L’Osservatorio di Bioetica di Siena presenta in Commissione Giustizia alla Camera la sua memoria su DDL Omofobia

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fonte: Osservatorio di Bioetica di Siena

Siena, 12 giugno 2020

 

MEMORIA REDATTA NELL’AMBITO DELL’ESAME DELLE PROPOSTE DI LEGGE C 107 BOLDRINI, C 569 ZAN, 2171 PERANTONI E C. 2255 BERTOLOZZI, RECANTI MODIFICHE AGLI ARTICOLI 604-BIS E 604-TER DEL CODICE PENALE, IN MATERIA DI VIOLENZA O DISCRIMINAZIONE PER MOTIVI DI ORIENTAMENTO SESSUALE O IDENTITÀ DI GENERE

 

 

 

Signori Onorevoli, scrivo questa memoria in rappresentanza dell’Osservatorio di Bioetica di Siena per esprimere la nostra ferma contrarietà riguardo al DDL in discussione, per le ragioni che cercherò sinteticamente di esporre.

  1. Non c’è emergenza, la legge c’è già

Anzitutto, occorre sgomberare il campo dalla premessa contenuta nella relazione di accompagnamento alla proposta di Legge. Pur condividendo il principio che ogni oggettivo gesto e atto discriminatorio ingiusto è esecrabile e deve essere perseguito secondo giustizia, affermare che in Italia vi sia una “escalation dei crimini d’odio legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere” appare essere una affermazione che non trova riscontro nelle più accreditate e indipendenti rilevazioni statistiche. Val la pena di citare la rilevazione dell’OSCAD che, per quanto riguarda l’incidenza dei reati connessi ad una matrice discriminatoria, nel periodo 2010-2018 fornisce un totale di 197 eventi legati all’Orientamento sessuale, a cui possiamo aggiungere 15 eventi connessi all’identità di genere, per un totale di 212 reati, pari al 14% del totale. Numerosità che si colloca al di sotto delle casistiche più ricorrenti (Razza/Etnia 59% e Credo Religioso 19%) e che smentisce quindi il quadro emergenziale che si vuol dipingere.

Peraltro, è interessante osservare i risultati di una recentissima ricerca[1] del prestigioso Pew Research Center che attesta come ormai anche in Italia la percentuale dei cittadini che considera l’omosessualità come pienamente accettabile nella società sia al 75%, ponendosi a poca distanza dai paesi dell’Europa Occidentale e in misura significativamente superiore a quella dei Paesi dell’Est europeo.

Non si ravvisano quindi le condizioni per cui si debba prevedere normativamente e soprattutto, penalmente (alla luce anche di quanto si sosterrà poc’anzi), una oggettiva tutela ad una categoria di persone per le quali non si rileva una necessità particolare in questo senso, lasciando nel contempo prive di tutela specifica altre categorie potenzialmente discriminate quali gli anziani, i portatori di handicap, i senza tetto, ecc sui quali la percezione di una situazione “emergenziale” legata ai fatti di cronaca si può definire quantomeno analoga se non superiore a quella riferita alle persone omosessuali e transessuali.

In ogni caso vi sono nell’attuale ordinamento penale norme e principi che tutelano anche la situazione delle persone che hanno esercitato una scelta di orientamento sessuale che le discosti dalla sessualità in natura. Si ricordano la fattispecie criminose che puniscono comportamenti posti in essere, a mero titolo esemplificativo, contro la vita, contro l’incolumità personale, contro l’onore e/o la libertà individuale. Dette norme incriminatrici trovano applicazione nei confronti di tutti i soggetti che subiscono un comportamento qualificabile come reato contro la persona o contro il patrimonio. Tra questi soggetti non v’è dubbio alcuno che vi siano anche le persone di diverso orientamento sessuale. Le quali, infatti, non costituiscono un genus rispetto al concetto di cittadino o di persona, ma sono a tutti gli effetti persone e cittadini di pari dignità e di pari rango costituzionale. Diversamente ragionando, infatti, si giungerebbe al paradosso di assegnare alle persone omosessuali un valore normativo più ampio rispetto alle altre persone. Quasi come se la libera scelta della sessualità costituisse un elemento di maggiore tutela rispetto agli altri cittadini. Per cui dinanzi alla commissione di un reato il fatto della scelta sessuale della persona offesa comporterebbe, in maniera ingiustificata sotto il profilo della uguaglianza fra tutti i cittadini, un aumento di pena secondo quanto previsto dal DDL in esame.

Esistono già, inoltre, norme penali, quali le aggravanti di cui all’art. 61 c.p. che nella loro formulazione, necessariamente, generica consentono al giudice di poter valutare anche il rapporto, in termini di aumento di pena, fra il reato commesso ed il motivo che ha indotto il reo alla commissione.

Per cui allo stato attuale non sussiste alcuna ragione per dover introdurre le norme in esame nell’ambito del vigente ordinamento penale. Soprattutto in relazione alla esiguità dei casi rilevati come sopra premesso. Peraltro il DDL in commento propone la integrazione delle norme di cui agli artt. 604 bis e 604 ter che si trovano rubricate come “dei delitti contro l’uguaglianza”.

Le disposizioni che si intenderebbero integrare con la locuzione “oppure fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere” come prevede il provvedimento in esame compiono una aperta violazione del c.d. principio di riserva di codice di cui all’art.1 del decreto legislativo n.21/2018 ed oggi art. 3 bis c.p.

Detta norma, infatti, introduce nel codice penale una novità di non poco conto dal momento che stabilisce una regola di portata generale: individua un vero e proprio vincolo per il legislatore nell’introduzione di nuove fattispecie incriminatrici. Queste ultime infatti potranno essere previste solo intervenendo nel codice penale o in leggi che possano essere ritenute complete e autosufficienti. Alla luce di questo principio normativo e sistematico (l’art. 3 bis del codice penale si trova nel Titolo I del Libro I “della Legge penale”) sono stati “trasfuse” nel codice penale con gli artt. 604 bis e 604 ter c.p. fattispecie di reato già previste da norme speciali che nell’ambito di una legislazione sistematica ( legge n.654/1973 “ratifica ed esecuzione della convenzione internazionale di New York sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale del 7 marzo 1966 e legge n.205 1993 c.d. Legge Mancino che prevede “Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa”) che prevede, disciplina e definisce tutti gli elementi costitutivi delle fattispecie penali di cui agli art. 604 bis e604 ter c.p.. Per cui, in conclusione, il quadro normativo  su cui si inseriscono le due nuove fattispecie di reato inserite nel codice penale agli artt. 604 bis e 604 ter  rimane quello più ampio contenuto nelle leggi speciali che organicamente disciplinano la materia. Conseguentemente non residua alcun margine interpretativo in tema di condotta penalmente rilevante poiché le leggi in questione puntualmente definiscono tutti gli elementi del reato. Non solo: le leggi in questione tutelano interessi e diritti costituzionalmente garantiti, quali la salvaguardia dei diritti fondamentali della persona.

Si osserva che nel caso in esame non esiste alcuna più ampia disciplina contenuta in leggi penali speciali per cui si è ritenuto di introdurre “ una nuova ipotesi di reato” impropriamente utilizzando il sistema della “modifica” del codice con l’aggiunta alle due norme in parola della locuzione “oppure fondati sull’orientamento  sessuale  o sull’identità di genere”, apertamente violando la c.d. riserva di codice in mancanza di una previgente disciplina organica e senza una definizione puntuale dei concetti di “orientamento sessuale di identità di genere” che divengono elementi costitutivi del nuovo reato. In sostanza si tenta di estendere la tutela del bene protetto dalle norme 604 bis e 604 ter a fattispecie ontologicamente diverse quali l’orientamento sessuale.

Le norme da integrare secondo il DDL configurano i c.d. reati d’odio, ovvero quelli  nei quali la vittima viene colpita in ragione della sua identità di gruppo (come la razza, l’origine nazionale, la religione o altra caratteristica di gruppo). Per l’aggressore, un componente di quel gruppo è del tutto fungibile con altri componenti del gruppo stesso. Il reato ispirato dall’odio consiste in un qualunque atto che sia:

  • autonomamente tipizzato da una norma penale (“reato base” – base offence);

e, in aggiunta,

  • motivato dal pregiudizio basato su una specifica caratteristica della vittima (“la motivazione basata sul pregiudizio” – bias motivation).

 

La motivazione basata sul pregiudizio consiste nella discriminazione verso la vittima operata dall’autore dell’illecito, e centrata su una caratteristica che rappresenta un aspetto fondante ed essenziale di una comune identità di gruppo, come la razza, la lingua, la religione, l’etnia, la nazionalità, o altra caratteristica apprezzabile dall’autore del reato e dal giudice penale.

 

Quest’ultimo elemento – la individuazione dell’aspetto fondante ed essenziale della comune identità di gruppo –  è del tutto mancante nell’ipotesi in cui si giunga ad estendere la medesima tutela penale di cui agli artt. 604 bis e 640 ter c.p. ai fatti reato “fondati sull’orientamento sessuale”, per cui di fatto la valutazione della bias motivation non consiste nella valutazione di una situazione oggettiva penalmente rilevante ed apprezzabile,  ma attiene alla mera percezione della vittima del reato ed alla sfera soggettiva di quest’ultimo.  Con la conseguenza che sarebbe solo la percezione da parte della  vittima del reato a costituire la sussistenza del “pregiudizio” che è elemento costitutivo dei reati d’odio.

 

  1. Non c’è determinatezza del contenuto del reato

Nella discussione inerente al presente DDL, occorre sempre tenere bene a mente che stiamo parlando di norme penali, connesse a possibili condanne non lievi a carico dei cittadini giudicati eventualmente colpevoli. Questo significa che un allargamento delle fattispecie, per crimini di questa portata, deve essere attentamente ponderato e, soprattutto, deve mettere in condizione il cittadino da un lato e il giudice dall’altro di comprendere esattamente il contenuto precettivo della norma in riferimento ai comportamenti agiti. In questo senso, il DDL in discussione presenta elementi di oggettiva criticità e di conseguenza, di oggettiva preoccupazione per le libertà individuali e di pensiero.

Infatti l’articolo 604 bis del Codice Penale, integrato secondo quanto previsto dal DDL qui in discussione, prevedrebbe condanne per chi propaganda idee, commette o incita a commettere violenza o atti di provocazione alla violenza fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere. L’articolo 604 ter, corrispondentemente, prevedrebbe per le stesse casistiche, le aggravanti su tutte le norme che prevedono pene tranne che l’ergastolo.

Ora, è di tutta evidenza come la fattispecie si presti a margini di interpretazione inaccettabili da parte del giudice penale. Occorre infatti far presente che le rivendicazioni LGBT sono in costante espansione, nel campo dei cosiddetti “nuovi diritti civili”, andando ad includere non solo la rivendicazione di una autonomia delle scelte individuali e delle conseguenti organizzazioni della vita personale e comunitaria, in sé ormai sostanzialmente acquisite da un punto di vista giuridico, ma quelle relative a scelte e visioni della società in grado di suscitare legittime diversità di pensiero all’interno dell’opinione pubblica.

A puro titolo esemplificativo e non esaustivo, si citano i seguenti punti sui quali è innegabile non solo la mancanza di unanimità nella società, ma anche, da un punto di vista liberale e civile, anche la necessità della stessa:

  • Accesso alla maternità surrogata per coppie solo maschili: a valle dell’introduzione di questa norma, sarà ancora possibile sostenere nel dibattito pubblico, scientifico o privatamente la inaccettabilità di questa pratica o sarà percepita come una propaganda fondata sulla superiorità di un orientamento sessuale di coppia rispetto ad un altro?
  • Analogamente, sostenere nel dibattito pubblico, scientifico o privatamente la preferenza oggettiva per la coppia genitoriale maschio/femmina per l’armonico sviluppo del figlio rispetto a quella omosessuale potrà essere considerata una fattispecie di reato ex art 604 bis c.p nuovo testo?
  • Esprimere, in base a convincimenti religiosi, giudizi non già sulle persone ma sugli atti da queste compiuti nella sfera sessuale (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica n.2357) potrà essere considerato reato?
  • Sostenere la necessità di effettuare sempre un serio discernimento medico e psicologico prima di avviare un percorso di transizione sessuale più o meno irreversibile, contemplando scenari alternativi al percorso stesso, potrà essere considerato reato di odio o di discriminazione?
  • Definire come ingiusta la possibilità di far gareggiare atleti transessuali di sesso maschile in competizioni femminili, sarà considerata una mera considerazione di buon senso o sarà vista come pensiero discriminatorio e quindi reato?

Mi sono limitato solo ad alcuni esempi. Una interpretazione restrittiva della nuova norma, renderebbe impossibile anche solo ipotizzare di considerare lecita l’attività di critica sociale, ricerca sociologica, scientifica e psicologica su gran parte dei temi che riguardano la sessualità umana, l’identità sessuale e le relazioni sociali correlate, nonché una tara non secondaria sulla libertà religiosa nel nostro Paese. Ci sembra un prezzo piuttosto salato per la tutela di situazioni che, come abbiamo già detto, non mostrano segnali di emergenza!

Segnaliamo infine che le aggravanti previste nell’articolo 604 ter, in questo scenario, non farebbe che rendere ancora più rischiosa la situazione di coloro che, per motivazioni del tutto estranee a logiche di discriminazione basata su orientamento sessuale o identità di genere, commettessero reati ai danni di una persona che è “anche” (ad esempio) omosessuale. Si correrebbe il rischio di applicare delle aggravanti su “intenzioni” desunte non dall’atto in sé ma dalla caratteristica soggettiva della parte lesa, con ulteriori complicazioni legate alla possibilità concreta di dimostrare che il “reo” avesse o meno cognizione di questa caratteristica soggettiva.

In verità, tutto l’impianto logico del DDL sconta l’evidente rischio di finire per considerare “odio” e quindi reato tutto ciò che viene “percepito” come tale dalla categoria tutelata. Questo è un elemento che, se approvato, introdurrebbe nel nostro ordinamento una novità inedita dalle conseguenze inquietanti per tutta la società.

 

  1. Casi concreti

Le possibili conseguenze della proposta di legge qui esaminata possono già essere osservate in quei Paesi dove è stato già, direttamente o indirettamente, introdotto lo stigma del pensiero unico LGBT nei confronti delle voci di dissenso. Si citeranno anche qui per brevità solo alcune delle situazioni facilmente riscontrabili sui media.

