Dai costruttori di Cattedrali ai costruttori di ponti

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

Ci sono stati uomini capaci di dare la vita per costruire Cattedrali. Ci sono uomini capaci di dare la vita per distruggerle o per appropriarsene. Entrambe le categorie sono mosse dalla fede in Dio o dalla sua avversione. Ci sono uomini invece a cui le cattedrali non interessano granché a meno che non facciano parte di un romanzo di successo, di una serie televisiva o di una tappa del loro tour turistico.

Due cattedrali simbolo della Cristianità si sono viste seriamente minacciate in questi ultimi tempi meritando di balzare agli onori della cronaca quel poco che è consentito farlo ad un edificio religioso. Quella di Notre Dame di Parigi che il 15 aprile del 2019 vedemmo avvolta nelle fiamme e quella di Santa Sofia di Istanbul che in questi giorni è stata convertita in Moschea per volere del dittatore turco Erdogan.

Quello di Notre-Dame de Paris non è un caso isolato, in questi ultimi mesi diverse chiese francesi si sono trovate avvolte dalle fiamme, trattandosi spesso di incendi dolosi. Il 17 marzo 2019, a restare devastata da un incendio fu un’importante chiesa parigina, quella di Saint-Sulpice. Mentre in questi giorni c’è voluta una squadra di sessanta pompieri per circoscrivere l’incendio provocato da mano umana nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a Nantes.

Se l’incendio di Parigi non ci ha privato di quel gioiello architettonico e spirituale che ha resistito alla più grande rivoluzione iconoclasta che l’Europa abbia mai conosciuto lasciandoci a considerazioni allegoriche e a ragionamenti paradigmatici sullo stato della fede nel vecchio continente, il ratto di Istanbul ci pone di fronte alla realtà di una Cristianità minacciata, sempre più marcata a zona da forze religiose e ideologiche che vorrebbero ridurla a ricordo del passato chiusa nel museo archeologico delle idee desuete, superate.

Troppo spesso oggi chiese e cattedrali vengono considerate come dei luoghi turistici in cui si è costretti a pagare un biglietto, ricondizionate e utilizzate come musei, adattate a sala esposizioni o gallerie d’arte quando non a sale da pranzo o a luoghi di incontri culturali o politici. Questo nel caso non vengano vandalizzate, profanate, incendiate o saccheggiate.

Fare spallucce di fronte all’impeto di una persecuzione i cui tratti gentili (ma non troppo) non ne attenuano la tenacia e l’efficacia, è il segno inquietante di una ritirata suicida. Per questo desta sconforto sentire il vaticanista del quotidiano più letto d’Italia affermare candidamente che di Santa Sofia “la Turchia può fare quello che vuole” perché Dio vuole il cuore e non le mura di una Chiesa. A chi timidamente fa presente che tra quelle mura si celebra l’Eucaristia, risponde che “L’Eucaristia non è tutto”. Non è una voce isolata quella del giornalista di Rep. Il commento di un parroco romano sui social farebbe tremare persino i più ingenui: “Basta che l’arte non venga toccata. Da nessuna confessione religiosa”. (Su Santa Sofia ho apprezzato la riflessione, puntuale e pacata, del prof. Lungaresi che invito a leggere per intero sul suo blog).

Ma il punto su cui vorrei riflettere è che dietro ogni cattedrale c’è un progetto e che questo progetto rischiamo, poco a poco, di perderlo di vista. Non parlo qui del colossale progetto architettonico e artistico che rappresenta un’eredità unica nella storia dell’umanità, meritevole di studi e approfondimenti storico artistici, ma del progetto religioso che soggiace alla costruzione delle Cattedrali. Il progetto di un’umanità che, in mezzo alle vicende della vita, sa cogliere l’essenziale e puntare ad esso con tutte le sue potenzialità. I costruttori di cattedrali furono uomini mossi da zelo e fervore spirituale, con lo sguardo rivolto al cielo, uomini e donne che misero la loro scienza, la tecnica, l’arte e la forza fisica a servizio di un progetto ritenuto fondamentale: quello di puntare al cielo e di indicare al mondo la via del Paradiso. È per questo che oggi, più che perdere qualche vetrata, organo o campanile, il rischio più grande è quello di perdere di vista quel progetto che ha portato alla costruzione delle cattedrali. Non sono infatti le mura degli edifici, in quanto mura, quello che ci interessa, non il patrimonio artistico e storico (che in realtà fa parte del “progetto spirituale” se si pensa alla via pulchritudinis e che da solo basterebbe ad alzare barricate per difendere le cattedrali) ma il significato spirituale che tutto ciò rappresenta. Fare spallucce di fronte all’attuale attacco rivolto da più parti a chiese e cattedrali in nome di un cristianesimo meno presenzialista e più spirituale vuol dire tirare i remi in barca, deporre le armi in una battaglia che mira a depotenziare il cristianesimo al fine di trasformarlo in una qualunque filosofia o in una spiritualità innocua, buona per spiriti deboli e utopisti nostalgici.

Eppure a dimenticare il grande progetto delle cattedrali non sono i nemici della Chiesa (mossi dal nichilismo o dalla religione) che piuttosto hanno ben dimostrato di capire la portata simbolica di questi edifici, ma i cattolici stessi, in particolare quella fronda oggi maggioritaria di cattolici che spingono per un cristianesimo presente in società solo come forza di azione sociale e non come presenza di Cristo e voce profetica per la salvezza delle anime. Un cattolicesimo “diverso”, impegnato nel sociale, nel campo economico, in prima linea nelle battaglie ecologiche ma silenzioso e conciliante sui temi etici, sul peccato, sulla grazia e sul destino dell’anima, sul Paradiso. Un cattolicesimo di questa sorta non ha certo bisogno di cattedrali, che al contrario risulterebbero luoghi “divisivi” ed ingombranti, comunque non utili alla causa con le loro spesse mura e le loro ricercate rifiniture artistiche. Questo cristianesimo diverso ha piuttosto bisogno di aule magne, sale per conferenze stampa, account sui social network… La presenza cristiana in società verrebbe così ridotta a un ufficio stampa che dirama comunicati in linguaggio religiosamente e politicamente corretto. Comunicati che invitano al dialogo, alla concordia universale, alla pace nel mondo, alla raccolta differenziata e alla costruzione di ponti (vedasi ad esempio il recente comunicato del Vescovo di Lizzano).

Così la Chiesa si ritrova oggi, più impegnata a costruire ponti che cattedrali.  Diversamente dalle cattedrali, che avevano lo scopo di elevare lo sguardo e l’anima, di innalzarsi per puntare al Paradiso dove l’incontro con Dio rappresenta l’unica e vera fonte di felicità per l’uomo, i ponti permettono di passare da un estremo ad un altro, da un terreno ad un altro, da un pensiero ad un altro, senza elevarsi di un centimetro, ma tornando all’altitudine di partenza.

Cosi facendo, scegliendo i ponti e scaricando quelle “scale” del Paradiso che furono le cattedrali, finiremo per dimenticare quel progetto che ebbe come scopo, non già la costruzione di luoghi di culto per promuovere una sorta di egemonia politica, ma la costruzione di luoghi di incontro con Dio, edifici che indichino la strada verso la vera vita. Costruzioni che rappresentano un vero e proprio annuncio per chi non crede, e per chi cerca e chiede la vita ad altro e in altro, non per interesse personale o per nostalgia di una società che non esiste e non tornerà ma per amore agli uomini e per fedeltà al mandato ricevuto da Nostro Signore.

Di certo il patrimonio artistico rappresentato dalle cattedrali è di notevole importanza, ma come ha ricordato Benedetto XVI parlando dell’arte gotica e romanica “i capolavori artistici nati in Europa nei secoli passati sono incomprensibili se non si tiene conto dell’anima religiosa che li ha ispirati“. Non si tratta dunque di piangere la perdita di gioielli artistici ma di perdere di vista ciò che sta alla base della loro creazione.

Cosi l’iscrizione incisa sul portale centrale di Saint-Denis, a Parigi indicava sinteticamente il progetto che portò alla costruzione delle cattedrali e dunque il loro scopo: quello di portare le anime a Cristo che è via, verità e vita per gli uomini e le donne di ogni generazione. «Passante, che vuoi lodare la bellezza di queste porte, non lasciarti abbagliare né dall’oro, né dalla magnificenza, ma piuttosto dal faticoso lavoro. Qui brilla un’opera famosa, ma voglia il cielo che quest’opera famosa che brilla faccia risplendere gli spiriti, affinché con le verità luminose s’incamminino verso la vera luce, dove il Cristo è la vera porta».

 




Il gesuita padre José Maria Rodríguez Olaizola ed il sostegno alla comunità LGBT

José María Rodríguez Olaizola sj

José María Rodríguez Olaizola sj

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

Il sacerdote gesuita José Maria Rodríguez Olaizola ha pubblicato una lettera di sostegno alla comunità LGBT in occasione del mese dedicato al cosiddetto “orgoglio gay”. Lo ha fatto sul sito sj pastoral (un progetto dei gesuiti che mira all’accompagnamento dei giovani) per mostrare affetto e vicinanza ad una comunità perseguitata e, a suo dire, “sommamente incompresa” anche all’interno della Chiesa. Il sacerdote gesuita si rammarica perché, a causa della pandemia, quest’anno non ci saranno “carrozze, sfilate e moltitudini” che manifestino a favore del diritto all’amore, ma anche per il fatto che nel 2020 siano ancora necessari dei “gay pride” per rivendicare diritti e condannare rifiuto e persecuzione.

«Un giorno il Gay Pride o qualsiasi altro [giorno dell’] orgoglio non saranno necessari» afferma il gesuita. «Il giorno in cui ognuno riconoscerà la dignità delle persone, di ogni persona, senza che l’orientamento sessuale sia un problema per nessuno. Il giorno in cui il “cooming out” non sarà una novità, perché sarà considerato normale».

«Sono ancora troppe le persone che credono che avere un figlio gay sia una tragedia, un imbarazzo, qualcosa da nascondere. E ancora, nella Chiesa, c’è troppo silenzio di fronte ad alcune dichiarazioni e formulazioni che non rispondono alla realtà pastorale delle nostre comunità, parrocchie, gruppi e spazi di accompagnamento. Troppe persone che riducono l’orientamento sessuale all’ideologia di genere e trasformano tale identificazione in un alibi per non ascoltare le testimonianze di così tanti cristiani gay che chiedono di sentirsi un po’ più a casa quando si tratta di essere una comunità. Troppi pettegolezzi e troppa poca benedizione. Ogni persona deve essere orgogliosa di essere come Dio le ha create. Perché alla fine l’omosessualità o l’eterosessualità non sono una decisione stravagante del popolo. Fa parte (e solo una parte) di ciò che la persona è».

È su questo punto che è necessario dissentire dal sacerdote spagnolo. E non per una fissazione moralistica né tanto meno perché non si voglia riconoscere il dovuto rispetto e dignità a quelle persone omosessuali che, in quanto figli di Dio battezzati e facenti parti della comunità cristiana, meritano come tutti i fedeli un accompagnamento spirituale e una accoglienza umana. Non è questo in questione. La questione è la verità sull’uomo, sulla sua missione, sulla sua felicità, sulla sua piena realizzazione. Cose tutte che la Chiesa, nei suoi sacerdoti, non può rinunciare ad annunciare per “rispetto umano” o per spostare il discorso sul tema dei diritti civili o dell’accoglienza umana. Il punto focale, che riguarda la missione della Chiesa, è la ricerca della verità che è Cristo, che indica la volontà del Padre per ciascuno di noi, dove l’uomo e la donna si realizzano pienamente.

Va bene dunque condannare violenze e discriminazioni lì dove ci sono (benché i dati dimostrino che gli omosessuali sono di fatto molto più accettati socialmente di quanto lo si voglia far credere) ma affermare pubblicamente che essere omosessuali fa parte dell’essenza di una persona e che Dio abbia creato uomini e donne omosessuali significa sposare una ideologia che poco ha a che vedere con l’antropologia rivelata e con la dottrina della Chiesa. Per lo più se queste parole vengono da un sacerdote che si adopera nella formazione e l’accompagnamento dei giovani, un sacerdote che è anche teologo e poeta con numerose pubblicazioni all’attivo (ora tradotte anche in italiano) e un sacerdote seguito da circa 18mila persone sul suo canale youtube (ma i suoi video raggiungono anche le 30 mila visualizzazioni). La responsabilità di un sacerdote che è anche scrittore di successo e accompagnatore spirituale di molti giovani dovrebbe richiedere una maggior cautela ed un uso del linguaggio meno disinvolto nell’affrontare un tema così complesso e controverso come quello dell’omosessualità.

Nella sua lettera Rodríguez Olaizola invita la Chiesa ad “aggiornarsi” per camminare verso una più piena comprensione, integrazione ed accettazione delle persone omosessuali, «del loro bisogno, del loro diritto di amare, superando le molte incomprensioni che ancora oggi alcune persone di Chiesa nutrono verso la comunità LGBT».

