergli rivolto, eventualmente, delle raccomandazioni. Qualora tale Stato non modifichi la legislazione nazionale, che può avere, come nel caso di specie, pure rango costituzionale, il “rischio” di cui si tratta si trasforma in una violazione “grave e persistente”.

In questo caso, secondo l’art. 7, par. 2 TUE, il Consiglio europeo, che delibera all’unanimità, su proposta di un terzo degli Stati membri o della Commissione europea e previa approvazione del Parlamento europeo, può constatare l’esistenza della violazione grave e persistente dei valori fondanti dell’Unione, dopo aver invitato lo Stato membro interessato a presentare osservazioni. In presenza della constatazione del Consiglio europeo, il Consiglio, in virtù dell’art. 7, par. 3 TUE, deliberando a maggioranza qualificata, può decidere di sospendere alcuni dei diritti derivanti allo Stato membro in questione dall’applicazione dei trattati, compresi i diritti di voto del rappresentante del governo di tale Stato membro in seno al Consiglio.

6. Tra le preoccupazioni espresse dal Parlamento con detta risoluzione vi sono quelle relative ai “diritti delle persone appartenenti a minoranze, compresi i rom e gli ebrei, e la protezione dalle dichiarazioni di odio contro tali minoranze”.

In particolare, laddove la Risoluzione “ritiene che i fatti e le tendenze menzionati nell’allegato della presente risoluzione rappresentino, nel complesso, una minaccia sistemica per i valori di cui all’articolo 2 TUE e un evidente rischio di violazione grave dei suddetti valori”, è possibile leggere quanto segue, al paragrafo 49 di tale allegato:

Nelle sue osservazioni conclusive del 5 aprile 2018, il Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per il fatto che il divieto costituzionale di discriminazione non include esplicitamente l’orientamento sessuale e l’identità di genere tra i motivi di discriminazione e che la sua definizione restrittiva di famiglia può dare adito a discriminazioni poiché non contempla taluni tipi di famiglia, comprese le coppie dello stesso sesso. Il Comitato ha inoltre espresso preoccupazione per gli atti di violenza e la diffusione degli stereotipi negativi e dei pregiudizi nei confronti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender, in particolare nei settori dell’occupazione e dell’istruzione”.

Chi ricatta chi, per riprendere lo sgradevole verbo più in uso sui media nel qualificare la vicenda? Polonia ed Ungheria sono “colpevoli” di ricatto economico verso il resto dell’UE? O al contrario la gran parte delle istituzioni comunitarie intende approfittare della pandemia per imporre alle Nazioni riottose i propri diktat sull’identità di genere, mascherandole dietro il rispetto omogeneo dello Stato di diritto?




Fratelli tutti: la visione sulla proprietà privata non è in continuità con la Dottrina sociale della Chiesa.

Secondo l’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco «Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati». Questa visione non è in continuità con la Dottrina sociale della Chiesa e apre ad ogni possibilità di accentramento statalistico o di altro genere ai danni della proprietà privata. Non a caso questa impostazione è stata fatta propria da regimi politici attualmente in vigore in America Latina per riaccentrare nello Stato le attività economiche.

Un articolo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana, nella sezione Dottrina sociale curata da Stefano Fontana.

 

Stefano Fontana
Stefano Fontana

Secondo l’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco quello alla proprietà privata non è un diritto naturale originario ma è uno strumento per la realizzazione del diritto alla destinazione universale dei beni. Nel paragrafo 120 dell’enciclica si dicono quattro cose: 1) la proprietà privata non è un diritto assoluto; 2) la proprietà privata ha una funzione sociale; 3) «Il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il “primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale”, è un diritto naturale, originario e prioritario»; 4) «Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati».

La prima affermazione è vera: nessun diritto umano ha carattere assoluto in quanto tutti i diritti umani dipendono da dei doveri. Delle mie cose non ho diritto di farne quello che voglio ma di usarle nel quadro della moralità delle mie azioni. Anche Leone XIII distingueva tra possesso e uso dei beni. Su questo punto la Dottrina sociale ha sempre contrastato la visione moderna dell’assolutezza dei diritti.