IL CASO DI CAROLINE FARROW[2]

La direttrice di CitizenGO per il Regno Unito e l’Irlanda – Caroline Farrow – rischia di finire in prigione per aver affermato la pura e semplice verità biologica su uomini e donne. Lo scorso marzo Caroline è stata indagata delle forze di polizia locali per aver definito l’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso su un ragazzo di sedici anni come “castrazione”, “una forma di abuso di minori” e “mutilazione”.

Susie Green, madre del ragazzo in questione e leader della lobby transgender Mermaids che l’aveva inizialmente accusata, ha poi deciso di abbandonare le accuse. Tuttavia, un altro attivista transgender, Stephanie Hayden, ha deciso di riprendere in mano la causa per assicurarsi che Caroline fosse punita.

Stephanie Hayden, nato come “Anthony George Steven Halliday”, ha precedenti penali che includono percosse con una mazza da golf, reati di falso e frode e violenze sessuali. Questa persona ha iniziato a prendere di mira Caroline sui social media con una micidiale campagna di fango, attaccando la sua fede cristiana e rivolgendole minacce, presumibilmente sotto forma di uno scherzo, dicendole di voler andare a giocare a golf a casa sua…

Caroline, che è madre di 5 bambini piccoli, ne è rimasta scioccata, soprattutto perché anche la sua famiglia ha iniziato a ricevere una serie di minacce da attivisti che avevano scoperto dove vivevano e si erano impossessati dei loro numeri di telefono e dei loro indirizzi e-mail. E così si è difesa apertamente contro queste molestie sul suo account Twitter. Stephanie Hayden è quindi arrivato a casa sua per denunciarla personalmente, e pochi giorni dopo l’ha citata in Tribunale (quasi senza tempo per trovare avvocati e preparare una difesa) dove un giudice ha incredibilmente dichiarato che la sua definizione di Hayden come biologicamente uomo equivaleva a una molestia, vietandole di parlare di lui e di “disprezzarlo” in futuro. Hayden ora sta facendo causa a Caroline per una somma che potrebbe arrivare a 100.000 sterline inglesi (circa 112,000 Euro) e ora sta anche cercando di farla mettere in prigione per oltraggio alla Corte, perché – afferma – Caroline avrebbe violato il divieto del giudice con alcuni commenti generici, che non riguardavano lui, su un forum privato.

 

IL CASO DI LYNSEY McCARTHY-CALVERT[3]

Scrive su Facebook: «Solo le donne partoriscono». Ed è costretta a dimettersi dall’incarico di portavoce di Doula Uk, l’associazione nazionale inglese delle levatrici o assistenti materne che sostengono le donne nella gravidanza e nei primi mesi di vita del bambino. Lynsey McCarthy-Calvert, 45 anni, è stata travolta dalle critiche durissime degli attivisti dei diritti transgender che l’hanno insultata sui social per «il suo linguaggio assolutamente disgustoso». L’accusa che le è stata rivolta è di aver «dimenticato che  non solo le donne mettono al mondo bambini».

Dopo un’indagine di qualche mese, l’associazione è arrivata alla conclusione che il post di Lynsey ha violato «le linee guida di Doula UK». Da qui le dimissioni. «Sono arrabbiata e triste»​, ha detto Lynsey, come riporta il Dayl Mail. «Sono stata vittima di ostracismo per aver detto che sono una donna e lo sono anche le mie clienti. La leadership è paralizzata dal non voler turbare gli attivisti per i diritti transgender».

Una caratteristica importante che va sottolineata e che accomuna i due casi esemplari che precedono, è che in entrambe le situazioni le persone “perseguitate” per le loro posizioni non hanno espresso giudizi specifici su singole persone, ma hanno commentato o espresso una opinione su situazioni generali, nei confronti di tematiche dove non si può in nessun caso negare la legittimità di posizioni difformi rispetto a quelle espresse dal mondo LGBT. E’ forse possibile negare una legittimità di pensiero a chi dice che siano solo le donne a poter partorire? E’ forse possibile negare una legittimità di pensiero a chi esprime un dubbio su una pratica medica invasiva e irreversibile prospettata ad un minore? Direi proprio di no, eppure è proprio quello che viene imputato a queste due persone.

Analoga situazione, come già in precedenza citato, si potrebbe prospettare ai fedeli cattolici che intendono svolgere attività formativa sulla sessualità umana basata su una antropologia personalistica di matrice cristiana, pensiero questo che nel corso dei secoli non si è edificato soltanto sui testi Biblici ed evangelici, ma su discipline scientifiche ed umanistiche che appartengono al patrimonio culturale di epoche e Nazioni.

La verità è che il pensiero che è alle spalle di progetti di legge come quello qui in discussione, si basa su una volontà di scardinare un intero sistema antropologico andando a decostruire la nozione di essere umano sessuato fin dal concepimento e trasformando il tutto in elementi che scaturiscono da convenzioni culturali. Il paradosso che emerge è che proprio in virtù di un disegno che vuole derubricare il dato oggettivo in un dato che emerge di volta in volta dalla cultura del momento (e quindi in qualcosa di opinabile), vengono represse le opinioni diverse da quelle sostenute da una sola parte, ancorchè si tratti di opinioni espresse con rispetto verso le persone, supportate da valide argomentazioni e fino a prova contraria ancora profondamente radicate nel senso comune della gente.

  1. Conclusioni

In considerazione delle argomentazioni sopra espresse, forniamo un parere totalmente negativo sulla proposta di Legge qui in discussione, ritenendo che i rischi repressivi della libertà di pensiero e di espressione ad esso sottesi sono di gran lunga superiori ai presunti benefici attesi, peraltro non necessari alla luce dell’attuale contesto giuridico in essere.

OSSERVATORIO DI BIOETICA DI SIENA

Il Presidente (D.ssa Giuliana Ruggieri)

 

[1] https://www.pewresearch.org/global/wp-content/uploads/sites/2/2019/10/Pew-Research-Center-Value-of-Europe-report-FINAL-UPDATED.pdf – pagine  89 e 158, dove si evince che lo stesso dato nella primavera del 2007 era del 65%

[2] https://lanuovabq.it/it/la-leader-di-citizen-go-perseguitata-dalla-lobby-lgbt-1

[3]https://www.ilmessaggero.it/mind_the_gap/donne_partoriscono_portavoce_dimissioni_associazione_ostetriche_inglese-4845862.html




Card. Caffarra: “Noi non possiamo tacere. Guai se il Signore ci rimproverasse con le parole del profeta: cani che non avete abbaiato”

«Un’ultima cosa vorrei dire. Più sono andato avanti nella mia vita, più ho scoperto l’importanza che hanno nella vita dell’uomo, in ordine ad una vita buona, le leggi civili. Ho capito quello che dice Eraclito: “Bisogna che il popolo combatta per la legge come per le mura della città”. Più sono invecchiato e più mi sono reso conto dell’importanza della legge nella vita di un popolo. Oggi sembra che lo Stato abbia abdicato al suo compito legislativo, abbia abdicato alla sua dignità, riducendosi a essere un nastro registratore dei desideri degli individui. Con il risultato che si sta creando una società di egoismi opposti, oppure di fragili convergenze di interessi contrari. Tacito dice: “Corruptissima re publica, plurimae leges”. Moltissime sono le leggi quando lo Stato è corrotto. Quando lo Stato è corrotto si moltiplicano le leggi. È la situazione di oggi».

Rilanciamo una interessante intervista che l’allora Card. Carlo Caffarra rilasciò nel 2015 a Luigi Amicone di Tempi.

 

Card. Carlo Caffarra

Card. Carlo Caffarra

 

 

Il tramonto di una civiltà

«Io ho fatto diversi pensieri a partire da quella mozione votata al Parlamento europeo. Il primo pensiero è questo: siamo alla fine. L’Europa sta morendo. E forse non ha neanche più voglia di vivere. Poiché non c’è stata civiltà che sia sopravvissuta alla nobilitazione dell’omosessualità. Non dico all’esercizio dell’omosessualità. Dico: alla nobilitazione della omosessualità. Faccio un inciso: qualcuno potrebbe osservare che nessuna civiltà si è mai spinta ad affermare il matrimonio tra persone dello stesso sesso. E invece bisogna ricordare che la nobilitazione è stata qualcosa di più del matrimonio. Presso vari popoli l’omosessualità era un atto sacro. Infatti l’aggettivo usato dal Levitico per giudicare la nobilitazione della omosessualità attraverso il rito sacro è: “abominevole”. Rivestiva carattere sacrale presso i templi e i riti pagani».

«Tanto è vero che le uniche due realtà civili, chiamiamole così, gli unici due popoli che hanno resistito lungo millenni – e in questo momento penso innanzitutto al popolo ebreo – sono stati quei due popoli che soli hanno condannato l’omosessualità: il popolo ebreo e il cristianesimo. Dove sono oggi gli assiri? Dove sono oggi i babilonesi? E il popolo ebreo era una tribù, sembrava una nullità al confronto di altre realtà politico-religiose. Ma la regolamentazione dell’esercizio della sessualità quale ad esempio noi troviamo nel libro del Levitico, è divenuta un fattore altissimo di civiltà. Questo è stato il mio primo pensiero. Siamo alla fine».

 

Satana contro le evidenze

«Secondo pensiero, di carattere prettamente di fede. Davanti a fatti di questo genere io mi chiedo sempre: ma come è possibile che nella mente dell’uomo si oscurino delle evidenze così originarie, come è possibile? E la risposta alla quale sono arrivato è la seguente: tutto questo è opera diabolica. In senso stretto. È l’ultima sfida che il satana lancia a Dio creatore, dicendogli: “Io ti faccio vedere che costruisco una creazione alternativa alla tua e vedrai che gli uomini diranno: si sta meglio così. Tu gli prometti libertà, io gli propongo la licenza. Tu gli doni l’amore, io gli offro emozioni. Tu vuoi la giustizia, io l’uguaglianza perfetta che annulla ogni differenza”».

«Apro una parentesi. Perché dico “creazione alternativa”? Perché se noi ritorniamo, come Gesù ci chiede, al Principio, al disegno originario, a come Dio ha pensato alla creazione, noi vediamo che questo grande edificio che è il creato, si regge su due colonne: il rapporto uomo-donna – la coppia – e il lavoro umano. Noi stiamo parlando adesso della prima colonna, ma anche la seconda si sta distruggendo. Vediamo, per esempio, con quanta difficoltà oggi si possa ancora parlare del primato del lavoro nei sistemi economici. Ma qui mi fermo perché non è il tema della nostra conversazione. Siamo dunque di fronte al tentativo diabolico di edificare una creazione alternativa, sfidando Dio nel senso che l’uomo finirà col pensare che si sta meglio in questa creazione alternativa. Si ricorda la Leggenda del Grande Inquisitore?».

 

«Fino a quando Signore?»

«Il terzo pensiero mi è venuto in forma di domanda: “Fino a quando Signore?”. E allora risuona sempre nel mio cuore la risposta che dà il Signore nell’Apocalisse. Nel libro si narra che ai piedi dell’altare celeste ci sono gli uccisi per la giustizia, i martiri, che dicono continuamente “fino a quando Signore non vendicherai il nostro sangue?” (cfr. Ap 6, 9-10). E così, mi viene da dire: fino a quando Signore non difenderai la tua creazione? Ed ancora la risposta dell’Apocalisse risuona dentro di me: “Fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni”. Che grande mistero è la pazienza di Dio! Penso alla ferita del Suo cuore, diventata visibile, storica, quando un soldato ha aperto il costato a Cristo. Perché di ogni cosa e creatura creata la Bibbia dice “e Dio vide che era cosa buona”. Infine, al culmine della creazione, dopo quella dell’uomo e della donna, “e Dio vide che tutto era molto buono”. La gioia del grande artista! Adesso questa grande opera d’arte è totalmente sfigurata. E lui è paziente e misericordioso. E dice, a chi gli domanda “fino a quando?”, di aspettare. “Fino a quando il numero degli eletti non è compiuto”».

 

La forza del Redentore

«Ed ecco l’ultimo pensiero. Un giorno, quando ero arcivescovo a Ferrara, mi trovavo in uno dei paesini più sperduti, nel delta del Po. Un posto che sembra la fine della Terra, in mezzo a una di quelle gincane che fa il grande fiume, che va un po’ dove vuole prima di andare in mare. Vi incontrai per motivo di catechesi un gruppo di pescatori, gente che letteralmente passa la maggior parte della sua vita in mare. Uno di loro mi fece questa domanda: “Lei pensi al mondo come a uno di quei vasi cilindrici in cui noi mettiamo i pesci appena pescati, ecco il mondo è questa specie di barile e noi siamo come pesci appena pescati. La domanda è: il fondo di questo barile come si chiama, che nome ha?”. Pensi, un pescatore che pone la domanda che è all’inizio di tutta la filosofia: come si chiama il fondo di tutte le cose? E allora io, molto colpito da questa domanda, gli risposi : “Non si chiama caso, il fondo; si chiama gratuità e tenerezza di uno che ci tiene tutti abbracciati”. In questi giorni ho ripensato alla domanda e alla risposta che diedi a quel vecchio pescatore perché mi chiedo: tutto questo tentativo di sfigurare e distruggere la creazione, ha una tale forza che alla fine vincerà? No. Io penso che c’è una forza più potente che è l’atto redentivo di Cristo, Redemptor Hominis Christus, Cristo redentore degli uomini».

