La Madonna, umano volto materno della tenerezza di Dio.

Giovanni bBllini Madonna

 

MAGGIO IL MESE DI MARIA

 

MARIA “Il nome del bel fior ch’io sempre invoco

e mane e sera, tutto mi ristrinse

l’animo ad avvisar lo maggior foco”

 (Dante. Par. XXIII,89-90)

 

di Giuliano Di Renzo

 

Tornare i fanciulli che fummo nel mese di maggio, con le manine e il cuore pieni di fiori da portare alla Madonna, colti nei prati e nei campi, e nelle nostre anime i “fioretti” con i quali manifestavamo a Lei il nostro amore e con le piccole mani giunte Le donavamo felici i nostri cuori.

Epoca che fu. Ma se vogliamo ritrovare e ricostruire noi stessi dobbiamo volgere indietro la nostra personale freccia del tempo e tornare a quell’aurora di innocenza della vita, a quel big bang, scoppio di un nuovo sorriso che manteneva la speranza del mondo. Dobbiamo con sforzo immane togliere da noi tutte quelle sovrastrutture e passate di colore con le quali nella vita abbiamo mascherato il volto nostro genuino che rendeva come la luce a se stessa noi trasparenti a noi stessi e riflettenti in purezza le cose.

Dobbiamo, come ci è stato detto, tornare bambini perché appunto solo davanti a chi come loro si apre la via del cielo e il cuore può riceverlo e trasformarsi in esso.

Proprio come il gioiello che fattosi trasparente alla luce si offre ad essa e assurge per essa a fulgore di fascinosa bellezza da sciorinare poi “quinci e quindi” oltre ogni misura (Dante. Par. XV,105).

Ritorniamo ciascuno dunque a quell’aurora della vita che il mondo in troppi, moltissimi di noi ha cancellato e resa di dura sconsolata corteccia le nostre anime.

La Madonna, umano volto materno della tenerezza di Dio.

Nessuna religione ha nell’amore il volto di Dio e in nessuna la tenerezza dell’Amore si esprime in quel miracolo che è la Donna divenuta mamma.

La via del Cuore di Dio a noi e del nostro cuore Lui riveste di fiori le spine del cammino della vita.

Carezze nell’anima e letizia di sicura speranza.

Solo la fede cattolica ha questa profonda intuizione di unità di verità e bellezza e pienezza di umanità.

Solo essa parla alla mente e al cuore col sorriso della perfetta letizia e sublimità di amore. Dolcezza e speranza.

La Madonna offre per noi a Dio l’umanità da cui sfolgorare a noi esultante e libera come sul Sinai e ancor più compiutamente sul Tabor e definitivamente sul Calvario poi la luce della bellezza del suo volto divino.

Il volto di Gesù donato a noi nella sindone è una terribile e sconvolgente bellezza. Tale è l’Amore. “Tale è Dio” (Aristotele. Metafisica XII).  

 




Serva di Dio Luigina Sinapi – La testimonianza di un amico

Serva di Dio Luigina Sinapi

Serva di Dio Luigina Sinapi

 

di Giuliano Di Renzo

 

Intorno alle 13 del 17 aprile 1978, lunedì della quarta settimana dopo Pasqua detta del Buon Pastore, dopo una malattia di due settimane la Serva di Dio Luigina Sinapi si univa per sempre a Gesù e a “Mamma Maria”.

Il funerale venne celebrato il 19 aprile nella basilica romana di Santa Croce in Gerusalemme con molti sacerdoti concelebranti e un folto numero di amici ed estimatori.

Eravamo abituati alle sue malattie e guarigioni improvvise per cui nessuno era preparato alla sua morte. 

Luigina nacque a Itri, allora in provincia di Caserta, l’8 settembre 1916. Il babbo, Francesco, era un apprezzato ebanista e aveva una piccola azienda che gli permetteva di esportare anche in Francia. La mamma, Filomena, era ostetrica.

Il 4 novembre 1931 morì la mamma e col fallimento dell’azienda la famiglia perse la propria agiatezza. Luigina venne costretta a sospendere il liceo iniziato a Caserta per occuparsi dei fratelli più piccoli. A quindici anni si ammalò gravemente ma con sorpresa di tutti si riprese.       

D’accordo con Mons. Casaroli, arcivescovo di Gaeta, voleva svolgere qualche attività benefica risollevando il santuario della Madonna della Civita, patrona di Itri.

Venne poi a Roma lavorando un poco. Trovò finalmente impiego presso l’Istituto Nazionale di Statistica. Passò poi all’Istituto Nazionale di Geofisica dove poté quindi avere conoscenze e intrattenere amicizie.

Vennero poi i duri lunghi anni che seguirono il Concilio Ecumenico Vaticano II che agitarono la vita religiosa e civile e le terribili settimane che tormentarono la vita politica italiana sino al rapimento del Presidente Aldo Moro e l’assassinio degli agenti di scorta.

Luigina pur dal suo lettino partecipava alle preoccupazioni e alle angosce di allora: la rivoluzione del ’68, la morte di San Pio da Pietrelcina a settembre di quell’anno, le sofferenze della Chiesa nel difficile cammino dell’aggiornamento post-conciliare, le difficoltà e persino il rifiuto di accettare l’enciclica Humanae Vitae di San Paolo VI anche da parte di alcuni pastori e cattolici

Furono per lei anni di preoccupazioni, sofferenze, prostrazioni, veglie e preghiere per il Papa, la Chiesa, la società.

Sentiva dentro di sé il pericolo di un attentato contro il Papa in viaggio verso Manila e mostrò per esso particolare agitazione. Quando parve che Paolo VI volesse dare il buon esempio accettando anche per sé la legge che stabiliva per i vescovi le dimissioni al raggiungimento di settant’anni, Luigina sollecitò quanti poteva perché facessero desistere il Papa da tale proposito. Il Papa non è un vescovo del tutto pari altri ed è scelto per tenere salda l’unità della Chiesa.    

Accortasi di un attentato terroristico che il movimento di sinistra dei NAP stava preparando al deposito della polizia davanti al palazzo della sua abitazione  avvertì la polizia dicendo che non potendo dormire, essendo malata, aveva potuto vedere dalla finestra.

Il referendum del divorzio, lo sgomento per il sorpasso della Democrazia Cristiana da parte del Partito Comunista nel 1975 la angosciarono molto.

Era il tempo di aperture e trasformazioni che agitavano il mondo cattolico, quello cioè dell’abate benedettino di San Paolo Giovanni Franzoni, a Roma, di Fratel Carlo Caretto a Spello, per fare qualche nome.

A Scala di Ravello con Mons. Guglielmo Zannoni, Sotto-Segretario della Congregazione per il Clero, e un altro sacerdote udimmo da Mons. Cesario D’Amato, ospite del parroco Don Peppino Imperato, vivente, di quanto fosse stata laboriosa la Riforma Liturgica e insoddisfacente l’esito. Ciò sentii mesi dopo anche dal Prof. Tommaso Federici, oblato benedettino e professore al Sant’Anselmo di Roma, consulente della Santa Sede e collaboratore de L’Osservatore Romano.   

Fondamento della spiritualità di Luigina era il nascondimento e il silenzio su di sé, nulla chiedere, e vivere totalmente abbandonata al Signore e alla sua Mamma Maria.

La sua fu una vita di piena adesione alla Chiesa.

Quella mattina che Fratel Carlo Caretto pubblicò un articolo a favore del divorzio, Luigina appena mi vide prese i due libri che le avevano regalati di lui e me li porse come se scottassero dicendomi: “ Tieni, portali via”. E aggiunse: “ Caretto ha fatto tanto soffrire Papa Pacelli”.  

Io non sapevo nulla di Fratel Carlo, lo incontrai solo una volta nel suo ritiro di Spello perché trovandomi in vacanza mi ci portarono.

Dei rapporti che intercorsero tra San Pio e Luigina ne diede bellissima testimonianza scritta Padre Tarcisio da Cervinara in una commemorazione annuale che si faceva di lei. Avendo notato il modo che usava San Pio nell’accoglierla volle conoscerla e ogni volta scriveva circa i loro incontri.

Cercò aiuto per Don Nello Castelli e Don Attilio Negrisolo, due sacerdoti padovani che a causa di Padre Pio soffrivano per l’incomprensione del loro vescovo, Mons. Girolamo Bortignon, che pure era cappuccino.  

Monsignor Guglielmo Zannoni, della Segreteria di Stato, e Mons. Pietro Bianchi interessati da Luigina fecero molto per i due sacerdoti.

Pensiero di Padre Pio fu pure una Casa per Sacerdoti diocesani anziani e un istituto per la formazione di confessori e direttori spirituali annesso ove fossero presenti le suore e l’adorazione eucaristica quotidiana.

Ho visto che i Padri Cappuccini di San Giovanni Rotondo hanno avviata la costruzione di una Casa per Sacerdoti. E’ la missione che prima di morire affidò Padre Pio a Luigina, come anche attesta una lettera di Padre Pellegrino.   

