“Ricordati che devi morire!”.

Troisi

 

 

di Marco Lepore

 

Una scena esilarante, fra le tante, di “Non ci resta che piangere”, film girato nel lontano 1984 con Troisi e Benigni, è quella in cui un frate predicatore, dalla strada, grida a più riprese a Troisi affacciato ad un balcone: “Ricordati che devi morire!

Oggi ci ridiamo su, e probabilmente il frate in questione viene dai più giudicato uno scemo, o quantomeno come il reperto archeologico di un tempo arretrato e oscuro che oramai -grazie al cielo- è alle nostre spalle. La realtà, però, è tutt’altra e davvero, oggi, come è evidente per quanto sta accadendo con la cosiddetta pandemia di Covid-19, “non ci resta che piangere”!

È di questi ultimi giorni l’ennesima folle dichiarazione di un noto infettivologo che ha definito il vaccino uno “strumento di redenzione”, e a giudicare dalla forsennata corsa di tantissimi a vaccinarsi, ha proprio centrato il bersaglio. La salvezza pare essere proprio lì, sulla punta dell’ago, in un vaccino tutt’altro che sicuro, anzi a dir la verità piuttosto oscuro, poco testato (e da diversi medici e scienziati contestato), nonché potenzialmente dannoso quanto ad effetti a lungo termine, come dichiarato dalla stessa azienda produttrice. Ma cosa vuoi, pur di salvare la pelle non è il caso di andare tanto per il sottile! Sì, perché non dobbiamo e non vogliamo ricordarci che dobbiamo morire. Che in realtà sarebbe, come saggiamente ci ricordava il frate del film, la cosa più semplice e sensata. Non siamo preparati a morire, non vogliamo nemmeno che se ne parli. Non ci prepariamo più a morire perché non sappiamo più cosa sia la vita, perché abbiamo perso la cognizione e la speranza di un aldilà migliore e definitivo. E allora ci aggrappiamo con le unghie e con i denti a questa “aiuola che ci fa tanto feroci”, sfidando ogni ragionevolezza che consiglierebbe quantomeno prudenza, prima di iniettarsi in corpo sostanze sperimentali dagli effetti ignoti. Ma non abbiamo scelta, perché non siamo pronti a morire. Se lo fossimo, o almeno lo tenessimo presente come per quasi duemila anni ci ha insegnato la Chiesa, molte cose sarebbero diverse. Andrebbero come è accaduto in occasione di altre epidemie, anche molto più gravi: si usa giustamente prudenza per non ammalarsi; ci si cura con le medicine che sono disponibili e ci si prende cura gli uni degli altri, anche affrontando grandi rischi…; se si guarisce, bene, sennò si muore. Ma era nel conto. Ci si era preparati. Ci si era nutriti di Vita Eterna coi sacramenti, con una vita impregnata di preghiera e di consapevolezza della propria finitezza, ma nell’abbraccio di un Padre Eterno.

Abbiamo perso la fede. La reazione isterica, folle, del mondo intero, e in particolare dell’Occidente ex Cristiano, alla pandemia meno pericolosa della storia, è la logica e tristissima conseguenze della perdita della fede. Una vita tutta rivolta all’immanente, fino al punto di rinunciare a vivere pur di non morire. Ma si può vivere così? Se non tornano i frati predicatori nelle strade a ricordarci che dobbiamo morire, veramente non ci resterà che piangere…

 

 

Frate-e-Troisi




Una bussola per la pandemia

Bussola

 

 

di Marco Lepore

 

Nei giorni scorsi un Principe della Chiesa, un Cardinale, ha avvertito la necessità di scrivere alla Costituzione italiana:  “Ti voglio chiedere aiuto perché siamo in un momento difficile e quando l’Italia, la nostra patria, ha problemi, sento che abbiamo bisogno di te per ricordare da dove veniamo e per scegliere da che parte andare” (Avvenire 21 gennaio 2021 “Il cardinale Zuppi scrive alla Costituzione: aiutaci a scegliere la direzione). Sicuramente, come scrive il quotidiano della CEI, il suo intento è principalmente quello di una riflessione ed un richiamo sui limiti nell’esercizio del potere e il legame tra diritti e responsabilità collettive; tuttavia, il tema da cui ha preso lo spunto ha, e non può non avere, anche natura e implicazioni di tipo esistenziale e spirituale, riguardando la situazione creatasi a seguito della diffusione del Covid-19. Costituzione come bussola, dunque, per muoversi nel territorio impervio e infetto della pandemia…

Un tempo, molto tempo fa ormai, quando ancora non esistevano impianti satellitari, navigatori Tom-Tom, Google Maps etc, per sapere da che parte andare si guardava la bussola. Oggi, che disponiamo di una molteplicità di strumenti tecnologici, in realtà ci si scopre disorientati più che mai. Anche nella Chiesa, a quanto pare, tanto che si arriva a chiedere aiuto alla Costituzioneper scegliere da che parte andare e cosa fare per costruire una società migliore.