 

Il compito dei pastori e degli sposi

«Ma faccio un’altra riflessione, suscitata proprio dai pensieri di questi giorni. Ma io, come pastore, come faccio ad aiutare la mia gente, il mio popolo, a custodire nella mente e nella coscienza morale, la visione originaria? Come faccio a impedire l’oscuramento dei cuori? Penso ai giovani, a chi ha ancora il coraggio di sposarsi, ai bambini. E allora penso a cosa si fa normalmente nel mondo comune quando si deve affrontare una pandemia. Gli organismi pubblici responsabili della salute dei cittadini cosa fanno? Agiscono sempre secondo due direttrici. La prima: intanto curano chi è malato e cercano di salvarlo. Seconda, non meno importante e, anzi, decisiva, cercano di capire perché e quali siano le cause della pandemia, in modo da elaborare una strategia di vittoria. Così adesso la pandemia è qui. E come pastore ho la responsabilità di guarire e di impedire che le persone si ammalino. Ma nello stesso tempo ho il grave dovere di avviare un processo, cioè un’azione di intervento che esigerà pazienza, impegno, tempo. E la lotta sarà sempre più dura. Tanto è vero che dico a volte ai miei sacerdoti: io sono sicuro che morirò nel mio letto. Sono meno sicuro per il mio successore. Probabilmente morirà alla Dozza (carcere di Bologna, ndr). Dunque, stiamo parlando di un processo lungo e che ci vedrà impegnati in un combattimento duro. Ma insomma, siamo chiamati a fare entrambe le cose: pronto intervento e lotta di lunga durata, una strategia d’urgenza e un lungo processo educativo».

«Ma chi sono gli attori di quest’ultimo, cioè di un’impresa per la quale occorrerà tempo e capacità di sacrificio? Sono fondamentalmente due, a mio avviso: i pastori della Chiesa, più precisamente i vescovi. E gli sposi cristiani. Per me questi saranno coloro che ricostruiranno le evidenze originarie nel cuore degli uomini».

«I pastori della Chiesa: perché loro esistono per questo. Hanno ricevuto una consacrazione finalizzata a questo, la potenza di Cristo è in loro. “Sono duemila anni che in Europa il vescovo costituisce uno dei gangli vitali, non soltanto della vita eterna, ma della civiltà” (G. De Luca). E una civiltà è anche l’umile, magnifica vita quotidiana del popolo generato dal Vangelo che il vescovo predica. E poi gli sposi. Perché il discorso razionale viene dopo la percezione di una bellezza, di un bene che tu vedi davanti agli occhi, il matrimonio cristiano».

 

E riguardo all’intervento di urgenza?

«Debbo confessare che io stesso mi trovo in difficoltà. E questo perché non raramente mi viene a mancare l’alleato che è il cuore umano. Penso alla situazione tra i giovani. Vengono e mi chiedono: “Perché dobbiamo impegnarci definitivamente, quando non si è neppure sicuri di arrivare a volersi bene fino a sera?”. Ora, di fronte a questa domanda io ho solo una risposta: raccogliti in te stesso e pensa a che esperienza hai fatto quando tu hai detto a una ragazza o a un ragazzo “ti voglio bene, ti voglio veramente bene”. Hai forse pensato nel tuo cuore: “Dono tutto me stesso a un’altra, ma solo per un quarto d’ora o al massimo fino a sera”? Questo non è nell’esperienza di un amore, che è dono. Questo è nella natura di un prestito, che è calcolo».

«Ora se riesci ancora a guidare la persona a questo ascolto interiore (Sant’Agostino), tu l’hai salvata. Perché il cuore non inganna. La grande tesi dogmatica della Chiesa cattolica: il peccato non ha corrotto radicalmente l’uomo. Questo la Chiesa l’ha sempre insegnato. L’uomo ha fatto dei disastri enormi, però l’immagine di Dio è rimasta. Io vedo oggi che i giovani sono sempre meno capaci di questo ritorno in se stessi. Lo stesso dramma di Agostino quando aveva la loro età. In fondo Agostino da che cosa fu commosso alla fine? Il vedere un vescovo, Ambrogio; il vedere una comunità che cantava con il cuore più che con le labbra la bellezza della creazione, Deus creator omnium, l’inno bellissimo di Ambrogio».

«Oggi questo è molto difficile con i ragazzi, però secondo me questo è l’intervento d’urgenza. Non ce n’è un altro. Se perdiamo questo alleato, che è il cuore umano – il cuore umano è l’alleato del Vangelo, perché il cuore umano è stato creato in Cristo in corrispondenza a Cristo –, se perdiamo dicevo questo alleato, io non vedo più strade».

«Un’ultima cosa vorrei dire. Più sono andato avanti nella mia vita, più ho scoperto l’importanza che hanno nella vita dell’uomo, in ordine ad una vita buona, le leggi civili. Ho capito quello che dice Eraclito: “Bisogna che il popolo combatta per la legge come per le mura della città”. Più sono invecchiato e più mi sono reso conto dell’importanza della legge nella vita di un popolo. Oggi sembra che lo Stato abbia abdicato al suo compito legislativo, abbia abdicato alla sua dignità, riducendosi a essere un nastro registratore dei desideri degli individui. Con il risultato che si sta creando una società di egoismi opposti, oppure di fragili convergenze di interessi contrari. Tacito dice: “Corruptissima re publica, plurimae leges”. Moltissime sono le leggi quando lo Stato è corrotto. Quando lo Stato è corrotto si moltiplicano le leggi. È la situazione di oggi».

«È un circolo vizioso perché da una parte le leggi sembrano appunto ridursi a nastro registratore di desideri. Questo inevitabilmente genera un sociale conflittuale, di lotta, di supremazia del più prepotente sul più debole, cioè la corruzione dell’idea stessa del bene comune, della res publica. Allora si cerca di rimediare con le leggi dimenticando che non ci saranno mai delle leggi così perfette da rendere inutile l’esercizio delle virtù. Non ci saranno mai. Qui, secondo me, noi pastori abbiamo una grande responsabilità, di aver permesso la irrilevanza culturale dei cattolici nella società. L’abbiamo permessa, quando non giustificata. Quando mai la Chiesa ha fatto questo? Quando mai i grandi pastori della Chiesa han fatto questo?».

 

Non ci resta che domandarle un pensiero sulla giornata del 20 giugno a Roma, dove cattolici e non cattolici manifesteranno perché venga mantenuto intatto a livello legislativo il principio che il matrimonio è tra un uomo e una donna e che il diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre, a essere educato e non manipolato con l’ideologia gender, va salvaguardato da ogni desiderio degli adulti e ogni istruzione di Stato.

«Non ho nessun dubbio nel dire che [la grande mobilitazione del 20 giugno] è una manifestazione positiva perché, come le dicevo, noi non possiamo tacere. Guai se il Signore ci rimproverasse con le parole del profeta: cani che non avete abbaiato. Lo sappiamo, nei sistemi democratici la deliberazione politica è presa secondo il sistema della maggioranza. E mi va bene perché le teste è meglio contarle che tagliarle. Però, di fronte a questi fatti non c’è maggioranza che mi possa far tacere. Altrimenti sarei un cane che non abbaia. Mi preme soprattutto, e ho molto apprezzato che quella giornata sia impostata su questo: la difesa dei bambini. Papa Francesco ha detto che il bambino non può essere trattato come una cavia. Si fanno degli esperimenti pseudo pedagogici sul bambino. Ma che diritto abbiamo di farlo? La cosa più tremenda, il logos più severo detto da Gesù, riguarda la difesa dei bambini».

«Quindi secondo me l’iniziativa romana è una cosa che andava assolutamente fatta. Il giorno dopo il Parlamento magari farà questa legge che riconoscerà le unioni tra persone dello stesso sesso. La faccia. Però sappia che è una cosa profondamente ingiusta. E questo glielo dobbiamo dire quel pomeriggio a Roma. Quando il Signore dice al profeta Ezechiele: “Tu richiama” e sembra che il profeta dica: “Sì, ma non mi ascoltano”. Tu richiama e sarà chi è da te richiamato responsabile, non tu, perché tu l’hai richiamato. Ma se tu non lo richiamassi, sei responsabile tu. Se noi tacessimo di fronte a una cosa così, noi saremmo corresponsabili di questa grave ingiustizia verso i bambini, che sono stati trasformati da soggetto di diritti come ogni persona umana, in oggetto dei desideri delle persone adulte. Siamo tornati al paganesimo, dove il bambino non aveva nessun diritto. Era solo un oggetto “a disposizione di”. Quindi, ripeto, secondo me è un’iniziativa da sostenere, non si può tacere».

 




Mons. Melina: “Che parole ci rimarrebbero infatti per parlare di Dio se, diabolicamente, la famiglia fosse distrutta?”

“Dal momento che Dio, fin dall’Antica Alleanza e poi anche nella Nuova, ha scelto il linguaggio simbolico della famiglia per rivelarsi, se si perdono le esperienze dell’essere figlio, fratello e sorella, sposo e sposa, padre e madre, sarà distrutta anche la base naturale del linguaggio per parlare in maniera comprensibile di Dio. Che parole ci rimarrebbero infatti per parlare di Dio, se diabolicamente la famiglia fosse distrutta e non riuscissimo più a semantizzare queste esperienze originarie che ci danno identità all’interno delle relazioni familiari, in una società di individui che non hanno più figli, che vivono nella confusione dei generi sessuali, che non hanno fratelli, perché sono figli unici, che non vogliono essere più padri e madri?
Un’autentica ecologia umana, come ha accennato anche papa Francesco in Laudato si’ (n. 155), dovrebbe occuparsi non solo dell’inquinamento dell’ambiente naturale, ma anche di quello dell’ambiente umano, delle relazioni sociali, che permettono all’uomo di essere se stesso, trovando la sua identità e respirando a pieni polmoni la verità dell’amore.”

(mons. Livio Melina)

 

(Se il video qui sotto non si dovesse aprire fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)

 

Il 25 luglio sono passati 50 anni da quando Paolo VI, che papa Francesco canonizzerà il 14 ottobre, pubblicò la sua Enciclica sulla trasmissione della vita umana. In occasione di questo anniversario, il Comitato Amici di Paolo VI il 9 giugno ha organizzato nel luogo di nascita di Giovanni Battista Montini un convegno dal titolo “Humanae vitae: la verità che risplende”. Kath.net pubblica l’intervento di Mons. Livio Melina, professore ordinario di Teologia Morale presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II a Roma.

Le date e i luoghi non sono casuali: talvolta ci svelano qualcosa del misterioso disegno della Provvidenza. Non è casuale che ci troviamo a Brescia e non è casuale che oggi teniamo il nostro Congresso proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria del Cuore Immacolato di Maria. Vorrei ricordare qui anch’io il compianto card. Carlo Caffarra, mio Maestro e predecessore come primo Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II. Egli ci testimoniava le misteriose parole profetiche scrittegli da suor Lucia di Fatima quando, su suggerimento di San Giovanni Paolo II, le rivolse una richiesta di preghiera per il nuovo Istituto per Studi su Matrimonio e Famiglia. Ecco come il Cardinale le riporta: «Esse dicevano: “verrà un tempo in cui lo scontro decisivo tra Satana e il Regno di Cristo accadrà nel matrimonio e nella famiglia; chi difenderà il matrimonio e la famiglia avrà grandi persecuzioni; ma non abbia paura: Nostra Signora gli ha già schiacciato la testa: Il Cuore Immacolato di Maria vincerà”. Queste parole oggi sono per me e per noi tutti, parole di grande consolazione»1 .

E così anche il Beato Paolo VI, mentre iniziava a redigere l’enciclica Humanae vitae, il 13 maggio 1967 si recò pellegrino a Fatima, affidando alla Beata Vergine Maria quell’importante documento.

La tesi che vorrei illustrare è la seguente: l’enciclica del Beato Paolo VI non riguarda solo la sfera privata della sessualità, ma anche la dimensione sociale e pubblica della vita. E’ cioè questione di morale sociale e non solo di etica individuale.

Per la verità, il contesto in cui Humanae vitae fu pubblicata, cinquant’anni fa, il 25 luglio del fatidico 1968, era segnato dall’allarme ossessivo per una crescita incontrollata della popolazione mondiale, una vera “bomba demografica”, lanciato dal “Club di Roma” di Aurelio Peccei 2. Fin dall’inizio l’orizzonte della discussione sulla limitazione delle nascite era dunque determinato da preoccupazioni di ordine politico. Se ne sente l’eco per tutta l’enciclica, che però ha il coraggio di andare controcorrente, anzi di richiamare le gravi conseguenze dell’introduzione della contraccezione nel costume sociale: abbassamento generale della moralità, incremento dell’infedeltà coniugale, perdita del rispetto dovuto alla donna, esposizione all’arbitrio dell’autorità pubblica, a scapito dei popoli più poveri (HV, 17).

Paolo VI fu un profeta. Non uno di quei falsi profeti, di cui parla Gesù, che blandisce la gente per guadagnarne l’applauso, anche a costo di tacere la verità, sminuendo i precetti della legge di Dio. Come ogni vero profeta biblico, amando il popolo non ha avuto timore di dirgli la verità e di ammonirlo, anche a rischio di apparire un fastidioso “profeta di sventure” e quindi purtroppo di restare inascoltato 3. E noi oggi possiamo constatare che non solo queste, ma anche altre e persino più radicali furono le conseguenze: l’introduzione della contraccezione ha provocato una vera e propria mutazione genetica delle relazioni sociali fondamentali, con grave insidia al bene comune. Di ciò vorrei parlare.

SESSUALITA’ NELLA LOGICA DEL DONO: MAGISTERO DI HUMANAE VITAE

Partiamo dal cuore dottrinale del documento che si trova al n. 11: «Qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita», in forza della «connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo» (HV 12). Non si tratta dell’affermazione generica di un ideale, che dovrebbe poi venire applicato alla situazione concreta secondo il discernimento della coscienza di ciascuno, come si sente di frequente dire oggi con deliberata contraffazione della lettera e dello spirito del magistero 4.

In realtà l’enciclica montiniana formula una norma morale concreta valida per qualsiasi atto coniugale: «è altresì esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di rendere impossibile la procreazione» (HV 14). E precisa che la contraccezione è un atto “intrinsecamente disonesto”, che non può essere giustificato mai né in forza del principio di totalità, né del minor male. La coscienza dei coniugi, per essere fedele interprete dell’ordine morale oggettivo stabilito da Dio, non può procedere arbitrariamente e decidere autonomamente quali siano le vie oneste da seguire (cfr. HV 10).

La norma morale appena ricordata non è però la prescrizione legalistica di una volontà dispotica, che, come ha emanato la norma, così potrebbe mutarla. Essa è invece espressione di una verità sul bene, iscritta nella natura umana dalla Sapienza creatrice. Vi sono dunque ragioni intellegibili della norma morale. Ed è proprio queste ragioni antropologiche, etiche e teologiche che San Giovanni Paolo II volle esplorare e insegnare nelle sue Catechesi sulla “teologia del corpo”. Il corpo, testimone dell’amore originario del Creatore, è il luogo dove i rapporti rompono l’isolamento dell’individuo per generare la persona. Nell’incontro con la donna, l’uomo scopre la vocazione sponsale del proprio corpo al dono di sé. Ed è solo rispettando tale logica del dono che si custodisce la dignità personalistica dell’amore, nell’apertura ad una nuova vita, che può nascere allora non come mero effetto fisiologico, ma come dono da dono.