Non se ne poté far nulla e fu la sua sofferenza.   

Pensò per un momento di poter fare qualcosa quando incontrò una santa terziaria passionista, Suor Annita Bindi di Foiano della Chiana. Un’anima umile, malata e dalla vita spirituale intensa.

Ma anche per questa vennero ostacoli.

Grande fu la devozione di Luigina per Santa Teresa di Gesù Bambino e Santa Gemma Galgani,

I suoi padri spirituali le avevano sempre proibito di leggere la vita di Santa Gemma e si diceva grata ad essi della loro severità.

Essendo molto legata alla spiritualità di San Francesco ogni estate amava ritirarsi presso le clarisse di San Leonardo a Montefalco, il monastero lì dove sono custodite la sua cameretta e la sua cappellina.

A me piace tornare a San Damiano e rivedere il muretto dove Luigina e i miei genitori sostarono facendo penitenza in onore di San Francesco prima di tornare da Montefalco a Roma.         

Luigina voleva vivere nella normalità e nel nascondimento.

Era una persona di grande sensibilità estetica e si manifestava pur nella semplicità della sua casa, del suo vestire.

Tutte le sue cure erano per la sua cappellina. Per ogni sacerdote che andava a celebrare doveva avere amitto, manutergio, purificatoio e vino per la Santa Messa non già usati e nuovi. I fiori li preferiva naturali, senza trattamenti, perché così il Signore li aveva voluti.

Pertanto ogni giorno l’amica fioraia signora Dora era felice di farle arrivare fiori ogni giorno freschi. Sull’altare amava gli anthurium da mettere quasi sotto le braccia del Crocifisso, simili a mani che ne raccogliessero il sangue Gesù.

Tutto doveva essere sempre pulito e nuovo, degno di Gesù, che aveva voluto una Mamma Immacolata e attendere il momento della sua Resurrezione in un sepolcro anch’esso nuovo.

All’entrata della sua cappella una tavoletta semplice ma elegante ricordava che: La cortesia è la prima forma della carità!   

Ogni sacerdote era per lei Gesù. Diceva che il Signore vuole che il sacerdote sia umile, povero, semplice e dignitoso, non sciatto e pulito, colto non per sé ma per spezzare agli altri il pane della verità.            

Delle tovaglie dell’altare e di quanto di uso per la Santa Messa ne affidò la cura alla mia mamma, perché era la mamma di due sacerdoti. 

Con un pizzico di ironia Luigina amava porre nel sempre finissimo suo presepio ai piedi di Gesù bambino, qualche statuina di monsignori, sacerdoti, munacielli e suorine.

Erano i  teologi fasulli.

L’indulto, allora molto raro, di avere la cappellina e poter conservare la Ss.ma Eucarestia le veniva rinnovato dal Vicariato di Roma ogni cinque anni.

Era, quella cappella, centro e rifugio del suo cuore, il calore e la luce delle sue notti e delle sue giornate di preghiera e sofferenze.    

Ho scritto ora di Luigina, ma devo precisare che di Luigina non si scrive, di Luigina si canta. Specialmente se la si è incontrata a lato di improvvisa subita tragedia. Nulla cambiò in me quando la incontrai e tuttavia tutto cambiò.

Una signora di Napoli alla quale telefonai per dire che era morta la venerata signora Luisa Del Giudice, altra anima santa e figlia spirituale di San Pio, mi diede una risposta che mi folgorò per la semplicità e profondità: “Quando entrò lei nella mia casa entrò un raggio di sole”.

Ecco, quando i miei genitori ed io con l’anima in frantumi entrammo da Luigina e ci inginocchiammo nella sua cappellina entrammo in un angolo del paradiso e ogni volta ognuno vi trovava la sua pace.     

Parlare di Luigina non è appunto facile, perché la presenza di lei è presenza viva, è presenza che vive nel profondo dell’anima. La vita rifugge dalle parole e si esprime nel silenzio e si sazia di contemplazione, mentre il cuore è carico di emozione e l’anima fatica a portarne il peso. 

E’ vero che la luce della sera colora di fuochi accesi e di contorni variamente sfumati le immagini care lontane. Ma è vero anche che quando il cuore è stato toccato profondamente da una singolare amata presenza poi l’approfondisce e la dilata senza alterarla, perché ha modo di confrontarsi serenamente con essa e con la sua propria vita.

E’ l’evangelico conservare e meditare le cose nel proprio cuore, che fu della Madonna ( Lc 2,19 e 51). 

A distanza di anni quel volto non smette di rinnovarsi davanti al nostro sguardo interiore, ancora attonito e quasi incredulo per la gioia e lo stupore.

La comunione con lei quaggiù si fa quasi certezza di una comunione più vera e più grande e aiuterà a fare più sereno il passaggio ultimo che tutti tanto spaventa.

La presenza di Luigina fu a tutti presenza della Vergine Maria che con la Ss.ma Eucarestia ella amava appassionatamente.

Quella chiara cappellina di via Urbino fu per noi la tenda nella quale Dio e il suo mistero di offerta di dolore e di amore, la Vergine santa ci ospitavano rendendosi accanto a ciascuno come di una percezione fisica quale si sperimenta quando agisce un amore molto intenso, sommamente grande.

Tornano le parole che Gesù ai Suoi nel momento in cui si congedava da essi: “Non vi lascerò orfani; tornerò a voi” (  Gv 14,18). Gesù si allontanava, ma quel Suo farsi lontano era già un misterioso tornare, un venire ai Suoi più intimo e più vero, un donarsi al cuore duraturo nell’amore perenne.

Non deve sorprendere questo, perché i santi essendo in comunione perfetta con Dio e avendo perciò con Lui vinto il mondo partecipano della possibilità che Lui ha di donarsi a chi lo ama nella luce dei puri di cuore.

Nel segreto della comunione dei Santi ella ancora trae a sé e in questo fa dono di ricordarla.

Accade, pure, che se ne senta l’assenza. Anche quando si ha la grazia di sentirne la presenza, se ne sente l’assenza. Anzi, quanto più se ne sente la presenza tanto più se ne soffre l’assenza.

E’ il mistero di Dio vicino eppure lontano, che nella felicità di una sempre imprevista raggiunta presenza ci sollecita a ricerca più alta, ci sospinge verso la felicità che sola sarà definitiva, ma che quaggiù rimarrà sempre appena intravista e appena lambita.

Il possesso pieno dell’amore quaggiù non è mai dato, per quanto esso possa in noi essere grande, né la sete dell’anima si potrà estinguere in un bene riconosciuto solo in penombra, solo appena avvicinato.

Avvertire l’assenza di una persona è già coglierne la presenza.

Quando ci si porta sulla tomba di Luigina si contempla quell’anima che si è addormentata nella Pace, ma che pure e perciò continua a vegliare sul cammino di chi ha avuto la grazia di incontrarla.  

L’anima si rammarica di non aver saputo a suo tempo approfittare del dono di Dio! Allora tutto era per noi così normale che non facevamo caso all’eccezionalità del dono, alla singolarità dell’evento.

Ella si nascose per non interporsi visibilmente tra Gesù, tra la Ss.ma Vergine Maria e le anime, timorosa di farsi schermo ad Essi del Loro fulgore.

Ma proprio in quel suo perseverante ed eroico nascondimento ella si fece luce della luce di Dio.

Da Gesù nella Ss.ma Eucarestia e dalla Madonna Luigina traeva la luce sua propria, il significato di sé medesima e della sua missione.

Luigina, sensibilissima, dominava gli aspetti troppo umani e tuttavia quanto rispetto vi era in lei, quanta purezza, quanto lieve sublime distacco. Quanta forza, quanta chiarezza, nobiltà e mansuetudine vi era sul suo volto bellissimo.

Ella era come la luce. Umile, discreta, chiara, calda, lieve, vigorosa, limpida, opportuna, saggia, materna. 

La vita con Luigina è stata per tutti una splendida vissuta parabola della vita del Cielo, della luminosa.

La luce di quell’aurora illumina sovente il buio dell’affannoso nostro quotidiano ancora oggi.

Quante ore di cielo si scorrevano in quella preziosa conchiglia, batuffolo di soffice sparsa profumata splendida luce che era la sua indimenticabile cappellina, nell’umile ordinata  candida stanzetta dove Luigina, accanto a Gesù e alla Vergine, col viso volto verso di loro, verso l’amata cappellina che le era accanto, oltre la parete che velava di segreto le lacrime del suo soffrire e offrire, consumava sul suo lettino appunto in silenzio d’amore la donazione di sé e, dimenticandosi, spargeva intorno parole di bontà e azioni di carità.

E proprio così infatti, con il viso e la persona volti verso la sua cara, tanto amata cappellina, in posizione di impeto di amore verso la Vergine e di adorazione verso l’Eucarestia lasciò la sua anima il suo corpo, che rimase poi tiepido e fluido, non offeso quindi, e libero dalla naturale rigidità della morte, preludio della futura resurrezione e squillo vittorioso della già operante primavera dell’immortalità.

