Donna, togliti il grembiule, devi abbandonare la cucina di casa. Per la Azzolina sei diseducativa

 

 

di Giorgia Brambilla

 

Recentemente, il ministro dell’istruzione Azzolina ha dichiarato di voler combattere gli stereotipi di genere, prodigandosi per togliere dai libri scolastici le immagini che ritraggono donne che cucinano o stirano. «È necessario emanciparsi di più e siamo noi adulti a dare l’esempio ai giovani» (qui). Peccato che la sua idea sia talmente squalificante nei confronti della ragione umana, prima ancora che della donna stessa, che non si capisce come possa essere educativa. Come si può combattere uno stereotipo (ammesso che quello in questione lo sia e che sia da combattere) con un altro stereotipo? Sì perché le parole di Azzolina presentano un quadro già visto: se una donna si trova a casa a cucinare o a stirare è perché è una povera oppressa, sicuramente madre e forse anche di più di un figlio. Con questa caricatura della donna-madre crede di onorare il “mostro sacro” della parità di genere e si prodiga, insieme alla Boldrini, affinché i libri scolastici includano piuttosto l’ideologia gender, con tanto di “osservatorio” ad hoc (qui). Questo sì che è educativo!  O dovremmo dire rieducativo..

Sappiamo bene che posizioni di questo tipo originano dall’idea sorta verso la fine degli anni Settanta, secondo cui lavorare fuori casa era per una donna segno di cultura, di dignità, di rispettabilità, a confronto con chi “faceva solo la mamma”, cosa peraltro considerata così svilente da essere pensata come qualcosa di subìto e quasi mai di scelto. Si proponeva e assolutizzava, in altre parole, il modello della donna “impegnata”, ovunque ma non nella e per la famiglia; l’idea cioè che una donna per essere felice debba necessariamente lavorare.

Peccato, però, negli anni a venire, mentre rincorreva ancora l’inganno di un utopistico livellamento di genere, la donna ha via via cominciato a scoprire che anche “il mondo del lavoro” poteva essere fonte di sfruttamento e di frustrazione.

Il progressivo impegno sociale e produttivo della donna, corroborato dalle varie spinte del femminismo, hanno finito per allontanare la donna da questo legame atavico con la vita e con l’accoglienza dell’altro. La “donna nuova” prodotta dal femminismo radicale e relativistico ha via via rifiutato le parti più profonde della femminilità, quelle legate ad esempio alle missioni di essere il focolare domestico e di essere madre. La donna lavoratrice ha iniziato a vedere nell’alto numero di figli un ostacolo alla carriera e a mettersi in competizione con l’uomo, pretendendo gli stessi spazi e sacrificando spesso, consapevolmente o no, la vita famigliare.

Non si vuole proprio capire che parità di dignità per la donna non significa essere la stessa cosa dell’uomo. Questo appiattimento delle differenze non può che portare a un impoverimento della donna e di tutta la società, con la deformazione o la perdita di quella ricchezza unica e di quel valore propri della femminilità. Tra questi, il più importante è senza dubbio la maternità.

Già la Lettera enciclica “Evangelium Vitae” al n.58 sottolineava che «Nessuna risposta alle problematiche femminili può ignorare il ruolo della donna nella famiglia o sottovalutare il fatto che ogni nuova vita è totalmente affidata alla protezione e alle cure della donna che la porta in grembo». Perché questo ordine naturale delle cose venga rispettato è necessario combattere l’errata opinione che il ruolo di madre sia per le donne oppressivo e che dedicarsi alla famiglia, impedisca alla donna di raggiungere una realizzazione personale e una importanza nella società». Dalla Conferenza di Pechino, tanto esaltata da queste pseudo-femministe, non fu colto questo richiamo – come abbiamo già spiegato in un precedente contributo (qui) –, tanto che nel documento finale, di quasi 200 pagine, non compare una sola volta la parola madre.

Il legame della donna con la vita è un nucleo potente e misterioso che plasma anche nei dettagli più minuscoli e remoti l’esistenza femminile. E questo non vale solo per la donna che è diventata madre, ma per ogni donna, in quanto predisposta a questa missione. In ogni suo atteggiamento, la donna realizza la sua naturale disposizione alla maternità, cioè al dono di sé e all’accoglienza dell’altro e questo non può toglierselo come si fa con un grembiule, emblema delle faccende domestiche di cui solitamente si fa carico.