La seconda affermazione è in sé vera ma può venire equivocata. Il contesto del paragrafo 120 in cui essa è inserita può essere causa di questi equivoci. La proprietà privata è sociale di per sé e non quando viene limitata artificialmente dal potere politico pensando in questo modo di renderla più sociale. La funzione sociale della proprietà privata non legittima un fisco esoso, interventi indebiti del pubblico nell’economia, normative paralizzanti la libertà economica. La proprietà privata è sociale perché è spazio di libertà, è espressione del lavoro, protegge la famiglia, unisce le generazioni, produce ricchezza e così via. In altre parole non bisogna essere socialisti per valorizzare la dimensione sociale della proprietà privata.

La terza affermazione, che contiene in parte una citazione di Giovanni Paolo II, va chiarita. Quello della  destinazione universale dei beni è un principio di ordinamento della società. Si può tuttavia discutere se sia il “primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale”. Il primo principio, per la Dottrina sociale della Chiesa, è il bene comune, a cui va subordinato anche quello della destinazione universale dei beni. Se questo fosse il “primo principio” subordinerebbe a se stesso tutto il resto, compreso il diritto alla proprietà privata che non sarebbe quindi più originario ma derivato, il che contrasta con l’insegnamento della Rerum novarum e di tutta la Dottrina sociale. Decisamente non accettabile, invece, è che quello alla destinazione universale dei beni sia un “diritto naturale, originario e prioritario”. Esso è un principio e non un diritto. Nessuno di noi ha diritto a questa porzione di terra, a questo cespite economico, a questa proprietà. La proprietà si acquisisce col lavoro e col risparmio. Se la destinazione universale dei beni è un “diritto”, allora essa confligge con la proprietà privata, la quale, ben che vada, viene intesa come un mero strumento per la sua realizzazione, senza portare in sé una originaria dignità.

Per questo motivo risulta inaccettabile la quarta affermazione: «Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati». Qui si dice apertamente che quello alla proprietà privata è un diritto “secondario e derivato”, mentre per Leone XII era un diritto naturale e perfetto. Del resto, come può un diritto essere naturale e nello stesso tempo derivato? Se è naturale vuol dire che è contenuto nella stessa natura umana. Questa visione non è in continuità con la Dottrina sociale della Chiesa e apre ad ogni possibilità di accentramento statalistico o di altro genere ai danni della proprietà privata. Non a caso questa impostazione è stata fatta propria da regimi politici attualmente in vigore in America Latina per riaccentrare nello Stato le attività economiche.

Leone XIII nella Rerum novarurm insegnava che la proprietà privata è «vero e perfetto diritto», è un «diritto naturale», in quanto «conforme alla natura» umana e «non si oppone per nulla» al principio della destinazione universale dei beni «poiché quel dono egli lo fece a tutti, non perché ognuno ne avesse un comune e promiscuo dominio, bensì in quanto non assegnò nessuna parte del suolo determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all’industria degli uomini e al diritto speciale dei popoli».

È molto difficile fare andare d’accordo questo passo della Rerum novarum con il paragrafo 120 della Fratelli tutti.




Covid, Prof. Roberto Bernabei: “È una malattia normale…”

(se il video qui sotto non si apre, fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)



 

Prof. Roberto Bernabei: (primario di Geriatria del Policlinico Gemelli di Roma e membro del CTS) “Se questa malattia fucila i vecchi è una cosa molto grave, naturalmente. Però è, come dire, una malattia normale… Le malattie infettive purtroppo aggrediscono i più fragili”

L’intera interessante intervista la trovate qui




Gli odierni padroni del tempo della nostra vita

Momo
Momo

 

 

di Alberto Strumia

 

Il testo che propongo oggi, dello stesso autore di quello della volta scorsa – Michael Ende (1929-1995) – ne è quasi un secondo capitolo, come una seconda puntata… Anche di questo testo di genere “apparentemente fiabesco” suggerisco una “lettura teologica”, in prospettiva cristiana.

Nel brano, dal quale ho tratto solo i passi essenziali, per brevità, compare uno tra i protagonisti (i “Signori Grigi”) dell’intero racconto, che sono come dei “demoni” che divorano il tempo della vita degli uomini, illudendoli di ottenere un falso guadagno di felicità e sviandoli dall’unica via di Salvezza, alla quale in questo testo si fa un breve accenno, impersonandola nella figura di “Momo”: anche qui una bambina innocente, l’unica rimasta nel mondo, nella quale possiamo intravvedere un tenue, implicito accenno a Cristo Salvatore. Ma ecco il brano, all’interno del quale ho aggiunto qualche mio breve commento esplicativo entro parentesi quadra.