È così, purtroppo: la Chiesa stessa sta attraversando un tempo di confusione e divisione che fa temere, dolorosamente, che la barca di Pietro possa aver perso la rotta. È con lacerante sofferenza che ogni giorno si leggono notizie di nuove stranezze nella liturgia, nella interpretazione dei Vangeli e nella pastorale. La divisione dei fedeli e fra i consacrati mostra con evidenza che si marcia in molteplici direzioni diverse. Abbiamo perso la bussola? O, forse, ognuno pretende di decidere autonomamente da che parte sta la stella polare della vita?

Eppure, una bussola potentissima, infallibile, nonché alla portata di tutti e innanzitutto dei sacerdoti (a qualunque livello) esiste ancora e ci offre indicazioni incomparabili…

Ce ne parla un libro, tanto importante quanto, probabilmente, poco conosciuto, e la ripropone all’uomo di oggi, in particolar modo ai consacrati. Si chiama “In Sinu Jesu. Quando il Cuore parla al cuore. Il Diario di un Sacerdote in Preghiera”, tradotto dall’originale inglese dalla casa editrice  cattolica Ancilla [Conegliano (TV) 2020, pp. 320, € 16, www.ancilla.it].

Il testo raccoglie le rivelazioni private che ha ricevuto, «nel silenzio dell’adorazione», un sacerdote Monaco Benedettino. Questo religioso, che non rivela la propria identità ma che probabilmente è irlandese, da oltre 13 anni dialoga con Gesù e la Sua Madre Santissima. I dialoghi sono stati raccolti su esplicita richiesta di Nostro Signore, tradotti dall’inglese in 8 lingue (francese, tedesco, polacco, portoghese, rumeno, indiano, ungherese, italiano) e pubblicati. È un libro che tutti i sacerdoti –ma non solo- dovrebbero leggere. Oggi più che mai.

Le rivelazioni private, come sappiamo, non fanno parte del deposito della Fede e nessun fedele è tenuto a crederci; tuttavia, come ribadisce nel modo più autorevole il Catechismo della Chiesa Cattolica, possono «aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica». Ed ecco, come si trova scritto nella introduzione, “queste pagine sono in perfetta armonia con l’insegnamento della Sacra Scrittura, la Tradizione Cattolica e i ben noti capolavori dei mistici; il libro, infatti, ha ottenuto l’Imprimatur ed è stato pubblicato da una Casa Editrice di New York [Angelico Press, 2016] che lo sta diffondendo negli Stati Uniti, dove sta influenzando la vita spirituale di laici e soprattutto sacerdoti e religiosi che lo hanno letto» (pp. II-IV). Oltre all’Imprimatur concesso l’11 ottobre 2016 dal Vescovo di Meath (Irlanda) mons. Michael Smith, parole di elogio alla pubblicazione sono spese da significative personalità del mondo ecclesiale anglosassone. Si inizia con il Card. Raymond Leo Burke, per terminare con quelle del teologo statunitense David W. Fagerberg, docente nell’Università di Notre Dame (South Bend, Indiana).

L’aspetto più significativo e decisivo di questo libro, non sta tanto nel fatto –certamente straordinario- che l’autore riceve messaggi e rivelazioni, quanto nel fatto che tutto questo accade durante l’Adorazione Eucaristica, stando in ginocchio al cospetto del Santissimo Sacramento. Al Monaco Benedettino, in effetti, è stata affidata da Cristo la missione di «sacerdote adoratore» nell’attuale passaggio drammatico di crisi del sacerdozio e della Chiesa. «Voglio sacerdoti adoratori e riparatori» (p. 2), gli dice subito Gesù nella prima delle rivelazioni, annotata nel giorno della festa del beato Columba Giuseppe Marmion, abate e scrittore irlandese (1858-1923), il 3 ottobre del 2007.

Il rinnovamento della Chiesa, dice Gesù apertamente e senza possibilità di fraintendimenti (data la frequenza con cui ritorna sul tema nei messaggi presenti in tutto il libro), dipende quindi dalla rigenerazione dello Spirito Santo che seguirà al ritorno dei sacerdoti all’Adorazione Eucaristica sull’esempio di San Giovanni Evangelista, «che con la Vergine Maria adorava e compiva atti di riparazione per gli altri Apostoli» (diario del 5 ottobre 2007, p. 4). Solo così, avrebbe detto sempre Gesù all’autore, il Salvatore potrà parlare di nuovo al cuore dei pastori, «così come parlavo al cuore del mio amato discepolo Giovanni, l’amico del Mio Cuore, il sacerdote del Mio Cuore aperto» (rivelazione dell’8 ottobre 2007, p. 5).