Simulare il modello maschile è in realtà l’emblema dell’alienazione del lavoro femminile, che non solo annichilisce la bellezza della donna, ma impoverisce pure la reciprocità della relazione umana fra uomo e donna nel rispetto della differenza. Come osserva Grygiel: «non fa meraviglia […] che quando la donna non è presente nella società pienamente come donna, anche l’uomo non possa esservi pienamente presente come uomo» (S. Grygiel, Dolce guida e cara).

È certamente vero che la responsabilità della donna all’interno della famiglia potrebbe rendere alcuni ruoli professionali incompatibili con “la casa”; ma la donna questo lo sa e laddove non sia aggredita da pressioni ideologiche spersonalizzanti o da colpevoli sensi di frustrazione indotta, sa compiere le proprie scelte in funzione del bene maggiore. Questo non è in contraddizione con l’apporto che la donna può fornire al mondo del lavoro e della cultura ed è peraltro normale e logico che una donna, conformemente al suo tipo di formazione e ai suoi interessi, scopra in sé un’attitudine – una vocazione – che si realizza brillantemente nella sua attività professionale.

Questo ci fa capire che il conflitto che si crea nella vita delle mamme fra figli e lavoro è già una sconfitta, così come l’idea del dover “conciliare” famiglia e lavoro. Meglio sarebbe approfondire la nozione di «integrazione, per individuare quella vocazione nella vocazione» (C.Navarini, Donna, partecipazione sociale e lavoro) che può chiarire a ciascuno, e dunque anche alla madre di famiglia, eventuali compiti particolari di tipo professionale in seno alla società. Non può esserci vero mutamento di prospettiva se non si parte dall’idea che per la donna non soltanto la maternità è lavoro, come si è detto, ma anche che il lavoro è sempre maternità.




Venduta alle minorenni senza ricetta EllaOne, la pillola dei cinque “schiaffi morali” dopo

Pillola anticoncezionale, adolescente

 

 

di Giorgia Brambilla

 

Nel 2009 l’HRA Pharma mette a punto la molecola dell’Ulipristal acetato che, nello stesso anno, entra in commercio in Europa con il nome di EllaOne®, che verso la fine del 2011 viene messo in vendita anche in Italia. Nel 2014 la casa farmaceutica produttrice francese chiede e ottiene la riclassificazione della pillola come “farmaco da banco”, eliminando così l’obbligo di ricetta. In Italia, invece, il Consiglio Superiore di Sanità rifiuta questo passaggio, temendo che la vendita senza l’obbligo di ricetta possa condurre ad un’assunzione ripetuta e incontrollata da parte delle donne. L’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), però, il 25 marzo 2015 prende le distanze da questa indicazione ed elimina tale obbligo, conservandolo solo per le minorenni. Fino alla Determina n. 998 dell’8 Ottobre, che elimina la prescrizione anche se a richiedere l’Ulipristal acetato sono delle minorenni.

Stando alle dichiarazioni del direttore generale dell’Aifa, Nicola Magrini, EllaOne sarebbe uno «strumento etico» (qui), utile addirittura per la riduzione degli aborti clandestini (qui). Ma basta capire il suo meccanismo d’azione e tali affermazioni si rivelano in tutta la loro inconsistenza e illogicità.

Stando al foglietto illustrativo (qui), infatti, la pillola avrebbe lo scopo di inibire o ritardare l’ovulazione e, dunque, si può pensare che sia un contraccettivo. Peccato che se EllaOne viene assunta dopo il raggiungimento del picco di LH, in corrispondenza cioè dell’ovulazione, essa ha un’efficacia antiovulatoria pari a quella di un placebo. E come fa, allora, a raggiungere l’obiettivo per cui viene assunta, ovvero evitare la nascita di un figlio? Attraverso una modificazione mirata dell’endometrio che ostacola l’annidamento dell’embrione (R.Puccetti, La “pillola dei 5 giorni dopo” solo su ricetta del medico), un meccanismo abortivo che si stima avvenga tra il 50 e il 70% dei casi (J.Aznar, Ulipristal acetate). Quindi, a seconda del giorno dell’assunzione, il suo meccanismo sarà anticoncezionale o antinidatorio.