È vero che ai nostri giorni non è facile trovare chiarezza su questa tematica neanche all’interno della Chiesa, complice la confusione creata non solo dalle pressioni di alcuni settori, movimenti e media ecclesiastici ma anche da alcuni pastori incapaci di (comprendere?) trasmettere con fedeltà l’insegnamento che è stato loro affidato.

Troppo spesso i giovani che si presentano dai sacerdoti esplicitando tendenze omosessuali vengono invitati ad assecondarle, ad “accettarle”, ad “accettare sé stessi” e a non provare sentimenti di vergogna o amarezza per la propria “condizione”. Escludendo il numero (non indifferente) di sacerdoti con tendenze omosessuali, bisogna tener conto che molti sacerdoti sono passibili di denuncia se contraddicono la vulgata favorevole alle istanze LGBT. Inoltre molti di loro non sono ben preparati sull’argomento o non riescono ad offrire percorsi adeguati. Infine ci sono coloro che (per ignoranza o malafede, non entreremo nel merito) sono convinti che la Chiesa sbagli nel considerare la pratica omosessuale un peccato (così come molti sacerdoti considerano eccessivo astenersi dai rapporti prematrimoniali tra fidanzati o proibire l’uso degli anticoncezionali, cose che di fatto hanno smesso di predicare).

Eppure la Chiesa, nonostante «la genesi psichica» del fenomeno rimanga «in gran parte inspiegabile» ha le idee chiare sull’omosessualità, basti leggere i tre paragrafi (2357, 2358 e 2359) che il Catechismo della Chiesa Cattolica dedica a questo argomento richiamando innanzitutto che i singoli individui «devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza» e che «A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione».

Ma allo stesso tempo, considerando gli atti omosessuali come “disordinati”, rispetto al piano di Dio sull’uomo e sulla donna e contrari alla legge naturale per cui in nessun modo approvabili, «tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione».

Questa (da leggere e rileggere i tre paragrafi) è la posizione della Chiesa, ribadita e approfondita da un documento redatto e pubblicato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1986 intitolato “Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali”.

La Chiesa non discrimina né esclude gli omosessuali ma chiama tutti i suoi figli alla conversione, a fare la volontà di Dio, a santificarsi ogni giorno, a rifiutare il peccato e a lasciarsi aiutare dalla preghiera, dai sacramenti, dal sostegno spirituale e materiale della comunità cristiana e dei suoi pastori. La Chiesa (e ci si rammarica di doverlo ancora ripetere) non condanna mai il peccatore pentito ma il peccato, invitando sempre ad abbandonare il peccato, a rialzarsi.

Affermare, come spesso si sente dire finanche da alcuni sacerdoti e vescovi, che la Chiesa dovrebbe “aggiornarsi” e modificare la propria visione dell’omosessualità significa insinuare che la Chiesa sia incapace di comprendere e di accogliere alcune persone e che debba rivedere la sua idea di peccato ormai desueta e superata, non a passo coi tempi.

Sono le posizioni di un altro noto gesuita, il sacerdote americano James Martin caporedattore della rivista America, che ha messo in cima alla sua agenda pastorale la difesa delle istanze LGBT. La sua nomina a consulente all Segreteria per le Comunicazioni del Vaticano avvenuta nel 2017 per volontà di Papa Francesco ha creato non poche perplessità e critiche.
Anche l’arcivescovo di Filadelfia Charles Chaput ha denunciato una certa ambiguità nell’insegnamento del padre gesuita, affermando che le sue teorie in merito all’omosessualità non rispecchiano le posizioni ufficiali della Chiesa e creano confusione tra i fedeli.

 




Ricky Martin shock: “Gesù nato con utero in affitto”. La risposta del parroco: “Maria non è l’utero di Dio!”

In una intervista rilasciata al quotidiano spagnolo El País il 21 giugno il cantante portoricano Riky Martin ha comparato il concepimento verginale della Vergine Maria alla pratica dell’utero in affitto. La risposta arriva dal parroco conterraneo che non le manda a dire: “Maria ha donato tutta se stessa, non un pezzo del suo corpo” perché “il corpo umano è un ricambi auto” e “non abbiamo diritto ad avere figli”. E ancora: “Se dobbiamo riflettere, facciamolo per arrivare alla verità e non diciamo cose senza senso”.

Ricky Martin e il suo compagno

Ricky Martin e il suo compagno

 

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

Torna a far parlare di sé il cantante portoricano Ricky Martin, classe 1971, uno degli artisti musicali più celebri al mondo. Ancora una volta non sono le sue notevoli doti canore o le sue eccellenti performance da ballerino, coi quali si è guadagnato l’apice della fama internazionale, a riportarlo sulle prime pagine dei giornali di tutto il pianeta ma la sua vita privata.

Intervistato dal quotidiano spagnolo El País, Martin ha raccontato la situazione personale e familiare durante l’emergenza sanitaria: la brusca interruzione dei concerti, l’incredulità per il diffondersi della pandemia, l’ansia e la paura del contagio che lo ha portato alla depressione e la pesante responsabilità come padre e unica persona ad uscire di casa. Ma la domanda più scottante dell’intervista, quella sull’utero in affitto, ha dato modo al cantante portoricano per far mostra della sua sfrontatezza nel voler paragonare la Vergine Maria alle donne che affittano (o prestano, come preferisce affermare il cantante) il loro utero su richiesta di terzi.

«Io non ho noleggiato nessun utero, l’utero mi è stato prestato e più volte. Per questo porto su un piedistallo queste grandi donne che mi hanno aiutato a crescere la mia famiglia. Come ho sul suo piedistallo la Vergine Maria, che ha prestato il suo grembo in modo che Gesù venisse nel mondo».

Com’era da aspettarsi la notizia ha fatto il giro del mondo in poche ore e le polemiche per la scioccante dichiarazione non si sono fatte attendere. A rispondere in modo diretto e completo a Ricky Martin è stato un suo conterraneo il sacerdote portoricano don Leonardo J. Rodriguez, parroco della parrocchia Maria Madre de la Misericordia di Guaynabo. In un lungo post pubblicato su facebook il sacerdote ha spiegato i motivi del suo dissenso invitando il cantante a riflettere senza giungere a non “affermare cose senza senso”.

Un piedistallo per la Vergine Maria

Solitamente non mi immischio delle questioni di gossip, ne mi piace intromettermi negli affari altrui, ma noi latinos abbiamo un “problema”: che sopportiamo finché non ci toccano la mamma.

Recentemente è stata diffusa una intervista rilasciata al quotidiano spagnolo El País dal signor Ricky Martin, nella quale afferma di avere la Vergine Maria su “su un piedistallo” per aver “prestato il suo utero affinché Gesù venisse al mondo”.

Secondo il contesto presentato dall’intervistatore, questa “terribile” affermazione di Martin sembra essere il frutto della riflessione che il problema del coronavirus e la quarantena diffusa nel mondo hanno provocato nell’artista. Condivido con lui l’idea che tutta questa situazione ci abbia fatto o potrebbe averci fatto o debba farci riflettere. Magari questo fosse uno dei frutti positivi di questa situazione. Ma se vogliamo riflettere, dobbiamo farlo in base a determinati criteri, in modo da non giungere a conclusioni false o sbagliate.

Diversi anni fa, quando ero rettore del seminario, conservando l’abitudine del precedente rettore, solevo portare i seminaristi alle conferenze tenute dal padre gesuita Juan J. Santiago nel Museo di Antropologia all’interno del Collegio S. Ignazio a Río Piedras. Una volta, di fronte all’affermazione del Sig. Martin che si univa al coro (perché la sua professione è cantare) di coloro che affermano che Gesù avrebbe imparato molte cose dal Buddismo durante il suo (presunto) soggiorno in Tibet, il p. Santiago dedicò una conferenza per smentire l’idea che Gesù avesse imparato qualcosa dal Buddismo tibetano, visto che la sua dottrina non coincidevano con l’insegnamento di Gesù. Dal punto di vista dottrinale esisteva infatti un conflitto insanabile, ma – ci disse p. Santiago – la ragione più evidente per smentire quella diceria era che il buddismo arrivò in Tibet quattro secoli dopo Cristo. Forse ricordo male, ora cercando qualche informazione trovo che il buddismo arrivò in Tiber nel VII secolo dopo Cristo. Quindi se pure Gesù si fosse recato in Tibet durante gli anni occulti della sua vita (cosa che non fa parte della nostra fede) non avrebbe potuto imparare nulla dal buddismo perché quella dottrina non era ancora arrivata in quella regione. Quello che voglio dire è che se partiamo da premesse sbagliate, stiamo sul sentiero sbagliato.

Se ciò che cerca il sig. Martin è una ragione teologica (in questo caso una “scusa”) che appoggi la pratica dell’utero in affitto o in prestito per avere dei figli e in questo modo tranquillizzare la sua coscienza, questo è un altro discorso, ma non può permettersi di affermare cose senza senso, come quella di Gesù alla scuola del Buddismo tibetano.

La filosofia classica afferma che la verità è “adaequatio rei et intellectus”, ossia l’armonia tra la cosa e il concetto prodotto su di essa dall’intelletto.

Se per il sig. Martin, così come per gli altri che sostengono l’utero in affitto, o in prestito o come vogliano chiamarlo, dell’IVF e da altre tecniche simili per avere dei figli a tutti i costi, il concetto di corpo umano non è quello di un “ricambi auto”, dove posso acquistare o noleggiare ricambi da utilizzare a piacimento nella mia auto, questa è un’altra cosa. Inoltre, neanche le parti di un “ricambio auto” possono essere utilizzate in modo capriccioso, poiché si rischia di fare danni, invece di riparare la propria auto.

Per l’antropologia cristiana anima e corpo formano un tutt’uno. Il corpo umano non è semplicemente un accozzaglia di pezzi uniti in qualche modo, ma è parte del mio “io”, che è spirito, anima e corpo, un tutt’uno. Per questo il rispetto dovuto all’essere umano ha a che vedere con la sua integrità, non solo con lo spirito, né solamente col corpo, ma ai tre in uno, posto che il mio “io” è tutto questo.

L’uso capriccioso dei nostri corpi o parti di essi viola la dignità umana. Non è possibile affittare o acquistare una persona o parte di una persona, proprio perché si tratta di una persona e non di una cosa. Per lo stesso motivo i bambini non dovrebbero nascere tramite  la fecondazione in vitro perché non abbiamo il diritto di avere figli, perché i bambini, proprio perché sono delle persone, non sono oggetto di diritti, ma soggetti. Volere essere un padre o una madre a tutti i costi, indipendentemente dai mezzi usati per esserlo, può finire per diventare una violazione della dignità dei bambini a cui si dice di amare così tanto. Quindi la verità è precisamente l’adeguatezza del mio concetto mentale a ciò che l’essere umano è realmente, non a quello che penso sia o voglio che sia secondo il mio capriccio o ideologia.

La Vergine Maria non “prestò” a Dio il suo corpo o il suo corpo; prima di tutto perché il corpo è un dono di Dio, in effetti non è nostro bensì suo, così come lo Spirito e l’anima. In secondo luogo, siccome non possiamo separare spirito, anima e corpo, Maria non prestò il suo ventre a Dio, ma si consegnò tutta a Lui: il suo spirito, l’anima e il corpo. E quando disse «Ecco la serva del Signore» si donò completamente a Dio, non per fare la sua volontà capricciosa, bensì per compiere la volontà salvifica di Dio. C’è grossa differenza tra questo e ciò che afferma il sig. Martin.

Maria non ha prestato il suo grembo a Dio, perché i prestiti sono per un tempo limitato, mentre lei ha dato tutta la sua vita, per sempre. Maria non prestò il suo grembo a Dio e poi diede suo Figlio a un’altra persona per allevarlo, come se fosse stata una cosa di cui poteva liberarsi, anche se l’avesse portata per nove mesi nel suo grembo, ma fosse stata una sua vera Madre; al punto che pur essendo suo figlio Dio e lei è una creatura, la chiamiamo – ed è veramente la Madre di Dio – non un’incubatrice di Dio, né tantomeno l’utero di Dio.

Nell’intervista il sig. Martin afferma: «Vorrei che i miei figli crescano vulnerabili e che vivano la realtà della vita umana». Maria ebbe cura del Figlio che portò in grembo, lo accompagnò nel suo percorso di crescita umana, non lo consegnò ad un uomo ricco e famoso affinché lo crescesse nel suo palazzo. Suo Figlio, per il mistero dell’Incarnazione, si fece veramente vulnerabile, si incarnò in un popolo semi-sconosciuto, nacque e visse in povertà e morì miserevolmente, assumendo così tutta la vulnerabilità e la realtà umana. In questo modo i giornalisti non sarebbero dovuti recarsi in un lussuoso palazzo per poterla intervistare.