Potremmo dire in sintesi che Humanae vitae formula normativamente le condizioni per cui un atto sessuale è espressione adeguata dell’amore coniugale. Solo quando rimane per se stesso aperto alla trasmissione della vita, l’atto sessuale tra i coniugi è gesto di unione dei due, nel quale si realizza il dono autentico di sé nel corpo. Il nesso tra i due significati non va collocato a livello biologico, ma piuttosto a livello intenzionale: vi può essere un atto intenzionalmente contraccettivo, che pur risultando fisiologicamente fecondo, contraddice la verità del donarsi (ad esempio l’atto in cui fallisce la tecnica contraccettiva); così come può esserci un atto per sé aperto alla vita, anche se fisiologicamente sterile e conosciuto come tale (come accade nella regolazione naturale della fertilità).

Un atto reso intenzionalmente sterile nega nello stesso tempo l’apertura sincera al dono di sé e l’accoglienza piena dell’altro: è un atto che si ripiega su se stesso. Benché realizzato col consenso e la collaborazione del partner, l’atto contraccettivo intenzionalmente chiuso alla procreazione, è un atto volto alla ricerca del piacere individuale, che non differisce dalla masturbazione. Per questo, in esso la differenza sessuale non gioca un ruolo qualificante ed è dunque analogo ad atti di tipo omosessuale. La filosofa inglese G.E.M. Anscombe cinquant’anni fa affermò che chi è a favore della contraccezione non avrà argomenti per opporsi ai rapporti omosessuali 5. Il filosofo italiano Augusto Del Noce arrivò a dire che «il nichilismo oggi corrente (che lui chiama nichilismo gaio) intende sempre l’amore ‘omosessualmente’, anche quando mantiene il rapporto uomo-donna» 6.
E’ stato giustamente osservato che la relazione uomo-donna è originalmente pubblica con la sua apertura alla generazione di figli, e per questo è sancita dal matrimonio, mentre la relazione omossessuale è per sé privata e non può essere riconosciuta come matrimonio 7. La contraccezione privatizza l’atto coniugale, proprio in quanto lo priva dell’apertura alla vita.

SESSUALITA’, RELAZIONI E BENE COMUNE

All’alba della rivoluzione sessuale in Occidente, il gran maestro della massoneria francese, Pierre Simon, pubblicò un libro inquietante, nel quale illustrò un progetto globale di trasformazione della società francese, che doveva essere emancipata dalla sua tradizione giudeo-cristiana attraverso una ridefinizione della famiglia e delle sue relazioni costitutive 8. La medicina era indicata come lo strumento che permetteva questa operazione di intervento sul corpo sociale, attraverso la contraccezione, innanzitutto e poi mediante l’aborto e l’eutanasia. Come avviene questa trasformazione?

La sessualità ha a che fare con le relazioni determinanti l’identità del soggetto e la sua posizione sociale: le relazioni di origine e quelle di orientamento al futuro: il nostro essere figli e figlie, sposi e spose, padri e madri. La separazione della procreazione dalla sessualità implica necessariamente una trasformazione radicale di queste relazioni. Il figlio, voluto e procreato al di fuori della sessualità, è ridotto al “prodotto” di un progetto tecnicamente controllato e valutato. La sessualità che è chiusa alla riproduzione non apre più all’altro e perde il significato sociale: viene “privatizzata”, perché privata del respiro generativo che la permea intrinsecamente.

La dimensione sociale presente nella coppia uomo-donna consiste nella procreazione. In quanto ordinato alla procreazione il sesso è, nell’ordine della natura, l’unica attività compiuta nel corpo che ci connette anche col bene comune della società. Ed è un’attività compiuta esteriormente dal corpo, che per la comunione personale e per la cooperazione procreativa che realizza, ci rende più simili a Dio, ci fa essere un riflesso della Trinità 9. La privatizzazione è restringimento dell’esperienza sessuale ad un ambito individualistico, con un depauperamento dell’orizzonte semantico e delle relazioni. Chiusa alla generazione, l’attività sessuale è anche priva di futuro, ristretta all’istante. L’enfasi sulla prestazione ha condotto ad un’agonia dell’eros 10. Una seria riflessione sulle statistiche del “caso Italia”, dimostra che la cosiddetta “rivoluzione sessuale” ha portato, contrariamente a quanto si pensa, a una drastica diminuzione dei rapporti sessuali: il sesso “libero” è diventato anche più banale e insoddisfacente 11.

L’introduzione della tecnica, che separa sessualità e procreazione, deforma la relazione sessuale e comporta alla fine una inversione nel rapporto tra le generazioni. Scompaiono dall’esperienza sessuale la gratitudine e il dono, riconosciuto, accolto e comunicato 12, sostituiti dalla ricerca dell’erotismo autosufficiente e dall’ansia di prestazione . I padri e le madri non vivono più per i figli, ma piuttosto vogliono i figli solo e quando essi rientrano in un loro progetto di soddisfazione. Si capovolge l’ordine naturale: i figli sono chiamati a vivere per i loro genitori.

Il deserto demografico, di fronte al quale ci troviamo ormai da decenni 14, è solo la conseguenza di una perdita della logica generativa e generosa del dono, di una privatizzazione della sessualità, esclusa dal bene comune della società, di una perversione del rapporto tra generazioni. La contraccezione corrode il bene comune della società perché introduce un fattore “im-politico” (S. Fontana), anzi e forse meglio “anti-politico” nelle relazioni sociali: il principio dell’individualismo di singoli esseri accostati tra loro e nello stesso tempo sottomessi ad un potere dispotico che li domina 15.

Privatizzata all’estremo, la sessualità è anche paradossalmente e per altro verso pubblicizzata, concessa ad una invasione del potere pubblico, politico e giuridico. La logica puramente contrattuale della democrazia post-moderna invade la vita privata e trasforma l’intimità, così che in forza di un’utopica autonomia assoluta dell’individuo formula modelli di “relazioni pure”, scardinate da qualsiasi riferimento alla natura e alla tradizione 16. Come afferma giustamente Stefano Fontana, la relazione sessuale non è né privata, né pubblica: è personale e comunitaria 17. Solo se la si imposta non in termini di contraccezione, ma di sponsalità aperta alla vita, la si libera dalla morsa della privatizzazione e della pubblicizzazione.

SIMBOLO E TRASCENDENZA

E siamo così ad una ancor più profonda manipolazione: all’eliminazione della dimensione simbolica e della trascendenza dalla relazione sessuale. Paolo VI aveva evocato in Humanae vitae la presenza di Dio Creatore, come garante dell’unità tra i significati unitivo e procreativo dell’atto coniugale. Se Dio non c’entra, la procreazione diventa semplice riproduzione di un esemplare della specie. Se Dio non c’entra, l’unione sessuale perde il significato simbolico di alleanza e diventa luogo diabolico di confusione e di sfruttamento. Separato dal riferimento a Dio, il corpo diventa un semplice oggetto manipolabile, di cui disporre come si vuole. Quando scompare dall’orizzonte dell’esistenza il riferimento alla Provvidenza divina, la vita diventa un calcolo di vantaggi e svantaggi, una programmazione utilitaristica, che si chiude impaurita alle sorprese di un futuro, che pretendiamo di governare, ma che alla fine noi non decidiamo. L’uomo privato delle relazioni familiari e del legame con Dio è debole e fragile e quindi vittima predestinata dei poteri manipolatori.

«Questo mistero è grande, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa» (Ef 5, 32). Il mistero della sessualità, vissuto nel matrimonio, è una grande luce per la vita del mondo. L’eliminazione della dimensione del “mistero” dalla sessualità accompagna la rivoluzione sessuale e la sua presunta emancipazione fin dagli inizi. Il marchese De Sade nel suo tentativo di rieducazione coatta ad una pratica puramente edonistica del sesso, ripete ossessivamente la formula: «non si tratta di nient’altro che», formula nello stesso tempo riduttiva e violenta, che vuole censurare la domanda ineliminabile di senso 18.

In uno dei suoi ultimi luminosi interventi, in occasione degli auguri natalizi alla Curia Romana, il 21 dicembre 2012, papa Benedetto XVI aveva lanciato un grido di allarme proprio sul tema della famiglia, che proprio a partire dall’introduzione della contraccezione è stata messa radicalmente in discussione nella sua fisionomia naturale, di relazione fondata sul matrimonio come legame stabile tra un uomo e una donna, finalizzato alla procreazione e all’educazione dei figli. Egli ha ribadito che su questo punto non è in gioco solo una determinata forma sociale, ma l’uomo stesso nella sua dignità fondamentale: se infatti si rifiuta questo legame «scompaiono le figure fondamentali dell’esistenza umana: il padre, la madre, il figlio».

Dal momento che Dio, fin dall’Antica Alleanza e poi anche nella Nuova, ha scelto il linguaggio simbolico della famiglia per rivelarsi, se si perdono le esperienze dell’essere figlio, fratello e sorella, sposo e sposa, padre e madre, sarà distrutta anche la base naturale del linguaggio per parlare in maniera comprensibile di Dio. Che parole ci rimarrebbero infatti per parlare di Dio, se diabolicamente la famiglia fosse distrutta e non riuscissimo più a semantizzare queste esperienze originarie che ci danno identità all’interno delle relazioni familiari, in una società di individui che non hanno più figli, che vivono nella confusione dei generi sessuali, che non hanno fratelli, perché sono figli unici, che non vogliono essere più padri e madri?

Un’autentica ecologia umana, come ha accennato anche papa Francesco in Laudato si’ (n. 155), dovrebbe occuparsi non solo dell’inquinamento dell’ambiente naturale, ma anche di quello dell’ambiente umano, delle relazioni sociali, che permettono all’uomo di essere se stesso, trovando la sua identità e respirando a pieni polmoni la verità dell’amore.

Posso dunque concludere affermando che l’enciclica Humanae vitae del Beato Paolo VI, proprio perché protegge la verità dell’amore coniugale da una logica di dominio del corpo e dall’inquinamento della mentalità edonistica e individualistica, è anche un essenziale contributo al bene comune di una società umana.

Mons. Livio Melina è professore ordinario di Teologia Morale presso il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Familiglia dell’Università Lateranense di Roma. 1984-1991 è stato aiutante di studio presso la Sezione Dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede (prefetto: Card. Joseph
Ratzinger), con la quale continua a collaborare. 2006-2016 fu Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, fondato nel 1981, che è stato rifondato da Papa Francesco con l’attuale denominazione l’8 settembre 2017.

Note:
C. Caffarra, “Testimonianza. La Vergine di Fatima e il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II”, in Anthropotes XXXIII/1 (2017), 13-14.
2 Cfr. D. H. Meadows, D. L. Meadows; J. Randers; W. W. Behrens III, The Limits to Growth , Universe Book, New York 1972. (traduzione italiana: I limiti dello sviluppo, Mondadori, Milano 1972). R. Cascioli, Il complotto demografico. Il nuovo colonialismo delle grandi potenze economiche e delle organizzazioni umanitarie per sottomettere i poveri del mondo, Piemme, Casale M. 1996.
3 Si veda in merito: M. Schooyans, La profezia di Paolo VI. L’Enciclica Humanae vitae, Cantagalli, Siena 2008, con l’importante prefazione di G. Crepaldi, “La Humanae vitae e la moderna questione sociale”.
4 Si veda l’intervento di M. Chiodi ,“Rileggere Humanae vitae (1968) a partire da Amoris Laetitia (2016)”, svolto alla Pontificia Università Gregoriana il 14 dicembre 2017, mai pubblicato, ma riferito letteralmente da registrazione in D. Montagna, “New Academy for Life member uses Amori to say some circumstances ‘require’ contraception”, in News Catholic Church, Jan 8, 2018. Si veda: M. Chiodi, “Coscienza e norma. Quale rapporto? A proposito del cap. VIII di Amoris laetitia”, in La Rivista del Clero Italiano 5 (2017), 325-338.
5 Cfr. G.E.M. Anscombe, Una profezia per il nostro tempo: ricordare la sapienza di Humanae vitae, a cura di S. Kampowski, Cantagalli, Siena 2018, 87.
6 A. Del Noce, Lettera a Rodolfo Quadrelli, 8 gennaio 1984 [www.tempi.it].
7 Cfr. S. Fontana, “Humanae vitae, aspetti politici dell’enciclica sull’amore coniugale”, relazione tenuta a Cagliari, il 20 aprile 2018 presso la Facoltà Teologica della Sardegna, Osservatorio Internazionale Cardinale van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa.
8 P. Simon, De la vie avant toute chose, Mazarine, Paris 1979. Il libro rimase in circolazione solo poche settimane.
9 Cfr. S. Hahn, The First Society. The Sacrament of Matrimony and the Restoration of the Social Order, Emmaus Road, Steubenville OH 2018, 93.
10 Cfr. Byung-Chul Han, Eros in agonia, Nottetempo, Roma 2013.
11 Cfr. R. Volpi, “Il sesso al tempo della rivoluzione sessuale. Il caso Italia”, in Anthropotes XXXIV /1 (2018); Id., Il sesso spuntato. Il crepuscolo della riproduzione sessuale in Occidente, Lindau, Torino 2012.
12 Cfr. S. Kampowski, Embracing Our Finitude. Exercices in a Christian Anthropology between Dependence and Gratitude, Cascade Books, Eugene OR 2018, 3-23.
13 Cfr. Z. Bauman, Gli usi postmoderni del sesso, Il Mulino, Bologna 2013.
14 Si veda: Comitato per il Progetto Culturale della CEI (a cura di), Il cambiamento demografico. Rapporto-proposta sul futuro dell’Italia, pref. di C. Ruini, Laterza, Bari 2011.
15 Cfr. S. Fontana, “Humanae vitae, aspetti politici”, cit.
16 Cfr. A. Giddens, La trasformazione dell’intimità. Sessualità, amore ed erotismo nelle società moderne, Il Mulino, Bologna 2005.
17 Cfr. S. Fontana, “Humanae vitae, aspetti politici”, cit.
18 Cfr. L. Lombardi Vallauri, Abortismo libertario e sadismo

 

fonte: Kath.net

 




Giussani: È la parola responsabilità quella che assicura l’esito di una esperienza di corrispondenza al vero, al fascino del bello, alla commozione del buono, all”ineffabile felicità.