Rendere la “pillola dei cinque giorni dopo” accessibile senza ricetta, e per di più alle minorenni, significa dare uno “schiaffo morale” a una serie di dimensioni che sono coinvolte buttandole nel cestino dell’indifferenza.

Il primo schiaffo è dato alla relazione genitori-figli, in quanto è molto probabile che la ragazza in questione – o forse bisognerebbe dire bambina, visto che l’età dei primo rapporto sessuale è 13-14 anni – nasconda ai genitori il fatto di avere rapporti intimi e, di conseguenza, di trovarsi in difficoltà per questo. È paradossale che in un tempo in cui ci si vanta di non avere più “tabù” sessuali si abbia così tanta difficoltà a dialogare con i figli di sessualità. Si preferisce addirittura delegare alla scuola l’educazione sessuale, che poi si tramuta di fatto in una mera presentazione dell’“atlante dei contraccettivi”. Sarà perché dopo anni di libertinismo la sessualità è divenuta così “liquida” da sfuggirci di mano tanto da non aver più nulla da dire su questa dimensione così importante per la persona umana? La Chiesa ha sempre affermato che i genitori hanno il dovere e il diritto di essere i primi e i principali educatori dei loto figli quanto alla dignità dell’amore coniugale, sulla sua funzione e le sue espressioni e che le provocazioni, provenienti oggi dalla mentalità e dall’ambiente culturale attuale, che però non devono scoraggiarli in questo loro compito. Chi meglio del genitore conosce la sensibilità del ragazzo, sa capire quando è il momento, quali parole usare, può ricreare un ambiente prudente e delicato che permette di spiegargli l’amore facendolo sentire amato?

Il secondo schiaffo, visto che di prescrizione si parla, è evidentemente quello dato al rapporto medico-paziente. In un panorama in cui è assolutizzata la libertà del paziente come autodeterminazione, il medico diventa un mero esecutore della sua volontà “sovrana”. Questo modo di concepire la Medicina, anche se apparentemente sembra non avere nulla a che fare con la nostra quotidianità, è molto pericoloso perché presuppone una revisione dell’alleanza terapeutica che si ripercuote necessariamente sulla dimensione dell’umanizzazione della salute, a breve termine, e della cura e della difesa della vita umana a lungo termine. Oltre a questa riflessione teorica, il problema principale è che EllaOne non è una comune pillola per il mal di testa, per il cui utilizzo in genere non serve consultare il medico; la supervisione del medico serve, eccome! Infatti, l’utilizzo dell’Ulipristal acetato, oltre agli effetti correlati ai dosaggi ormonali, può causare seri danni a livello epatico (T. Scandroglio, I rischi della pillola dei 5 giorni dopo che non ci dicono).

Il terzo riguarda la funzione educativa dello Stato. Sappiamo bene infatti che qualsiasi liberalizzazione del male morale (pensiamo, ad esempio, a quella delle droghe “leggere”, di cui abbiamo già parlato qui) porta di fatto ad incentivare il male stesso, in questo caso una sessualità priva di responsabilità, le quindi l’assunzione conseguente della pillola come “salvagente”. Questo non solo non risulta affatto efficace in termini di contrasto, ma fa sì che lo Stato incarni chi diffonde il male per poi porvi rimedio. È una società malata quella che si distacca dalla piena verità sull’uomo, dalla verità su ciò che l’uomo e la donna sono come persone. «Di conseguenza, essa non sa comprendere in maniera adeguata che cosa veramente siano il dono delle persone nel matrimonio, l’amore responsabile al servizio della paternità e della maternità, l’autentica grandezza della generazione e dell’educazione» (Pontificio consiglio per la famiglia, Sessualità umana: verità e significato, n. 6). La nostra è una società ipersessualizzata, che tende a ridurre l’amore all’eros, piuttosto che includere e valorizzare tutte le altre componenti che possano contraddistinguerlo, da quelle affettive a quelle generative e donative. Tanto che l’unica proposta “educativa”, stando alle dichiarazioni di questi giorni, consisterebbe, al momento della vendita di EllaOne, nel fornire un depliant con varie informazioni sui contraccettivi a cui sarà dedicato anche un sito ad hoc.