Vivendo povero tra i poveri, Gesù e Maria, vissero indubbiamente le loro emozioni e quelle dei loro cari in modo reale e verace, senza aggiustare la verità alle loro emozioni e gusti, ma adeguandosi alla realtà che è al di là dei nostri limiti e capricci.

Noi cristiani, noi sì che abbiamo Maria su un piedistallo, un piedistallo offertole da Dio, non da lei né da noi. Offerto, non perché avrebbe offerto generosamente il suo utero, ma perché ha donato a Dio tutto il suo cuore e la sua esistenza per divenire, non l’incubatrice di Dio, ma la Madre del Figlio di Dio.

Possa Dio permettere che, riflettendo a partire dalla verità, con o senza pandemie, possiamo arrivare alla vera libertà.

Mons. Leonardo J. Rodríguez Jimenes

 

Già papà dei gemelli Valentino e Matteo (nati nel 2009) dal 2016 Ricky Martin ha una relazione con l’artista siriano (trapiantato in Svezia) Jwan Yosef. I due si sono conosciuti su Instagram e si sono uniti civilmente nel 2018. Nel 2018 Martin e Yosef hanno annunciato l’arrivo di Lucia e il 29 settembre del 2019, durante una gala dell’associazione Human Rights Campaign (la più grande associazione LGBT d’America) Martin ha annunciato l’arrivo della quarta figlia affermando pubblicamente: «siamo incinti».

A dire la verità nessuno dei due artisti è mai stato incinta: tutti e quattro i figli sono stati infatti ottenuti tramite la pratica dell’utero in affitto. Una pratica utilizzata e pagata a caro prezzo da molte altre star internazionali (in particolare omosessuali) come il calciatore Cristiano Ronaldo, i cantanti Miguel Bosé, Elton John e, per restare in Italia, Tiziano Ferro.

La coppia Martin-Yosef è diventata negli ultimi anni una delle coppie più seguite e influenti al mondo, convertendosi in una bandiera dei diritti e delle unioni omosessuali. Le foto dei loro bambini spopolano sui social, in particolare su Instagram dove Ricky Martin conta con una cifra straordinaria di followers: più di 14,5 milioni di utenti.

 




Tommaso Moro un santo per i nostri giorni

San Tommaso Moro

San Tommaso Moro

 

 

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

 

Oggi 22 giugno ricorre la memoria liturgia dei martiri John Fisher e Thomas More, giustiziati dal re Enrico VIII per lesa maestà, per non aver firmato gli atti del Parlamento coi quali il sovrano inglese dichiarava nullo il suo matrimonio con la regina Caterina d’Aragona e si auto-proclamava capo della chiesa anglicana, rompendo di fatto la comunione con la Chiesa di Roma. Il vescovo di Rochester fu decapitato il 22 giugno del 1535, Tommaso Moro il 6 luglio dello stesso anno.

Riportiamo alcuni brevi brani tratti dal libro Tommaso Moro. La luce della coscienza“, edito da Edizioni Studium e pubblicato a giugno del 2019 (prefazione del card. Robert Sarah. Postfazione di Elisabetta Sala). Il libro, ristampato in questi giorni, vuole contribuire alla riscoperta del santo martire inglese come una figura esemplare per i nostri giorni. Non a caso venne definito dall’amico Erasmo “un uomo per tutte le stagioni”. Leggendo il testo si potrà comprendere l’estrema attualità di questa figura che ha affascinato tanti cristiani e non cristiani lungo i secoli e che è ancora oggi capace di conquistare chi si accosta alla sua storia e al suo pensiero.

Riscoprire l’importanza di Moro come filosofo è un’altro dei motivi centrali del saggio che vuole rendere giustizia ad una figura spesso sconosciuta. Moro infatti è qualcosa più del “santo del buon umore” e molto di più dell’autore di Utopia.

 

San Tommaso Moro è un meraviglioso dono della Provvidenza ai responsabili politici e all’intera umanità. Egli è come un richiamo costante per ogni uomo degno di questo nome a rimanere vero, onesto, fedele a Dio e al discernimento intimo della propria coscienza…

Card. Robert Sarah, prefazione.

 

Moro filosofo

Sebbene Moro non ci abbia lasciato un trattato di filosofia né abbia compilato un compendio del suo pensiero filosofico (così come Socrate che preferì non scrivere trattati ma filosofare dialogando), le sue opere di diversa natura, fanno emergere un pensiero forte nel cui centro troviamo il primato della coscienza come motore del pensiero e dell’azione. (p. 40)

Moro e Socrate

Socrate e Moro, filosofi atipici e controcorrente, risultavano dunque delle figure scomode per il pensiero dominante della loro epoca tanto da attirarsi forti antipatie negli ambienti politici e nei circoli intellettuali ufficiali. Entrambi i filosofi hanno trovato la forza per denunciare la presenza di tendenze che minacciavano di allontanare il pensiero dalla verità sull’uomo, dalla giustizia e dai valori fondamentali della vita: le arguzie dei dialettici e dei sofisti, distraevano dal vero scopo della filosofia, snaturando la sua fondamentale missione di avvicinare alla conoscenza della verità e di offrire all’uomo le chiavi per una vita felice. (p. 48)

Moro e la libertà coscienza

Contrariamente alla tentazione di giustificare la propria autonomia morale nascondendosi dietro alla rivendicazione della propria libertà di coscienza, l’esperienza di Tommaso Moro dimostra che questa voce interiore esige una obbedienza ad una norma oggettiva superiore anche quando diviene una minaccia per la propria comodità o, addirittura, per la propria vita. (p. 17)

Moro e la santificazione dei laici

La vita di Moro è la perfetta testimonianza che una vita immersa negli affari “secolari”, dedita al lavoro, alla moglie e ai figli, non chiude le porte del paradiso ma, al contrario, diviene il cammino che porta verso la santità, un cammino forse più duro, più ostacolato, più ripido, ma che conduce alla meta richiesta dallo stesso Gesù: «Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro celeste». In Moro la famiglia diviene così «luogo teologico e spirituale privilegiato» per raggiungere la santità. (p. 164)

Moro e le donne (1)

Nel rapporto di Tommaso Moro con le donne troviamo, non solo un atteggiamento fuori dall’ordinario che anticipò di diversi secoli i moderni movimenti sociali e politici di emancipazione femminile, ma soprattutto un eccezionale esempio di amore al genere umano, che oltrepassa ogni tipo di barriera, anche quella sessuale. Secondo il teologo francese Louis Bouyer la particolare attenzione per le donne da parte di Moro fu espressione del suo amore all’umanità. (p. 174)

Moro e le donne (2)

Il rapporto che Tommaso Moro instaurò con le donne fu una novità assoluta in quel periodo. Fu raro infatti trovare comportamenti segnati da così grande rispetto, apertura mentale e basati sulla convinzione della piena uguaglianza tra uomo e donna, senza mai confondere i ruoli e le particolari sensibilità naturali di ogni sesso. Solo gli spiriti illuminati da quell’umanesimo cristiano rappresentato da Moro, Vives ed Erasmo (i più grandi pedagoghi dell’epoca), riuscirono ad anticipare in modo sorprendente il dibattito moderno che volgerà l’attenzione alla donna considerandola capace di occupare un ruolo importante all’interno della società e del dibattito culturale e di incarnare i valori della humanitas oltre quelli della pietas christiana. Neanche la Rivoluzione francese e l’Illuminismo riuscirono a valorizzare in modo così concreto la donna come lo fecero gli umanisti cristiani del primo Cinquecento. (p. 185)

Moro e l’educazione dei figli

Volle per i figli e per le figlie la migliore educazione intellettuale e spirituale e con grande successo riuscì ad attuare questa piccola utopia di una vita comunitaria felice, un’utopia domestica che rispecchiava gli ideali moreani di convivenza umana. I sei figli di Moro (quattro naturali, una acquisita e una adottata) ricevettero la stessa formazione culturale di ampissimo respiro: dalla filosofia latina e greca, alla teologia e astronomia, passando per la matematica e la logica. (pp. 180-181)

Moro e Utopia (1)

Nell’opera di Moro si rivela dunque quel desiderio, sentito come un’impellente esigenza, di purificazione della politica, della società e della stessa religione. L’Utopia appare dunque come un appello alle coscienze a mettere al centro della riflessione l’uomo-cittadino e a ricercare, nel rispetto del singolo, il bene comune. Ciò sarà possibile non con un’opera di riorganizzazione delle strutture ed infrastrutture sociali, non con una rivoluzione o sollevamento delle masse, ma con un lavoro di purificazione interiore che inciderà inevitabilmente sulla semplificazione delle strutture e dei programmi di governo. (p. 193)

Moro e Utopia (2)

Il ritorno alla purezza originaria è difatti ritorno all’innocenza delle origini, incarnata storicamente nella comunità apostolica e nel sistema monastico. Il programma ha come punti saldi la disciplina, la libertà di coscienza, l’obbedienza alle leggi e l’impegno per il bene comune, mentre esclude ogni tipo di dispotismo, avidità di denaro, desiderio di sopraffazione e di rivoluzione violenta. (p. 193)

Moro e Lutero

L’intento di Martin Lutero fu incentrato nella ricerca di un rinnovamento della teologia e delle strutture ecclesiastiche ma la sua opera portò anche a grandi stravolgimenti sociali e politici; in questo senso Tommaso Moro si presenta per alcuni aspetti come l’anti-Lutero, tanto sono distanti nella teoria e nella pratica i loro tentativi di riforma sociale e religiosa e tanto furono diversi i risultati ottenuti. Entrambi furono consapevoli della urgenza di un cambiamento, di un ritorno alla autenticità originaria del Vangelo e di un’esigenza di purificazione all’interno della Chiesa. Ma mentre Lutero con la sua propaganda antiromana riesce, non a rinnovare, ma a dividere la Chiesa e l’Europa stessa, Tommaso Moro muore martire per rimanere fedele a Roma, difendere l’unità religiosa sotto la guida del papa e la pace politica tra i principi cristiani. (p. 195)

 

Miguel Cuartero Samperi Libro su San Tommaso Moro

 




L’ultima canzone dei Jarabe de Paolo. Il testamento di Pau Donés

Pau Donés

Pau Donés

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

Tutto ciò che tu mi dai è molto di più di ciò che chiedo.  Tutto ciò che mi dai è ciò di cui ora ho bisogno.

Tutto ciò che tu mi dai non credo di meritarlo. Per tutto ciò che mi dai ti sarò per sempre grato.

Quindi grazie per esserci. Per la tua amicizia e la tua compagnia. Sei ciò che di meglio la vita mi abbia regalato.

Per tutto ciò che ho ricevuto, essere qui vale la pena. Grazie a te ho continuato a remare contro la corrente.

Per tutto ciò che ho ricevuto, ora so che non sono solo.

Ora ho te, amico mio, mio tesoro.

Quindi grazie per esserci. Per la tua amicizia e la tua compagnia. Sei ciò che di meglio la vita  mi abbia regalato.

Tutto ti darò, per la tua qualità, per la tua allegria.

Mi hai aiutato a riprendermi, a superarmi giorno per giorno.

Tutto ti darò, sei stato la mia migliore medicina.

Tutto ti darò, tutto ciò che chiederai.

Tutto ciò che mi dai, è molto di più di ciò che non ti ho mai chiesto.

Tutto ciò che mi dai, è molto di più di quello che ho meritato.

 


 

Con queste parole si è congedato dai suoi cari, dai fan e da questa vita il chitarrista e cantante Pau Donés, leader dei Jarabe de Palo, uno dei cantautori spagnoli più conosciuti degli ultimi 25 anni. Pau è morto il 9 giugno all’età di 53 anni a causa di un cancro al colon con cui combatteva dal 2015. A dare la notizia è la sua famiglia che ringrazia il personale medico mentre chiede “il massimo rispetto e intimità in questi tempi difficili”.

La notizia ha commosso molti fan, non soltanto in Spagna ma in tutto il mondo dove il cantante si era fatto conoscere grazie ai successi planetari come La Flaca, Depende, Grita, Agua e Bonito. Canzoni che hanno accompagnato e fatto sognare una generazione nel passaggio di millennio e nei primi anni del duemila.

Nel 2017, per i suoi 50 anni, ha dato alle stampe una raccolta di memorie “50 palos y no dejo de soñar”. Non una biografia, ha affermato, ma una conversazione intima. Perché “le biografie puzzano di morte”. Niente lamentele o malinconia perché “questo è un libro ottimista”, come la musica di Jarabe de Palo, come la filosofia che ha guidato la vita di Pau.