E’ stata un poco, Luigina, la Roccia alla quale abbiamo bevuto l’acqua della Vita, i fiumi della divina Carità.

 




Il primo miracolo di Lourdes: Santa Bernadette Saubirous

Santa Bernadette Soubirous

Santa Bernadette Soubirous

 

 

di Giuliano Di Renzo

 

Continua la nostra gioia tutta spirituale di cristiana santa Pasqua di Resurrezione.
Resurrezione!
Santa Bernadette ha fatta della sua vita l’espressione del messaggio che la Vergine Immacolata le aveva confidato.
Non parole ma testimonianza. Bernadette diede con la sua esistenza voce al messaggio che la Vergine le aveva affidato. A quel messaggio ella diede visibilità nella sua persona. Non raccontò ma l’assorbì nel suo spirito e nel suo corpo e ne fece un vissuto, nutrimento quotidiano per riverberarne la luce nell’umiltà del nascosto suo offrirsi alla Passione di Cristo per la resurrezione dei peccatori.
Il Signore si serve dei bambini, degli umili, di deboli per confondere i forti e i grandi che si arrabattano intorno ai loro tavoli di gente illuminata che crede di salvare il mondo mentre invece lontani da Dio accrescono buio e paure.
Ne siamo testimoni in questi giorni di sconvolgente epidemia, durante i quali invece di rivolgersi tutti umili e pentiti anche all’aiuto del Signore pare che Lui sia l’unico escluso dalla preoccupazione di molti e della società come tale.
Il Signore confonde i presuntuosi e i forti e lascia che brancolino con fatica e a tentoni.
Certo verrà la luce, perché il Signore nella sua misericordia ha disseminato nel segreto delle vie del mondo tanti spiriti, piccoli e ignoti alle luci della ribalta che amano, pregano, soffrono e offrono.
Tanti l’abbandonano, ma Lui ha posti davanti alla sua maestà divina alcuni piccoli fiori che profumano di amore e non piegano il ginocchio davanti agli idoli a causa dei quali il mondo va morendo.
“Io poi mi sono risparmiato in Israele settemila persone, quanto non hanno piegato le ginocchia a Baal e quanti non l’hanno baciato con la bocca” (1 Re 19,21).
Sempre il Signore si riserva dei piccoli resti dai quali riprendere l’inizio dell’esodo messo i pericolo. Sempre ha Dio nella sua faretra una fionda di Davide con la quale abbattere il mostro onnipotente del nostro mondo di bestemmiatori.
Come Gesù anche la Madonna si affanna a correre dovunque per avvisare e chiedere di pregare per salvezza dei peccatori. La piccola, la debole, l’ignorante Bernadette sorprese i suoi giudici quando ad essi che le chiedevano chi fossero i peccatori rispose: “Sono coloro che amano il peccato”. Coloro che amano il peccato e dunque amano la Morte, la invocano e si abbracciano ad essa (cfr Sap 1,16).
I santi sono lampade che il Signore accende per illuminare le tenebre di questo mondo e per farlo ha bisogno della libera collaborazione di creature che il suo amore presceglie a vantaggio di tutti.
Nessuno esiste da solo, ma come gemma nel concerto di altre gemme, che tutte le altre esalta e da tutte riceve esaltazione e vigore.
E’ il mistero dell’Incarnazione, è il mistero della Chiesa al quale ciascuno partecipa secondo la grazia a ciascuno donata come propria e distintiva, chiamato a partecipare all’amore di Dio e a comunicarlo.
Messaggio che è quello perenne e proprio del Vangelo, ossia di conversione all’amore di Dio-Amore che si manifesta pienamente nel dono di sé estremo per noi sulla croce.
Croce, sofferenza e morte sono “invenzioni” della mano violenta e cattiva dell’uomo, Cristo accettandole su di sé le toglie l’aspetto terribile che il peccato le ha dato e facendone prova di amore perché non c’è amore più grande ne fa trofeo di vittoria dell’Amore, gloria di Resurrezione. La Morte è vinta dall’Amore.
Nessuna fede annuncia la resurrezione della carne, perché chi risorge è la persona nella completezza della sua realtà.
Le altre fedi paiono esaltare la carne, mentre il cristianesimo alla vista miope di tanti sembra deprimerla. Ma amano la carne ridotta a morale putridume, mentre il cristianesimo mortifica la carne per restituirla alla sua dignità come di perfetta cassa armonica dello spirito che soccorre sostenendone il canto con la bellezza del timbro, i toni perfetti e la perfetta risonanza delle armoniche della musica.
Il cristianesimo è la sola religione che coltiva la vita, l’annuncia, la prepara e la dona. Altre fedi religiose, esoteriche, intellettualistiche e politiche hanno tutte cattivo sapore di morte.
Le coscienze oggi, la società hanno bisogno di resurrezione, di recuperare i valori che hanno fatta la civiltà cristiana – che trae slancio ed entusiasmo e certezza del futuro dalla luce della Resurrezione di Cristo – che ha amalgamate in sé e rilanciate, trasmettendole all’Europa allora barbara e in subbuglio, i valori della civiltà greca e romana.
Il mondo moderno in cerca di “libertà” ha voluto sganciarsi dalla sua origine, dalla parabola impressole dalla civiltà cristiana e si trovano gli spiriti a vagare navi “sanza nocchiero”, senza libertà smarriti nelle gelide assenze del niente, senza un sereno presente e senza futuro.
Senza la luce della Resurrezione che viene dalla tomba di Cristo il mondo rimane una tomba sorda e muta in cui tutti e tutto e le civiltà umane solo umane ci seppellisce senza speranza la storia.
La morte di una persona dà sempre dolore. Per grazia di Dio abbiamo la Resurrezione di Gesù che ci assicura che l’ultimissima parola sulla vita non è la morte ma la vita e sul nulla sta la parola ricreatrice dell’Amore.
Dio infatti ama la vita, è infatti Amore. Non sentimento ma Persona.
Chi siamo noi se non affannosa ricerca dell’Amore? La storia umana è questa inesausta ricerca del compimento di sé nel pieno possesso dell’Amore.

 




Venerdì Santo 2020

Gesù crocifisso a San marcello - Roma

 

di Giuliano Di Renzo

 

Stiamo vivendo giorni di sofferenza e chiediamo l’aiuto del Signore dopo esserci resi conto che abbiamo deviato dalla sua via di santità e giustizia.

Noi, tanto come privati che come società, abbiamo avanzato imperterriti sulle vie del male, mai sazi di libertà sfrenate e rivendicato il peccato come un diritto, ingannando noi stessi. Mentre ci preoccupiamo di ecologia e di ambiente distruggiamo i diritti altrui e quelli alla vita dei più innocenti e indifesi.

L’aborto è diventato un mezzo per sbarazzarsi degli esiti indigesti della nostra sessualità abusata, abbassata a materialistico godimento dell’altro e noi diciamo come per beffa amore. Invece di essere realizzazione della piena comunione tra persone che si donano in vicendevole amore e seriamente si rispettano ed amano.

In tal modo abbiamo anche uccisa la società impedendole di crescere e fiorire come albero frondoso e carico di futuro.

Abbiamo attentato alla famiglia, la quale non è più casa accogliente e sicura, ma uno stazionare senza frutti e doveri, abbandonati ciascuno al capriccio e provvisorietà dei sentimenti.

Ecco allora emergere che al centro di tutto il nostro essere e operare non poniamo la giustizia, la santità del nostro destino e della nostra vita, ma noi stessi, il nostro egoismo.

Insomma, fingiamo di amare mentre non amiamo che solo noi stessi, senza pensare che quell’egoistico amare e’ odiare se stessi, è inoculare in sé la morte.

Lo sappiamo, o consideriamo comodo fingere di non sapere, che tanto la natura come lo spirito sono tenuti in essere dalla giustizia che si esprime con le leggi sacrosante della vita.

Non possiamo dunque pensare di sfuggire alla Giustizia, la quale essendo immortale (Sap 1,15) se violata esige la restituzione con la riparazione.

Se tenessimo ben presenti queste considerazione avremmo la risposta alla tormentosa domanda del perché il male nel mondo. Esso è il naturale esito di sventate nostre avventure senza freni, dell’uso disinvolto di una malintesa libertà.

Malintesa libertà che distrugge la libertà e brucia come in una specie di infernale walhalla le nostre perseguite illusioni.

Osiamo chiamare in giudizio Dio invece di portare noi al giudizio di Dio.

Già in Omero, quasi appena all’incipit dell’Odissea, Giove lamenta che dei guai che procura a se stesso l’uomo osa “incolpar sempre gli dèi e la stoltezza sua chiama destino”.

Il Venerdì Santo ci ricorda quel che ha fatto Dio per tirarci fuori dalle nostre paludi.