Il quarto schiaffo riguarda la relazione affettiva tra i ragazzi coinvolti, che con la loro promiscuità si mettono nella dimensione dell’usare anziché dell’amare, come scriveva Karol Wojtyla nel celebre testo “Amore e responsabilità”: l’altro diventa un oggetto che deve soddisfare i miei appetiti. Ma questo non è degno per la persona umana. Facciamo piuttosto sapere ai giovani che la persona è capace di un amore più grande, generoso, che sa aspettare, che sa rispettare. In altre parole, facciamo conoscere ai giovani la bellezza della castità! Basta con questa idea che la castità sia improponibile e impraticabile: «per alcuni, che si trovano in ambienti dove si offende e si scredita la castità, vivere in modo casto può esigere una lotta dura, talora eroica. Ad ogni modo, con la grazia di Cristo, che sgorga dal suo amore sponsale per la Chiesa, tutti possono vivere castamente anche se si trovano in circostanze poco favorevoli» (Pontificio consiglio per la famiglia, Sessualità umana: verità e significato, n. 19).

Il quinto è forse lo schiaffo più forte: quello alla vita. Se, infatti, abbiamo capito che “la pillola dei cinque giorni dopo” può avere effetti antinidatori, il peso morale, già grave per il solo aspetto contraccettivo, assume proporzioni immense e rappresenta a sua volta un altro schiaffo, quello della donna a se stessa, che mentre pensa di essersela “cavata” è sconfitta nella sua stessa natura. Il suo grembo, pensato per accogliere e nutrire, diventa inospitale per il concepito che, di conseguenza, smette di vivere e viene espulso ed è stata proprio lei a favorire questo processo.

Anche volendoci limitare, poi, al meccanismo anti-concezionale, ricordiamoci che “responsabilità” davanti alla sessualità non è affatto sinonimo di “contraccezione”, ma semmai è conoscenza della propria corporeità fertile e consapevolezza della sua bellezza: un tesoro da proteggere, da rispettare e da far rispettare, in vista della donazione totale di sé allo sposo o al Signore. Le nostre giovani, figlie, pazienti, fidanzate meritano qualcosa di più di una visione della sessualità come mera genitalità che conduce a considerare la maternità un’emergenza da risolvere con una “pillola”.

È arrivato il momento di rieducare noi stessi all’amore autentico a partire da quello incondizionato di Dio per noi: l’unica roccia su cui è possibile fondare una corretta antropologia della sessualità. Il Magistero ha sempre dato un alto valore alla corporeità, ritenendo che il corpo umano possiede un attributo “sponsale”, cioè la capacità di esprimere l’amore: quell’amore, appunto, nel quale l’uomo-persona diventa dono e — mediante questo dono — attua il senso stesso del suo essere ed esistere. Secondo la Chiesa, è proprio nella somaticità che l’uomo scopre i segni anticipatori, l’espressione e la promessa del dono di sé, in conformità con il sapiente disegno del Creatore: quello che rende possibile all’uomo di dare la vita e nel quale è racchiuso il segreto della felicità.




La “Samaritanus Bonus” letta da un cappellano ospedaliero. Intervista a don Luigi Zucaro

È recentemente uscita, ad opera della Congregazione per la Dottrina della Fede, la Lettera “Samaritanus Bonus” sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita; un documento carico di quella prossimità che solo una visione cristocentrica può realizzare appieno. Il Buon Samaritano ha «un cuore che vede» il vero valore della persona umana: un bene altissimo, oltre che un dono, che la società è chiamata a riconoscere, una verità basilare della legge morale naturale e un fondamento essenziale dell’ordine giuridico, a scanso del neo-pelagianesimo e del neo-gnosticismo di cui sono impregnate le derive eutanasiche sbandierate dalle visioni pro-choice.

Infatti, la Lettera, mentre presenta su eutanasia e suicidio assistito la verità morale senza compromessi, riesce a richiamare valori umani molto profondi, indispensabili per assistere il morente e che un certa cultura utilitarista basata sulla qualità della vita ci ha fatto dimenticare.