 

Manoscritto de “La flaca” (foto El Mundo)

Manoscritto de “La flaca” (foto El Mundo)

 

È proprio questo ottimismo che ha caratterizzato, non solo la musica, ma anche la parte più buia della vita di Pau Donés. Dall’annuncio della sua terribile malattia in un video in cui lui stesso incoraggiava e tranquillizzava il suo pubblico, alle numerose sessioni di chemioterapia che lo hanno consumato fino a renderlo irriconoscibile a chi lo ricordava in carne, con barba e capelli lunghi e incolti.

Una vita difficile, segnata dalla dislessia e dal suicidio della madre quando aveva quindici anni. Abbandonata la fede cristiana dei genitori si dichiara ateo, subisce il fascino del comunismo (“La flaca” nasce durante un viaggio a Cuba) e vive dissolutamente assaporando gli eccessi della droga e del sesso, come racconta nel suo libro. Ma Pau ha una marcia in più, il suo carattere forte e il suo umorismo lo fanno rialzare anche nei momenti più difficili. Nel 1996 trova il successo e da quel momento diventa un artista di fama internazionale vendendo milioni di dischi, ricevendo riconoscimenti e duettando coi migliori interpreti del mondo musicale. In Italia canta con l’amico Jovanotti, con Nicolò Fabi e coi Modà (“Come un pittore”).

Nell’agosto del 2015 accoglie con serietà ma con accettazione la sua malattia, senza nascondere al pubblico la sua situazione e la sua debolezza. Da quel momento capisce che deve “vivere il presente con urgenza”, con intensità, perché il futuro non esiste, non ci appartiene, “la vita è un regalo” e ha una scadenza. Non pensa costantemente alla malattia e alla morte ma accoglie il cancro come una occasione per fermarsi e concentrarsi sull’essenziale. Pensa a vivere il tempo ancora a disposizione, perché, come afferma nella sua ultima canzone, “essere qui vale la pena” e che tutto quello che si ha è più di quello che meritiamo. Certo, la paura della morte attanaglia tutti, ma certe volte – afferma Pau – abbiamo paura di vivere, mentre nella vita non bisogna avere paura.

L’umorismo con cui ha affrontato il cancro ha sollevato coloro che seguivano passo dopo passo l’iter della malattia (che lui chiama “granchio”). Come quando si è fatto fotografare in chemio col costume da bagno (perché chiamato di sorpresa mentre era al mare); come quando, dato per morto da un macabra fake news, ha risposto con un video per smentire le voci con una canzone (“non sanno quello che dicono…”), come quando affermava “pensavo che morire fosse più figo”. Pau, però, rifiuta ogni ipocrisia e respinge un titolo apparso su un giornale che, parlando di lui, afferma “Il cancro mi ha fatto felice”. Non è così, dice, «nessuno può essere felice di avere un cancro», che è «una gran rottura di cogl*i…».

Dopo due anni lontano dai palcoscenici, per dedicarsi alla famiglia e alla musica, nel 2017 è tornato a programmare concerti. Nel 2018 torna in Italia. «Il cancro non è mio nemico, non determina la mia vita», «ho subito messo le cose in chiaro: “Se vieni con me, allora tu devi fare la mia vita”».

Il suo ultimo singolo “Todo lo que tu me das” anticipa il decimo disco della band spagnola intitolato “Tragas o escupes” (inghiotti o sputa) che uscirà a settembre. Caricato due settimane fa sull’account ufficiale Youtube di Jarabe de Palo, il singolo ha totalizzato più di un milione di visite in una settimana e superato i cinque milioni di visualizzazioni nella seconda settimana. Il singolo è un inno di ringraziamento a tutti coloro che sono stati vicini al cantautore in questi tempi duri di malattia. In particolare alla figlia Sara, 16 anni, grande amore della sua vita. Una sorta di testamento spirituale che non fa che confermare l’atteggiamento di fiducia e di speranza con cui Pau ha affrontato la malattia.

Una nota di Pau Donés ha accompagnato il lancio del suo singolo: «Siamo abituati a venire ascoltati piuttosto che ascoltare. Ci piace molto chiedere e ricevere, molto di più che dare; e raramente diamo senza sperare nulla in cambio. Ultimamente a me è successo tutto il contrario: ho ricevuto molto senza chiedere né sperare nulla. Cose buone, molto buone: tenerezza, affetto, rispetto, amore, da gente che conoscevo e da persone che non conoscevo. Molti erano, come dice il mio amico Mikel Erentxun, “amici sconosciuti” che con le loro parole di conforto mi hanno fatto superare momenti difficili».

Così termina il suo libro: «Ho goduto della metà della mia vita e mi dispongo a vivere il poco tempo che mi rimane al massimo, senza mezze misure e fino a che il mio corpo abbia forza. E quando non ce la farà più… “Ciao, a presto, e nessuno ci toglierà ciò che abbiamo vissuto” (que nos quiten lo bailao).

Così ci lascia Pau Donés che nonostante le sofferenze e i dolori della vita, fino all’ultimo ha cantato che la vita vale la pena di essere vissuta con gratitudine e vitalità.

Di fronte a una grave malattia o a una grande sofferenza solo la fede o determinate doti caratteriali possono sostenere lo spirito di un uomo. Non risulta che Pau Donés avesse fede in Dio, non lo ha mai manifestato ed ha piuttosto ammesso il contrario, ma era dotato di una forza interiore che lo ha spinto a reagire e ad andare avanti fino all’ultimo momento della sua vita. Questo gli fa onore. Da credenti speriamo che Dio lo accolga benigno e gli mostri il suo volto, affinché possa conoscere la causa di tutto ciò che lui ha amato, l’origine dell’amore che ha cantato (in tutte le sue sfaccettature), colui che ha promesso di asciugare ogni lacrima. E che in cielo possa continuare la festa.

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fonte:  testa del serpente

 




Bollette e danni strutturali: dopo il Coronavirus è emergenza per benedettine di Montefiascone

«I monasteri di vita contemplativa si offrono come “oasi” nelle quali l’uomo, pellegrino sulla terra, può meglio attingere alle sorgenti dello Spirito e dissetarsi lungo il cammino. Questi luoghi, pertanto, apparentemente inutili, sono invece indispensabili, come i “polmoni” verdi di una città: fanno bene a tutti, anche a quanti non li frequentano e magari ne ignorano l’esistenza» (Benedetto XVI, Angelus 19 nov 2006)

 

ontefiascone monastero

 

Ho conosciuto la Comunità delle monache benedettine del SS. Sacramento di Montefiascone (Viterbo) circa dieci anni fa, quando mi recai con degli amici a visitare una carissima sorella appena entrata nel monastero San Pietro. In questi giorni, parlando con la Madre Priora, sono venuto a conoscenza della grave situazione economica che le madri stanno affrontando. Per questo col permesso delle monache, preoccupato per la situazione del loro stabile e con certezza dell’importanza spirituale (oltre che storica e artistica) di questa comunità, vorrei chiedere a tutti una mano affinché si possano realizzare le riparazioni più urgenti.

L’emergenza sanitaria da Coronavirus, e la quarantena a cui è stato sottoposto l’intero paese per circa due mesi, ha messo in ginocchio l’economia italiana. Molte aziende, grandi e piccole, sono in grave crisi, alcuni settori sono stati colpiti in maniera particolarmente forte. La pandemia non ha risparmiato neanche quelle comunità che da secoli sono il più efficace modello di gestione aziendale: i monasteri benedettini.

Nel centro storico di Montefiascone (VT), su un colle che si affaccia sul Lago di Bolsena, sorge il monastero San Pietro delle Monache Benedettine del Santissimo Sacramento.

Il monastero ha origini antichissime: fu fondato circa nel 600 dopo Cristo, è dunque un bene di grande valore storico, artistico e spirituale. Nel 1924, al carisma benedettino, si aggiunse quello eucaristico che ebbe origine in Francia ad opera di Madre Mectilde de Bar (1614-1698). Esso consiste nell’adorazione perpetua al Santissimo Sacramento, e alla riparazione delle offese che si commettono contro di esso.

Attualmente vivono tredici sorelle che hanno rinunciato al mondo, per dedicarsi alla vita monastica contemplativa, a beneficio della società di oggi, oltre all’ accoglienza dei pellegrini diretti a Roma. La fonte di reddito del monastero deriva dalla produzione artigianale di ostie per la comunione, confezioni di rosari e altri oggetti religiosi, dalla pensione di quattro monache anziane e dalle offerte dei pellegrini di passaggio nei mesi estivi.

In questo periodo, a causa del totale lock-down, il monastero si è visto cancellare tutte le prenotazioni dei gruppi che avrebbero dovuto ospitare nei prossimi mesi, fino a giugno. Di pellegrini neanche l’ombra e la mancanza di fedeli azzera gli ingressi per le vendite del materiale confezionato dalle madri. Il nutrimento per l’anima certamente non manca, a quello corporale contribuiscono il banco alimentare di Roma e la Protezione civile, le offerte di qualche privato (come quelle di un Pastore protestante che regolarmente fornisce frutta al monastero). Inoltre le monache hanno iniziato a coltivare l’orto piantando piante di verdura e insalata. Ma l’edificio ha i suoi costi, e oltre alle bollette da pagare, richiede degli interventi urgenti di tipo strutturale che non è più possibile procrastinare.

Dal 1992, l’edificio presenta dei problemi di progressivo deterioramento. Per mancanza di risorse economiche sono stati presi provvedimenti soltanto temporanei; tuttavia, i problemi più importanti non sono stati risolti.

Nel 2015, l’edificio ha iniziato a presentare notevoli crepe e fessure nei tre piani, della parte meridionale del Monastero. È chiaramente visibile, con il passare dei mesi e degli anni, che il problema diventa sempre più acuto, anche per le vibrazioni stradali intense, soprattutto nelle ore serali e del primo mattino, a causa dei veicoli pesanti.

I problemi strutturali dell’antico complesso attualmente non si possono più sottovalutare, come da perizia dei mesi scorsi, per cui il bisogno d’intervento è una questione di massima importanza. Si dovrebbe iniziare dal consolidamento delle fondamenta. Dal 2000, circa, sono stati richiesti servizi professionali a diversi ingegneri e architetti per lo studio e l’analisi del problema; questi professionisti hanno provveduto a informare la “Soprintendenza delle Belle Arti” e il Consiglio Comunale sulla gravità del problema, senza ricevere alcuna risposta o aiuto per risolverlo.

 

Ho voluto riassumere, con l’aiuto delle monache, la situazione del Monastero San Pietro per chiedere a tutti un contributo, un aiuto economico, finalizzato a risolvere i problemi più urgenti.

Così suor Maria, la Madre priora, vuole ringraziare anticipatamente tutti coloro che vorranno contribuire con una donazione: «Ci rivolgiamo a tutti voi, con fiducia e tanta fede in Dio, perché abbiamo visto che la sua misericordia non ci ha mai deluse. Ringraziamo e benediciamo Dio per la generosità che è nel vostro cuore nell’ aiutare i più bisognosi. Offriamo le nostre umili preghiere e chiediamo al Signore che conceda la sua benedizioni a voi e a tutti i vostri cari. Possa il Signore concedervi il centuplo».

 

Come aiutare il monastero:

 

Bollettino postale:

·        Conto corrente postale: 12380010

 

Bonifico

·        Nome della banca: CREDITO VALTELLINESE S.c.

·        IBAN:  IT76N0521673160000000001768

·        BIC:  BPCVIT2S

·        Intestato a: MONASTERO SAN PIETRO

 

·         IndirizzoVia Giuseppe Garibaldi, 31, 01027 Montefiascone VT

·         Telefono0761 826066   email: [email protected]

·         Sito ufficiale: http://www.monasterosanpietromontefiascone.com/

 

 

Montefiascone monastero

Montefiascone monastero

 




Messe proibite interrotte e cortei rossi. Confusione tra comici, preti, politici e partigiani.

Cristo fuori la chiesa a Brescello, il paese di Don Camillo

Cristo fuori la chiesa a Brescello, il paese di Don Camillo, come nel film.

 

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

Le notizie vanno ormai prese “con le pinze”. I giornalisti hanno lavorato sodo per distruggere quell’aura di infallibilità e di credibilità che sembrava caratterizzare il giornalismo. Oggi giorno “lo ha detto il giornale” ha un grado di verosimiglianza paragonabile a “l’ho ascoltato al bar”. E siccome i bar sono chiusi e i giornali, al contrario sono molto attivi, non ci resta che barcollare nel buio pesto del mondo dell’informazione italiana.