Ma pare che l’amore di Dio, che è inaudito ed anche estremo, dopo più di duemila anni non trovi ancora accoglienza nel cuore perverso degli uomini.

Ci troviamo nel mezzo di un’epidemia e manifestiamo cattivi propositi di altri più gravi delitti.

Brevissima e incerta è la nostra vita e noi continuiamo a parlare di pace intanto che nel cuore vogliamo la guerra (Sl 55,19).

Il Venerdì Santo dovrebbe metterci davanti al Crocifisso, che continuiamo a perseguitare mai soddisfatti di avergli perpetuata nei secoli l’atroce agonia.

La presente esperienza del coronavirus e della nostra umana impotenza dovrebbero suscitare un risveglio della nostra coscienza e invece si continua a tranquillizzare noi stesso con le morfine, per esempio, di false discussioni circa la legalità ma non circa la moralità.

Quando oppressi e senza vie di uscite umane ci rivolgiamo per aiuto al Signore lo facciamo perché ci preoccupano le sofferenze nostre non quelle che facciamo patire ogni giorno al Signore.

Le nostre meditazioni sul Vangelo e sulla Passione di Cristo paiono essere più un “et eo comenzo el corrotto” (Jacopone da Todi. Il pianto della Madonna), lamento sulle nostre e altrui umane disgrazie che non quello della Madre sull’innocente divino straziato suo Figlio.

Cristo finisce per essere il pretesto per ergere al posto di Lui l’umanità ferita dai suoi stessi mali, preannunciato messia del nuovo umanesimo da instaurare nel mondo.

Entriamo invece, come San Bonaventura in Itinerarium mentis in Deum, nella buia luminosa mistica nube della sofferenza di Gesù offertosi generosamente per noi e svela in tal modo a noi il volto proprio di Dio Amore, in Gesù suo Verbo, il solo innocente che possa saldare l’immenso nostro debito con l’infinita divina santità di Dio.

“Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto e faranno lamento per Lui come per la morte del primogenito figlio unico” (Zc 12,10; Gv 19,37) e “nella sua luce vediamo la Luce (Sl 36,10).

Gesù ci dà la possibilità di ottenere la redenzione permettendo di unire alle sue le nostre sofferenze di colpevoli ravveduti.

Immergiamoci nella Passione di Gesù, chiediamo a Lui perdono dei colpi di flagello, delle trafitture di spine, dei chiodi che ha dovuto subire per noi e dell’ultimo sfregio a Lui ormai cadavere con infierirgli il colpo di lancia a opera di un sacrilego ignaro soldato. Sul quale e su noi la sua carità ha fatto scendere dal suo Sacro Cuore il sangue e l’acqua che dona a noi l’innocenza di nuove creature.

Sfregi e sofferenze resi più gravi perché inflittigli alla presenza della già troppo sua addoloratissima Mamma, costretta con Lui a ancor più infinito suo patire.

Siamo tutti il buon ladrone. Gesù non è stato crocifisso ma si è fatto portare al Calvario e fatto crocifiggere per venire accanto a noi nelle crocifissioni della vita e sostenerci accompagnando di speranza con la sua Passione lo svolgersi in noi della sua resurrezione. Il suo perdono è miracolo dell’amore immensamente più grande della trasformazione dell’acqua in vino ed è la trasformazione della nostra morte nella sua morte che è Resurrezione.

A Mosè che con passione di intelletto e cuore d’amore chiedeva a Yaweh di mostragli il suo volto, così come a ogni anima profondamente che assetata della Verità l’assenza di essa provoca esistenziale tormento, il Signore che non poté rispondere allora risponde ora con il Verbo della Croce da dove rifulge in tutto il suo splendore e gloria il volto suo proprio che è l’Amore.

“Ti adoro, o Croce santa che portasti il Redentore gloria e onor ti canta ogni mente e ogni cuore”.

“Quanto a me non ci sia altro vanto che nella Croce di Nostro Signore Gesù Cristo, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 6,14 e 2,20).

 




Si può andare dal tabaccaio per comprare le sigarette, ma non in chiesa per chiedere conforto al Signore. Quali sono le priorità e le urgenze? Dov’è la Chiesa?

Chiese chiuse per coronavirus

 

 

di Giuliano Di Renzo

 

Preoccupa l’incomprensione che si è manifestata verso il Dr Domenico Airoma, il magistrato napoletano che il 28 marzo scorso chiedeva di entrare in chiesa per il bisogno che aveva di un breve incontro con Dio ivi presente nella Ss.ma Eucarestia.

Incomprensione simile l’ho riscontrata persino in non pochi lettori di Avvenire.

Intanto che il mondo cattolico pure in questa drammatica situazione discute di accoglienza, di preghiera con tutte le religioni, dei titoli del Vescovo di Roma, le coscienze abbandonano non solo le chiese ma pure i sagrati.

Persino gli ospedali, luoghi dove accanto agli infermi e ai moribondi erano un tempo le suore, i sacerdoti vengono tenuti lontani con la scusa di cautelare dal contagio. I medici però non dovrebbero venir cautelati?

Si privano i malati e i moribondi e le loro famiglie, tanto prima che dopo la morte, del solo conforto necessario nel supremo momento nel quale è tutto intero il senso della vita e il significato della morte, che altrimenti sarebbero solo disperazione del nulla.

Si tengono sacerdoti e fedeli lontani da un diretto contatto con Cristo, amico, sposo, che presente nella Ss.ma Eucarestia è cibo e bevanda delle loro anime esauste.

Frattanto gli islamici diventano tanti, insistenti e ardimentosi da pretendere feste e cimiteri propri, non nascondendo di prefiggersi di sostituirci un domani e cambiare il volto della nostra tradizione e cultura e dalla nostra società, la quale deve tutto all’eredità greca e romana e alla fede cattolica.

Intanto che molti cattolici muoiono, altri se ne vanno e abbandonano la Chiesa. Così che da Mater et Magistra è fatta timida e ospite della società che fu sua, e fatta ormai laica, viene confinata tra le private associazioni e senza voce.

Siamo rimasti tutti emozionati l’altro venerdì nel vedere il Papa salire solitario la scalinata della basilica di San Pietro sotto la pioggia e l’immensa piazza vuota, sostare silenzioso davanti al Crocifisso.

“Muovesi il vecchierel canuto e bianco”, direbbe il Petrarca. Immagini di una Chiesa afflitta e smarrita, impotente umanità ferita.

Ma il pensiero è sceso in quel momento ben più al di sotto della narrazione del più visibile doloroso film e di momentaneo religioso romanticismo.

Alcuni hanno preferito abbandonarsi a suggestive visioni di chissà chi, chissà che cosa nelle nubi, preferendo la scenografia dell’immaginazione alla severa parola delle cose.

La Chiesa deve essere in uscita? Ma lo è stata da sempre. Spesso, per ricordare cose antiche sono opportune parole nuove.

La Chiesa è missionaria, deve portare l’annuncio e testimoniare l’evento che salva il mondo, simile alla Madonna che porta il Figlio a Sant’Elisabetta, ai pastori e ai magi.

Anche oggi continua l’epopea soprannaturale di una Mamma che va per il mondo a svegliare gli uomini alla luce della salvezza. Cappelle e santuari sparsi ovunque soni i segni del suo passaggio e della sua presenza.

Sempre la Chiesa è alla ricerca dell’umanità smarrita, la vita sulla terra è caratterizzata da intrinseca inadeguatezza, da incompletezza e provvisorietà.

La nostra vita quaggiù non è che esodo doloroso, cammino sovente stanco.

La freccia del tempo ha un senso e un senso hanno le realtà dell’universo che si attraggono tra loro intanto che tutti insieme volgono verso un ignoto detto grande attrattore.

 




Domenica delle Palme: Passioni di Cristo e della Chiesa

Domenica delle Palme

 

 

di Giuliano Di Renzo

 

Quale la Domenica delle Palme tale è la via di Gesù nel mondo: dalla gloria al crucifige. Ed è perciò tale la via della Chiesa, rifiutata dal mondo mentre essa è in corsa affannata per portare gli uomini alla salvezza che è il Signore Gesù.

La Chiesa non è un’associazione di persone unite da filosofie egalitarie o da umanitari principi filantropici, ma è la presenza nel mondo di Cristo Risorto buon samaritano, è il Corpo Mistico di Lui intenta a raccogliere buoni e cattivi per purificare gli uni e gli altri trasfondendo in essi il Sangue di Gesù e con esso la vita eterna.

Gesù ha costituito la Chiesa e poi l’ha inviata perché fosse per tutti vessillo e ancora di salvezza, inviata a cercare i perduti e stando essa stessa con Gesù sulla croce dire a ciascuno di noi quale ladrone morente pentito: “Oggi sarai con me in paradiso”.

“Oggi sarai con me in paradiso”, parola ri-creatrice di Dio che quella vita sciupata e perduta riforma e restituisce.