I ladri satanici del tempo degli uomini

«Esiste un grande eppur quotidiano mistero. Tutti gli uomini ne partecipano ma pochissimi si fermano a rifletterci. Quasi tutti si limitano a prenderlo come viene e non se ne meravigliano affatto. Questo mistero è il Tempo.

Esistono calendari e orologi per misurarlo, misure di ben poco significato, perché tutti sappiamo che, talvolta, un’unica ora ci può sembrare un’eternità, e un’altra invece passa in un attimo… dipende da quel che viviamo in quest’ora.

Perché il tempo è vita. E la vita dimora nel cuore.

E nessuno lo sapeva meglio dei Signori Grigi. Nessuno sapeva – come loro – apprezzare tanto bene il valore di un’ora, di un minuto, di un solo secondo di vita. Certo, lo apprezzavano a modo loro – così come le sanguisughe apprezzano il sangue – e, a modo loro, agivano in conformità.

Avevano piani precisi circa il tempo degli uomini. Erano piani a lunghissima, secolare scadenza, e minuziosamente preparati. La cosa più importante era che nessuno prestasse attenzione alla loro attività [come a quella del demonio nei nostri giorni]. Si erano stabiliti fra gli abitanti della grande città senza dare nell’occhio. E gradatamente, poco alla volta, senza che alcuno se ne rendesse conto, avanzavano ogni giorno più a fondo e prendevano possesso degli uomini [come oggi attraverso modalità apparentemente innocue, come nuovi slogan, giochi on line, scherzi, feste e tradizioni che si sostituiscono per gioco a quelle cristiane, social media, modi di vestire, amuleti dissacranti, tatuaggi, libri, droga, ecc.].

Conoscevano bene la persona idonea ai loro scopi assai prima che il designato stesso lo potesse intuire. Aspettavano soltanto il momento buono per poterlo agguantare e facevano del loro meglio perché tale momento giungesse al più presto [allo stesso modo, un passo “innocuo” dopo l’altro, oggi, si sono sdoganate le cose più gravi, fino ormai alla pedofilia, al traffico di esseri umani, agli omicidi e suicidi assistiti, facendo accettare tutto come sempre più “normale”].

Per esempio prendiamo il signor Fusi, barbiere. Certo, non un figaro di classe, però è molto apprezzato nella sua strada. Non era né povero né ricco. Nella sua piccola bottega, situata al centro della città, c’era lavoro anche per un garzone apprendista.

Un giorno il signor Fusi stava sulla porta della sua barbieria in attesa della clientela abituale. Era il giorno di libertà del garzone e il signor Fusi era solo. Guardava la pioggia scrosciare sulla strada; era un giorno plumbeo e l’animo del signor Fusi era turbato come il tempo.

– “La mia vita se ne va col ticchettio delle forbici, con chiacchiere e schiuma di sapone”, pensava. “Che ne è della mia esistenza? Quando sarò morto sarà come se non fossi mai vissuto”.

Non bisogna credere che il signor Fusi fosse nemico delle chiacchiere. Al contrario, gli piaceva assai esporre ai clienti – e ampiamente – le proprie opinioni e ascoltare quel che loro ne pensavano. E neanche gli davano fastidio il ticchettio delle forbici o la schiuma di sapone. Faceva il suo lavoro con piacere e sapeva di farlo bene. La sua abilità nel radere contropelo sotto il mento era insuperabile. Ma ci sono momenti in cui niente ha importanza. Succede a tutti.

– “Tutta la mia vita è stato uno sbaglio!”, pensava il signor Fusi. “Chi sono mai, io? Un poveraccio di barbiere, ecco quello che sono! Se potessi vivere una vera vita sarei un uomo del tutto diverso!”.

Quale fosse questa vera vita, il signor Fusi non ne aveva la minima idea. Pensava vagamente a qualcosa di importante, sfarzoso, come si vede sulle riviste illustrate.

– “Ma per queste cose il mio lavoro non mi lascia tempo”, continuava a pensare pieno di pessimismo. “Perché per vivere davvero si deve avere tempo. Bisogna essere liberi. Io invece resterò per tutta la vita prigioniero di chiacchiere, schiuma di sapone e ticchettio di forbici”.