Sono numerosissimi i messaggi in cui Gesù esprime il proprio dolore per l’abbandono della pratica della Adorazione Eucaristica, segnalata da Egli stesso come il principale mezzo di grazie, di guarigione e rafforzamento della fede, da parte dei SUOI amati ministri, di “quei sacerdoti che hanno tempo per tutto il resto tranne che per Me”( messaggio del 27 dicembre 2011, p.211). È una ripetuta e accorata chiamata di tutti i Sacerdoti “alle armi” della Adorazione del Santissimo Sacramento. Non solo di alcuni, ma di tutti!

Quasi stupito, sicuramente addolorato, Gesù si chiede come mai sia stato lasciato così solo, abbandonato, innanzitutto da quelli che hanno avuto il mandato di consacrare le specie eucaristiche e potrebbero volgere continuamente il cuore e lo sguardo a Colui che in questo modo ha voluto restare per sempre presente in mezzo a noi, offrendo così la possibilità di vincere ogni solitudine, amarezza e disorientamento.

Eppure, ripete Gesù, è questa una fonte inesauribile di grazie, di compagnia celeste e di guida infallibile nelle vicende della vita. Scrive al riguardo Fr. Hugh ABarbour, Priore dell’Abbazia di San Michele dei Padri Norbertini: “Leggere In Sinu Jesu ha aperto il mio cuore ad una più profonda consapevolezza di ciò che accade quando trascorro del tempo davanti al Salvatore nascosto e rivelato nel Santo Sacramento. Questo si può riassumere in una parola: Amicizia. Profonda consolazione e una rinnovata gratitudine per come Egli attira a Sé i suoi amici, sono questi i frutti nati seguendo le meditazioni di questo libro, che riempirà i cuori di coraggio e di gioia”.

Ecco dunque la bussola! Tonda (come ogni bussola…), luminosa, gratuita, offerta a tutti. Una vera porta aperta sulla felicità, sulla nostra vera e ultima destinazione. Anche, di conseguenza, su una società migliore, perché pastori santi e uomini di autentica fede rappresentano un bene incomparabile per il mondo intero, sono luce del mondo e sale della terra. Una polla di acqua fresca e pura nel mare inquinato e pieno di pericolose correnti di questo mondo e, in particolare, di questi tempi. Ce ne siamo dimenticati, e ci si è perduti seguendo mille strade che portano a nulla. Occorre allora, in mezzo alla tremenda confusione che, anche nella Chiesa, caratterizza questi nostri tempi, tornare tutti a cercare e volgere gli occhi verso la vera e unica Stella Polare.

Grazie, quindi, ai padri della Costituzione per il loro sforzo e per quanto hanno prodotto, ma per sapere da che parte andare in tempi di pandemia (vera o presunta), come in ogni altro tempo della storia, abbiamo una bussola anche migliore. Anzi, l’unica vera Bussola. Dobbiamo solo piegare le ginocchia e cominciare a guardarla….

Diventa l’adoratore che Io voglio che tu sia e vedrai i cieli aperti nella tua anima; lì godrai delle conversazioni con Me, con mia Madre, con i miei Santi e gli Angeli. Questo è il rimedio per ogni solitudine e il segreto di una gioia celestiale anche su questa terra” (17 ottobre 2008).




Fosco….Avvenire

Nelle settimane scorse ha trovato spazio, nella sezione di Avvenire dedicata alle lettere al direttore, sollecitato anche dal “varo” della pillola Ru486, un vivace dibattito sul tema dell’aborto, cui aveva dato un contributo di grande sostanza don Gabriele Mangiarotti. Alla sua prima lettera, aveva risposto un sedicente medico cattolico obiettore, affermando, fra le altre cose, che tutto sommato la L.194 è stata il male minore, poiché il genocidio di feti era in atto anche prima della legge, con l’aggravante che molte ragazze andavano ad abortire clandestinamente riportando gravi conseguenze, talvolta irreparabili. La pubblicazione di questa risposta, avvenuta nel giorno “strategico” di domenica, in cui il quotidiano dei Vescovi ha la massima diffusione, mentre l’articolo di Mangiarotti era stato pubblicato il martedì precedente, porta a sospettare che la linea del giornale sia più vicina alle considerazioni espresse dal medico che a quelle del sacerdote. La controreplica di quest’ultimo, corredata di dati demografici incontrovertibili, non ha però più trovato spazio su Avvenire. 