Gesù e Pietro paga tributo - Masaccio (particolare)

Gesù e Pietro paga tributo – Masaccio (particolare)

 

È la parola responsabilità quella che assicura l’esito di una esperienza di corrispondenza al vero, al fascino del bello, alla commozione del buono, all”ineffabile felicità.

Lo stupore iniziale (degli apostoli) era un giudizio che diventava immediatamente un attaccamento: era un giudizio che era come una colla, un giudizio che incollava Pietro e i discepoli a Lui. Tutti i giorni che passavano aggiungevano ” mancate di colla” e non potevano più liberarsi.

“Ma voi non rispettate mai le leggi!”

Tutti i farisei si scandalizzano del loro maestro perché stava con quelli che non osservano le leggi!.
……
Non era un attaccamento sentimentale, un fenomeno emozionale; era un fenomeno di ragione, una manifestazione di quella ragione che ti ” attacca ” alla persona che hai davanti, in quanto è un giudizio di stima: guardandola, nasce una meraviglia di stima che ti fa attaccare a essa. ..

“Se andiamo via da te, dove andiamo? Tu solo hai parole che spiegano la vita.”

La natura della decisione non è un atto energico di volontà…

La decisione, dunque nasce come l’instaurarsi di una simpatia.
Gli apostoli andavano dietro a Gesù perché erano attaccati a Lui con un giudizio che li rendeva capaci di una decisione perfettamente razionale: perché la’ dove si genera un rapporto
che giunge fino ad una simpatia profonda, al rinnovarsi di un attaccamento nato da uno stupore imparagonabile, la razionalità è un avvenimento.

 

(Luigi Giussani, Generare tracce nella storia del mondo. Ed. Rizzoli pag. 95-96).

 




Mistero del mattino

Dagli appunti di un’omelia di don Guissani durante la Messa per la solennità dell’Ascensione, celebrata nella chiesa di Santo Stefano a Milano ai primissimi inizi di Gioventù Studentesca. Essa è stata trascritta da un vecchio quaderno di oltre cinquant anni fa.

Ascensione di Gesù al cielo

 

 

di Luigi Giussani

 

La giornata di oggi è l’inizio del nostro destino di uomini, ciò per cui ognuno di noi, l’umanità è stata fatta. Questo destino di felicità, armonia esuberante di tutto il cosmo per il Primo di noi si è già avverato. Egli è già nella felicità che sarà di tutti con il corpo nella scadenza che Dio fisserà. Il mistero dell’Ascensione segna questo inizio. Gli Apostoli senza capirlo bene, con un’adesione fedele, rimasero pieni di gioia. Con il cuore pieno, nella lontananza, anche noi sappiamo che è gioia. È mistero, ma mistero di gioia. Questo destino, il mistero di oggi, è ciò per cui Egli compì la Sua missione, restò nel silenzio, nel nascondimento di trent’anni, in quella lunga tensione, nella lotta con gente cattiva e ignorante, nella Sua morte. In ogni momento della Sua vita era questo giorno la componente ultima, visse per questo giorno, per porre così la parola fine. Destino Suo e per ognuno di noi, per ogni nostro corpo, per ogni nostra anima, così intero sarà questo mistero di Ascensione.

Ci sconcerta, è quasi un peso, quando la nostra coscienza si lascia così facilmente andare. Ogni volta che ci alziamo la mattina dovrebbe riapparirci questo mistero. Egli ascese al cielo per porre l’inizio al compimento del Suo regno. Per tutti si avveri questo regno. Nel primo svegliarsi – peso, disagio, lavoro da riprendere – ci deve venire in mente il destino di questa fatica, che razionalizzi la sensazione iniziale con cui ci svegliamo. «Mando voi fino agli estremi confini della terra». Andandosene come fenomeno umano, ha lasciato il compito a noi (per questo gli Atti chiamano a uno a uno per nome gli Apostoli), il compito di essere Sua carne, Sua parola, Sua presenza. Esiste con certezza la proclamazione della felicità dell’uomo – «Io sarò con voi fino alla fine dei tempi» -, miracolo di resurrezione, di tempra che si crea all’improvviso. Il corpo mistico di Cristo in noi continua.

 

Fonte: CLonline

 




VERSO IL DOPO COVID19 – Per non perdere tutto ciò che abbiamo “osservato” in questi tempi

OSSERVATORIO DI BIOETICA di SIENA logo

 

OSSERVATORIO DI BIOETICA di SIENA

VERSO IL DOPO COVID-19

PER NON PERDERE TUTTO CIÒ’ CHE ABBIAMO “OSSERVATO” IN QUESTI TEMPI

Uno sguardo vigile a tutela dell’umano.(1)

 

Per qualche mese un dichiarato “stato di emergenza” ha distrutto certezze giuridiche e morali che credevamo di avere. Diritti e libertà fondamentali sono stati cancellati con semplici comunicati e bollettini giornalieri, con provvedimenti immediati, con diktat assertivamente adottati per l’interesse nazionale alla salute. E tutto questo lo abbiamo dovuto accettare delegando implicitamente il potere Esecutivo, mentre gli altri Poteri dello Stato e i garanti dei diritti costituzionali assistevano ammutoliti, quasi annichiliti ed impotenti, di fronte ad una slavina di decreti accompagnati in maniera disarticolata e spesso contraddittoria dalle ordinanze dei “governatori”.

Abbiamo assistito ad un “soggiogamento pacifico” in tutti gli ambiti di vita, della società e di intere nazioni. (cfr Giovanni Paolo II Lettera Enciclica Dives in Misericordia n.11, 30 novembre 1980)

Ancora non sappiamo se e quando cesserà definitivamente questa condizione di “sospensione” che in quasi tutto il mondo ha visto limitazioni alla libera circolazione, alla vita sociale, al commiato dignitoso dalla vita terrena dei nostri defunti, alla tutela “ordinaria” della salute, alla vita religiosa comunitaria, alla tutela dei diritti giurisdizionali e costituzionali, alla libertà di impresa e a tante altre cose che qui per brevità non elenchiamo.

Quale prima domanda chiediamoci, insieme all’intellettuale Giorgio Agamben: “Come è potuto avvenire che un intero paese di fronte ad una epidemia sia, senza accorgersene, crollato eticamente e politicamente?” (cfr Giorgio Agamben, pubblicato sul sito Quodlibet, 13 aprile 2020)

In realtà da tempo vi erano tutti i presupposti affinché ciò potesse accadere. La riduzione sistematica dei diritti naturali ed inalienabili (vita, morte, libertà religiosa), degli istituti sociali costituzionalmente garantiti (famiglia, educazione) dinanzi alle frontiere dei “nuovi diritti” funzionalmente finalizzati alla destrutturazione dell’umano, ha creato la materia per una distruzione pacifica dell’umanità e della società civile, senza apparente spargimento di sangue e con danni apparentemente solo collaterali. L’inefficienza del nostro sistema costituzionale – apparente garanzia di legalità, ma di fatto del tutto ignorato da governi che si fondano su un sistema pattizio piuttosto che su principi di rappresentanza e rappresentatività – quotidianamente stravolto da norme adottate in aperto contrasto con i principi costituzionali stessi, ha fatto forse sì che la soglia che separa l’umanità dalla barbarie fosse oltrepassata?

La “paura” (2) è stata ed è la padrona incontrastata della scena pubblica e privata. Paura del contagio, di questo nemico invisibile e feroce che si può nascondere ovunque e ci può condannare alla morte, paura del vicino, del congiunto, delle relazioni, degli oggetti.

Proprio in questo momento, facendo leva sulla paura, si corre il rischio concreto che possa avanzare un globalismo ancora più pericoloso. Come sinistramente auspicò nel 2009 Jacques Attali (3)

E se tutto questo, in qualche misura, ci è stato reso inevitabile per far fronte ad una emergenza (che un giorno forse capiremo quanto sia stata inevitabile e quanto invece colposa), quanto è successo e sta succedendo deve suonare sia da monito per una attenzione sempre più desta e vigile, che da avvertimento per il futuro.

Abbiamo identificato 5 spunti di lavoro

 

  1. NUOVE FRONTIERE DELL’UMANO

La pandemia ha rivelato per l’ennesima volta la fragilità del nostro essere creature mortali, immerse in una natura sempre meno governata da mani sagge e rispettose della sua vocazione. Inoltre, la pandemia ha necessariamente fatto emergere le domande capitali dell’umanità.

A questo si deve rispondere con una maggiore ricerca del senso trascendente dell’uomo e ritornare a usare correttamente la ragione, unica strada per la scoperta della verità. Invece oggi assistiamo preoccupati ad una risposta che lascia intravvedere un umano che scivola ineluttabilmente verso la sua reificazione e secolarizzazione.

“La Scienza”, nuovo dogma moderno e nuova religione, ha fornito risposte contrastanti. Ogni virologo, epidemiologo o esperto esprimeva una sua idea – spesso in contrasto con altri colleghi – e l’unica raccomandazione che tutti hanno condiviso è stata il “confinamento”, l” isolamento”, il “distanziamento sociale”, esattamente la stessa indicazione data per affrontare le epidemie nel Medioevo. Tuttavia, nel Medioevo l’uomo, parte di un mondo cristianizzato, sapeva affidarsi e non abbandonava la speranza conoscendo bene il fine primo ed ultimo della vita. Tutto questo oggi non è più presente nella società. L’uomo è stato privato del senso della verità, ha visto annacquare ogni certezza, ha abdicato all’uso della ragione ed anche della ragionevolezza. In nome della scienza o di uno scientismo esasperato ha rinunciato, contro ogni logica, ad alcuni diritti fondamentali, rimanendo totalmente silente e inerte dinanzi a decisioni che hanno limitato come non mai nella storia attuale le libertà ed i diritti fondamentali. È necessario che l’uomo torni a dialogare con il cielo (4), recuperi la propria essenza profonda di essere sociale perché “pensato e salvato” da sempre nell’ambito di una relazione.

Peraltro, in maniera quasi beffarda, il coronavirus ci ha in qualche misura dimostrato che la vera essenza dell’uomo è indifferente alle nuove categorie culturali che cercano di frammentarne la natura.

Abbiamo infatti ri-scoperto la necessità quasi ovvia di leggere i dati del contagio secondo le classificazioni “nude e crude” (maschio/femmina, giovane/vecchio) svelando improvvisamente l’irrazionalità delle fluidità autoreferenziali di genere che vorrebbero ridisegnare il mondo e le relazioni tra le persone, ma che ora crollano miseramente davanti ad una entità invisibile ad occhio nudo. Così come ci ha attestato che aiutare un malato a respirare, mangiare o bere anche attraverso una macchina, non costituisce una terapia ma un sostegno vitale necessario a combattere la malattia.

Occorre quindi che la scienza torni a parlare con la filosofia e la metafisica, contrastando il dominio solitario della tecnica e degli interessi materiali in modo da poter interpretare con consapevolezza quello che accade.

Il dopo-Covid dovrà rigettare ogni tentativo di far ripartire il pericoloso percorso di frammentazione dell’uomo in categorie inesistenti, distruggendo i concetti del vivere ragionevole quali la verità, la bellezza, i diritti naturali dell’uomo.

 

  1. LA TUTELA DELLA VITA SIA RIMESSA AL CENTRO ANCHE DELLE POLITICHE SANITARIE E SOCIALI

La pandemia ha fatto emergere una intollerabile trascuratezza sanitaria, soprattutto nei confronti delle categorie più fragili ed esposte della società. Troppi anziani lasciati soli nelle strutture residenziali (5) e troppa incuria nella gestione delle stesse; troppi rischi a carico del personale sanitario e dei lavoratori occupati nei settori “essenziali”.

In tempi di pandemia è determinante riaffermare il valore dell’essere umano contro derive riduttiviste ed eugenetiche, che si sono affermate purtroppo in tutto il mondo. Basti pensare al rifiuto dei ventilatori polmonari ai disabili in USA, all’eutanasia preventiva proposta agli anziani in Olanda.

Peraltro, anche in Italia, è stata inaccettabile la richiesta di imporre l’aborto volontario come diritto inalienabile e come tale intangibile (persino in una situazione in cui non era possibile erogare i servizi di medicina preventiva alla popolazione), andando addirittura a chiedere di violare per via amministrativa i limiti previsti dalla legge 194, introducendo “l’aborto fai da te”.

C’è stata troppa poca cura verso le famiglie, lasciate sole per l’ennesima volta di fronte al loro carico di responsabilità nella gestione dei figli, degli anziani e delle persone non autosufficienti. A meno che non si voglia considerare “aiuto” il sussidio all’acquisto di un monopattino o di una bicicletta.

Pensiamo a come è stata pianificata la fase 2: ripresa del lavoro e non delle scuole E i figli? Oppure pensiamo alla assurda proposta di mandare a scuola i bambini solo alcuni giorni alla settimana. E gli altri giorni?

 

Il dopo-Covid dovrà rimettere al centro la tutela della vita in quanto tale e la famiglia come pilastro essenziale di ogni politica di welfare e di promozione umana.

 

  1. OCCORRE RISTABILIRE I DIRITTI COSTITUZIONALI

La compressione dei diritti costituzionalmente previsti e garantiti a cui abbiamo assistito e stiamo assistendo, non può più proseguire. Soprattutto non è più consentito tacere. Nel richiamare quanto già detto nella premessa di questo documento, vogliamo qui aggiungere una riflessione su una ulteriore, pericolosa deriva osservata in queste settimane.

Non avremmo mai pensato infatti di dover parlare di libertà religiosa nel nostro Paese, ma ci sembra che oggi tutto il pensiero filosofico e religioso abbia ceduto il passo alla “medicina come religione”6

E così le chiese sono state chiuse, non abbiamo potuto partecipare alla Santa Messa neppure il giorno di Pasqua, senza che nessuno abbia colto come in questo modo si sia messa in discussione una norma fondamentale, ovvero che la Chiesa, per ontologia ed anche per disposizioni normative è l’unica custode dei Sacramenti e del potere di amministrarli.