Solennemente acclamato il giorno delle Palme, questa stessa gente che lo acclama cederà fra poco alle sobillazioni dei potenti e degli influenti del mondo e chiederà la condanna a morte di Gesù sull’orrendo patibolo della croce.

La Via Crucis dello Sposo è Via Crucis della Sposa, perché il mondo odia la Verità, non sopporta la Luce l’orrido del peccato che abita il cuore dell’uomo, non tollera il candido fulgore della Bellezza.

La Chiesa, calunniata, incompresa, ripagata con l’ingratitudine dalle nostre società e dalle persone che nei secoli ha beneficati, tradita come Gesù dai figli e dagli amici per la misera somma di trenta denari.

Di Giuda sempre disposti a vendere il Signore il mondo pullula e non si preoccupano essi che così vendono se stessi e perdono la propria dignità e la propria anima.

I tanti che abbandonano la Chiesa perché incontrano in essa scandali, veri o presunti, che dicono di non tollerare, sono gli stessi che compiono i medesimi delitti dei quali non risparmiano biasimi agli altri e alla Chiesa stessa.

La vita della Chiesa non può essere diversa da quella di Gesù.

Ha ragione chi si è da poco lamentato del danno fatto alla scuola cattolica italiana e con essa alla cultura in generale, dall’acredine del pervicace laicismo dai risorgimentali in poi. Furono essi un tempo figli della Chiesa.

Questa malversazione ideologica continua pure oggi ed è quasi giunta a completare il diabolico disegno di distruggere i secolari valori cristiani con la diffusa totale laicizzazione della società e delle coscienze, con il relativismo presentato come libertà, rispetto delle persone di orientamento diverso e di nuove culture.

A me pare che la gran parte dei cattolici stenti a intenderlo, eccessivamente occupata a seguire per facile irenismo le ideologie che favoriscono una superficiale valutazione degli umanissimi sacri principi del Vangelo.

Si viene in tal modo a relativizzare senza accorgersene il Vangelo e in suo nome si invoca dialogo, accoglienza indiscriminata, integrazione.

 




A proposito di guerre e di diritto internazionale

lotta greco romana

 

 

di Giuliano Di Renzo

 

Lunedì sera il TG Uno ha ricordato che nell’antica Grecia durante le Olimpiadi venivano sospese tutte le guerre (tra greci). 

Verissimo, ma le Olimpiadi nell’antica Grecia non erano, come sono per noi oggi, semplici manifestazioni sportive, bensì manifestazioni religiose durante le quali l’oicumene ellenica ritrovava la sua unità nella celebrazione dei morti antichi eroi, tutelari della stirpe. 

Non si concepiva l’ateismo, e la religione era valore e bene costitutivo dello stato. Se si tenesse presente questo tanti fraintendimenti di prospettive storiche e falsi giudizi dovuti a ignoranza si eviterebbero.

Nessuno però ricorda – non sia mai! – che nel Medioevo fu la Chiesa a imporre regole che limitassero i conflitti solo a certi periodi dell’anno e fuori di essi restavano assolutamente proibiti. 

Nelle quali poi non doveva venir coinvolta la popolazione e venir tutelati i poveri, le donne, gli orfani. Come pure beni e fondi che servivano di elementare sostentamento. Tali erano i mulini, le viti delle vigne, ecc.

Del resto la cavalleria medievale fu ispirata dalla Chiesa per dare ideali ai cavalieri erranti, cadetti di famiglie nobili che rimasti senza eredità vivevano di avventure e violenze. Come spesso accade, nell’assegnare l’eredità si tendeva a privilegiare possibilmente il primo figlio maschio per non disperdere il patrimonio di famiglia.     

Le guerre dei popoli e la conseguente imposizione della leva obbligatoria furono un “regalo” della rivoluzione francese e della modernità laicista, allorché si separò la politica dalla morale secondo i principi di Machiavelli nel Principe. 

All’assolutismo monarchico successe l’assolutismo dei “repubblicani” stati laici e si fecero essi stessi fonte della morale: stato etico, appunto assoluto, la legge generale scritta che prevale sulla coscienza. 

Nessuno ricorda, non si può, che il diritto internazionale venne elaborato nell’Università di Salamanca della Spagna cattolica per rispondere ai problemi morali che ponevano alla coscienza cristiana le popolazioni conosciute con le recenti scoperte geografiche.

 




A persona consacrata che si sente scoraggiata

Gesù guarisce il cieco nato

Gesù guarisce il cieco nato

 

di Giuliano Di Renzo

 

L’amore di Dio dobbiamo gridarlo sempre, anche se intorno a noi si fa il deserto.

Gesù venne lasciato solo nel Getsemani e con sua Madre e alcuni spaventati amici mentre moriva sulla croce e se ne derideva l’agonia.

E dire che si compiva l’opera immensa e somma dell’Amore di Dio, più grande della stessa creazione del mondo. Siamo al servizio del Signore, non è detto che dobbiamo vedere noi il risultato.

“Maestro, abbiamo faticato tutta la notte senza prendere nulla. Ma sulla tua parola getterò la rete” (Lc 5,5).

Gesù ama di essere amato e segno dell’amore è l’abbandono per amore alla sua parola, a Lui che di Dio è la Parola ed è parola di tutto ciò esiste ed esiste da Lui e per Lui Parola (cfr Sap 7,22-30 e 8,1; Gv 1,1 ss) .

“Ha guardato il niente della sua serva” (Lc 1,48), il niente che noi siamo e il niente subito è.

C’è chi semina e chi raccoglie, dice Gesù agli apostoli nel Vangelo.

Un seme insignificante lo porta via il vento, non sappiamo dove si poserà e dove caduto in terra morirà e porterà frutto.

Non sappiamo a chi servirà, chi lo raccoglierà e forse aspetta quell’insignificante nostro seme per tornare al Signore.

Oggi è la domenica del cieco nato, che Gesù incontrò per strada intento a chiedere l’elemosina e gli donò la vista.

Domenica scorsa andò a cercare una straniera in terra straniera samaritana e ad ambedue portò l’acqua che ristora e la luce che illumina.

Il Signore si abbassa sempre sul nulla e la sua felicità è elevare il nulla a sé, alla sia gloria, ed è questo il vero miracolo dell’onnipotenza, non di cieca presunta onnipotenza umana fatta di forza bruta e orgoglio, ma dell’onnipotenza dell’Amore.

Dio ama e le cose sono. La luce illumina e le cose sono apparendo dal loro buio del loro nulla.

Tutti siamo disseminati lungo le vie del mondo e tutti Gesù va per queste vie a cercarci e portarci quale buon pastore noi sue pecorelle sulle spalle.

Così sarà per ognuno di noi sino alla fine della nostra propria vita, così sarà per l’umanità intera sino alla fine del mondo, sino alla fine della storia.

Col compimento della storia inizierà quella generale e totale resurrezione che sarà insieme la totalità della vita, la vita piena del cielo. Quella che qui in terra anche inconsapevolmente cerchiamo, per la quale ci angosciamo e ci disperiamo.

E’ la vita, si dice. Sì la vita di ogni giorno nella vita di ogni giorno è questa, è l’apertura della nostra anima sull’infinito e all’infinito.

Abissus abissum invocat. Abisso che è la speranza del tempo e per essa il tempo diventerà eternità.

Il tempo di persone e cose va e persone e cose porta via.

Oltre l’orizzonte di quaggiù si apre fulgido e infinito l’orizzonte senza limiti di quell’amore che è moto e nostalgia del cuore.

E’ esso che fa a noi la vita e il perché della vita ed è quella vita della quale il nostro cuore porta il richiamo e questi è Dio.

Trinità d’immenso Amore in Unità d’immensa Vita.

 

 




Gesù e la samaritana

Gesù e la samaritana

 

 

di Giuliano Di Renzo

 

Incontro di Gesù con la samaritana.

Gesù siede sul pozzo affaticato e oppresso dal caldo di mezzogiorno.

Alla donna straniera che viene ad attingere l’acqua per le necessità della sua casa Gesù lancia come amo il suo bisogno di amore: “Donna, dammi da bere”.

Gesù è l’Amore e non ha bisogno di amore, Egli non chiede per bisogno di ricevere ma per bisogno di dare.

Donna. Alla donna distratta e dispersa nelle cose banali di ogni giorno rivolge con parola di rispetto e solenne: Donna.

E subito aggiunge: “Dammi da bere”. Come risponde la donna: “tu, giudeo, chiedi da bere a me che sono donna straniera? Se tu sapessi chi è Colui che ti dice: ‘dammi da bere’, tu stessa l’avresti chiesto a Lui ed Egli ti avrebbe data dell’acqua viva”.

 

Come tutto nel Vangelo anche questa è la storia di ciascuno di noi, la donna samaritana è ognuno di noi. Distratti dalle cose della vita, la nostra anima ristagna come acqua stanca nelle ramificazioni della vita.