La lettera che segue, spedita ad Avvenire, è nata dunque per sostenere e rilanciare il dibattito, nella speranza che potesse servire anche a stimolare la pubblicazione della seconda lettera di don Gabriele, ma nè l’una nè l’altra sono state prese in considerazione. Al di là dei sospetti (più o meno fondati) sulla linea attuale di Avvenire in merito all’aborto, quello che si è voluto mettere in rilievo è la tendenza in atto, particolarmente drammatica fra i cattolici, a giustificare, sminuire, stemperare, la gravità dell’atto e ad apprezzare la L.194,  senza rendersi conto che la sua approvazione, che comunque ha reso legale l’aborto, ha profondamente modificato la coscienza collettiva al riguardo. Per questo adesso non si deve più dire che è un peccato, che è un omicidio, che è un male, perchè ormai fa parte, anche per tanti cattolici, delle cinquanta sfumature di grigio. Madre Teresa, con il suo giudizio netto e tagliente, con la sua rigidità dottrinale, appartiene ormai al passato. Che speriamo torni presto….

 

 

Caro direttore,

mi inserisco nel dibattito relativo all’aborto presente su Avvenire in queste ultime settimane, per sottolineare un aspetto che mi colpisce, sperando di offrire un utile spunto di riflessione.

Leggendo alcuni interventi, infatti, mi è parso impressionante che non ci si renda conto di quale disastro la legge 194 abbia provocato sotto il profilo culturale, sociale, ma ancor più profondamente a livello spirituale. Ammesso che il “genocidio” di nascituri, di cui si è parlato in precedenti lettere, avvenisse anche precedentemente (cosa di cui dubito fortemente, e comunque sicuramente non in egual misura), con tale legge, al di là di ogni eventuale ma non probabile buona intenzione, si è sancito come diritto un abominevole omicidio, forse il peggiore possibile, provocando una ferita profondissima nella dimensione spirituale di un popolo intero. I frutti sono oggi amarissimi sotto ogni punto di vista, a cominciare dalla perdita del senso del peccato, fino alle ultime conseguenze demografiche, economiche, sociali… Demografiche: milioni (a conti fatti oltre 19 milioni dal 1978! E poi ci lamentiamo dell’inverno demografico…) di vite umane soppresse nel grembo materno, senza pietà, tanto non è peccato…

Scriveva il venerabile Mons. Fulton Sheen:

“Rabbini, pastori e preti hanno smesso di parlare del peccato. Gli avvocati lo hanno preso e hanno trasformato il peccato in un crimine, e infine gli psichiatri lo hanno trasformato in un complesso. Il risultato è che nessuno è un peccatore.

La cosa peggiore al mondo non è il peccato ma negare di essere peccatori; questo è un peccato imperdonabile.

Fin quando crederemo di essere buoni non potremo mai trovare Dio.

L’accettazione della filosofia che nega il peccato o la colpa personale facendo di ogni uomo una ‘brava persona’ può produrre effetti quanto mai nocivi. Negando il peccato, la ‘brava persona’ rende impossibile la guarigione. Il peccato è molto grave e la tragedia è resa più grave dal nostro rifiuto di riconoscerci peccatori. Se il cieco nega di essere cieco, come potrà mai vedere? Il peccato veramente imperdonabile è la negazione del peccato, poiché, naturalmente, non rimane più nulla da perdonare.”

Ecco, proprio a questo mirava la legge 194, come tante altre successive che caratterizzano i nostri difficilissimi tempi…Ed è impressionante che tanti cattolici paiono non rendersene conto.

È vero, ed è noto, che si abortiva anche prima e clandestinamente; le povere ragazze che sventuratamente lo facevano, talvolta con gravi conseguenze fisiche (oltre alle immancabili psicologiche…) pur tuttavia sapevano che è un delitto e a cosa potevano andare incontro. O se anche non volevano crederlo, dovevano comunque fare i conti con un giudizio chiaro. Un giudizio chiaro scritto, prima ancora che nel codice penale, nella natura e nella coscienza individuale. Con la legge 194 non è stato più così, tutto è diventato sfumato, giustificabile, zona grigia, fino ad autorizzare l’utilizzo della pillola RU 486, vero apice di creatività mortifera dell’industria farmaceutica.