Detto questo, in questo tempo di pandemia da coronavirus tutto diventa più confuso e complicato, non solo a causa di una malattia che la scienza non riesce a curare o a prevenire, ma anche a causa di una gestione politica della situazione a dir poco caotica. La seconda dipende dalla prima ma sicuramente ai normali cittadini non riesce facile da capire cosa possono e cosa non possono fare. Si può andare a fare la spesa, ma non si può tornare a casa con una bottiglia di vino. Si può andare in farmacia, ma non accompagnati dalla moglie. Si può andare in chiesa ad accendere un cero ma non se inizia una Messa. Così il parroco può aprire la sua chiesa al pubblico ma dovrà chiuderla se vuole celebrare l’Eucaristia… 

Ed è proprio su questo argomento dell’interdizione della Messa (e di tutti gli altri sacramenti) da parte dello Stato italiano, col beneplacito (immediato) delle gerarchie ecclesiastiche, che si è scritto, polemizzato e discusso molto. Anche qui molta confusione. Un politico chiede di riabilitare la Messa a Pasqua. Un prete-social (popolare o populista) risponde saccente che “Le chiese sono chiuse”. Invece sono aperte. Un comico e presentatore invita i fedeli di tutta la nazione a “pregare in bagno”. Preti anziani escono in strada col santissimo, altri si barricano in canonica, altri si buttano su facebook a lanciare ricette culinarie, altri si cimentano in video-catechesi. Un altro giovanissimo prete-social afferma su Famiglia Cristiana che i preti col santissimo sui camioncini sono un flop e un errore da dimenticare… Vescovi che chiudono tutto in accordo col Papa. Papa che riapre tutto in disaccordo coi Vescovi. Fedeli che escono a prendere il ramo d’ulivo la Domenica delle Palme (perché in parrocchia lo danno, nel rispetto delle norme igienico-sanitarie e con l’aiuto di tre giovani volenterosi viceparroci) e altri fedeli che strillano gli incauti e disobbedienti “untori”, augurandosi che nessuno debba morire a causa di un rametto di ulivo benedetto…

Chi più ne ha, più ne metta. Una grande confusione che costringe a stare sul “chi va là” e a muoversi con cautela. Il buon senso (che non possiamo più chiamare “senso comune” perché sempre meno “comune”), potrebbe aiutare, ma alle norme corrispondono degli obblighi e per i disobbedienti sono previste sanzioni. 

Una misura restrittiva quella di interdire le Messe che, se non lede uno dei diritti costituzionali, quello relativo alla libertà di culto (e di fatto sembra che lo faccia), rimane per lo meno contraddittoria se comparata con le disposizioni previste per altri ambiti, luoghi o situazioni.

L’esempio della Messa feriale è la prova schiacciante dell’assurdità della norma che la impedisce. Quand’è l’ultima volta che siete stati a Messa durante un giorno lavorativo… un qualsiasi martedì mattina? Quante persone avete visto litigarsi un posto per non rimanere in piedi? Quante sedie sono state aggiunte dal sacrestano per supplire alla mancanza di posti a sedere? Quanta fila per entrare e quanto struscio per uscire? Dipenderà dalle parrocchie e dalle zone, ma forse la partecipazione di 10-15 valorosi fedeli sarebbe considerato un numero soddisfacente. Dunque molte meno di quante entrano contemporaneamente ogni giorno in  un supermercato, dalla mattina alla sera, con libertà di movimento tra scaffali e corsie.

E la domenica? Sì, la domenica forse la partecipazione andrebbe regolarizzata e scaglionata e un apposito servizio d’ordine dovrebbe provvedere alla distribuzione di mascherine e al rispetto della distanza di sicurezza (ricordiamo che in una Messa le persone non sono libere di deambulare per le navate ma sono costrette dal rito a assumere un massimo di tre posizioni rimanendo nello stesso posto: in piedi, seduti, in ginocchio. Dedicare tre metri quadrati ad ogni fedele, dunque, non è dunque una impresa folle).

Tuttavia, dicevamo, la prudenza è d’obbligo perché ad ogni infrazione certificata dalle autorità, corrisponde una sanzione.  Ciò che è successo a Gallignano (Cremona), dove i carabinieri hanno interrotto una Celebrazione Eucaristica alla quale assistevano dodici persone, parenti di defunti ai quali è stato negato un funerale (in una chiesa di 300 metri quadrati a 4 metri di distanza l’uno dall’altro), mostra il livello di assurdità raggiunto da questa faccenda. La vicenda non passerà agli annali per la nostra poca memoria e perché ciò che succede ai cristiani non fa notizia, come invece sarebbe successo se a subire il torto fosse stata un’altra minoranza. Se fosse capitato in una sinagoga, in una moschea o in un bar arcobaleno sarebbe stata istituita – dopo apposita discussione parlamentare –  una speciale giornata della memoria per il funesto evento. Ma dipende anche da chi c’è al comando. Ora al potere ci sono i buoni, i moderati, i giusti… Tutto ciò che decidono lo fanno per il popolo, per il bene; il loro giudizio è puro e il loro senso morale superiore; la loro onesta è provata, il loro pensiero è nobile e le loro politiche sono oneste. Interrompere la Messa irrompendo sull’altare, loro evidentemente possono farlo. Sono i rossi, i liberatori, i partigiani che oggi, 25 aprile, cantano “Bella Ciao” e “Portali via”.

La cosa non passerà alla storia. A contribuire a derubricare i fatti di Gallignano come un incidente di percorso ci ha già pensato la diocesi di Cremona che si è detta “dispiaciuta” per ciò che è successo. Non per l’incursione del carabiniere sull’altare, non per la multa di 680 euro al parroco, non per le multe a tutti e dodici i fedeli. La diocesi è dispiaciuta perché si è celebrata la Messa infrangendo le norme stabilite. Chiediamo perdono, non tornerà a succedere. Non un “mea culpa”, ma un “sua culpa”. Del parroco disobbediente(*).

Proprio oggi, forti del pieno sostegno dei compagni al governo, una cinquantina o forse un centinaio di persone affollavano una piazza per i festeggiamenti nazionali. Gioia e baldanza. Vasco e Guccini. Bandiera rossa, “portali via” e passa la paura. Gli assembramenti pericolosi  sono altri. Niente multe, niente notizia shock sui telegiornali o sui radiogiornali. Niente gogna mediatica per gli organizzatori. Niente sindaci “dispiaciuti”, niente “mea culpa”. Niente droni o carabinieri. Niente comici che invitano a festeggiare la liberazione in bagno…

In effetti, mentre a Pasqua non è stato concessa la celebrazione della Veglia Pasquale. Il Governo italiano ha concesso all’ANPI (Ass. Naz. Partigiani d’Italia) di celebrare la “liberazione”, purché lo si faccia “in forme compatibili con l’attuale situazione di emergenza”. Due pesi e due misure? Oppure i vertici dell’Anpi hanno mostrato più tenacia di quanta ne abbiano dimostrata i vescovi?

Un “mini corteo” minimizza Il Messaggero che aggiunge: “Salvini si infuria”. Ecco tutto risolto: Anche questa volta la colpa è di Salvini, il brutto fascista che – canta il vecchio Guccini – i nuovi partigiani devono portare via (assieme a Meloni che puntuale risponde: “Provateci alle urne se avete il coraggio”) . Tutto procede. Viva l’Italia.

 

 (*) La risposta del Parroco al suo Vescovo: “Prima di accusarmi, potevate ascoltarmi”. Così il parroco di Gallignano don Lino Viola ha risposto a mons. Napolioni. «Dopo il comunicato della Curia Vescovile, sento l’obbligo di fare chiarezza su quanto è accaduto. Purtroppo, e questo mi ha fatto male, la Curia Vescovile, senza minimamente interpellarmi, ha fatto pubblicare una nota in cui mi si accusa di non essermi attenuto alle prescrizioni civili e religiose. Piena sintonia con i miei superiori ai quali mi permetto di chiedere umilmente di ascoltare i propri sacerdoti prima di emettere sentenze che possono minare la tanto auspicata fraternità».

 




Perù. Cambio nella diocesi di El Callao, lascia il vescovo inviso alla Teologia della Liberazione.

S.E. Mons. José Luis del Palacio y Pérez-Medel

S.E. Mons. José Luis del Palacio y Pérez-Medel

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

La notizia è arrivata negli uffici del vescovo poche ore prima della Veglia Pasquale – momento liturgico più importante dell’anno liturgico per i fedeli cattolici di tutto il mondo – e in piena pandemia da Coronavirus, tempo di dolore e di incertezza per tutto il mondo. Papa Francesco ha nominato un nuovo vescovo dichiarando la diocesi di El Callao (Perù) “sede vacante”. Così è stato “deposto” il vescovo spagnolo, nato a Madrid nel 1950, mons. José Luis del Palacio che ha guidato la diocesi negli ultimi otto anni. Il Santo Padre ha nominato Amministratore Apostolico “sede vacante”, della Diocesi di Callao S.E. Mons. Robert Francis Prevost, O.S.A., Vescovo di Chiclayo.

La notizia è stata pubblicata ufficialmente il 15 di aprile sul bollettino della Santa Sede, nella sezione “Rinunce e nomine”, dove si legge «Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Callao (Perú), presentata da S.E. Mons. José Luis del Palacio y Pérez-Medel)». Tuttavia non sembra che il vescovo spagnolo abbia rinunciato di sua spontanea volontà alla guida della Diocesi peruviana. Lo stesso giorno l’arcivescovo ha pubblicato un video messaggio di congedo indicando che per volontà del Papa, «arriverà un nuovo vescovo che guiderà la diocesi».

«Obbedite a lui come avete obbedito a me. […] Ringrazio i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i due seminari della diocesi e per i trecento sacerdoti formati in questi anni, molti di loro in missione in varie parti del mondo […] Chiedo perdono per i miei peccati. Ho sempre preteso una cosa: che l’annuncio del Vangelo arrivi ai lontani, alla pecora perduta. La nostra missione è essere santi». Nel ringraziare le Caritas, presenti in tutte le parrocchie della Diocesi, ha affermato: «Il mio desiderio è che quando Dio mi chiami, o venga la seconda venuta di Gesù Cristo, mi trovi tra i poveri, seduto ai piedi dei poveri annunciando il Vangelo. […] Perdono tutti coloro che mi hanno offeso e diffamato...».

Nessun accenno, da parte del vescovo, ad una sua presunta “rinuncia” come viene invece riportato dal bollettino della Santa Sede. Dunque una decisione presa e imposta dall’alto, non certo la benevola accoglienza di una rinuncia volontaria.

Al momento non sono noti i motivi ufficiali che hanno provocato il repentino cambio di guardia alla guida della diocesi peruviana (e probabilmente non lo saranno in futuro). Assieme alla sorpresa per l’addio del vescovo, resta l’amarezza dei fedeli della diocesi di El Callao per una decisione inaspettata e incompresa. Basterebbe leggere i molti commenti al video di mons. Palacio pubblicato sui canali Youtube e Facebook della Diocesi per capire i sentimenti di smarrimento di molti fedeli, la gratitudine per questi anni di servizio alla diocesi e l’affetto che nutrivano verso il loro pastore.

La notizia è ribalzata su alcuni media spagnoli. “Papa Francesco fulmina il vescovo ‘kiko’ spagnolo del Callao”, titola Religión Digital; Il blog Infovaticana, che propone un completo profilo biografico di Del Palacio, scrive: «Colpito un eccellente vescovo. Cade senza un rapporto canonico, senza difesa, senza udienza col Papa, ma solo con le insidie della parte peggiore di quella chiesa»; mentre Religión en Libertad racconta che «qualche momento prima della Vigilia, gli è stato intimato di rinunciare alla Diocesi».

Mons. José Luis del Palacio era stato nominato Vescovo della diocesi di El Callao il 12 dicembre del 2011 (festa della Madonna di Guadalupe) da papa Benedetto XVI dopo ben 35 anni di missione in Perù come sacerdote responsabile del Cammino Neocatecumenale del paese sudamericano. Ed è proprio il suo legame col Cammino Neocatecumenale che sembra essere tra i principali motivi che hanno provocato la fulminea deposizione del vescovo. Da diversi anni un gruppo di sacerdoti diocesani è entrato in aperta polemica contro il vescovo e contro il Cammino Neocatecumenale, con continue lamentele e pesanti accuse (anche a mezzo di interviste pubblicate su giornali e telegiornali) contro la persona del vescovo e contro i fedeli del Cammino.

Si tratta di sacerdoti progressisti, legati alla Teologia della Liberazione (nata proprio in Perù e oggi meglio conosciuta come Teología del Pueblo). Preti “di strada”, esponenti di una teologia indigena basata sull’assioma della “opción preferencial” per i poveri, che hanno mal digerito la nomina di un vescovo spagnolo (dunque straniero e colonizzatore!) e per lo più alla guida di un movimento (nato in Spagna!) che poco ha da spartire con l’assistenzialismo materiale e l’opzione preferenziale per una o un’altra classe sociale. Nel suo piano pastorale, mons. Del Palacio ha messo al primo posto non l’elemosina ma l’annuncio del Kerygma, la nuova evangelizzazione; senza però dimenticare la promozione sociale e l’educazione dei più poveri, come testimoniano le numerose opere sociali messe in atto in questi anni: il sostegno e il proliferare delle caritas parrocchiali, la creazione di scuole e centri di formazione per giovani e adulti, il lavoro di alfabetizzazione (in una regione con un altissimo grado di analfabetismo) e l’impegno pastorale nelle carceri. In varie occasioni ha parlato di una pastorale basata sul tripode: “vocaciones, educación y caritas”. In una recente intervista rilasciata a Religion en Libertad, il Del Palacio sintetizzava così il suo “motto” pastorale: «educazione ed evangelizzazione».