Crediamo che Dio non si occupi di noi, e con questa impressione ci buttiamo su ogni pozza purulenta in cerca di un minimo di piacere credendo di trovare in esso quell’amore che manca e sembra fuggire da noi come fugge da noi l’orizzonte quando siamo nel mare.

Perché si può avere tutto dalla vita, ma se non dona l’amore la nostra anima si secca e abbandona il tutto della vita e la vita stessa.

“Dammi da bere. Se tu conoscessi..” Purtroppo Gesù non lo conosciamo e sostituiamo la conoscenza di Lui con conoscenze che ci tradiscono e diventano gorghi limacciosi che risucchiano dentro se stessi.

La liturgia oggi ci fa fremere di umanissima, proprio perciò divina, emozione col brano evangelico dell’incontro di Gesù con la donna samaritana che va ad attingere acqua al pozzo. Per la samaritana si trattava di un incontro fortuito, ma per il Signore no. Gesù si fece trovare a quel pozzo perché vi era andato proprio per lei, non perché avesse sete d’acqua ma perché aveva sete della sua anima.

Era proprio il buon pastore andato in cerca della pecorella perduta, il padre che avendo lungamente e inutilmente atteso va in cerca del figlio prodigo.

La pecorella vaga e non pensa, il figlio in cerca di avventure si perde nei suoi sogni, il buon pastore così come il padre non riposano, attendono e vanno in cerca.

Gesù getta il suo amo d’oro alla donna che si riteneva sconosciuta e dimenticata, ma constaterà che era ben conosciuta ed era conoscenza non di segreto giudice che inquisisce, ma di padre e fratello di amore.

Aveva sette mariti, e forse le rozze mentalità umane di sempre le avevano strappata la dignità persona, un cieco desiderio ne aveva fatto un cencio, quella voce straniera all’orecchio ma non al cuore: “Donna, dammi da bere” le fece risentire un fremito di nuova regalità e nuova primavera.

Donna, dammi da bere!

Donna, dammi da bere! Un intreccio di imprevisti fili tra Gesù e la nessuno sua creatura ignara dello sguardo amorevole di Dio su di lei.

Donna, dammi da bere! Delicato e solenne, tenero e forte, umile e regale fa uscire quell’anima forse mai amata, certamente mai veramente amata e la fa scoprire amata con conoscenza di amore.

L’esperienza della Maddalena, dell’adultera, di ciascuno di noi quando la luce di Dio scende a illuminare il nostro buio. Si opera una rinascita e una gioiosa resurrezione, una scoperta e conoscenza vere di sé.

Man mano il colloquio si trasferisce da cuore a cuore, da Spirito di Dio ad anima. L’anima viene svelata e consegnata a se stessa con tocco di che ama e amando fa giudizio di amore.

Assistiamo alla luce che sfiorando il bozzolo lo libera da se stesso e lo consegna alla vita in innocenti danzanti colori che fa perdere nel sole.

L’entrata in paradiso sarà per ciascuno forse così?

Fu forse così il momento che l’uomo veniva da Dio svegliato dal nulla, un big bang di felicità quale fu in qualche modo nelle cose e ogni volta che una vita si accende in quel cielo della vita che diventa il seno di una donna nel momento che la fa essere madre.

Felice sorgeva l’uomo dalla tomba del suo essere nulla esultante di riconoscente felicità davanti a Dio felice, come bimbo che si apre come fiore il suo sorriso al sorriso della mamma che trepida della gioia che chiama e attende.

Forse fu così quando il Signore con gioia nel cuore trasse dal cuore dell’uomo per l’uomo la donna sua sposa come fiamma di completezza di umanità resa perfetta nell’amore

Come la vita intima di Dio si compie e completa in Trinità di perfetta unità nell’Amore.

“Le stelle brillano dalle loro vedette / e gioiscono; Egli le / chiama ed esse rispondono: Eccoci ! / e brillano di gioia per Colui che le ha create” (Baruch 3,34-35).

Le stelle, dice il profeta, rispondono al Signore dicendo: Eccoci! E brillano di gioia davanti a Lui.

Anche noi rispondiamo al Signore, sempre, in qualsiasi circostanza, eccomi e consumiamoci di amore davanti a Lui, siamo profumo di gioia dell’amore che amando ringrazia e ringraziando ama, vita di perenne vorticoso rincorrersi nella giovinezza della felicità che mai si spegne.

Simili a spiriti fatti come atomi che trasformano se stessi in energia e mai si consumano pur consumandosi e quell’energia che si alimenta del suo volere e mai si spegne.

 

 




Le sacre Ceneri

 

Ceneri

 

di Giuliano Di Renzo

 

Con questo giorno la liturgia ci fa iniziare il cammino di penitenza, generosità di opere buone, abbandono dei nostri egoismi perché in cammino interiore col Signore giungiamo anche noi con Lui alla Resurrezione la mattina di Pasqua. 

La liturgia non va intesa come rito che si ripete al modo di un ricordo, ma è un vissuto dello spirito nell’immedesimazione con Cristo immedesimatosi con noi. 

La nostra umanità è la “gloria” del Verbo in mezzo a noi , è perciò la parola umana che assume il Verbo di Dio per dirsi a noi. Ed è così anche la Via nella quale camminare per entrare nell’intimità della famiglia divina. 

Come Verbo Gesù è Verità, Visione e Vita, come Uomo è Via, Egli ci nutre di sé con la Ss.ma Eucarestia, con lo Spirito Santo che scaturisce dalle sue piaghe e dal suo costato squarciato ci lava, santifica e fa risorgere mediante segni materiali che sono i Sacramenti. 

Il giorno delle Sacre Ceneri la Santa Chiesa ci invita a un cammino di penitenza che deve iniziare con atto di umiltà, che è mettersi davanti al Dio Santo. 

Ciò permette a noi di avere la giusta conoscenza di noi stessi e della “bontà misericordiosa del nostro Dio che viene a visitarci dall’alto come Sole che sorge per rischiarare le nostre tenebre e portarci nel regno del suo Figlio diletto nel quale abbiamo la redenzione, la remissione dei nostri peccati” (cfr Lc 1,78-79 e Col 1,13-14). 

Gesù è insieme redentore e salvezza, oggetto e contenuto della nostra fede, la Sapienza di Dio, il Mistero nascosto in Lui da prima di tutti i secoli (cfr San Paolo Apostolo. Ef 3,9) e rivelato oggi a noi mediante i suoi santi apostoli e profeti. 

Al modo che Gesù si presentò a Giovanni per essere battezzato da lui come se fosse peccatore, così anche noi, che peccatori siamo veramente, procediamo accanto a Lui sulla via della penitenza e nel suo abbassamento per noi. Prendendo su di sé la croce della nostra umanità inferma Gesù assunse su di sé i nostri peccati e si offrì alla Giustizia offesa della Santità di Dio. Perché tale è Dio, Santità. 

Non un essere tal quale che pertanto ci sentiamo autorizzati di snobbare, come si suol dire, figurandocelo come un super potente che ci sovrasta. Egli è invece splendore di Spirito di purissima luce, Spirito, che ha Santità quale sua infinita perfezione senza nei. 

Gesù non si limitò a nascondere nella sua umanità lo splendore del suo essere Verbo di Dio, ma volle nascondere anche il fulgore della sua divina umanità e abbassarsi maggiormente penetrando entro il nefasto inferno della nostra morte. 

Che non è un diventare semplice cadavere, ma l’Orco di esistenza di non-Vita. 

La Morte come suppositum in natura intellettuale, direbbero i nostri scolastici, cioè come persona. 

“Cristo Gesù, pur essendo di natura divina non ritenne gelosamente il suo essere Dio, ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo con divenire simile agli uomini. E apparso come uomo si fece obbediente. E addirittura obbediente sino alla morte. E alla morte di croce” (cfr San Paolo Apostolo. Fil 3,5-11). 

Lo stare di Gesù nel mondo fu una corsa verso l’annientamento di sé come riconoscimento dell’assoluta grandezza e unicità di Dio. L’inverso di quel vero annientamento che fanno di noi il nostro orgoglio e le nostre passioni. 

Che non è che allontanamento dalla Luce e disperdersi nell’infinito abisso di un nulla che non è il nulla, perché lo spirito non potrà mai essere assolutamente nulla, ma è vivere la sofferente esistenza della vita mancata e tradita. 

Gesù scese dall’alto degli infiniti splendori di Dio sino agli inferi nascosti delle nostre coscienze per riscuoterci alla vita. Dio non ama per scherzo, ama con costanza sino all’estremo limite dell’amore, che è senza confini. 

La Quaresima è un cammino di perseverante spirito di penitenza che ci fa ritrovare noi stessi, ci fa sentire come il figlio prodigo che il rimorso fa ritrovare se stesso e ci ricolloca nella limpida verità di riflesso della suprema Verità che noi siamo. 