La morte di milioni di bambini con l’aborto è una tragedia, ma lo è altrettanto la perdita del senso del peccato, perché descrive uno smarrimento dell’umano senza precedenti e apre le porte ad ogni tipo di abominio, come sta diventando evidente ogni giorno di più.

firmato: Marco Lepore




“Vogliamo innanzitutto il diritto di cercare e poter affermare la verità, perché questa ci interessa”

Cardinal Gualtiero Bassetti newly presidente della CEI

Cardinal Gualtiero Bassetti presidente della CEI . ANSA/CLAUDIO PERI

 

 

di Marco Lepore

 

Grazie a Dio anche la CEI si è mossa. Lo ha fatto con un comunicato in cui ufficialmente esprime preoccupazione per una legge che “rischierebbe di aprire a derive liberticide”.

Chi temeva un nuovo imbarazzato e imbarazzante silenzio ha tirato un sospiro di sollievo, e siamo tutti grati alla Conferenza dei Vescovi per aver preso posizione apertamente; la battaglia tuttavia sarà comunque durissima e temo che la cautela delle argomentazioni presenti nel comunicato, espresse con toni tutto sommato concilianti, possa prefigurare una sconfitta.

Non vuole essere, questa, una critica a priori, ma un possibile contributo perché si possa combattere con più decisione. Con un sostanziale “suvvia fate i bravi, ognuno ha il diritto di esprimere le proprie opinioni”, non credo infatti che si possa arrivare lontano. Chi vuole fermamente questa legge, avrà –come accade in natura a tutti gli animali predatori- fiutato l’odore della paura nella propria vittima. E continuerà con più decisione l’assalto.

Occorreva, forse, un alto squillo di tromba, un “altolà” perentorio e minaccioso, una chiamata alla battaglia in campo aperto, ma non tanto sul tema della sacrosanta libertà di opinione quanto su quello della verità. Una legge così non s’ha da fare innanzitutto perché è contro la realtà, e dunque contro la verità.

Scriveva Andrea Mondinelli sul punto 34 della Enciclica Veritatis Splendor di Giovanni Paolo II: “Alcune tendenze della teologia morale odierna, sotto l’influsso delle correnti soggettiviste ed individualiste ora ricordate, interpretano in modo nuovo il rapporto della libertà con la legge morale, con la natura umana e con la coscienza, e propongono criteri innovativi di valutazione morale degli atti: sono tendenze che, pur nella loro varietà, si ritrovano nel fatto di indebolire o addirittura di negare la dipendenza della libertà dalla verità. Se vogliamo operare un discernimento critico di queste tendenze, capace di riconoscere quanto in esse vi è di legittimo, utile e prezioso e di indicarne, al tempo stesso, le ambiguità, i pericoli e gli errori, dobbiamo esaminarle alla luce della fondamentale dipendenza della libertà dalla verità, dipendenza che è stata espressa nel modo più limpido e autorevole dalle parole di Cristo: «Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi» (Gv 8,32).

La battaglia può e deve essere fatta sulla difesa della verità, e cioè, per esempio, che la famiglia esige, per essere tale, di un papà e di una mamma, e che i sessi sono due, maschio e femmina (tanto che persino nelle coppie omo si ripropone sempre questo modello)…Un giudizio netto, chiaro, irrevocabile, fondato sul dato di realtà. Vogliamo poterlo dire non tanto perché ci interessa la libertà di opinione (questione che, portata all’eccesso, può generare un cortocircuito sociale e culturale), quanto perché è vero! Per meno di questo, ogni battaglia rischia di essere non solo destinata alla sconfitta, ma addirittura funzionale al sistema, perché ne assume modelli e mentalità.

Vogliamo innanzitutto il diritto di cercare e poter affermare la verità, perché questa ci interessa. E’ questo il tempo –che a tanti di noi pareva fantascienza-  profetizzato da Chesterton : “Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto”

Vogliamo poter dire, anzi, dobbiamo tornare apertamente e pubblicamente a dire che le foglie sono verdi d’estate, e dobbiamo farlo sguainando le spade!  E se dovremo combattere, finire in galera o versare il sangue, pazienza! Senza il coraggio del martirio, il terreno della Chiesa inaridisce. Per troppo tempo, in nome del quieto vivere, del politicamente corretto, del dialogo, del “costruiamo ponti e non muri”, abbiamo permesso al macchinista di manovrare indisturbato. Il dialogo, la remissività, il “vogliamocebbene”, tra l’altro, a quanto pare non portano davvero grandi risultati, come dimostra anche la tristissima situazione delle scuole paritarie, abbandonate al loro destino con indifferenza da parte del Governo, nella difficilissima situazione creata dalla epidemia di Covid19…