Per non parlare delle vocazioni diocesane e religiose. Due seminari diocesani, una Facoltà di Teologia di alto livello accademico, cresciuta e affermatasi in questi ultimi anni, molti sacerdoti attivi in diocesi ma anche in missione all’estero, un incremento vertiginoso delle vocazioni monastiche femminili.

I molti “successi” pastorali ottenuti da Del Palacio evidenziati in questi dieci anni di governo gli hanno fatto guadagnare l’affetto e l’apprezzamento dei suoi fedeli, nonostante il suo carattere difficile e il suo parlare chiaro e diretto. Ma il vescovo spagnolo ha visto progressivamente oscurata la sua posizione all’interno dell’episcopato peruviano dal gennaio del 2019, quando papa Francesco ha nominato vescovo di Lima e primate del Perù il teologo Carlos Castillo Mattasoglio, allievo di Gustavo Gutierrez, padre della Teologia della Liberazione.

La nomina di Castillo al posto del cardinale Juan Luis Cipriani (che dopo aver guidato l’archidiocesi per due decenni, è stato sostituito “con insolita rapidità” non appena compiuti i 75 anni) fu definita dal giornalista Austen Ivereigh, biografo di Bergoglio, come un “terremoto ecclesiale”. In effetti il repentino passaggio da un Primate legato all’Opus Dei (accusato pesantemente di “tradizionalismo”, di sostenere movimenti di destra e di fomentare il disprezzo per i poveri) ad un altro, figlio prediletto della Teologia della Liberazione ha rappresentato una scossa significativa all’interno dell’episcopato peruviano. Inoltre fu proprio il card. Cipriani a togliere la cattedra al prof. Castillo, sospendendolo dall’insegnamento della teologia per relegarlo al ruolo di “semplice parroco” (F. Strazzari, su SettimanaNews). Una svolta epocale salutata con grande entusiasmo dal cardinale gesuita Pedro Barreto, vescovo di Huancayo e vicepresidente della Conferenza Episcopale del Perù, che ha partecipato al Sinodo per l’Amazzonia. Barreto ha definito la nomina di Castillo come un passo decisivo per raggiungere «la Chiesa che tutti sogniamo, povera coi poveri…». Mons. Castillo predica il ritorno urgente all’opzione preferenziale per i poveri e alle comunità di base: la TdL rielaborata nel suo libro “Teologia della Rigenerazione”.

È evidente che in questo clima effervescente, di revival liberazionista anni settanta, José Luis del Palacio è diventato un vescovo scomodo, perché non allineato ai temi ora prioritari per i vescovi del Perù: il riscatto sociale dei poveri, la lotta al consumismo, la difesa del clima e della biodiversità, la lotta per una chiesa più democratica e meno gerarchica.

Resta da sottolineare che il nuovo Amministratore Apostolico nominato a El Callao – Mons. Robert Francis Prevost – è il secondo vicepresidente della Conferenza Episcopale peruviana, guidata dal vescovo di Trujillo, mons. Miguel Cabrejos, attuale presidente del Celam. Vice presidente è il cardinale gesuita Pedro Barreto. Tutti vescovi arroccati su posizioni progressiste, che contano con l’appoggio del Santo Padre e che utilizzano il loro potere per dettare legge all’interno della Conferenza Episcopale, nonostante abbiano nelle loro diocesi numerosi problemi, ad esempio, nel presbiterio tra preti sposati/conviventi e aspiranti a cariche politiche (problema ricorrente nella regione, frutto di una formazione teologica impregnata di ideologia maxista).

A quanto pare resta solo un vescovo non allineato alle gerarchie locali: il vescovo di Arequipa, mons. Javier del Rio, anche lui appartenente al Cammino Neocatecumenale. Qualcuno crede – ed è facile sospettarlo – che sarà proprio lui la prossima vittima di una revolución che neanche il Covid-19 riesce a frenare.

È triste prendere atto che chi spinge l’acceleratore per una “democratizzazione” della Chiesa Cattolica, utilizzi proprio il potere (tanto criticato) per mettere in moto i processi di riforma e non disdegni di far ricorso alla gerarchia (altre volte così vituperata) per rimuovere gli ostacoli che impediscono il trionfo della revolución. Una Chiesa degli ultimi, dei poveri, dei semplici, “del pueblo” che tuttavia evita volentieri di consultare el pueblo quando questo appoggia e sostiene un pastore che è necessario ed urgente mettere da parte.

 

Intervista a J.L. del Palacio pubblicata in Spagna nel 2019 da Religión en Libertad e tradotta in italiano sul blog Testa del Serpente

 

L’articolo è stato pubblicato anche blog Testa del Serpente




“La ritirata dell’uomo e della Chiesa dai luoghi era già avvenuta, il coronavirus l’ha solo esplicitata”

Minacciati nella carne dal coronavirus, come San Tommaso sentiamo il bisogno di toccare con mano la carne di Cristo Risorto. A causa della pandemia vediamo spostarsi pericolosamente il peso della realtà sulla dimensione spirituale a discapito di quella materiale e corporea. È urgente che la Chiesa rioccupi il suo luogo e ripopoli gli spazi abbandonati. Da tempo una Chiesa in ritirata dalla scena pubblica ha smesso di occupare spazi e ora col Corona virus, lo stop alle Messe e la digitalizzazione della realtà sacramentale corre il serio pericolo di schiacciarsi su una vaga forma di spiritualità che facilmente può tramutarsi in mera virtualità.

Ricevo questo articolo da un amico, giovane professore di religione che ha studiato teologia nella facoltà spagnola di San Damaso (Madrid).  Una interessante riflessione sui tempi che stiamo vivendo e sui rischi di una Chiesa in ritirata, chiusa in una spiritualità fatta di sacramentalità digitalizzata e comunità in streaming…

 

Messa in diretta streaming

 

Pubblico questo articolo proprio nel giorno in cui nel Vangelo di Giovanni Gesù dice a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!».

Proprio ieri mattina il Papa aveva messo in guardia dal pericolo di una fede gnostica. Senza entrare nel dibattito specializzato, proprio degli addetti ai lavori (i teologi), quando ci si riferisce alla gnosi si vuole in qualche modo sottolineare la dimensione spirituale in detrimento di quella corporale. Si pensa a una pienezza dell’umano e del suo fine riconducibile solo alla sua “anima”. Un teologo antico però, e tanti altri con lui, al riguardo aveva idee del tutto distinte e diceva: “Caro cardo salutis” (la carne è il cardine della salvezza).

Questi che potrebbero sembrare semplici accenti su alcune questioni marginali, sono la chiave di volta per la comprensione della realtà e quindi dell’uomo. Quando è in gioco la comprensione del tutto, la ricerca della verità diventa una vera e propria battaglia per trovare il senso delle cose e quindi della “mia vita”, in questa continua oscillazione tra il particolare e l’universale propria dell’uomo. Questa battaglia ha spinto, anche nell’ambito cattolico, alla ricerca di qualcosa di essenziale che contraddistinguesse la propria fede dal resto. Non per allontanarsi dagli altri, ma per cercare l’identità più profonda da offrire all’altro come il vero punto di incontro, senza “accessori” che sviassero l’attenzione da quello che era il cuore della questione, appunto: l’incontro.

Ma nel fondo in gioco non c’era solo la fede cattolica, ma una vera e propria visione dell’uomo. Si cercava una visione antropologica che desse ragione di tutte le dimensioni della persona viste nella loro totalità e unità sostanziale e non semplicemente una visione che sommasse le varie realtà affiancandole l’una all’altra.

In campo teologico questa essenza può essere ritrovata nella comprensione sacramentale del creato e quindi, eminentemente, dell’uomo. La Chiesa che sceglie come sua via l’uomo (cfr. RH), si definisce proprio attraverso questo suo farsi portatrice di questo elemento essenziale. La Chiesa si propone come luogo da abitare, e si presenta come spazio capace di generare la persona, alimentando tutte le sue dimensioni.

E’ necessario sgombrare subito sgombrare il campo da un’identificazione tanto facile quanto letale tra sacramentalità e sacramentalismo come ha fatto notare in maniera approfondita il teologo K.H. Menke. Tra i due termini nonostante la notevole assonanza c’è una differenza significativa. Già, perché è proprio nella relazione tra significante e significato che si gioca tutta la partita e quindi la compressione della fede, della Chiesa e dell’uomo credente agli albori del cattolicesimo, come d’altronde oggi, nel 2020.

L’idea della sacramentalità ci mette in contatto con lo spazio. Uno spazio compreso non come pura materialità, ma come luogo. Il luogo che abita la persona, potremmo dire il luogo che è la condizione di possibilità dell’abitare stesso, non è altro se non il  proprio corpo. Tutti gli altri luoghi e tutti gli altri modi di abitare incontrano nella relazione persona-corpo il riferimento imprescindibile. Per questo appare evidente che tutte le idee che creano una spaccatura, ovvero una dicotomia tra la persona e il suo corpo potremmo definirle antisacramentali. Tutto quelle filosofie che riducono il corpo a una semplice possessione sono antitetiche a una visione integrale sull’uomo.

Alcuni autori antichi comprendevano la persona come “microcosmo”, proprio perché nella persona avveniva una sintesi di tutti i livelli della realtà, riassunti nella dimensione spirituale e materiale. Questa idea ci “connette” subito con il sostanziale bisogno della persona umana di abitare un luogo fisico. La persona umana per essere raggiunta deve essere incontrata in un luogo, deve essere toccata nel corpo. Non è per caso questo il significato dell’incarnazione? L’epifania definitiva del Padre, la sua immagine sostanziale (eikon tou theou Col 1,15). Dio che si fa carne, non per superare la carne ma per trasfigurarla in modo da aprirgli la possibilità da accogliere perfettamente le mozioni dello Spirito.

Queste poche linee spero possano convincerci dell’importanza della carne. Purtroppo oggi a causa dell’ “emergenza” coronavirus vediamo spostarsi pericolosamente  il peso della realtà sulla dimensione spirituale. Questioni tutt’altro che chiuse nella riflessione teologica diventano la prassi pastorale, vedi per esempio la pubblicizzazione della comunione spirituale con tutti i problemi che comporta, e che erano stati sotto i riflettori per un breve lasso di tempo. Di nuovo ci ritroviamo a rincorrere i fatti. Cosa è successo?

Questa “emergenza” sembra averci chiuso gli occhi su parecchie cose. Sembra che nel sentire cattolico, gerarchia e popolo santo (inutile e poco produttivo fare distinzioni anche se le missioni specifiche di ognuno determinano anche la distinzione nell’agire), si siano assuefatti, si stiano sentendo comodi in questa digitalizzazione della realtà sacramentale. Si moltiplicano i canali e gli strumenti per le celebrazioni, le catechesi, gli incontri come se avessimo ammesso inconsciamente che tutto è negoziabile meno la salute.

Credo che questa semplice circostanza (scusate il termine non vorrei offendere la sensibilità di nessuno), per quanto grave, non abbia il potere di traviare in cosi poco tempo le coscienze delle persone. Allora ci potremmo chiedere come si è arrivati a poter barattare in cosi poco tempo la sacramentalità della Chiesa, quindi la sua essenza più profonda in favore di una non ben chiara comunione spirituale?

Vorrei che la mia seguente riflessione venga presa con le dovute precauzioni, non vuole essere un giudizio ne tanto meno un accusa, ma credo che qualcosa vada ripensato, seguendo il parere di autorevoli teologi e non certamente il mio. Credo che il criterio ermeneutico proposto dal Papa, “il tempo è superiore allo spazio”, criterio usato con chiare motivazioni riscontrabili nella lotta, certamente importante, contro il clericalismo e ogni forma di abuso di potere, oggi non possa più essere sostenuto. Tutte quelle tesi che ci obbligano a una quantità di chiarimenti per essere sostenute e non fraintese, quanto meno dovrebbero indurci a ripensare una possibile formulazione delle stesse. A mio parere uno di questi casi è il criterio proposto nella Evangeli Gaudium G 222. Credo che oggi il pericolo che corriamo è molto più grave del clericalismo. Viene messa costantemente in discussione, o viene ritenuta non rilevante, non solo una determina visione di Chiesa, ma una determinata visione dell’uomo.

Col pretesto della superiorità del tempo, la Chiesa è in ritirata dalla scena pubblica, si colloca tra le distinte forze spirituali che in modo più o meno anonimo e in modo più o meno efficace spingono il mondo verso il “progresso”. Si potrà obbiettare che la Chiesa è molto presente nella scena pubblica, ma si sarebbe perso di vista, nuovamente, la modalità della sua presenza. Quindi la domanda potrebbe essere, la Chiesa è oggi presente nella scena pubblica attraverso quello che la definisce, e quindi presenta al mondo ciò che la caratterizza essenzialmente?