L’arbitrarietà e l’abnormità delle limitazioni governative si sono svelate nel momento in cui si è visto che l’accordo tra Stato e Chiesa Cattolica di fatto raggiunto è simile a quello adottato per la riapertura dei negozi e delle altre attività commerciali, con precauzioni attuabili anche nei mesi scorsi e che avrebbero consentito di evitare la sospensione della Santa Messa per oltre due mesi.

5Secondo la London School of Economics la metà di tutti i decessi di COVID 19 è avvenuta nelle RSA. In Inghilterra si è quindi verificato un “fenomeno dell’esclusione”: sopra una certa età non accedi alle terapie intensive. In Alabama e New York questo limite non solo è per gli anziani, ma anche per i malati mentali e pazienti disabili. In realtà ci eravamo preparati da tempo, da quando abbiamo introdotto il concetto di “vite degne di essere vissute”, abbiamo fallito come società, una “involuzione”, una nuova barbarie, ed abbiamo assegnato al virus una forma “surrettizia” di eutanasia. (Giulio Meotti, in un articolo sul Foglio del 16/04/2020.)

6“Proprio questo è stato fatto e, almeno per ora, la gente ha accettato come se fosse ovvio di rinunciare alla propria libertà di movimento, al lavoro, alle amicizie, agli amori, alle relazioni sociali, alle proprie convinzioni religiose e politiche. Si misura qui come le due altre religioni dell’Occidente, la religione di Cristo e la religione del denaro, abbiano ceduto il primato, apparentemente senza combattere, alla medicina e alla scienza” (Giorgio Agamben, La Medicina come religione, 2 maggio

 

  1. SICUREZZA RISPETTANDO TRASPARENZA E RISERVATEZZA

Lo Stato e le sue articolazioni, il Parlamento e il servizio pubblico di informazione devono essere il luogo del dibattito e della condivisione di fronte al Paese delle scelte strategiche e delle informative sullo stato dell’arte delle cure, delle ricerche e degli studi che riguardano la vita delle persone. Allo stesso tempo, la pandemia non deve essere il pretesto, invocando – stavolta impropriamente – il medesimo principio di trasparenza, per instaurare sistemi di controllo e tracciatura delle persone, tollerabili solo se strettamente anonimi e comunque sotto il ferreo controllo delle autorità pubbliche che ne devono rispondere di fronte all’opinione pubblica.

Ogni progresso tecnologico (ad esempio nel campo delle telecomunicazioni e della medicina preventiva e curativa), deve essere sicuro e vagliato in maniera indipendente prima di essere immesso sul mercato.

 

  1. DOVERI DELLO STATO E SUSSIDIARIETA’

La sanità, la scuola e in genere i servizi sociali alla persona sono stati gestiti negli ultimi venti anni come semplici centri di costo. I tagli indiscriminati e lo smantellamento di molte strutture ospedaliere e reti sanitarie di protezione del territorio sono stati effettuati con il solo criterio di rientrare nei parametri economici dettati dall’Unione Europea. Allo stesso tempo non è assolutamente pensabile tornare a un sistema legato ad una gestione statalista totalizzante, spesso inefficiente e soggetta a endemici sistemi di corruzione.

Sul fronte della scuola, assistiamo con sgomento al pervicace perseguimento da parte dello Stato della distruzione di quel che resta delle scuole paritarie, in maniera del tutto incurante del pluralismo e della capacità del privato di gestire al meglio le risorse. Gli 860.000 alunni e le loro famiglie sono considerati cittadini di Serie B. E’ assurdo che la gestione di una scuola paritaria non venga considerata meritevole di aiuto al pari di tutte le altre attività economiche e non del Paese. L’enorme patrimonio umano e di strutture delle scuole paritarie (180.000 tra docenti e operatori scolastici, 12.000 sedi scolastiche distribuite su tutto il territorio nazionale) potrebbe invece rivelarsi utilissimo per agevolare la ripresa nel comparto istruzione. È il momento di rilanciare un nuovo patto educativo e civico per l’intero sistema scolastico (scuole statali e paritarie – crf legge n. 62/2000) quale investimento sull’educazione per formare le generazioni del futuro.

L’attuale situazione deve essere quindi l’occasione per ridare fiducia e per scommettere su un reale principio di sussidiarietà, ovvero poter garantire una serie importante di servizi sanitari e scolastici a partire dall’organizzazione autonoma, indipendente e non profit dei cittadini e delle loro libere aggregazioni.

Sul fronte dell’economia, siamo convinti che si possa uscire da questa crisi epocale solo attraverso l’insostituibile ruolo del lavoro e della libera iniziativa. Vediamo quindi con preoccupazione il ritorno allo statalismo e all’assistenzialismo che sta connotando le scelte strategiche e politiche attuali. Occorre piuttosto valorizzare il nostro sistema di imprese che ha già dimostrato la propria capacità competitiva, di ricerca e di innovazione e ricostruire il rapporto tra il lavoro e la realizzazione della persona che è il fondamento della dignità umana così come tutelata dalla Costituzione (cfr art. 4).

Lo Stato promuova il bene comune e lasci libero l’uomo di esercitare la propria responsabilità.

 

Siena, 23 maggio 2020

 

L’OSSERVATORIO DI BIOETICA DI SIENA INTENDE METTERE A DISPOSIZIONE DI TUTTI QUESTA LETTURA DEL MOMENTO

Ogni adesione, commento, proposta di confronto e discussione è benvenuta e può essere inoltrata sulla nostra pagina Facebook o a [email protected]

 

  1. “Uno sguardo di insieme ci dà l’impressione che sia la natura, sia l’uomo stesso siano sempre più alla mercé dell’imperiosa pretesa del potere – economico, tecnico, organizzativo, statale. Sempre più nettamente si delinea una situazione in cui l’uomo tiene in suo potere la natura, ma insieme l’uomo tiene in suo potere l’uomo, e lo Stato tiene in suo potere il popolo e il circolo vizioso del sistema tecnico-economico tiene in suo potere la vita” (Romano Guardini, “La fine dell’epoca moderna”, Brescia, Morcelliana, 1950).
  2. “La paura è una risorsa molto invitante per sostituire la demagogia all’argomentazione e la politica autoritaria alla democrazia. E richiami sempre più insistiti alla necessità di uno stato di eccezione vanno in questa direzione.” (Zygmunt Baumann, Paura Liquida, Laterza, 2006)
  3. «La storia ci insegna che l’umanità si evolve in modo significativo solo quando ha davvero paura: in primo luogo istituisce meccanismi di difesa; a volte intollerabili (capri espiatori e totalitarismi); a volte inutili (distrazione); talvolta efficaci (terapeutici, scartando se necessario tutti i precedenti principi morali). Quindi, una volta finita, la crisi trasforma questi meccanismi per renderli compatibili con la libertà individuale e per includerli in una politica sanitaria democratica. La prossima pandemia iniziale potrebbe innescare una di queste paure strutturanti. […] prima della prossima, inevitabile, pandemia noi metteremo in atto meccanismi di prevenzione e controllo e processi logistici per un’equa distribuzione di farmaci e vaccini. Per fare questo, dovremo istituire una forza di polizia globale, un deposito globale e quindi un sistema fiscale globale. Verremo quindi, molto più velocemente della sola ragione economica, a gettare le basi di un governo del mondo reale». (Jacques Attali, l’Express 3 maggio 2009)
  4. “Il termine “Salus” significa salute, nel senso sanitario del termine, e significa anche salvezza, nel senso etico-spirituale e soprattutto religioso. L’attuale esperienza del coronavirus testimonia ancora una volta che i due significati sono interconnessi. …. La salute non è la salvezza, come ci hanno insegnato i martiri, ma in un certo senso la salvezza dà anche la salute. Il buon funzionamento della vita sociale, con i suoi benefici effetti anche sulla salute, ha anche bisogno della salvezza promessa dalla religione: “l’uomo non si sviluppa con le sole sue forze” (Caritas in veritate, 11).” (Giampaolo Crepaldi “Coronavirus, l’oggi e il domani. Riflessioni su un’emergenza non solo sanitaria”, marzo 2020)
  5. Secondo la London School of Economics la metà di tutti i decessi di COVID 19 è avvenuta nelle RSA. In Inghilterra si è quindi verificato un “fenomeno dell’esclusione”: sopra una certa età non accedi alle terapie intensive. In Alabama e New York questo limite non solo è per gli anziani, ma anche per i malati mentali e pazienti disabili. In realtà ci eravamo preparati da tempo, da quando abbiamo introdotto il concetto di “vite degne di essere vissute”, abbiamo fallito come società, una “involuzione”, una nuova barbarie, ed abbiamo assegnato al virus una forma “surrettizia” di eutanasia. (Giulio Meotti, in un articolo sul Foglio del 16/04/2020.)

 

 

Fonte: Osservatorio di Bioetica




Atto di affidamento e consacrazione del mondo alla Vergine Maria 25 marzo 1984

 

 

O Madre degli uomini e dei popoli,

Tu che conosci tutte le loro sofferenze e le loro speranze,

Tu che senti maternamente tutte le lotte tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre, che scuotono il mondo contemporaneo,

accogli il nostro grido che, mossi dallo Spirito Santo, rivolgiamo direttamente al tuo Cuore.

Abbraccia, con amore di Madre, questo nostro mondo umano, che ti affidiamo e consacriamo, pieni di inquietudine per la sorte terrena ed eterna degli uomini e dei popoli.

O Cuore Immacolato,

dalla fame, dalla guerra, da una autodistruzione incalcolabile, liberaci;

dai peccati contro la vita dell’uomo sin dai suoi albori, liberaci;

dall’odio, liberaci;

da ogni genere di ingiustizia nella vita sociale, nazionale e internazionale, liberaci;

dalla facilità di calpestare i comandamenti di Dio, liberaci;

dal tentativo di offuscare nei cuori umani la verità stessa di Dio, liberaci;

dallo smarrimento delle coscienze, del bene e del male, liberaci;

dai peccati contro lo Spirito Santo, liberaci.

Liberaci , o Madre di Cristo, 

si riveli l’infinita potenza salvifica della Redenzione, [potenza dell’Amore misericordioso!] che esso arresti il male, nel tuo cuore Immacolato.

Si sveli per tutti la luce della Speranza.

Amen

 

San Giovanni Paolo II

 

Madonna Fatima e papa Giovanni Paolo II 25 03 1984

Madonna Fatima e papa Giovanni Paolo II 25 03 1984

 




Card. Biffi: LA FORTUNA DI APPARTENERGLI – Lettera confidenziale ai credenti

Mentre molti si impegnano a dialogare con i non credenti, il cardinal Giacomo Biffi scrive ai credenti.

 

Card. Giacomo Biffi

Card. Giacomo Biffi

 

di Card. Giacomo Biffi

 

Vi do una notizia un po’ riservata. Vi rivelo un segreto; ma, mi raccomando, resti tra noi. La notizia è questa: grande è la fortuna di noi credenti. Grande è la fortuna di chi è «cristiano»; cioè appartiene, sa di appartenere, vuole appartenere a Cristo.

Però non andate a dirlo agli altri: non capirebbero. E potrebbero anche aversela a male: potrebbero magari scambiare per presunzione il nostro buon umore per la felice consapevolezza di quello che siamo; potrebbero addirittura giudicare arroganza la nostra riconoscenza verso Dio Padre che ci ha colmati di regali.

C’è perfino il rischio di essere giudicati intolleranti: intolleranti solo perché non ci riesce di omologarci disciplinatamente e possibilmente con cuore contrito alla cultura imperante; intolleranti solo perché non ci riesce di smarrirci, come sarebbe «politicamente corretto», nella generale confusione delle idee e dei comportamenti.

Un’altra grande fortuna di coloro che sono «di Cristo» è quella di essere liberi. Ecco quanto Cristo ci ha promesso: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8, 31-32). Il principio di questa prerogativa inalienabile del cristiano è la presenza in noi dello Spirito Santo: «Dove c’è lo Spirito del Signore, c’è la libertà» (2 Cor 3, 17); quello Spirito che, secondo la parola di Gesù, ci guida alla verità tutta intera (cf. Gv 16, 13), perché ci chiarifica «le cose come stanno»; ed è appunto questa verità a farci liberi (cf. Gv 8, 32). Sant’Ambrogio enuncia questo caposaldo dell’antropologia cristiana, scrivendo: «Dove c’è la fede, lì c’è la libertà».

………

Biffi La fortuna di appartenergli

……….

‹‹TU SOLO IL SIGNORE››

 

Quando nella messa proclamiamo  gioiosamente: ‹‹TU SOLO IL SIGNORE, GESU’ CRISTO››, noi notifichiamo a tutti quale sia la fonte della nostra libertà: prima della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (ONU 10 Dicembre 1948), prima della Costituzione della Repubblica (22 Dicembre 1947), La fonte della nostra libertà è il Risorto. La nostra vera e sostanziale liberazione non ci è stata procurata da altri: è una proprietà che ci viene, prima che da qualsivoglia autorità.

‹‹Tu solo››: noi non abbiamo e non vogliamo nessuno che spadroneggi su di noi, né in campo politico né in campo culturale.

Quasi ad ogni tornante della storia compaiono uomini che sciaguratamente mirano a farsi padroni di uomini, magari perfino invadendo e condizionando il loro mondo interiore. Coloro che sono ritenuti capi delle nazioni, le dominano e in più vogliono farsi chiamare benefattori (Mc 10,42 e Lc 22,25) ha detto Gesù con qualche ironia.

Ebbene, il semplice fedele – anche quando non fosse un eroe, anche quando nella sua debolezza fosse costretto a piegarsi esternamente alla prepotenza- resterà sempre un ‹‹liberto di Cristo››, cioè un uomo che è stato riscattato dal Figlio di Dio e che nessuno può ricondurre in servitù. E di fronte a un dittatore che pretenda per sé un culto assoluto e le doti divine dell’onnipotenza e dell’onniscienza, interiormente gli scapperà sempre da ridere. Per questo tutte le tirannie hanno d’istinto in antipatia i veri credenti; e poco o tanto arrivano sempre a perseguitarli: intuiscono che sono i soli che non diventano mai sudditi nell’anima.