La Quaresima è dunque cammino di penitenza che ci richiama alla realtà del male che abbiamo assorbito come se fosse la vita, ci fa recuperare perciò la coscienza del peccato e della sua gravità essendo offesa a Dio altissimo che ci ha amato. Da qui deve sorgere in noi il profondo dolore che ci lava portandoci a riparare con umiltà e amore all’offesa che abbiamo fatta all’Amore. 

La Quaresima è cammino di preghiera, la ripresa del colloquio del nostro cuore col cuore di Dio. 

E’ tempo poi di opere buone, perché l’amore non è romanticismo e immaginazione, l’amore è moneta sonante di amore, dell’amore ne è indicazione e garanzia. Non è certo la fede del fideismo volontaristico di Lutero che non impegna il concreto della vita e si dispensa da spendere se stesso. 

“Pecca fortiter sed firmiter crede”. Bello e molto comodo. Non per nulla cancellò il sacramento della riconciliazione dove occorre alla grazia il nostro sincero pentimento, proposito e seguito di buone opere. “Amor che a nulla amato amar perdona” (Dante. Inf. V,103), credo che nessuno che veramente ami avrà da ridire su questo principio. 

Il giorno delle ceneri la Chiesa depone un poco di cenere sul nostro capo e ci ricorda la realtà della vita, la realtà dell’uomo sulla terra, lo invita all’umiltà che viene dalla verità e implicitamente gli ricorda senza fronzoli che la sua vita ha a che vedersela con Dio e che pur in mezzo a tanto rumore di cose egli è solo davanti al suo destino, destino che si definisce col suo rapporto personale con Dio. 

Ricorda che in qualunque modo la giri la sua vita è solo nel suo stare con Dio, che è la Vita e della vita è la sorgente. 

“Ricordati, uomo che sei polvere e polvere tornerai” (cfr Gen 3,19). 

Ci viene ricordato che il corpo essendo stato tratto dalla terra a causa del peccato che lo ha infangato e corrotto verrà deposto e con la morte l’uomo e lasciato come una qualunque cosa inanimata. 

Lo spirito non verrà meno, ma sconterà il suo peccato con la separazione dal suo corpo essendo stato da soffio dello Spirito di Dio. 

Il corpo dunque riceve sussistenza di essere come corpo umano dall’atto di essere dello spirito che in tal modo lo associa nell’unità della persona al suo io personale. 

“Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”, una persona (Gen 2,7). 

Non per nulla Dio è Padre. Padre che sussiste come Padre, non solo nell’azione del generare. La fede che ci rivela il mistero della Ss.ma Trinità ci dice questo: il Padre esiste come tale perché sempre genera sempre il suo Verbo (cfr Sl 2,7) in un unico atto eterno, al modo che la mente genera il suo “verbum mentis”, il suo logos, la coscienza di sé, l’io personale. 

La Quaresima è meditazione delle Sacre Scritture, biblioteca di opere con le quali il Signore disseta le nostre anime, illumina le nostre menti e riscalda i nostri cuori con la luce della sua Verità e rasserena con la sua speranza l’andare penoso della nostra vita. 

Le Sacre Scritture – Bibbia è parola della quale ci serviamo per raccogliere in un insieme pratico gli iscritti di tutti gli autori sacri – oltre che letture di profonda meditazione offrono al gusto estetico piaceri di altissima poesia, nella quale mente e gusto un poco non si spaurano e fa dolce naufragare nel loro mare (cfr Giacomo Leopardi. L’infinito). 

Dai testi sapienziali poi riceviamo indicazioni di divina e umana profonda saggezza. 

La Bellezza è la gloria che rivela la Verità e la Verità è la luce nella quale s’invera la Bellezza. 

La penitenza quaresimale non nulla a che fare con la tristezza essendo sostenuta dall’amore e vede la sua meta che è la Resurrezione. 

“Poiché Cristo ha sofferto nella carne, anche voi armatevi degli stessi sentimenti…Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo rallegratevi, perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate esultare e gioire” (1 Pet 4,13).

 

 




Di Renzo: “Fare della Chiesa il luogo del proprio apparire e non dell’apparire del Verbo di Dio è tradire Dio e la Chiesa, origine di scismi e divisioni”

Querida Amazonia

 

 

di Giuliano Di Renzo

 

Ha lasciato un diffuso mugugno, in modo non dissimile da quel che si ebbe alla pubblicazione dell’enciclica Humanae Vitae da parte di San Paolo VI, l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco, Querida Amazonia, per aver chiusa ancora una volta la Chiesa di rito latino alle istanze di coloro che avrebbero voluto permettere ai sacerdoti di sposarsi e sbarrata la via al sacerdozio femminile.

Dovrebbe già indurre qualche sospetto il fatto che Lutero così come eretici e scismatici tra le prime cose che hanno messe in atto contro la fede cattolica fatto è stato la laicizzazione del presbiterio e dissacrazione dell’altare concedendo il matrimonio a sacerdoti e consacrati.   

E si sa che è poi emerso quanto fosse invece vera e profetica l’incompresa, combattuta e da non pochi rifiutata enciclica Humanae Vitae di San Paolo VI (1968). 

Le donne cattoliche tedesche scrivono che “La lettera del Papa è un duro colpo per tutte le donne per tutte le donne che avevano sperato un’indicazione mirante all’attribuzione di pari diritti (per l’uomo e per la donna) nella Chiesa Cattolica”. 

La Chiesa non è un’associazione, per cui valgono le indicazioni della sociologia umana. La Chiesa è Sposa e Corpo Mistico di Cristo e la sua femminilità si esprima già così, la donna già viene elevata nell’esprimere la nuzialità della Chiesa con l’uomo-Cristo Dio.

Nella Chiesa il primato lo ha l’amore, mistero che è Cristo stesso unito alla “sua” Chiesa. Sua perché sposa di Lui. Non si può parlare di diritti dove la realtà è l’amore e l’amore è dedizione e servizio. 

Queste donne fanno dell’auctoritas non un ministero ma l’esercizio di un potere, prestigio esteriore, non un carisma di guida e di amore, di fedeltà e manifestazione del mistero della Chiesa. 

“I re delle nazioni dominano su di esse e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Non così voi. Il maggiore tra voi sia come il più piccolo e chi conduce come chi serve. E infatti chi è maggiore chi siede a mensa o colui che serve? Colui che siede. Eppure io sono tra voi come colui che serve” (Lc 22,25-27).

Gesù è “mite e umile di cuore” (Mt 11,28) e non è venuto per essere servito ma per servire e dare la vita per tutti (cfr Mc 10,45).

Nella Chiesa non c’è posto per il nostro orgoglio, icona della Chiesa è “l’umile e alta più che creatura” Madre di Dio (Dante. Par. XXXIII, 2), la sola capace tra tutte le creature di spalancarsi all’invasione dello Spirito di Dio per legarsi con Lui con legame assolutamente sponsale: “Eccomi, sono la schiava del Signore, avvenga di me secondo la tua parola” (Lc 1,38).   

Usare la Chiesa per il proprio apparire e non invece dell’apparire del Verbo di Dio è tradire la Dio e la Chiesa. Perseguire in essa un prestigio umano non permette di avere gli occhi limpidi dei poveri e puri dei fanciulli dei quali Gesù dice essere il Regno dei Cieli e permette di entrare nei misteri di Dio.

In questo peccato dello spirito sta l’origine di tutti i mali e scismi e divisioni ne sono la conseguenza tanto nella Chiesa come nella società.     

Il Papa non avrebbe avuto il coraggio? E invece ha avuto il coraggio di….essere Papa ! Si ricordi il Santo Padre Paolo VI quando pubblicò l’Humanae Vitae? Tutti aspettavano… la propaganda creò attese, il Papa stesso sembrava propendere verso una “apertura”. Poi invece…fu uno “scandalo” perché Gesù fa scandalo, Gesù è scandalo… Il Papa pensava, il Papa pensa …Ma lo Spirito Santo non pensa ma è. E “obbliga” Montini o Jorge Mario Bergoglio a dare la voce a Lui per “confessare” cattolicamente ciò Egli è, ciò Egli vuole e non può non volere.

Nel marasma dei conflitti e crisi generale della fede nel 1967 San Paolo VI indisse l’Anno della Fede nel decimonono centenario del martirio dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, fondatori della Santa Chiesa Romana, di sua iniziativa  “confessò” pubblicamente a nome di tutta la Chiesa il Credo del Popolo di Dio. Come di sua personale iniziativa alla chiusura del Concilio Vaticano II aveva “confessata” Maria Madre del Signore “Madre della Chiesa tanto dei fedeli che dei pastori”.

Fu così che la Vergine chiese cortesemente a una sua confidente, figlia spirituale di San Pio da Pietrelcina: “Ringrazia Pietro per me”.

Perché Dio, che pur essendo Maestro e Signore ringrazia, in Paradiso si ringrazia. Non come noi che ci teniamo arroccati in noi stessi e dimentichiamo sovente chi ci ha fatto del bene.