Ne parliamo con don Luigi Zucaro, sacerdote, cappellano e responsabile del servizio di Etica clinica presso l’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” di Roma, medico, e docente presso la Pontificia Università Lateranense.

 

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Intervista a cura di Giorgia Brambilla

 

C’è qualcosa che lega il medico e il malato, l’operatore sanitario e il paziente. Secondo Samaritanus Bonus (SB) è «il riconoscimento del valore trascendente della vita e del senso mistico della sofferenza». Forse, condizionato da una mentalità essenzialmente utilitaristica e individualistica come quella attuale, chi lavora in ospedale rischia di scordarselo. Qual è la sua esperienza?

L’ospedale rispecchia più o meno il “panorama spirituale” italiano e quindi è molto composito. Molti operatori sanitari, più che avere un senso mistico della sofferenza, soggiacciono inermi allo scandalo della sofferenza, fenomeno strettamente legato alla totale perdita del valore trascendente della vita.

A questo riguardo è molto interessante l’indicazione di SB di fare in modo che le cappellanie ospedaliere si occupino della formazione spirituale e morale degli operatori sanitari.

Bisognerebbe chiedersi perché questo non si faccia già in maniera strutturata, perlomeno negli ospedali cattolici. Io credo dipenda dalla diffusa perdita di fiducia nella capacità della Chiesa di “insegnare”; sfiducia alla quale, bisogna essere onesti, ha contribuito un certo calo del “tono intellettuale” del clero.

A mio giudizio, per riguadagnare questo ruolo formativo bisogna ripartire dalla formazione del Cappellano. Il Documento ne parla, ma sembra porre l’accento più su una preparazione di tipo psicologico (accompagnamento alla terminalità, rischio di burn-out del personale, ecc.), che è senza dubbio importante; tuttavia, non va trascurata la dimensione escatologica della formazione. Può sembrare scontato questo aspetto per un prete, ma oggi vi assicuro che non lo è per niente.

 

Come affermava già l’Evangelium Vitae, «la scelta incondizionata a favore della vita raggiunge in pienezza il suo significato religioso e morale quando scaturisce, viene plasmata ed è alimentata dalla fede in Cristo». Non a caso la Samaritanus Bonus si apre subito con un riferimento a Nostro Signore. Sembra che la SB voglia offrire un forte risveglio delle coscienze, oltre che una chiara presa di posizione di fronte a un mondo che ritiene la fede un offuscamento della ragione e un impedimento al dialogo. Che ne pensa?

Lei tocca un aspetto che è “croce e delizia” della Morale cattolica. Nella Morale, ed in particolare nella Bioetica, ci ha sempre guidato l’idea che solo Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo (GS 22). La fede cattolica e, dunque, la Tradizione e il Magistero offrono una visione dell’uomo, un’antropologia, su cui fondare l’etica. “Fides et Ratio” e “Veritatis Splendor” sono due colonne su questo aspetto. 

Lungi dall’essere un offuscamento della ragione, infatti, la fede cattolica, con la sua antropologia realista e aperta al contributo della scienza (non dimentichiamo che la scienza moderna nasce in seno alla Chiesa e che la Medicina ha sempre trovato nella Chiesa una sua grande promotrice) è piuttosto un interlocutore ideale per chi volesse dialogare con intelligenza. Le preclusioni al dialogo sono più spesso altrove, seppure ben mascherate.

Dicevo “croce e delizia” perché chi non ci ama, non sopporta proprio questa nostra voglia di ricercare la verità sull’uomo, ontologica e morale. I laicisti esigono che i cattolici nelle loro argomentazioni premettano che quello che dicono vale solo per chi condivide lo stesso credo. Questo noi lo chiamiamo relativismo.

 

Ave crux, spes unica. In tempo di pandemia, molte persone si sono aggrappate per sé e per i loro cari a un ideale psuedo-ottimistico con il motto “andrà tutto bene”. La SB, invece, dedica una sezione all’annuncio della speranza, quella virtù che ci aiuta a sollevare lo sguardo a Cristo crocifisso nella consapevolezza che «Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28), anche quando non va tutto bene o comunque non come noi vorremmo. Come si concretizza questo al letto del malato?