Invece ‹‹quanti padroni finiscono con l’avere quelli che rifiutano l’unico vero Padrone!›› nota più di una volta sant’Ambrogio con straordinaria acutezza. ( Extra coll.Ep.14,96).

 




Don Giussani: “Tutto il mondo ha bisogno della nostra fede, che la nostra vita cambi per fede”

Ultima cena - Duccio di Boninsegna

Ultima cena – Duccio di Boninsegna

 

L’ISTITUZIONE DELL’EUCARESTIA

 

di Luigi Giussani

 

«Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio”» (Lc 22,16).

Tutto quello che noi siamo grida a Dio la preghiera che è al centro della messa: tutto deve diventare corpo e sangue di Cristo, parte del mistero di Cristo che ha già liberato il mondo con la sua morte e resurrezione, ma che investe le nostre azioni della possibilità di collaborare a questa liberazione. Tutto il mondo ha bisogno della nostra fede, che la nostra vita cambi per fede, che diventi morte e resurrezione di Cristo operante nella storia. Preghiamo la Madonna che quello che è accaduto in lei accada anche in noi. Che diventi carne quel flusso incessante d’amore che ha un nome terrestre: Cristo. La Madonna aiuti il nostro cuore a levarsi ogni mattina con la luce che lei aveva negli occhi. Con che luce guardava le cose della sua casetta, con che luce sentiva nell’affezione del cuore tutto ciò che la circondava!

Preghiamo la Madonna che quello che è accaduto in lei accada anche in noi. Che diventi carne quel flusso incessante d’amore che ha un nome terrestre: Cristo. La Madonna aiuti il nostro cuore a levarsi ogni mattina con la luce che lei aveva negli occhi. Con che luce guardava le cose della sua casetta, con che luce sentiva nell’affezione del cuore tutto ciò che la circondava!

Facciamo lo sforzo di immedesimarci con la memoria della Madonna, con la coscienza di questa giovane donna, perché questa è la vita umana. Questa giovane donna viveva la coscienza di Colui a cui tutto il mondo apparteneva. E la memoria di cui viveva era l’attesa che si compisse la promessa. Mendichiamo dalla Madonna la grazia di essere più simili a lei, di crescere nella nostra tarda umanità, di crescere nella leggerezza della gioia di cui le sue giornate erano così capaci, dentro l’ambito ristretto in cui viveva, aspettando di ora in ora che avvenisse la volontà del Padre.

 




Don Giussani: “Il Rosario è come la sintesi di tutto quello che il popolo cristiano è capace di pensare e di dire a Cristo”

(se non si apre il video qui sotto fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)

Il Rosario con il Beato Angelico from Sabino Paciolla on Vimeo.

 

Video a cura di Maurizio Patti e Pietro Alvisi

 

di Luigi Giussani

 

«Quos redemisti, tu conserva, Christe»: quelli che tu hai redenti – quelli che tu hai voluto, progettati per te –, tu salvali, tu conservali, Cristo. Salvali in qualunque circostanza tu li faccia permanere. È con sicurezza che noi gridiamo a Dio la nostra riconoscenza.

«Quelli che tu hai redenti, conservali, Cristo». Quelli che tu hai chiamati. Ognuno di noi è stato chiamato, toccato dal dito del Signore, investito della fiamma del cuore.

La risposta a questa elezione sta tutta quanta nella preghiera di cui siamo capaci. La nostra risposta è una preghiera, non è una capacità particolare; è solo l’impeto della preghiera. Entriamo nel mese di maggio. Il popolo cristiano, da secoli, è stato benedetto e confermato nell’essere proteso alla salvezza, io credo, specialmente da una cosa: il Santo Rosario. Il Rosario è come la sintesi di tutto quello che il popolo cristiano è capace di pensare e di dire a Cristo.

Sintesi di tutto il programma della redenzione del mondo, della dignità da riconoscere, di una carità da vivere, nella vittoria sulla morte nella crocifissione; no, non nella crocifissione, ma nella risurrezione. Perché noi siamo salvati dalla risurrezione.

L’uso del Santo Rosario, la meditazione di quello che ci impone, il Mistero che si rivela in esso è la sicurezza di quello che la madre di Gesù può fare per la nostra vita, fa per la nostra vita. Gesù non si è mosso per noi per perdere tempo.

Così i misteri della gioia, che vengono prima dei misteri del dolore, i misteri della gioia – gaudium –, i misteri gaudiosi ci riportano, ci richiamano il mistero della novità – l’annuncio dell’Angelo –, la carità verso la cugina Elisabetta, la nascita di Gesù, la purificazione della Madonna e l’offerta di Cristo al Padre, la vita apparentemente insignificante di Gesù di Nazareth. Sono ricordi in cui si allinea e prende corpo la presa che Gesù ha su di noi.

I misteri dolorosi sono la condizione – umanamente parlando assurda –, il dolore è una condizione inevitabile – nelle mie condizioni di vecchio capisco queste cose come non avevo mai capito – per essere parte di Gesù, per appartenere a Lui.

Così la gioia finale, la gloria finale, nei misteri gloriosi, acquista un fondamento dentro l’esperienza della nostra carne; altrimenti l’esperienza nella nostra carne non giunge alla risurrezione.

Come la madre di Gesù è stata l’inizio del Suo essere tra noi, così adesso la madre di Gesù continua a salvare nella storia ciò che è stato predetto, predestinato.

«Coloro che tu hai redenti, conservali, o Cristo». È la Madonna cui noi possiamo pensare senza che ci sia possibilità di inganno – la Madonna è la nostra madre –. Così è attraverso l’abbandono alla Madonna, la supplica alla Madonna, la domanda alla Madonna che ci si può rassicurare su quello che Gesù ha voluto che noi facessimo, su quello che noi siamo. È in questo abbandono alla Madonna che la sicurezza della nostra vita si afferma grandiosamente, così che, guardandoci in faccia nella nostra compagnia cristiana, vediamo come essa è realmente il primo riverbero della salvezza, di una condizione umana nuova.

Comunque sia il nostro stato d’animo, ogni giorno chiediamo alla Madonna la grazia che ciò che Cristo ha promesso nella sua maternità per noi, che si esprime nella verità della nostra vocazione, si avveri concretamente facendoci cambiare. Ognuno di noi, perciò, guardando gli altri – guardandoci tra di noi, insomma –, pianga di gioia di fronte all’evidenza che la Madonna, come emergenza di una novità redentrice, salverà totalmente nel suo Figlio l’esistenza a cui noi siamo stati chiamati. C’è un nulla, c’è un nulla che non viene perduto. Una cosa che è niente, potrebbe essere perduta, e invece no, è salvata!

«Quos redemisti, tu conserva, Christe», conservaci, Signore, nella salvezza per cui ti sei degnato di entrare nella nostra vita. Questa è la ragione suprema della gioia, sì, della sicurezza e della gioia, e quindi della gloria. La gloria è la nostra gioia. La gioia è la sicurezza che avviene nel mondo per il fatto di essere stati toccati dal Mistero, nel possesso di Cristo.

 

Tratto da Avvenire di domenica 30 aprile 2000

 

Il Rosario di don Giussan




Eutanasia, inaccettabile equiparare la cura al dare la morte

Ecco una mia intervista sul tema del fine vita che ho rilasciato a quinewssiena.

Dott.ssa Giuliana Ruggieri

Dott.ssa Giuliana Ruggieri

 

Giuliana Ruggieri, presiede l’Osservatorio di Bioetica, a cui hanno aderito professionisti che vogliono una sintesi coerente tra scienza e religione

 

Giuliana Ruggieri, medico dirigente pesarese, vive e lavora a Siena da più di vent’anni. All’ospedale Santa Maria delle Scotte si occupa di chirurgia dei trapianti, ricerca e naturalmente bioetica in quanto presidente dell’Osservatorio permanente che ha raccolto centinaia di aderenti fra le più diverse professioni. Qualcosa di cui c’era bisogno nel tentativo di esplorare strade dove il percorso fra scienza e morale può mostrarsi in contrasto. Sono temi dell’Osservatorio il fine e l’inizio vita, l’accanimento terapeutico, le tecniche di fecondazione, la transessualità e l’utilizzo delle droghe; insomma tutto ciò che attiene alla dignità dell’essere umano e a quello che può essere fatto o non fatto con il suo corpo. Tematiche che soprattutto per chi come la dottoressa Ruggieri, parte da una forte fede religiosa, costituiscono necessità di analisi e studio per poter al meglio esplicare la propria professione.

– Il tema del fine vita sembra esser quello che le cronache oggi dibattono con maggior frequenza. Recentemente c’è stata la firma in Vaticano di una dichiarazione congiunta dei rappresentanti delle religioni monoteiste abramitiche; in sostanza la medicina non deve e non può togliere la vita ai pazienti. Ritiene che questo pronunciamento congiunto chiuda la questione o avvii un nuovo percorso condiviso?

“Considero importante che le tre religioni più influenti nel mondo attraverso tale Dichiarazione congiunta si oppongono “ad ogni forma di eutanasia”, così come “al suicidio medicalmente assistito”, considerando tali azioni “completamente in contraddizione con il valore della vita umana” e di conseguenza “sbagliate dal punto di vista sia morale che religioso e dovrebbero essere quindi vietate senza eccezioni”. Il documento dichiara inoltre che l’obiezione di coscienza dovrebbe essere sempre riconosciuta; incoraggia la diffusione delle cure palliative; si augura che sia sempre più radicata nella società una cultura che promuova la cura della persona anche nella fase terminale della vita, ricorda che accanto al paziente vi sono anche i familiari e mette l’accento sull’importanza dell’assistenza spirituale. Tale dichiarazione nelle premesse pone un criterio realistico: afferma che i principi e la prassi conseguente sostenute delle religioni abramitiche non sono in linea “con gli attuali valori e prassi umanistiche laiche”, ma sono imprescindibili per pazienti, familiari, operatori sanitari e politici aderenti a una di queste religioni”.

– Come la comunità giuridica e l’Organo legislativo potranno prendere questo pronunciamento?

“Penso che il mondo politico e “il potere” giudiziario non possano non tener conto di tali posizioni espresse nella società civile. In Portogallo, per esempio, la decisione del Parlamento del 30 Maggio 2018 di dire “no” all’eutanasia ha incontrato l’appello lanciato dal Patriarca cattolico di Lisbona Manuel Clemente, che in un’iniziativa senza precedenti nel paese, ha lanciato una dichiarazione congiunta dei responsabili di diverse comunità religiose (cristiani di varie denominazioni, ebrei, musulmani, buddisti e indù) che ha affermato l’inviolabilità della vita umana e il rifiuto dell’eutanasia e, dopo veglie e manifestazioni pacifiche organizzate dalle comunità interreligiose, ha invitato i deputati «a tener conto del fatto che la società si è espressa insistentemente per il no alla legalizzazione dell’eutanasia». Un’osservazione è però importante: il documento fa riferimento a direttive anticipate, ma purtroppo la legge 22 dicembre 2017, n. 219 “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” (le cosiddette DAT), ha già introdotto nel nostro paese l’eutanasia. Infatti per questa legge idratazione e nutrizione sono considerati atti terapeutici e come tali richiedono il consenso informato del paziente e di conseguenza la non somministrazione e l’interruzione dei trattamenti e anche di sostegni vitali. In realtà il rifiuto porta alla morte dei pazienti per fame e per sete come ci ha insegnato la vicenda di Eluana Englaro”.

– Anni fa mi trovai testimone involontario di un momento molto doloroso e privato: la telefonata di commiato dell’on. Lucio Magri alla compagna di tante battaglie politiche on. Luciana Castellina. Di lì a poche ore, Magri mise fine alla sua vita in Svizzera, perché fatto rispondente alle sue convinzioni e alla sua condizione. Da allora molto si è fatto in tema di testamento biologico, di accanimento terapeutico, di cure palliative e medicina del dolore. Ma il fatto che nella primavera scorsa abbiate voluto dar vita all’Osservatorio ci dice anche che esistono diversi modi di approcciarsi alla questione e non esistono visioni univoche… E’ così?

“Si non esistono visioni uniche sul tema “fine vita” e secondo noi la società attuale si sta avviando su un pendio scivoloso a causa di un vero e proprio “cambio di paradigma”: il dare la morte al paziente diventa il “prendersi cura” come un vero e proprio atto terapeutico e l’aiuto al suicidio diventa “assistito” (a conferma di ciò nella letteratura scientifica dedicata si parla di MAID Medical Assistance in Dying, in Canada e di VAD Volontary Assisted Dyingin Australia). Così con pochi inganni lessicali e antropologici viene annullata una cultura millenaria fatta di pietà, solidarietà, compassione, di vera cura per il malato. Questa nuova cultura, direbbe Antigone, non ha nulla a che vedere con le “leggi immutabili che non sono di ieri né di oggi, ma esistono da sempre”. Esistono infatti da quando un essere umano decise di curare un altro essere umano”.

– Anche dalla scienza arrivano molti dubbi?

“Sì molti lavori scientifici hanno evidenziato che il suicidio assistito e l’eutanasia presentano rischi potenziali per malati disabili: la richiesta di tale pratiche da parte dei familiari e dei pazienti avviene per la presenza di dolore non ben trattato e soprattutto per effetto della depressione quasi sempre sottostimata, sottodiagnostica e sopratutto non curata. (Curr Opin Anaesthesiol. 2014 Apr;27(2):177-82. Curr Opin Anaesthesiol. 2014 Apr;27(2):177-82Int J Epidemiol. 2014 Apr;43(2):614-22, (Health Psychology del 2007 Journal of Clinical Psychiatry , 2010). Il professor Benoît Beuselinck, oncologo dell’Università di Lovanio dichiara: “L’eutanasia in Belgio ha raggiunto la “quota” 2.000 casi in un anno, pari al 2% dei decessi. Tra il 2008 e il 2013, sono raddoppiatele persone che vi ricorrono. E 65 sono i casi l’anno di persone che la richiedono per depressione. Ma alla “dolce morte” arrivano anche persone con cecità incipiente, Alzheimer nella fase iniziale, persone stanche di vivere, delinquenti di reati sessuali, persone sofferenti per età avanzata e per solitudine. ” (Euthanasia and Assisted Suicide: Lessons from Belgium a cura di David Albert Jones,Chris Gastmans e Calum MacKellar. Edit. Cambridge University Press; 21 settembre 2017). Ho appena finito di leggere il libro “Questione di vita e di morte” di Paolo Flores d’Arcais, direttore di Micromega. e la cosa che più mi ha colpito sono le ultime righe delle pagine dedicate appunto a Lucio Magri: “E’ la protervia di sottane gerarchiche e scranni parlamentari che la (l’eutanasia ndr) rende a pagamento, la consente di fatto all’abbiente e non a chi ha meno, che rende privilegio anche vita-e-morte, vita-e-liberta’.” Viene considerato dall’autore un “bene” il dare la morte, un bene da dover garantire a tutti perché con l’eutanasia la vita e la libertà troverebbero la loro massima espressione e attuazione. Insomma il darsi e dare la morte viene considerato l’atto supremo d’amore verso se stessi e verso i propri cari. Che genere di concezione della vita umana presuppone questo tipo di legittimazione suprema della volontà individuale? Ma è possibile che l’umanità e la dignità della persona, e persino l’amore, possano esprimersi addirittura nell’eutanasia? La libertà dell’uomo deve concretizzarsi dentro la vita e non al di sopra di essa. La libertà dell’uomo non può essere completamente staccata dalla sua felicità, dalla sua soddisfazione totale.