Come ha scritto il prof. Massimo Viglione, “sicuramente ora la CEI starà tentando una mediazione con il governo. Ma se questa mediazione dovesse fallire, la CEI metterà a disposizione di una pacifica e legale ma fermissima opposizione tutto il suo incalcolabile potere di mobilitazione generale del mondo cattolico italiano? La CEI organizzerà un Circo Massimo o lo ostacolerà come avvenne nel 2016? Darà “ordine” ai movimenti e alle parrocchie di manifestare pacificamente e legalmente ma massicciamente contro il pericolo della fine della nostra civiltà oppure spegnerà ogni tentativo di resistenza al totalitarismo sovversivo anticattolico e antiumano? Siamo al passaggio più drammatico della storia della nostra civiltà. Stiamo per perdere la libertà di parlare, di denunciare, di pensare, di scrivere, di educare i nostri figli..”

Soprattutto, stiamo per perdere il diritto di affermare che esiste una verità, la Verità. Questa sarebbe davvero la sconfitta più grande e saremmo tutti, anche i cosiddetti “vincitori”, meno liberi.

 




I castighi continueranno. Forse l’epidemia, come è sempre accaduto nella storia, passerà, ma arriverà qualcos’altro.

coronavirus provetta

 

 

di Marco Lepore

 

I castighi continueranno. Forse l’epidemia, come è sempre accaduto nella storia, passerà, ma arriverà qualcos’altro. “Eh, che pessimista!” mi si dirà. Invece è il contrario. Il Buon Dio continuerà, penso, a permettere delle prove perché sa che in questo momento è l’unica strada per evitarci mali peggiori. Mali peggiori?? Cosa c’è di peggio della morte fisica? Per molti uomini moderni nulla: la salute è tutto, “basta avere la salute” è uno degli slogan più in voga. Eppure peggio della morte corporale c’è quella dell’anima, cioè lo snaturamento totale della ragione stessa per cui siamo stati creati. Fatti per la vita e la felicità eterna, “molti uomini muoiono e vanno all’inferno perché non c’è nessuno che preghi e si sacrifichi per loro”, dissero i pastorelli di Fatima.

L’umanità è su un piano inclinato pericolosissimo e rotola a velocità crescente verso il baratro. Il “fai ciò che vuoi”, motto delle sette sataniche, è diventato in realtà il leitmotiv delle nostre società odierne. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

I castighi continueranno. Continueranno perché Dio è un Padre Buono, come ci ha insegnato e testimoniato Gesù Cristo. E un padre non può restare indifferente di fronte a un figlio che sta distruggendo la propria vita e quella degli altri. Lo so, ci sono tanti teologi e non pochi esponenti ecclesiastici di rilievo che dicono che Dio non punisce, che è misericordioso e alla fine passerà tutto in cavalleria, ma io non sono convinto che sia così. È una idea –mi pare- che affonda le proprie radici in una concezione di Dio disincarnata. La stessa concezione per cui si può tranquillamente sospendere la partecipazione dei fedeli alla Messa, tanto “a Dio va bene anche se preghi da casa”, tanto “hai la Parola, cosa vuoi di più?”. È, in fin dei conti, una rivisitazione della dottrina protestante, che da qualche anno a questa parte, non a caso, si sta cercando di sdoganare anche in Vaticano.

“Ma come -dirà qualcuno- il Papa ha fatto alcune settimane fa una mega benedizione Urbi et Orbi e oggi c’è l’atto di affidamento dell’Italia a Maria dal Santuario di Caravaggio! Cosa vuoi di più?”

Beh, senza nulla togliere a questi gesti, credo che a poco serviranno se non si inizia seriamente a chiedere perdono e – come accade nella confessione- a fare il proposito serio di cambiare vita.

Cambiare vita, rimettere Dio al centro, riconoscere che solo in Cristo c’è salvezza. Invece tutti vogliono tornare alla vita di prima, cancellare questa parentesi infausta e ricominciare da dove si era interrotta la pellicola. Di più: convinti che il coronavirus si tratti solo di una reazione della natura (madre e buona…. ) alle improvvide aggressioni dell’uomo, ci si permette apertamente di prefigurare scenari in cui l’incarnazione, passione, morte e resurrezione di Cristo non saranno più centrali, come ha ben illustrato mons. Paglia in occasione di una intervista sul “dopo pandemia” a Radio Vaticana, per la quale l’unica risposta possibile, guardando al futuro, è quella costruita sulla fraternità e sulla solidarietà, intesi non come valori cristiani. “La fraternità -afferma infatti mons. Paglia- è un termine che io credo debba coinvolgere in maniera radicale tutte le nostre scelte. Una fraternità tra i popoli, all’interno delle realtà associative delle città, la fraternità tra l’uomo e il creato, la fraternità come riscoperta del destino comune di tutti. Attuare una bioetica globale è come recuperare il sogno di Dio all’inizio della creazione. Tutto il creato è la casa comune degli uomini.”