Dio non è il dispotico misterioso Allah, o il Fato antico, la Norma dell’antica Cina ma ha rispetto di noi sue creature. Egli chiede e offre, non impone.

Ci dice che se ci rechiamo all’altare per deporvi la nostra offerta, non l’accetta se non ci siamo riconciliati prima col nostro fratello che abbiamo offeso (cfr Mt 5,23-24).

Per questa la ragione nella Santa Messa, prima della Comunione, ci si scambia vicendevolmente il segno della pace. Non sia un inutile gesto di cortesia, ma serio gesto di riconciliazione. E’ infatti un gesto inserito nella liturgia che rende presente a noi il sacrificio di Cristo sulla croce. Non ci si può accostare quindi alla Santa Comunione, unirci a quel Sacrificio con  della ruggine nel cuore, se non ci siamo riconciliati tra noi con una convinzione che ha suo fondamento nell’amore di Cristo immolato per noi. Non è quel saluto di semplice convenienza, come purtroppo si fa, ma è una conversione di riconciliazione nel Sangue di Cristo.

Il Signore non usa il diritto che gli competerebbe in quanto è nostro creatore e ci conserva nell’essere per sostituirsi a noi offesi e dare Lui il perdono. Essendo Santo ha rispetto della persona umana che ha fatta a sua immagine. Chiunque questa persona l’abbia offesa deve chiedere perdono prima ad essa e solo poi può chiederlo a Dio.

Così pure, la salvezza eterna il Signore la propone, magari insistendo pure. Ma sempre sollecitando con delicatezza la nostra coscienza e con amorevoli ispirazioni e mozioni interiori al bene. Non prende per la collottola e ci obbliga a salvarci. E dire che siamo costati dolore, sofferenze e sangue a Lui e al suo Figlio. Al suo unico Figlio ed è per quelle sofferenze che accogliendo il Figlio in noi diventiamo in Lui figli di Dio.

L’amore non s’impone, ma si dona. E’ il merito della libertà 

“Haec est fides catholica. Petrus per Leonem (Magno) locutus est”, acclamarono i Padri al Concilio di Efeso del 451 dopo Cristo appena letta la Lettera dogmatica di San Leone Magno nella quale il Papa esponeva la fede della Chiesa Romana e imponeva ai Padri di firmarla senza discuterla. Tanto era stato fortemente deluso delle litigiose discussioni precedenti (Latrociunium Ephesinum).

E: “Roma ha parlato, la causa è finita”, disse Sant’Agostino.

E lo stesso San Leone Magno: “Ogni giorno Pietro confessa nella Chiesa: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E ancora: “Io sono l’erede di Pietro. Un indegno erede, ma erede”.

La Tradizione nella Chiesa non va confusa con gli usi e le abitudini che via via si formano nel tempo ma è la coscienza che ha la Chiesa del mistero che è Cristo, è il Deposito della Fede. Ai discepoli scandalizzati dopo l’annuncio della Ss.ma Eucarestia nella sinagoga di Cafarnao e pertanto lo abbandonarono perché sembravano discorsi assurdi Gesù disse ai restanti: “Ve ne volete andare anche voi?” Ma Pietro rispose: “Da chi andremo, Signore? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68-70). “Chi ama suo padre, sua madre e se stesso più di me non è degno di me” (Mt 10, 24-37).

 

 




Il sabato, giorno della settimana dedicato alla Madonna

Madonna con Gesù bambino

Madonna con Gesù bambino

 

 

di Giuliano Di Renzo

 

l sabato è il giorno della settimana che l’amore dei cattolici dedica alla Vergine Madre di Dio. Solo la fede cristiana cattolica e cristiana ortodossa ha in così grande onore la Donna e in Lei hanno ricevuto onore tutte le donne.

Fu donandole la donna che il Signore perfezionò l’uomo. Essa è la gentilezza che eleva e perfeziona l’amore facendolo capace di originare la vita.

Mentre per le altre religioni, pagane e no, compresa la nostra società laicistica col suo femminismo, la donna non è partner ma femmina (si parla infatti di femminismo e sintomatica è la nuova parola femminicidio), compagna, concubina, etera, escort, prostituta, comunque sempre oggetto, nella rivelazione ebraica e massimamente nel suo prosieguo cristiano la Donna Vergine, “umile ed alta più che creatura”, perfezione e coronamento dell’attività creativa di Dio, il tocco ultimo di bellezza di un’opera sublime.

Verginità che potrà aprirsi come fiore nella magnificenza sublime dell’Incarnazione della Regale Sapienza Eterna che eleva al suo livello divino l’umanità, tutti noi, e con l’umanità al suo termine di viaggio completa la creazione. E’, come si suol dire la chiusura del cerchio dell’immaginazione piena di Potenza e di Amore della Trinità Divina.

“Termine fisso d’etterno consiglio”, è ancora il lampeggiamento di visionaria fede cattolica di quel mago di ritmi e poesia dell’anima che fu il nostro sommo Dante.

La Domenica è il Giorno del Signore, giorno della Resurrezione di Gesù e inizio di un mondo nuovo e di un’umanità nuova, inizio di un tempo nuovo, il big bang della nuova Luce che inizia il suo cammino nel tempo per illuminarlo di eternità.

Il Sabato, il bagliore del Shabbat dell’Antica Alleanza andava dissolvendosi nella luce della nuova, perfetta definitiva alleanza, nella perfezione dell’unione nuziale in Cristo con Dio. Nuzialità che riassorbe tutte nell’unica nuzialità di se stessa le passeggere nuzialità terrestri e tutte perfeziona e completa. La verginità riceve il suo essere persona nella Vergine, icona di tutte le nuzialità. Lei la Diletta del biblico Cantico dei Cantici, a dispetto dei poveri benigni e compassionevoli festival di Sanremo di canzoni assordanti ma senza voce, Lei, la Donna di Cana e del Calvario ove sta in croce sotto la croce su cui si dona e da dove rivela il suo fulgore come da roveto ardente l’Amore.

Il sabato fu il giorno che nonostante la tragedia e l’apparente sconfitta del Venerdì Santo la fede della Vergine non venne meno e fu la lampada accesa che attese la luce meridiana della Resurrezione del Signore.

Per la fede di Pietro Gesù dovette pregare, ma la fede della Vergine era la forma stessa dell’umanità del Signore.

Rendiamo profonda e fervente la nostre preghiera con la forza inconcussa che fu della Vergine nella sua adesione inconcussa a Gesù, il Mistero della Potenza, della Sapienza e dell’Amore, amore di Dio. Per venir a rivelarsi e donarsi a noi, del donarsi a Dio e quindi a noi di Maria. Davvero la Vergine è tutt’una con suo Figlio nell’operare la nostra redenzione.

Chi misura l’amore e la sapienza di Dio con la scarsa e precisa bilancia del farmacista non capirà mai la sconfinata potenza e generosità della totalità dell’Amore. La troppa umana razionalistica razionalità non fa scienza perché non diventa sapienza e uccide il cuore.

Non per nulla il Regno dei Cieli lo percepiscono solo i bambini e mentre i puri di cuore vedranno Dio gli altri rimangono nel buio e dicono che non esista la luce.

Tornando allo Shabbat, il riposo come attività dell’attesa, ricordiamo che la vita è cammino e in quanto tale speranza e attesa.

Attesa di un incontro desiderato e preparato, attesa dell’incontro e dell’abbraccio, desiderio di ritorno alla nostra casa, sogno della famiglia lontana che ci aspetta e ci segue con la preghiera e la speranza del sole della vita che sorge.

Nulla si perde della vita pur sembrando che si perde. Il Signore tutto raccoglie e conserva mentre prepara la sua casa ad essere la nostra casa.

Dio è vita di infinito amore, generoso oltre misura, non limitato e gretto come noi e come noi su nostra misura Lo immaginiamo.

A noi che quando diamo il nostro dare sembra troppo, al Signore il suo dare è sempre troppo poco e dà senza posa e sempre di più.

Il sabato dedicato alla Madonna è un omaggio, nel significato della cavalleria medievale, a Madonna Vergine Maria, l’ebrea di Nazareth Madre del Signore. Scaturì dall’amore di San Bonaventura, discepolo e biografo del Grande Cavaliere di Madonna Povertà Messer San Francesco figlio di Messer Pietro di Bernardone ricco mercante di Assisi.

In Cavalieri Francescani Minori raccolsero il Pallium e diffusero l’omaggio cavalleresco nella devozione del popolo cristiano e delle città italiane. Come a Siena, dove in Piazza del Campo, per meritare il Pallium da offrire alla Santissima Vergine si giostra tuttora.

Si corre per conseguire la vittoria che designa il Cavaliere e la Contrada che avranno l’onore di rendere alla Madonna l’omaggio della Città il 2 luglio, giorno che sino al 1971 la liturgia dedicava alla Visitazione della Vergine a Sant’Elisabetta, e il giorno dell’Assunzione della Vergine alla gloria di Cristo il 15 agosto. E’ il Palio dell’Assunta.