Mi sembra di no, ed oggi in un batter d’occhio assistiamo a una fuga dai luoghi dove incontrare le persone, assistiamo ad una assenza “ingombrante” della Chiesa. Abbiamo smesso di incontrare le persone in quel luogo che appartiene ad ognuno: il proprio corpo. E senza toccare il corpo, non possiamo toccare il cuore delle persone, organo di frontiera proprio perché simbolicamente (che non è il contrario di realmente) rappresenta sia ciò che vi è di più spirituale, sia ciò che è “pesantemente” carnale.

Stiamo vivendo nell’illusione che la vita ecclesiale si relazioni con una vaga idea di spirito, “uno stesso sentire” non esplicitamente chiarito. E se al contrario questo “sentire” si riferisse a uno stesso toccare, uno stesso sentire tra le miei mani il Corpo di Cristo, che mi unisce al fratello, al compagno (cum-panis), e mi apre a una relazione originaria insostituibile, all’incontro, quello sì, nel quale mi gioco la totalità della vita.

Credevamo che il mondo avesse occupato tutti i luoghi, e ancora una volta il coronavirus ci ha mostrato che quello che si cerca e proprio la demonizzazione dello spazio, della prossimità, del luogo. La ritirata dell’uomo e della Chiesa dai luoghi già era avvenuta, il coronavirus l’ha solo esplicitata. E’ tempo di aprire gli occhi per scoprire che non ci sono luoghi (I “non luoghi” di Marc Auge) e la Chiesa è chiamata in prima linea in questa, che è la vera guerra, a creare luoghi dove si possa generare la persona, e avendola generato possa poi generare un sentire e una coscienza pienamente ecclesiale e cristiana. Questa generazione, pero, avviene solamente attraverso la vita sacramentale nella quale veniamo inseriti fisicamente nel corpo di Cristo, partecipiamo delle sue relazioni e diveniamo sue membra.

Penso che tutta questa crisi ci obblighi a ripensare l’assioma proposto dal Papa, e riformularlo nella seguente maniera “lo spazio è superiore al tempo”. Questo spazio è stato aperto dalla Croce di Cristo, affinché “siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio”. Il luogo non è maledetto, non è fonte di morte, ma di vita, quella vera che non finisce e vince anche il coronavirus.

Ripopoliamo i luoghi, creiamone di nuovi, con prudenza certamente, ma sapendo che lì nel luogo si gioca la nostra identità di uomini e la nostra identità di credenti. È proprio lì, in quella carne che si può ammalare che si gioca tutto. È in quella carne che veniamo salvati, ovvero esprimiamo la pienezza della nostra umanità così come l’ha pensata il Padre guardando al Figlio. Quindi non lasciamo che questa carne venga toccata solo dal virus, lasciamo che la tocchi Cristo nei suoi sacramenti e il fratello nel suo abbraccio, o, al momento almeno, con la sua presenza fisica seppure a una “panca” di distanza.

 

 

(Il presente articolo è stato pubblicato anche su testadelserpente)

 




Negazionismo sessuale e confusione culturale. Sul Wall Street Journal parlano due scienziati: “Negare il sesso biologico? Una sciocchezza antiscientifica fuori dalla realtà”.

sesso biologico LGBT

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

Il tempo della gentilezza e della cortesia, degli ammiccamenti e delle aperture politicamente corrette è terminato: il sesso umano è binario e la scienza non può negarlo senza tradire se stessa. Lo dice la realtà delle cose e lo conferma la biologia. Sul Wall Street Journal del 13 marzo 2020, un articolo di Colin Wright, biologo dell’Università Statale della Pennsylvania e della collega Emma Hilton, dell’Università di Manchester, definisce antiscientifico negare la dimensione binaria della sessualità umana (The Dangerous Denial of Sex, WSJ feb 13, 2020)  .

Gli Autori sostengono che l’esistenza di soli due sessi, maschile e femminile, sia un dato scientifico incontrovertibile e che l’ideologia transessuale – che definisce la dimensione binaria un “costrutto sociale” mentre postula l’esistenza di una sessualità non-binaria e di una molteplicità di generi intersessuali – non è altro che una “teoria accademicamente eccentrica” e scientificamente insostenibile. «Vediamo crescere sempre più una tendenza pericolosa e antiscientifica verso la totale negazione del sesso biologico…».

Eppure a sostegno di queste posizioni, non supportate dalla comunità scientifica, è in moto una massiccia campagna mediatica globale, sponsorizzata da organizzazioni internazionali col sostegno della maggior parte dei governi in tutto il mondo. ONU, OMS, ma anche molte altre sigle internazionali, come UNFPA, UNHCR, UNICEF, UNODC, UNESCO, UN WOMEN, hanno più volte esplicitato il loro sostegno ai cosiddetti movimenti LGBTQ+ e alle loro teorie sulla sessualità umana. Un movimento culturale che prevede finanche l’adattamento e l’adeguamento del linguaggio e che invade, non solo i media, ma anche i programmi educativi di molti paese, in particolare di quelli in via di sviluppo. È ciò che papa Francesco ha più volte chiamato una vera e propria “colonizzazione ideologica” messa in atto su scala globale.

Secondo questa ideologia «le categorie maschili e femminili esistono su uno “spettro” e quindi non sono altro che “costrutti sociali”». In questa prospettiva «Se maschio e femmina sono semplicemente raggruppamenti arbitrari, ne consegue che tutti, indipendentemente dalla genetica o dall’anatomia, dovrebbero essere liberi di scegliere di identificarsi come maschi o femmine o di rifiutare il sesso interamente a favore di una nuova “identità di genere” su misura». Per Wright e Hilton affermare che questo tipo di ragionamento «è privo di basi nella realtà sarebbe solo un eclatante eufemismo. È falso sotto qualsiasi punto di vista possibile».

Dal punto di vista scientifico «nell’essere umano, l’anatomia riproduttiva è inequivocabilmente maschio o femmina alla nascita più del 99,98% delle volte. La funzione evolutiva di queste due anatomie è di aiutare la riproduzione attraverso la fusione di sperma e ovuli. Non esiste un terzo tipo di cellula sessuale nell’uomo, e quindi non esiste uno “spettro” sessuale o sessi aggiuntivi oltre al maschio e alla femmina. Il sesso è binario» mentre «gli individui intersessuali sono estremamente rari e non sono né un terzo sesso né la prova che il sesso sia uno “spettro” o un “costrutto sociale”».

La negazione del sesso biologico, in favore di una “identità di genere” soggettiva, minaccia inoltre i diritti delle donne e degli omosessuali. Infatti «negare la realtà del sesso biologico e soppiantarla con “identità di genere” soggettiva» oltre ad essere «una teoria accademica eccentrica» desta «gravi preoccupazioni in materia di diritti umani per i gruppi vulnerabili, tra cui donne, omosessuali e bambini».

Da una parte le donne hanno bisogno di riconoscimento e protezione da parte della società (basti pensare alle competizioni sportive di categoria). Dall’altra persino il processo di “normalizzazione” dell’omosessualità potrebbe inciampare per colpa delle teorie gender «poiché l’attrazione per lo stesso sesso non ha senso senza la distinzione tra i sessi».

La diffusione di questa fake-news, concludono gli Autori, secondo cui il sesso è radicato nella identità soggettiva, crea una “confusione culturale” che minaccia le fasce più vulnerabili della popolazione: i bambini, vittime di una falsa ideologia secondo cui l’identità avrebbe più valore della biologia e valorizzerebbe il primato del sentimento personale sulla realtà sessuale. «Le persone più vulnerabili al negazionismo sessuale sono i bambini. Quando viene loro insegnato che il sesso è fondato sull’identità anziché sulla biologia, le categorie sessuali possono facilmente confondersi con stereotipi regressivi di mascolinità e femminilità […]. L’ascesa drammatica di adolescenti “disforici di genere” – in particolare le ragazze giovani – nelle cliniche probabilmente riflette questa nuova confusione culturale».

Infine l’appello alla comunità scientifica: i medici devono difendere la realtà empirica del sesso biologico, se non lo fanno stanno tradendo la comunità scientifica. «Il tempo della cortesia su questo tema è finito. […] Quando le autorevoli istituzioni scientifiche ignorano o negano il fatto empirico in nome di un presunto costrutto sociale, è un grande tradimento per la comunità scientifica che rappresentano. Mina la fiducia del pubblico nella scienza ed è pericolosamente dannoso per i più vulnerabili».

Ciò che la Chiesa ripete da diversi anni, è ora affermato da due scienziati in uno dei giornali finanziari più autorevoli del mondo e quotidiano di maggior diffusione degli Stati Uniti d’America (con una tiratura di circa due milioni di copie al giorno in tutto il mondo). Ma se le posizioni espresse, ad esempio, da professori come Dale O’Laeary, Marguerite Peeters, Gabriele Kuby o Tony Anatrella, sono state considerate frutto di un pregiudizio bigotto e di una forma di intolleranza conservatrice, ora sono due biologhi e docenti universitari a sconfessare le fantasiose teorie dello spettro sessuale che molti vorrebbero spacciare per scienza e imporre come verità inconfutabile.

 

Il dottor Wright è un biologo evoluzionista della Penn State (in Pennsylvania).

La dottoressa Hilton è una biologa dello sviluppo presso l’Università di Manchester.

 

 

 

 

 

 




L’appello dei pediatri e degli psicologi: “Un’ora d’aria per i bambini”. Lo stato “concede” il giro del palazzo.

Genitori stressati

 

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

L’Italia non è un paese per i bambini. Lo sappiamo, la popolazione del nostro paese è anziana, l’età media si eleva di anno in anno, la crescita demografica è ai minimi storici e l’Italia è uno dei paesi col tasso di natalità più basso al mondo. Secondo gli ultimi dati Istat nel 2018 sono nati 439.747 bambini, «oltre 18 mila in meno rispetto all’anno precedente e quasi 140 mila in meno nel confronto con il 2008» con un tasso di fecondità pari a 1,29 figli per donna. Sono dati allarmanti che portano ad aumento esponenziale del divario tra nascite e decessi: per 100 persone decedute nascono soltanto 67 bambini (nel 2008 erano 96). L’Italia non è un paese per bambini, eppure ne ospita 5 milioni sotto i 10 anni (8 milioni da 0 a 15 anni).

Se da una parte il virus COVID-19 colpisce in gran parte gli adulti, e soprattutto gli anziani, ai bambini non resta che rimanere rinchiusi in casa per evitare di ammalarsi e di trasmettere il virus. La chiusura delle scuole decretata a inizio marzo sembrava l’inizio di una vacanza anticipata; ma dopo il Dpcm dell’11 marzo che ha esteso le restrizioni previste per la “zona rossa” a tutto il paese chiudendo di fatto le famiglie nelle proprie abitazioni, 8 milioni di bambini sono stati costretti a rimanere a casa per diverse settimane. Una misura che di certo protegge i nostri figli dal contagio ma che, a lungo andare, diventa pesante e difficilmente sostenibile per tutta la famiglia e dannosa per i più piccoli.

Non si tratta qui di voler evitare ai bambini il sacrificio della quarantena. Sarà certo un buon insegnamento per molti di loro, iper protetti da ogni sorta di sacrificio o sofferenza, rinunciare alle uscite, ai divertimenti, a tante cose “normali”. Si tratta bensì di guardare al loro bene e di prendersi cura anche di loro in questo momento drammatico per tutti sapendo che spesso i bambini sanno adattarsi con più facilità al cambiamento rispetto agli adulti. Come afferma la prof. Susanna Mantovani, docente di pedagogia generale alla Bicocca di Milano: «I bambini sono fortissimi. Se al loro fianco hanno adulti sereni che non generano ansia ce la possono fare». Ma qualcosa di più si doveva comunque pensare e fare.

C’è da tener conto che le scuole sono state chiuse all’improvviso: senza nessun preavviso i bambini hanno smesso di frequentare le lezioni senza neanche la possibilità di salutare compagni e maestri. Specialmente i più piccolini avranno sofferto emotivamente lo “strappo” improvviso, dopo che da settembre, giorno per giorno, si erano iniziati ad abituare alla classe, alle relazioni coi compagni, con le attività didattiche e con le proprie maestre. Eppure, nonostante l’impegno e le lodevoli iniziative di molti educatori ed educatrici, sono molte le maestre della scuola dell’infanzia che da un mese non si fanno vedere né sentire (tramite le tecnologie che conosciamo, s’intende) dai loro bambini, perché non è loro dovuto né richiesto.