Una volta il papà di una bambina, che poi purtroppo morì, persona laica e pragmatica, ma aperta alle istanze della fede, mi disse: «Le sono grato, padre, perché non ci ha mai incoraggiato a nutrire false speranze; è stato tutt’altro che ottimista e forse fin troppo realista, ma questo ci ha aiutato a cercare altrove motivi di speranza».

La parola speranza è una di quelle parole inflazionate di cui tutti si riempiono la bocca, ma di cui pochi conoscono il significato. E questo, spesso, anche in ambito cattolico. Credo che dipenda dal fatto che lo sguardo dei credenti si è molto “abbassato”.

L’Ospedale “Bambino Gesù” è uno di quei posti dove capisci che senza la prospettiva della vita eterna, la fede cristiana crolla come un castello di carte. Lei ha citato un brano di san Paolo, mi permetta di citargliene un altro: «Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» (1 Cor 15, 14).

 

All’idea di “qualità della vita”, cui fa riferimento la Lettera, molto ha contribuito la nuova definizione di salute del 1948. Sappiamo, infatti, che le origini della nozione sono essenzialmente di stampo utilitaristico: nientemeno che il risultato dell’interazione tra un’etica deontologica basata sul rispetto dell’autodeterminazione e un’etica utilitaristica del benessere collettivo. Come risponde a questa visione SB?

Questo è un punto molto importante. Io insisto molto su questo nella formazione del personale: non bisogna confondere la “qualità di vita” con la somma delle funzioni organiche valide. Alcuni hanno addirittura immaginato uno “score” ottenuto da un elenco di funzioni da valutare: ci vede, ci sente, muove le braccia e così via. La qualità di vita è un qualcosa di fortemente soggettivo, pertanto è difficilissimo farlo entrare in una valutazione clinica globale ed oggettiva. Se poi il paziente non è in grado di esprimersi, perché piccolo o incosciente, è temerario da parte di terzi, fossero anche parenti stretti, esprimersi a riguardo.

Tuttavia ritengo che il parametro “qualità di vita” non sia da eliminare a priori, ma vada piuttosto correttamente inteso. Praticando l’Etica Clinica in prima linea, ci si accorge, ad esempio, che è un dato che può essere utilmente integrato con altri, facendo molta attenzione a non utilizzarlo, appunto, in senso funzionalista. Fermo restando che la morte volontaria è inaccettabile e che ciascuno ha il dovere di curarsi e di farsi curare, non si può non tener conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali. Una cosa è la condizione del paziente legata alla malattia e un’altra l’aggravio connesso con le terapie: a volte le due cose vengono confuse.

In questo campo, il mio punto di riferimento rimane il documento “Iura et Bona” del 1980.

 

Lei è cappellano di un ospedale pediatrico: come si possono realizzare un accompagnamento e una cura in età prenatale e pediatrica che siano rispettosi del vero bene e non del presunto best interest” che – come sappiamo – si traduce spesso nella soppressione della vita di questi bambini perché giudicata “indegna di essere vissuta”, come successo con Charlie Gard e Alfie Evans? Cosa sono gli Hospice perinatali di cui parla SB?

Sì, lei coglie un punto delicato e difficile. Da quando collaboro con le equipe mediche, soprattutto il gruppo che si occupa di diagnosi prenatale, mi sforzo di sostituire l’espressione “best interest” con quella di “vero bene del bambino.

Vede, io penso che quando non si hanno più gli strumenti culturali per individuare il vero bene da perseguire, specialmente in Medicina, rischia di sopravvivere un unico criterio: l’autonomia del paziente. Basti pensare alla legge 219. È chiaro che se è questa la regola d’oro, il discernimento del medico sul reale beneficio che può apportare al paziente diventa quasi irrilevante; il medico diventa un mero esecutore delle volontà del paziente.

Ma quando si tratta di pazienti che non possono esprimere le loro volontà, come i bambini piccoli, appunto?

È chiaro che, come abbiamo visto nei casi inglesi da lei citati, il “best interest” può essere presunto, equivocato o persino manipolato e asservito alle proprie visioni o addirittura ai propri interessi. Nel mio ospedale vedo, invece, un grande zelo per agire il più possibile in favore del bambino e della sua famiglia.