La bioetica globale al posto della Croce! Et voilà, il gioco è fatto: al primo spegnersi della epidemia la corsa sul piano inclinato riprenderà, con nuovo e convinto entusiasmo.

La cosa che preoccupa di più, è che mons. Paglia non parla solo a titolo personale, ma dà voce senza veli (appunto, senza veli, come nel famigerato affresco della chiesa di Terni da lui fatto realizzare…) alla linea della nuova chiesa, quella che piace alla gente che piace…

No, i castighi non cesseranno. Il Buon Dio, che è Buon Padre, farà di tutto –nel massimo rispetto della loro libertà- perché i suoi figli tornino a casa, perché si ravvedano, perché possano vivere. Vivere la vita vera, quella davvero felice per cui li ha creati. E perché la sua Chiesa, che Suo Figlio ha fondato per aiutare l’umanità a compiere il proprio destino, non sia come sale che ha perso sapore e lampada sotto il moggio. Prepariamoci alla battaglia, mettendoci sotto il manto di Maria.

 




Soncino: più delle regole può lo sguardo…

Don Lino Viola

Don Lino Viola e il carabiniere

 

di Marco Lepore

 

Molto è già stato detto, anche con aspre discussioni, sulla vicenda di Soncino. Non ho intenzione né interesse ad aggiungere altro sull’aspetto giuridico che attiene al rispetto delle regole, né tantomeno sull’adeguatezza del comunicato vescovile: la giustizia umana farà il suo corso per il primo, e quella Divina per il secondo…

Mi interessa invece sottolineare, sperando che possa avere anche una utilità, quello che ha colpito e ferito me, nell’apprendere quanto accaduto.

Ho immediatamente pensato a Gesù che era lì, presente. Al Suo dolore. Alla profanazione dell’atto più decisivo e prezioso che ci sia stato consegnato: la Santa Messa, con la incredibile Transustanziazione, con la possibilità per noi, oggi, di partecipare realmente al Sacrificio di Cristo che si dona per la nostra salvezza. Ogni Messa ci dona l’occasione di essere presenti a quanto accaduto 2000 anni fa nel Cenacolo con l’ultima cena e poi sul Golgota, e non per modo di dire. Scriveva don Divo Barsotti:

“Una Messa è più grande di tutta la storia, di tutta la vita della Chiesa perché la storia del mondo, la vita di tutta la Chiesa non sono che una partecipazione all’Atto sacrificale del Figlio di Dio. Se tu non lo credi, hai già rinunziato alla fede” (Don Divo Barsotti, “Fissi gli occhi nel sole” p.168, Ed. Messaggero).

Certo, è una questione di fede. Il povero Carabiniere che ha interrotto la celebrazione (Dio li benedica questi poveri Carabinieri, che sono al servizio del nostro paese con molta dedizione!) forse non ha fede e non sa nulla della Messa; oppure – e qui sta il vero problema- sa quello che oggi, ormai, sa la maggior parte dei credenti anche cattolici, cioè poco o nulla.

Per questo ci si è accaniti sui social e sulla stampa soprattutto a discutere di rispetto delle regole.

Secondo me, invece, la questione assume tutto un altro aspetto se la guardiamo con gli occhi dei tanti mistici che vedevano la presenza fisica, reale, di Cristo, della sua Santissima Madre e degli Angeli durante le celebrazione della Eucarestia. E che si trovavano misteriosamente e tuttavia fisicamente sul Golgota, là dove si stava consumando il sacrificio del Figlio di Dio. Di fronte a simili Presenze, chi mai si sarebbe permesso di intromettersi in nome di una qualsiasi legge umana? Con una simile consapevolezza, quale Vescovo potrebbe mai scrivere semplicemente che occorre rispettare gli accordi presi con le autorità civili?

C’è una signora boliviana tuttora vivente, una mistica stigmatizzata riconosciuta anche dalle autorità ecclesiastiche locali, che ha scritto, fra i tanti, un interessantissimo libretto sulla Messa, raccontando quello che Gesù stesso le ha dato la possibilità di vedere durante una celebrazione. La Signora si chiama Catalina Rivas e trovare sue notizie e pure il racconto di come Gesù le ha detto di comportarsi durante la Messa, nonché di quanto ha visto, non è difficile.