Si guadagna nel rapporto coi genitori, troppo spesso difficile, intermittente o del tutto assente. Ma di fronte a questa anomala situazione non è difficile immaginare le problematiche che un bambino è costretto a soffrire nel rimanere tutto il giorno a casa per un mese, con la prospettiva di continuare a rimanerci ancora per diverse settimane. I più grandicelli (preadolescenti e adolescenti, frequentanti le scuole elementari e medie) hanno sì un gran da fare coi compiti e le lezioni, che per alcuni non si sono mai interrotte, ma proprio per questo sentono il bisogno di staccare, di distrarsi, di rilassare la vista e il corpo, di respirare e di guardare il cielo, magari di dare due calci al pallone… proprio in un momento cruciale per la loro crescita e il loro sviluppo fisico ed emotivo.

Ho tre figli piccoli (sotto i sei anni) e posso dunque parlare di (e per) loro. I piccolini non avranno forse compiti o attività di didattiche da affrontare, ma passare dodici o tredici ore della giornata tra le mura domestiche per 30, 40 o 60 giorni di fila senza la possibilità di cambiare aria o attività, senza una routine che scandisca i tempi e le attività non è certo facile… E hai voglia a spiegare ai bambini che “fuori c’è il coronavirus” (perché non posso dire ai miei figli di 4 e 6 anni che fuori c’è il malvagio troll Gunmar o la Strega Morgana pronti ad istaurare la “morte eterna” in città. Cit. “Trollhunters”). I piccoli giocano, poi giocano ancora, poi corrono e spesso si azzuffano. Avendo perso le consuete abitudini, gli orari scanditi dalla frequenza della scuola, di eventuali attività pomeridiane, dei piccoli ma significativi rituali domestici quotidiani. E va bene farli aiutare in cucina, mettere regole, aiutarli a fare lavoretti… tutte iniziative che faticosamente molti genitori cercano di mettere in pratica… ma non tutti possono, non tutti ne hanno la capacità (provate a far fare un lavoretto a tre bambini di età e capacità diverse allo stesso tempo), la pazienza e (è così) la voglia…

Poi ci sono i figli unici – una grandissima parte delle famiglie italiane – che non hanno con chi azzuffarsi, se non coi genitori; al contrario ci sono le famiglie numerose, dove far convivere le esigenze di molti bambini di diverse fasce d’età richiede una buona organizzazione e una buona dose di pazienza e comprensione reciproca; ci sono le case troppo piccole – la maggior parte, soprattutto per le famiglie numerose – dove non è possibile correre o spaziare in libertà o ritirarsi in una camera libera; ci sono le situazioni familiari disagiate economicamente; le situazioni dove l’ambiente familiare e domestico non è sereno e i conflitti esasperano genitori e figli… tutte situazioni alle quali le famiglie – genitori e bambini – devono far fronte con grande dispendio di energie fisiche e psicologiche. Senza dimenticare i disabili, i bambini e ragazzi affidati alle case-famiglia, coloro che subiscono violenze domestiche e coloro che hanno bisogno di cure particolari.

Ricordiamo inoltre che è proibito l’acquisto di quaderni, carta, pennarelli e tempere colorate, materiale che potrebbe rivelarsi utilissimo per intrattenere, distrarre ed educare i bambini in quarantena.

Inoltre ci sono le tecnologie, cellulari, computer, smartTV e tablet che attirano persino i più piccoli e che troppo facilmente vanno a riempire gli spazi vuoti, tra un compito e un altro, tra un gioco e un altro, tra un pasto e un altro. Facilmente i genitori sono più indulgenti e meno severi, facilmente i bambini risulteranno sempre più tecno-dipendenti.

Infine c’è l’interrogativo che inizia a diventare comune ed impellente: come ne usciremo? Il ritorno alla normalità non sarà facile per nessuno, in modo particolare per i bambini. Innanzitutto perché dovremo convincerli che la vita reale, quella vera, è lì fuori: scuola, lavoro, sport, parchi, passeggiare, commissioni, acquisti, visite mediche, ecc… Riportare i bambini a scuola, tornare a salutare i genitori che vanno al lavoro, tornare a relazionarsi con compagni e docenti, ritrovarsi nuovamente a casa dei nonni o in mano alle babysitter… non sarà certo facile per nessuno di loro.

È per questo che in questi ultimi giorni diverse voci si sono alzate per chiedere al governo di poter far uscire i bambini di casa. Non solo genitori ma pediatri e psicologi, si sono uniti all’appello per il bene dei bambini.  Dopo tre settimane di reclusione obbligatoria: «Chiediamo un’ora d’aria per tutti i bambini/e e ragazzi/e, senza alcun assembramento nel rispetto delle distanze di sicurezza e delle normative…». Così inizia la lettera che diverse associazioni e singoli professionisti (docenti, sociologhi, psicologi, psicomotricisti, educatori, ma anche singoli genitori) hanno rivolto al Governo.

Anche l’associazione UPPA (un pediatra per amico) ha chiesto più attenzione al Governo Conte: «Le misure che il governo ha emanato in queste ultime settimane non prendono in alcuna considerazione le necessità dei bambini… la situazione di isolamento prolungato in cui vivono rischia di provocare, e in alcuni casi sta già provocando, problematiche che compromettono la salute e il benessere dei più piccoli, tra cui alterazioni nel ritmo sonno/veglia, scorrette abitudini alimentari, abuso di tecnologie; i bambini, esposti a situazioni di stress prolungato, rischiano di pagare un prezzo altissimo sul piano della salute mentale»

D’altronde i decreti coi quali il Governo Conte ha affrontato l’emergenza sanitaria del Coronavirus, finora non si sono occupati dei bambini, mentre sin dall’inizio è stata prevista la passeggiata col cane, vista come una attività urgente e strettamente necessaria.

Ora finalmente, a un mese dall’inizio della quarantena, il Viminale accoglie le proteste dei genitori e dei professionisti e concede una breve uscita giornaliera coi bambini. Con una circolare emanata il 31 marzo dal Ministero dell’Interno, vengono dunque permesse brevi passeggiate sotto casa con un genitore. «…È da intendersi consentito, ad un solo genitore, camminare con i propri figli minori in quanto tale attività può essere ricondotta alle attività motorie all’aperto , purché in prossimità della propria abitazione». Restano proibite le attività ludiche o ricreative, l’accesso ai parchi, alle ville, alle aree gioco e ai giardini pubblici.

Bene dunque che l’Italia si occupi anche dei (pochi) bambini presenti sul territorio nazionale, guardando al loro benessere psicologico oltre che fisico. Male che per arrivare a concedere un piccolo sfogo ai bambini sia passato un mese e che siano state necessarie le voci di genitori, insegnanti, psicologi e pediatri preoccupati (loro sì) per la salute dei piccoli. Non è un paese per bambini, l’Italia. Da la sensazione che per i nostri governanti, le famiglie e i bambini (degli altri) non esistano, o che siano del tutto invisibili.

Per approfondire:

https://torino.repubblica.it/cronaca/2020/03/31/news/coronavirus_l_appello_di_mammeatorino_alla_sindaca_un_ora_d_aria_per_i_nostri_bambini-252750480/

https://www.corriere.it/scuola/primaria/20_marzo_28/coronavirus-proroga-chiusura-scuole-l-appello-un-ora-d-aria-tutti-bambini-872bcae8-70d8-11ea-a7a2-3889c819a91b.shtml

https://milano.repubblica.it/cronaca/2020/03/28/news/coronavirus_in_lombardia_l_appello_al_governo_per_i_bambini_diamo_loro_un_ora_d_aria_per_giocare_all_aperto_-252545462/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/28/coronavirus-la-reclusione-fa-male-ai-bambini-ecco-lappello-per-unora-daria/5752329/

https://www.internazionale.it/notizie/claudia-bellante/2020/03/31/coronavirus-bambini




Pablo Domínguez Prieto. L’entusiasmo di un uomo che ha incontrato il Signore

Pablo Domínguez Prieto

Pablo Domínguez Prieto

 

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

Vorrei consigliarvi la lettura di un libro a me molto caro, che ho più volte consigliato ai miei amici e ai clienti in libreria. Si tratta degli esercizi spirituali che Pablo Domínguez predicò alle monache cistercensi di Tulebras (piccolo paesino a Sud della Navarra) dall’11 al 15 febbraio del 2009. Una sorta di testamento spirituale se consideriamo che il sacerdote morì il giorno dopo la fine di questo ritiro. Morì alle tre del pomeriggio del 15 di febbraio 2009 mentre scendeva dal Moncayo (montagna in provincia di Zaragoza). Il libro originale è in lingua spagnola (Hasta la cumbre), pubblicato a Madrid (da Ediciones San Pablo) nel 2009, anno in cui il Signore chiamò don Pablo in cielo. Nel 2014 grazie alla gestione e alla traduzione dell’amico don Santiago Rolón, sacerdote argentino della diocesi di Roma, il libro è stato pubblicato in Italia dalle edizioni San Paolo.

Ogni 15 febbraio, diversi sacerdoti di Madrid che hanno conosciuto don Pablo assieme ad alcuni amici e parenti, si riuniscono ai piedi del Moncayo per celebrare la Messa sulla pietra dove è stato ritrovato il suo corpo.

Molti hanno conosciuto la figura di Pablo Domínguez attraverso il film-documentario “L’ultima cima“, diretto dal regista spagnolo Juan Manuel Cotelo che ha ottenuto un grande successo anche in Italia. Il film presenta la figura di un sacerdote carismatico, una figura esemplare, una persona affabile e gioiosa, dotata di un grande senso dell’umorismo, ben voluta e amata da tutti.

Ma per conoscere meglio la figura di Pablo Domínguez ascoltare le sue parola; è dunque necessario leggere questo libro che fa trapelare la fede sincera, l’entusiasmo trasparente e la gioia contagiosa di un uomo che ha conosciuto Cristo, che ha avuto una esperienza di Lui nella sua vita. Non si tratta dunque di una lezione di teologia, non un indottrinamento, ma di un uomo che parla a partire dalla sua esperienza e non dai suoi studi (eppure era un docente di logica, di teologia e di filosofia molto preparato).

In fondo non farò altro che parlare a voce alta della mia personale esperienza di Dio. Pertanto, eviteremo qualsiasi teorizzazione, qualsiasi espressione che sia puramente intellettuale, anche se useremo la ragione.

        P. Domínguez, Fino alla cima, p. 19.

Difficile rendere con le parole ciò che voglio dire, ma credo che questo sacerdote e il suo messaggio (non altro che il messaggio del Vangelo tramesso con sincerità e gioia, senza pomposità, senza artificialità e senza devozionismi) vadano conosciuti. Siamo in molti a sperare che presto l’Archidiocesi di Madrid apra il suo processo di beatificazione, certi che Pablo goda già della presenza di Dio e che dal cielo, da quella cima verso la quale tante volte si è faticosamente “arrampicato”, intercede per noi. «Pablo è vivo e lo sentiremo vicino a noi» affermava dopo la sua morte mons. Demetrio Fernández, vescovo di Tarazona. Nell’omelia pronunciata in occasione del funerale di Pablo, il card. Antonio María Rouco disse: «Anche lui, a imitazione del Maestro, ha diffuso il buon odore di Cristo nello studio e nell’insegnamento, nel dedicarsi ai giovani, nell’attenzione spirituale e nella consegna generosa di se». Entusiasmo, desiderio di annunciare Cristo e dono di sé, queste le caratteristiche fondamentali del suo apostolato. Così lo ricordano le monache cistercensi:

 

La sua morte lasciò un segno così come lo lasciò la sua vita. […] Non gli interessava mettersi in mostra ma solo annunciare Cristo. Ci ha detto cose profonde, con tanta passione e tanta allegria, che molte sorelle hanno vissuto un rinnovato entusiasmo interiore.

In modo particolare ci fece ridere il giorno in cui affrontò il tema della morte: alcune sorelle commentavano un po’ meravigliate che nessuno avesse mai parlato loro di questo argomento in un simile modo. Così ci incoraggiò a desiderare ciò che sta oltre la morte: la vita eterna.

…Era un uomo di Dio. Lui era la sua passione e di Lui parlava appassionatamente. Il suo desiderio era annunciare Gesù Cristo. «Non c’è cosa più bella che predicare» diceva. Tutta la sua persona lasciava trasparire che viveva quello che predicava.

Sorella Pilar German, Monastero N.S. della Carità di Tulebras.

 

Pablo, che fu anche professore itinerante nei seminari Redemptoris Mater (nel libro parla della sua esperienza al seminario di Takamatsu), era convinto che i monasteri di clausura fossero le “colonne” che sostengono la Chiesa perché, affermava, «quelli che sono in prima linea nella battaglia, nell’azione, hanno bisogno di quelli che sono in prima linea nella battaglia della preghiera». Per questo incoraggiava le monache ad essere vere missionarie, a vivere radicalmente la fede, affermando che «al giorno d’oggi potremmo dire che la crisi della fede debba essere risolta con la radicalizzazione dei monasteri».