– Ci sono diversi esempi che la suggestionano particolarmente?

Charlie Gard, Alfie Evans e tanti altri bambini, la cui morte è stata decisa dai giudici in accordo con i medici e contro il parere dei genitori non dimostrano che ci troviamo davanti a una eutanasia di stato e l’autodeterminazione diventa in realtà eterodeterminazione?

“Vi era un solo modo di “togliere” (aufheben, in senso hegeliano) l’inizio e la fine della vita. Affermare che di essi è padrone assoluto l’uomo. Cioè: che di fronte a essi, la libertà è “indifferente”, dovendo essa decidere autonomamente. E siamo precisamente all’aborto come “auto-determinazione” ed all’eutanasia come “scelta di vivere o non”. (Cardinale Carlo Caffarra Relazione al Simposio Internazionale Evangelium Vitae ediritto. Veritatis Splendor Evangelium Vitae: il destino dell’uomo. Città del Vaticano, 23 maggio 1996).

Quando si affronta il tema del fine vita molto spesso si dimentica di affermare con chiarezza e con sdegno che non tutti i pazienti oggi ricevono o possono ricevere cure palliative, terapie del dolore, adeguato sostegno a domicilio. L’ assistenza ai disabili gravi è fortemente carente, così come i diritti per i caregiver (badanti, assistenti, ecc,) e familiari. Sono insufficienti i fondi per le prestazioni minime ai malati cronici… In tale situazione la Corte Costituzionale sembra avere in mente un altro paese e e ritiene che il problema da risolvere oggi sia invece come concedere il diritto a farsi uccidere. Credo quindi che compito di un medico, di un ospedale, della legge e dell’autorità, della società e delle sue agenzie civili e religiose, sia quello di essere sempre dalla parte della vita. E dunque di proporsi comunque di salvaguardarla in qualunque sua fase evitando l’accanimento terapeutico e tutelando quel fil di vita fino a che è possibile. Per tutto questo, e non solo, ha senso un Osservatorio di Bioetica”.

– Le fiction cinematografiche ci offrono scenari terrificanti di un futuro remoto in cui il fine vita dovrebbe esser legalizzato per la popolazione non produttiva. Di fatto la scienza sta allungando moltissimo la vita degli individui, senza che parallelamente si metta un freno efficace alle patologie degenerative, in specie quelle che attengono alla funzionalità cerebrale. La consola la certezza di non esser testimone di ciò che avverrà fra cent’anni o sente la necessità di lasciar traccia oggi per un domani?

“Purtroppo il fine vita legalizzato per la popolazione non produttiva non è già più solo una “fiction cinematografica”, ma è la naturale evoluzione di ciò che ho descritto nella prima domanda. Infatti in Olanda chi ha più di 75 anni può richiedere allo stato la pillola per darsi la morte: la pillola o il “Kit completo” viene recapito per posta. La centralità del tema del fine vita, cosi come la descrive anche lei nella domanda è certamente sollecitata anche dai progressi della tecnica, dall’esistenza di nuovi farmaci – alcuni definiti “intelligenti” – e di macchine che, pur garantendo una sopravvivenza più lunga, pongono in maniera amplificata il problema etico. «La tecnoscienza – come dice il filosofo Emanuele Severino – non conosce la verità e la rifugge come metafisica e non può nemmeno conoscere che cosa sia in verità la morte e l’angoscia per la morte». E dunque, su questo crinale, non può che intervenire quella che è l’essenza anche dell’autentica laicità: la cultura del limite. Perché le scienze, la tecnologia, i farmaci, le macchine hanno conferito all’uomo un potere sulla vita e sulla morte che non deve necessariamente essere praticato, specie se offende la nostra dignità e va a colpire il profondo di certi valori etici. (Il senso del limite/ La barriera infranta tra libertà e fede. Marco Ajello. Il Mattino.Editoriale 27 settembre 2019). La deriva antropologica che stiamo vivendo è sotto gli occhi di tutti, non si capirebbe altrimenti come mai all’ordine del giorno del dibattito politico ci siano in questi tempi, il suicidio assistito, figlio della solitudine esistenziale e la ridefinizione della famiglia, sino alla reintroduzione della “schiavitù antica”, si pensi all’utero in affitto. J.R.R. Tolkien, mi viene in aiuto nella risposta alla parte finale di questa domanda: “Avrei tanto desiderato che tutto ciò non fosse accaduto ai miei giorni! – esclamò Frodo. Anch’io – annuì Gandalf – come d’altronde tutti coloro che vivono questi avvenimenti. Ma non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato”. In ebraico speranza si dice “tiqwah”, una parola che indica “corda”,”filo”. Sperare significa pensare che una corda mette in relazione il mio essere con Qualcun altro, un filo lega gli avvenimenti caotici, drammatici, dolorosi che avvengono nel mondo e tutto ciò è reso possibile dalla croce, morte e resurrezione di Cristo. Noi dobbiamo continuare a dire a tutti che solo con la croce di Cristo il dolore può essere accompagnato. Non dobbiamo dimenticare che questa è la radice della nostra cultura, da questo sono nati ospedali come il Santa Maria della Scala. Sperare è nello stesso tempo affermare con decisione che nessuno è padrone della vita. “Non si tratta di rielaborare una dottrina sulla libertà e sul valore della vita: è ormai troppo tardi per dare questa risposta. Essa ormai cade in un terreno che non è più neppure capace di intenderla”. ( Card. Carlo Caffarra Relazione al Simposio Internazionale Evangelium Vitae e diritto. Veritatis Splendor Evangelium Vitae: il destino dell’uomo. Città del Vaticano, 23 maggio 1996). Si tratta di ricostruire dei veri luoghi in cui sia dato all’uomo di oggi la possibilità di continuare a sperare. Alle mie figlie, ai miei pazienti, ai miei studenti, ai miei amici vorrei lasciare le ragioni per cui è possibile continuare ad avere una Speranza.

– Facciamo un po’ di autocelebrazione. L’Osservatorio è già molto attivo. A Palazzo Squarcialupi ha dato vita a un convegno sulla libertà dalle droghe. Quali gli aspetti di maggior importanza dell’iniziativa e perché questa forte sottolineatura che anche le droghe siano materia prioritaria di bioetica?

“La relazione esistente tra bioetica e consumo di droga trova il suo epicentro nella presa d’atto che la problematica, come in altri casi, chiama in causa valori quali la libertà personale da un lato e la responsabilità verso se stessi e verso gli altri, dall’altro, sopratutto responsabilità verso i più giovani. Che cosa fa la persona quando si fa uno spinello? Non possiamo tacere l’esistenza di un intero filone di pensiero che a vari livelli ha profuso notevoli sforzi nel tentativo, invero piuttosto riuscito, di accreditare la convinzione di una pressoché totale innocuità del consumo per esempio di cannabis. Ed è questa “falsità” che ha messo in evidenza la Conferenza pubblica “DROGA LIBERA O LIBERTA’ DALLA DROGA. Leggera o pesante ti droga sempre!” tenuta venerdì 18 ottobre a Palazzo Squarcialupi. Grazie alle relazioni del dott. Serpelloni (già Responsabile del Dipartimento Antidroghe presso la Presidenza del Consiglio) e del dott. Mantovano (magistrato e vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino), abbiamo potuto mostrare inoppugnabili e drammatiche prove del fatto che le droghe “leggere” non esistono più ormai da tempo e che anche nella cosiddetta “cannabis light” il principio attivo (THC) presente è dieci volte superiore a quello di pochi anni fa. Il danno che ciò sta causando ai nostri giovani, al loro cervello e al loro corpo è impressionante. E’ come se noi considerassimo “leggermente” alcoolica una birra con una gradazione di 40 gradi!” L’intervento di Josè Berdini inoltre responsabile della Comunità PARS (Prevenzione Assistenza Reinserimento Sociale) comunità a pochi chilometri da Macerata, dall’alto della sua pluriennale esperienza sul campo, ha segnalato che “quelle che la maggior parte della gente considera leggere sono le droghe più subdole, proprio per quell’apparenza di leggerezza dietro la quale si nascondono. Quando vivi il dramma della droga ti rendi conto che hai davanti giovani che soffrono, con frequenti crisi di depressione, con psicosi, devastati dall’assunzione di sostanze di ogni tipo. Per educare, “per ritrovarsi” ci vuole un villaggio, ci vuole una proposta educativa globale sostenuta da adulti disposti a compromettersi e a fare “compagnia”. Dal canto suo l’Osservatorio ha già avviato un Progetto Educativo multimediale e multidisciplinare di prevenzione dalle dipendenze da sostanze, presentato in occasione del Convegno e proposto alle scuole della nostra provincia a cui hanno già aderito Presidi e Professori delle Scuole di Siena, Colle val d’Elsa e Poggibonsi e varie associazioni impegnate nell’ambito educativo sia dei giovani che degli adulti. In considerazione di quella che ormai si può definire una vera e propria emergenza, l’Osservatorio di Bioetica di Siena rivolge alle Istituzioni un pressante invito ad adottare con rapidità e coraggio iniziative concrete (come quelle adottate recentemente dal Questore di Macerata che ha chiuso 4 cannabis shop) per la salvaguardia dei nostri giovani e delle loro famiglie dall’inganno delle droghe e del business crescente che c’è dietro”.




“Possiamo salvare il mondo solo pregando, lavorando, implorando Dio per la nostra conversione e il perdono dei nostri peccati!”

Viandanti verso Emmaus

 

di Giuliana Ruggieri

 

“…l’uomo può venire meno per debolezza e preconcetto mondano, come Giuda e Pietro….

Pure l’esperienza personale dell’infedeltà che sempre insorge, rivelando l’imperfezione di ogni gesto umano, urge la continua memoria di Cristo.”

 

(Testimonianza di don Luigi Giussani durante incontro Giovanni Paolo II, San Pietro 30 maggio 1998).

 

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AH, GIUDA ISCARIOTA!

 

“Se questi taceranno, grideranno le pietre”.(Lc 19,40)”

“……..Il mistero di Giuda, il mistero del tradimento è un veleno subdolo. Il diavolo cerca di farci dubitare della Chiesa. Vuole che la guardiamo come un’organizzazione umana in crisi. Ma essa è molto più di questo: è il prolungamento di Cristo….

Non dobbiamo aver paura di affermare che la Chiesa ha bisogno di una profonda riforma e che questa passa dalla nostra conversione.

L’unità della Chiesa ha la propria  sorgente nel cuore di Gesù Cristo….Il suo cuore, che è stato squarciato dalla lancia perché potessimo trovarvi rifugio, sarà la nostra  casa. …

Il mistero di Pietro è un mistero di fede.

Gesù ha voluto affidare la sua Chiesa ad un uomo. Perché potessimo ricordarci meglio, ha lasciato che questo uomo lo tradisse per tre volte davanti a tutti prima di consegnarli le chiavi della Chiesa….

Non dobbiamo avere paura! Ascoltiamo Gesù. Già dalle prime ore si tesse la trama della Chiesa: il filo d’oro delle decisioni infallibili dei pontefici, successori di Pietro; il filo nero delle azioni umane e imperfette dei papi, successori di Simone. In questo groviglio incomprensibile di fili possiamo intravedere il piccolo ago guidato dalla mano invisibile di Dio, intento a ricamare nella trama l’unico nome nel quale possiamo trovare salvezza, il nome di Cristo….

….come un tempo a San Francesco ‘Va e ripara la mia Chiesa’. Va, riparala con la tua fede, con la tua speranza e con la tua carità. Va’, e riparala con la tua preghiera e la tua fedeltà. Grazie a te la mia Chiesa  tornerà ad essere la mia casa”.

 

(dal libro: “Si fa sera e il giorno ormai volge al declino”, Card. Robert Sarah, Ed.Cantagalli, 2019).

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Ricevo da un sacerdote mio amico:

“Possiamo salvare il mondo solo pregando, lavorando, implorando Dio per la nostra conversione e il perdono dei nostri peccati! Il resto lo sta facendo Lui per strade che non conosciamo, le sue vie non sono le nostre vie! Mi trovo molto a disagio sia con gli alti prelati che remano per una chiesa progressista e portano in spalla idoli pagani, sia con quei laici irruenti che, senza alcun dolore per le proprie miserie, bacchettano senza pietà le gerarchie, incrollabili nel credere che se ci fossero loro al comando tutto questo non succederebbe, con lo stesso tono arrogante con cui si parla di politica e di calcio.

Il mio cuore è lacerato perché Dio non è amato come merita, perché io non riesco ad amarlo come merita, non perché è un dovere, ma perché Dio è un abisso di bellezza e tenerezza insondabile che per me ha abbracciato tutto il male attraverso la croce, sacrificio che si ripresenta vivo e operante in ogni Eucarestia. 

Ma ormai queste cose sono discorsi vuoti. Siamo pieni di noi stessi e abbiamo scambiato Dio per i nostri pensieri (anche giusti) su di lui.

Sì, siamo nelle tenebre ma nulla ci può strappare nel suo amore. L’Eucarestia che ancora ogni giorno possiamo ricevere attesta tutto questo, solo per chi lo ama.

Dio ti benedica!!”

 

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