Ecco, consiglio a tutti di andare a leggere. Anche al Vescovo, che sicuramente sa già tutto ma, forse, distratto dalla preoccupazione per l’epidemia, stavolta non ha fatto mente locale…

Non sarebbe mai a poi mai accaduta una cosa simile se avessimo un po’ più coscienza non solo del significato (che può sembrare una questione astratta o puramente spirituale) ma della realtà vera, profonda eppure viva e attuale della Messa. Forse, quanto sta accadendo può servire anche a rimetterlo finalmente a tema e ad aiutare tutti a vivere questo grande e misterioso dono con occhi e cuore diversi. Perché si sa, Dio è capace di scrivere dritto anche su righe storte.

 




Sacerdote, messa e coronavirus: lettera aperta a Striscia la notizia

Striscia la notizia

Striscia la notizia

 

di Marco Lepore

 

Sorprende e dispiace che una trasmissione come Striscia la notizia, che storicamente si erge a riparatrice di ingiustizie e paladina degli oppressi, si sia scagliata con tanta veemenza contro un sacerdote “reo” di aver permesso ad alcuni –pochissimi in verità- fedeli di partecipare alla Santa Messa di Pasqua e di aver dato loro la Santa Comunione senza utilizzare mascherina a guanti, umiliandolo come un delinquente che non rispetta le “sacre” leggi governative.

 I fatti:

incurante del rispetto per una funzione sacra (la più sacra dell’anno per i cristiani, quella della Resurrezione di Cristo!), in una nazione che si diceva cattolica e che è tuttora la sede del Papato, un “gancio” del bravo Jimmy Ghione entra nella chiesa di Formia solo per riprendere un prete che sta dicendo Messa e poi spacciare il girato come una violazione del Dpcm.

Non pago, al termine della funzione si accanisce sul povero prete, padre Konka Showrilu, che si è dovuto scusare con l’ormai consueto «non accadrà più». Non accadrà più?? Per una Santa Messa? Ma dove siamo arrivati?

Una scena avvilente, una profanazione vera e propria perpetrata nei confronti di una funzione religiosa, in assenza di reali e fondate motivazioni.

Sì, perché al di là del fatto che sin dall’inizio dell’emergenza i fedeli cattolici si sono visti impedire la possibilità –caso unico nella storia della Chiesa, anche in tempi di ben più gravi epidemie- di partecipare alla Messa domenicale e persino di Pasqua, mentre è possibile andare al supermercato, dal tabaccaio e ora anche in libreria (e questa è una violazione della libertà di culto che dovrebbe essere invece la più importante libertà da tutelare, capito Striscia?….), in realtà non ci sono norme che giustifichino una simile intromissione.

Non è stato lo stesso Viminale, con una sua Nota (leggi qui) a chiarire che, in vista delle celebrazioni pasquali, «è ammessa la presenza di cantori, ministranti, lettori e diaconi che aiutino il parroco per la Messa e che possano scrivere in autocertificazione “comprovate esigenze lavorative”»?

A quanto risulta, le pochissime persone presenti erano tutte autorizzate!

“È stata data la Comunione senza guanti e mascherina” dice scandalizzata il Sindaco di Formia. E noi chiediamo: dove sta scritto che per distribuire la Comunione si debbano avere guanti e mascherine?? Dove sta scritto che la santa Eucarestia debba essere equiparata a pizzette e lasagne da banco?? Da nessuna parte. Lo ripetiamo: da nessuna parte!! Ma forse per Striscia sembra essere un presidio indispensabile, perché ormai l’igienismo anti Covid ha il potere su tutto, anche su ciò che c’è di più sacro. E a quanto pare basta questo per irrompere in una chiesa e permettere la profanazione di una Messa.

Dispiace che Striscia abbia strisciato così in basso. Dispiace, perché crediamo che tutto sommato l’Italia sia un Paese ancora cattolico e siamo certi che tantissime persone –pur nel rispetto delle regole imposte- stiano soffrendo per l’impossibilità di essere presenti alla Messa quotidiana e festiva, partecipando così al sacrificio di Gesù che è morto proprio per salvarci da ogni male….

Dispiace perché è questa la vera ingiustizia, quando (date le dimensioni della maggior parte delle chiese) la partecipazione alla liturgia poteva, sin dall’inizio dell’epidemia, essere consentita nel massimo rispetto delle precauzioni igieniche, molto più di quanto sia possibile in un supermercato…

Dispiace che conduttori bravi e simpatici, oltre che umanamente attenti, come Gerry Scotti e Michelle Hunziker, si siano dovuti piegare a sottolineare la presunta gravità dell’accaduto.

Ci auguriamo che Striscia, come è nella sua tradizione e per onestà intellettuale, ripensi all’accaduto e faccia un atto di riparazione. Un atto dovuto anche di fronte a Dio.