In quel momento si avvicinò un’elegante automobile color cenerino che si fermò esattamente davanti alla barbieria del signor Fusi. Ne scese un Signore Grigio [possiamo leggerlo come simbolo del demonio in persona, o di uno dei demoni subordinati a Satana] che entrò nella bottega, posò la borsa grigio-piombo sulla mensola al disotto dello specchio, appese la bombetta ad un gancio dell’attaccapanni, sedette sulla poltrona, tolse di tasca la sua agenda e cominciò a sfogliarla mentre traeva piccoli sbuffi di fumo dal suo piccolo sigaro grigio [è il tempo, con il suo significato, rubato agli uomini e che viene perduto, bruciato e mandato in fumo].

Il signor Fusi chiuse la porta perché gli parve che facesse freddo [simbolo del male che invade l’animo umano].

­ “In che posso servirla?”, domandò, perplesso. “Barba o capelli?”, e contemporaneamente si maledisse per la propria mancanza di tatto perché il signore aveva una calvizie lustra come uno specchio.

– “Né l’uno né l’altro”, rispose il Signore Grigio, senza sorridere, con una voce afona, come spenta, cenerognola, se così si può definirla. “Vengo per conto della Cassa di Risparmio del Tempo; sono l’agente Nr. XYQ/384/b. Sappiamo che lei vuole aprire un libretto di risparmio presso di noi”.

– “Per me è una novità”, confessò il signor Fusi ancor più sconcertato. “Per dirla sinceramente non ho mai saputo che esistesse un istituto del genere”.

– “Adesso lo sa”, rispose secco secco l’altro. Guardò nel suo taccuino e proseguì: “Dunque, lei è il signor Fusi, barbiere?”.

– “Esatto, sono proprio io”, rispose il signor Fusi.

– “Allora non ho sbagliato indirizzo”, disse il Signore Grigio e chiuse l’agenda con un colpetto.

– “Lei è un nostro candidato”.

– “Cosa? Come?”, domandò il signor Fusi stupito.

– “Vede, caro signor Fusi, lei spreca la vita tra ticchettio di forbici, chiacchiere e schiuma di sapone. Quando morirà sarà come se non fosse mai esistito. Se invece avesse tempo per vivere una vera vita, allora sarebbe davvero un altro uomo. Quel che le occorre è il tempo. Ho ragione?”.

– “Era proprio quello che stavo pensando”, mormorò il signor Fusi con un brivido, perché – sebbene avesse chiuso la porta – faceva sempre più freddo.

– “Vede dunque!”, fece di rimando il Signore Grigio, aspirando con soddisfazione dal suo piccolo sigaro [con il quale, come sappiamo dal resto del libro, “fumava” il tempo sottratto agli uomini con l’inganno]. “Ma, dica, da dove si prende il tempo? Bisogna risparmiarlo, per l’appunto. Lei, signor Fusi, spreca il suo tempo in modo davvero irresponsabile! Glielo dimostrerò con un piccolo calcolo. Un minuto ha sessanta secondi. Un’ora ha sessanta minuti. Mi segue?”.

– “Certo”, disse il signor Fusi.

L’agente Nr. XYQ/384/b cominciò a scrivere i numeri sullo specchio con un bastoncino grigio, simile a quelli che le donne usano per truccarsi gli occhi [segue un lungo calcolo dettagliato che non riporto per non allungare troppo il testo].

Sullo specchio c’era ora il conto seguente: sonno 441.504.000, lavoro 441.504.000, pasti 110.376.000, ecc.

Totale 1.324.512.000 secondi.

– “Questa somma”, disse il Signore Grigio, bussando col bastoncino sullo specchio con tal forza che parevano colpi di rivoltella, “questa somma, dunque, è il tempo che lei ha già perduto fino a questo momento. Che gliene pare, signor Fusi?”. […]

Vediamo adesso cosa le è rimasto dei suoi quarantadue anni. Un anno, come lei sa, sono trentunmilioni cinquecentotrentaseimila secondi che moltiplicato per quarantadue fa un miliardo trecentoventiquattromilioni cinquecentododicimila secondi”.

Scrisse questa cifra sotto la colonna del tempo perduto:

1.324.512.000 – 1.324.512.000 = 0.000.000.000 secondi”.

Ripose il suo bastoncino grigio e fece una lunga pausa affinché la vista di quella serie di zeri producesse il suo effetto sul signor Fusi. […]

– “Non sarebbe meglio cominciare a risparmiare?”.

Il signor Fusi annuì; aveva le labbra violacee per il freddo. […]

– “E se poi calcolassimo quello che potrebbe risparmiare nei prossimi venti anni e nelle medesime condizioni, arriveremmo alla stupenda somma di centocinquemilioni centoventimila secondi. Questo capitale sarebbe a sua completa disposizione al suo sessantaduesimo compleanno”.

– “Magnifico!”, balbettò il signor Fusi, a occhi sbarrati.

– “Aspetti. Viene il meglio. Noi della Cassa di Risparmio del Tempo, non ci limitiamo a custodire il tempo che lei ha risparmiato, ma le paghiamo anche gli interessi. Vale a dire che, in realtà, lei avrebbe molto di più”.

– “Quanto di più?”, domandò il signor Fusi senza fiato.

– “Questo dipenderà da lei”, tenne a precisare l’agente. “Secondo quanto vuole risparmiare e secondo la durata del vincolo dei suoi risparmi presso la nostra cassa”.

– “Vincolo? Che significa?”, s’informò il signor Fusi.

– “Molto semplice creda. Se lei non esigerà la restituzione del tempo depositato presso di noi per cinque anni, noi le raddoppieremo la somma. In breve: il suo capitale si raddoppia ogni cinque anni, capisce? […]

– “Benissimo”, convenne il signor Fusi, stordito. “Mi fido di voi” [ecco il cedimento all’inganno demoniaco che ricorda il passo della Genesi: «vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile» (Gen 3,6)].

– “Ci conti, caro amico”, disse l’agente alzandosi. “E con ciò le dò il benvenuto come nuovo socio della grande comunità dei Risparmiatori di Tempo [oggi possiamo vedervi coloro che si adeguano, al “Nuovo ordine mondiale”, al “Pensiero unico”, che assimilano come proprio, allineando l’uso del loro tempo e tutto il resto alla sua logica]. Adesso anche lei, signor Fusi, è un uomo davvero moderno e progredito. Congratulazioni!”.

E su queste parole prese la bombetta e la cartella. […]

Il proposito di risparmiare tempo da ora in poi – per poter incominciare un’altra vita, prima o poi nel futuro – era conficcato nella sua anima come un aculeo uncinato.

E poi arrivò il primo cliente della giornata. Il signor Fusi lo servì di malavoglia, tralasciò i convenevoli superflui, non parlò e, in effetti, invece di mezz’ora finì in venti minuti.

Allo stesso modo si comportò da allora in poi con tutti i clienti. Eseguito così, il suo lavoro non gli dava più alcun piacere, ma ormai questo non contava. Oltre al garzone apprendista assunse altri due aiutanti e vigilava perché non perdessero nemmeno un solo momento. Ogni gesto era compiuto secondo un programma di tempo rigorosamente calcolato. Nella bottega del signor Fusi penzolava ora un cartello che diceva: “Tempo risparmiato è tempo raddoppiato”. […]

Come al signor Fusi accadeva a molti altri abitanti della grande città. Ogni giorno aumentavano le persone che si dedicavano a una faccenda chiamata “Risparmiare Tempo”. E quanti più erano tanto più venivano imitati perché – anche per chi non voleva saperne – non c’era altra scelta che adeguarsi [esattamente come accade oggi].

Ogni giorno alla radio, alla televisione, sui quotidiani si spiegavano e si magnificavano i vantaggi delle nuove tecniche per risparmiare tempo, che – un giorno – avrebbero offerto agli uomini la libertà per una “vera vita” [ma senza senso!]. Sui muri e sugli spazi pubblicitari gli attacchini incollavano manifesti raffiguranti ogni possibile immagine della felicità; e, sotto, l’ossessione delle scritte a lettere luminose: “I risparmiatori di tempo vivono meglio!”, oppure: “Il futuro appartiene ai risparmiatori di tempo!”, oppure: “Migliora la tua vita… risparmia il tempo!”.

Ma la realtà era molto diversa. Certo, i risparmiatori di tempo erano vestiti meglio della gente che viveva nei dintorni dell’anfiteatro; guadagnavano più denaro e potevano spendere di più. Ma avevano facce afflitte, stanche o amareggiate e occhi duri e freddi. Ignoravano che si potesse “andare da Momo” [che nella nostra lettura simboleggia timidamente Cristo Salvatore]. Non avevano chi sapesse ascoltarli tanto bene da renderli ragionevoli, concilianti e perciò felici. […]

Così non potevano celebrare feste o commemorare avvenimenti tristi o lieti; i sogni erano considerati quasi dei crimini. Ma la cosa più difficile da sopportare era, per loro, il silenzio [quanto succede oggi non è forse qualcosa di molto simile?]. Nel silenzio li assaliva l’angoscia perché nel silenzio intuivano quel che stava capitando alla loro vita. Per questo facevano rumore quando il silenzio li minacciava; però non il baccano giocondo che regna là dove giocano i bambini, ma un rumore rabbioso e sgomento che di giorno in giorno inondava la grande città con irrefrenabile crescendo.

Che a uno piacesse il suo lavoro e lo facesse con amore per l’opera creata, non aveva importanza… anzi dava fastidio. […]

E infine – giorno dopo giorno – anche la grande città aveva mutato aspetto. Si demolivano i vecchi quartieri e si costruivano case nuove dalle quali era escluso qualsiasi elemento reputato superfluo. Si evitava la fatica di costruire abitazioni adatte all’umanità che doveva viverci; assecondare i molteplici gusti degli uomini significava edificare case di stile e tipo diverso. Era più a buon mercato e soprattutto si risparmiava tempo costruendole tutte uguali. […]

Nessuno si rendeva conto che, risparmiando tempo, in realtà risparmiava tutt’altro. Nessuno voleva ammettere che la sua vita diventava sempre più povera, sempre più monotona e sempre più fredda [senza il senso cristiano di un’esistenza fatta per l’Eternità].

Se ne rendevano conto i bambini [le prime vittime del nostro mondo che li tratta come oggetti da possedere o da gettare via], invece, perché nessuno aveva più tempo per loro.

Ma il tempo è vita. E la vita risiede nel cuore. E quanto più ne risparmiavano, tanto meno ne avevano”» [perché il tempo, in realtà, non era neppure risparmiato, ma consegnato a chi lo distruggeva, mandando in fumo il suo vero significato].

(M. Ende, Momo, Longanesi, Milano 1993)




COMUNICATO STAMPA: «LA LEGGE DI BILANCIO SCELGA L’EDUCAZIONE COME PRIORITA’!»

Maestro scuola elementare

 

La situazione pandemica si presenta con tutta la sua virulenza e mette in discussione quelle sicurezze che avevamo acquisito qualche mese fa. Le responsabilità, a qualunque livello istituzionale, diventano sempre più rilevanti ed esigono chiarezza e lungimiranza perché non si generi uno stato sociale inquieto, un diritto alla salute che rischia di dover scegliere chi garantire, un diritto all’istruzione che penalizza gli ultimi e i più disagiati. La realtà del nostro Paese è ancora una volta poco chiara ma, come cittadini di uno Stato di diritto, esigiamo risposte certe, almeno su lavoro, istruzione e salute. 

Quest’anno, rispetto al precedente c’è –secondo il seppur parziale Rapporto annuale del Centro Studi Scuola Cattolica- una perdita di ben 143 scuole pubbliche paritarie, che hanno finora pagato il prezzo più elevato per il Paese, con la sottrazione di più di 2.000 posti di lavoro e di iscritti (-27.896). 

I portoni di tutte scuole italiane che hanno riaperto, lo scorso settembre 2020 sono stati spalancati in sicurezza e con efficienza, sono state attuate scrupolosamente strategie di ridistribuzione degli spazi, protocolli, investimenti, piani di ripartenza, scaglionamenti ma, purtroppo, in alcune Regioni, dinanzi ad una inadeguatezza sanitaria che richiama responsabilità soggettive, si sceglie di chiudere nuovamente le scuole e di mettere gli allievi al riparo con la didattica a distanza. 

L’impatto del COVID19 sull’istruzione ha confermato che lo scenario del sistema scolastico europeo è differente rispetto a quello italiano; la differenza si gioca soprattutto sull’integrazione e la collaborazione tra Scuole Pubbliche Statali e Scuole Pubbliche Paritarie, sulla mobilitazione dell’intera società nell’assicurare il servizio scolastico ai minori, sulla visione globale della “casa comune” come bene di tutti, come bene da tutelare. 

L’Unione Superiore Maggiori d’Italia (USMI) e la Conferenza Italiana Superiori Maggiori (CISM), così come tanto mondo associativo scolastico e no profit desiderano avviare processi generativi di collaborazione e di integrazione, da sempre sanciti dalla legislazione del nostro Paese, ma che nella realtà stentano a concretizzarsi perché permangono resistenze ideologiche e interessi di parte. 

In questi mesi è stato rilanciato il Patto educativo di Comunità, per dare attuazione “a quei principi e valori costituzionali, per i quali tutte le componenti della Repubblica sono impegnate nell’assicurare la realizzazione dell’istruzione e dell’educazione, fortificando l’alleanza educativa, civile e sociale di cui le istituzioni scolastiche sono interpreti necessari, ma non unici” (Decreto Ministeriale 39/2020), ma i riscontri nei territori sono stati pochi, proporzionali alla volontà politica che li ha accompagnati e sono mancati adeguati sostegni economici e organizzativi da parte delle istituzioni, ad ogni livello. 

In questa situazione si impone il dovere di intervenire per invertire la curva della deprivazione culturale. L’osservazione della realtà impone senso di responsabilità affinché la scuola non resti un privilegio che esclude le fasce più deboli e più povere. Le premesse odierne rendono quanto mai reale il pericolo di trasformare il diritto all’istruzione in un privilegio di classe. Anche dalle prime bozze della manovra di bilancio, infatti, non si intravvede quel cambio di passo che urge per considerare davvero prioritarie -proprio nell’attuale crisi economica, occupazionale e sociale- la questione educativa e l’effettiva pluralità dell’offerta scolastica. 

Non possiamo restare a guardare e per questo 

 

CHIEDIAMO 

 

1. l’intervento congiunto del Governo e del Parlamento perché approvino, con voto trasversale agli schieramenti politici, una mozione che abbia questi orientamenti:

a) la priorità assoluta al dovere costituzionale di assicurare sempre e in ogni luogo i diritti alla salute, al lavoro e all’istruzione, mobilitando tutte le “componenti della Repubblica” atte allo scopo;

b) la stipula di convenzioni tra enti pubblici e privati per far viaggiare ragazzi e cittadini in sicurezza;

c) l’opzione di patti educativi di Comunità che coinvolgano Ministero, Regioni e Comuni generando un’alleanza tra fra le 40 mila scuole statali e le 12 mila paritarie, al fine di reperire locali e trasporti che permettano a tutti gli allievi di frequentare in pari condizioni una scuola statale o una scuola paritaria prescelta, con particolare attenzione alle famiglie che vivono una difficoltà a causa della pandemia Covid19 o che condividono l’esperienza della disabilità.

2. La legge di BILANCIO sta per approdare alle Camere: il Parlamento intervenga:

a) sulla qualità e continuità del servizio scolastico ed educativo offerto dalle scuole paritarie, di cui alla legge 10 marzo 2000, n. 62, incrementando le risorse per il pluralismo scolastico e prevedendo, a partire dell’esercizio fiscale 2021, la deducibilità della retta versata per alunno o per studente alle scuole pubbliche paritarie dei cicli primario e secondario, per un importo non superiore a 5.500,00 euro ad alunno;

b) eliminando, comunque, ogni inaccettabile discriminazione fra la scuola pubblica statale e le scuole pubbliche paritarie che non vogliono incrementare le rette, pena un grave peggioramento di una già impari accessibilità, in tema di erogazione di fondi, dotazioni e risorse specie se legate alle criticità e agli oneri determinati dalla pandemia, per garantire la migliore funzionalità dell’apprendimento e la sicurezza sanitaria negli edifici;

c) incrementando il fondo, di cui all’art. 1 comma 616 della legge 232/2016, destinato alle scuole paritarie che accolgono alunni con disabilità allo scopo di riconoscere a ciascuno allievo disabile la copertura del docente di sostegno. E’ una grave discriminazione, infatti, negare il docente di sostegno ad allievi svantaggiati imponendo il costo alla famiglia o alle scuole paritarie che, chiaramente, non possono sostenerlo. Le scuole pubbliche paritarie, inoltre, ricordano la più assoluta disponibilità alla rendicontazione dei contributi; 

d) accogliendo gli annunciati finanziamenti europei (attraverso Sure, Bei, Mes, e Recovery Fund), che possono diventare la risorsa preziosa per realizzare e qualificare anche il sistema scolastico integrato: “Autonomia, Parità scolastica e Libertà di scelta educativa”; 

e) rivedendo le linee di finanziamento del sistema scolastico italiano attraverso l’introduzione dei costi standard di sostenibilità da declinare in convenzioni, voucher, buono scuola, deduzione. La fase 2 del Covid19 ha reso evidente che la scuola statale, che costa 8.500,00 euro, non è riuscita a ripartire per tutti, mentre le scuole paritarie sopravvissute alla pandemia, con rette da 3.800 per l’infanzia ai 5.000 per il liceo, sono ripartite. Tutto questo a conferma che una sana collaborazione fra scuole pubbliche statali e paritaria innalza il livello di qualità, rende il sistema scolastico più equo e, a fronte di un servizio migliore, si risparmiano tanti danari pubblici. 

 

Ci appelliamo al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, alla seconda carica dello Stato, la Sen. Maria Elisabetta Alberti Casellati e al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte affinché si rendano registi della più ampia trasversalità politica e porti a compimento questa riforma ventennale della scuola. 

La Nazione può uscire da questa tragedia se non vanifichiamo il lavoro eroico dei medici e degli infermieri, se non deprezziamo il lavoro degli insegnanti, di tutti quei docenti che sono disponibili a fare gli straordinari per recuperare una situazione culturale che rischia di divenire la prima fonte della povertà del nostro Paese. 

 

Roma, 16 novembre 2020

 

Unione Superiori Maggiori (U.S.M.I.), Conferenza Italiana Superiori Maggiori (C.I.S.M.), Alleanza Cattolica, Ass. Amici di Lazzaro, Ass. Cuore Azzurro, Ass. Cerchiamo il Tuo volto, Collatio.it, Ass. Convergenza Cristiana, Ass. Costruire Insieme, Ass. Culturale Zammeru Masil, Ass. Difendere la vita con Maria, Ass. Donum Vitae, Ass. Esserci, Ass. Etica & Democrazia, Ass. FamigliaSI, Ass. Family Day- Difendiamo I Nostri Figli, Ass. Il Crocevia, Aippc – Ass. Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici, Ass. L’albero, Ass. Liberi e Forti, Associazioni Medici Cattolici Italiani, Ass. Nuova Generazione, Ass. naz. Pier Giorgio Frassati, Ass. Nonni 2.0, Ass. Non si tocca la famiglia, Ass. Politicainsieme, Ass. Progetto culturale, Ass. Proposte per Roma, Ass. Pro Vita & Famiglia, Ass. Generazione Famiglia, Ass. Radici, Ass. Rete Popolare, Ass. Risveglio, Ass. Umanitaria Padana, Ass. Vita Nuova – Rete Italia Insieme, Ass. Vivere Salendo, Associazione volontariato Opera Baldo, Avvocatura In Missione, Associazione Nazionale Autonoma Professionisti (A.N.A.P.S.), Ass. Vita Consacrata per la Lombardia (AVCL), Ass. Nazionale Istituti Non Statali di Educazione e di Istruzione (ANINSEI) – Confindustria, Ass. genitori scuole statali – A.Ge. LAZIO, Centro Nazionale Economi di Comunità (C.N.E.C.), Centro Italiano di Promozione e di Assistenza per la Famiglia, Centro internazionale Giovanni Paolo II e per il magistero sociale della Chiesa, Centro Studi Livatino, Circoli insieme, Comitato SALE per la dottrina sociale, Comitato Articolo 26, Confederazione internazionale del clero, CulturaCattolica.it, Confapi Scuole Paritarie della Campania, Comitato Nazionale per il riconoscimento del servizio nella paritaria, Federazione Italiana Istituti Non Statali di Educazione ed Istruzione (F.I.I.N.S.E.I.), Federazione Italiana Licei Linguistici e Istituti Scolastici Non Statali (F.I.L.I.N.S), Forum Cultura Pace e Vita Ets, Forum delle Associazioni sociosanitarie, Giuristi per la Vita, International Family News, Movimento Italiano Genitori (Moige), Movimento Per: Politica, Etica, Responsabilità, Movimento per la Vita, Movimento Regina dell’amore, Osservatorio di bioetica di Siena, Osservatorio parlamentare “Vera lex?”, Presidenza Comitato scientifico UCID, Presidenza onoraria Società italiana di bioetica e comitati etici, Rete Liberi di educare, Scuola di Cultura Cattolica, Steadfast.