In quest’ottica si collocano gli Hospice perinatali: una realtà molto bella, dove le persone, attingendo a tutte le risorse tecniche ma soprattutto umane, cercano di rendere possibile un percorso impossibile: curare anche quando non si può guarire un bambino, preparando, accompagnando e supportando la famiglia in questa grande sofferenza.

Sono ancora troppo pochi purtroppo; personalmente mi sto spendendo perché venga aperto anche presso il nostro ospedale.

 

Le cure palliative sono ampiamente trattate nella SB. L’accompagnamento del malato – caratteristico di questa visione di cui lei parla, fondata sul “prendersi cura– non può essere solo umano, secondo la Lettera, ma deve essere anche spirituale e sacramentale. La SB ci ricorda i «sacramenti di guarigione: la Penitenza e l’Unzione degli infermi, che culminano nell’Eucarestia come “viatico” per la vita eterna». Al tempo stesso, offre un discernimento pastorale importante circa la somministrazione dei sacramenti a chi «ha compiuto la scelta di un atto gravemente immorale e persevera in esso liberamente». Può spiegarci questo passaggio?

La questione richiede due riflessioni. Innanzitutto, ricordiamo che l’accesso ai sacramenti, tutti ma in particolare quelli che lei ha citato e soprattutto nelle concrete situazioni a cui ci riferiamo, va di pari passo con la fede nello Spirito Santo. La cosa non è banale e non lo dico solo in relazione ai pazienti, ma anche in relazione ai sacerdoti. Non mi vergogno di confessarlo: di fronte allo scandalo della sofferenza e della morte, soprattutto di un bambino, la fede può andare in crisi, anche quella del sacerdote. E dico di più: secondo me, è bene che ci vada, perché questo la fortifica. Per quanto mi riguarda, l’ospedale ha segnato un passaggio che ha trasformato la mia fede; ma prima è stato necessario attraversare quella che san Giovanni della Croce chiamava “valle oscura”.

Venendo all’aspetto strettamente sacramentale, SB ci riporta ad una riflessione poco usuale oggi sullo stato di grazia e di comunione con Dio, necessario per accostarsi ai sacramenti, che chiunque è libero di accogliere o rifiutare, accogliendo o rifiutando la sua legge, segno tangibile dell’amore di Dio nei nostri confronti.

Certamente condivido in pieno la posizione del documento; tuttavia, vorrei sottolineare che una persona che non si dissuade dall’estremo rifiuto della sua vita – in alcuni casi per disperazione, ovvero per la perdita di quella speranza di cui parlavamo – non va comunque lasciata sola, nonostante non sia possibile somministrarle i sacramenti. Il Buon Samaritano del Vangelo si carica di quell’uomo lasciato «mezzo morto» dal peccato (Lc 10, 30). Certamente, tutto questo va fatto con grande prudenza: il sacerdote deve stare attento a non dare mai la sensazione di avallare scelte del genere, ma semmai essere per il paziente e per i suoi cari segno silenzioso della Verità, essere, seppur miseramente, alter Christus.




Il “braccio di ferro” tra Morale e legalismo

(se il video qui sotto non si carica fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)



 

Quante volte abbiamo usato la parola “Morale” o “moralista” con un’accezione negativa? Molte.

Il motivo risiede nel fatto che nell’epoca moderna e contemporanea vi è da un lato un’enfasi unilaterale sulla libertà e dall’altro una diffidenza verso la verità, percepita come pericolo per la libertà stessa. Ogni pretesa di verità viene subito esorcizzata con l’infamante epiteto di “fondamentalismo”. Tale posizione riflette una reazione a una visione “legalista” nella quale la legge è concepita come espressione della volontà di un legislatore, contrapponendosi alla volontà del suddito. Così si propone un’etica senza verità, nella quale l’indipendenza dalla verità coincide con la rivendicazione di una volontà che non si relaziona a nessuno. Joseph Ratzinger ha individuato il nucleo teologico di questa radicale volontà di libertà in una delirante pretesa di rifiutare la propria creaturalità per poter “diventare come Dio”, indipendenti da tutto perché privi di una natura donata e di rapporti costitutivi con altri soggetti che siano sorgente di responsabilità e di obblighi morali. Una libertà sganciata dalla verità, apre la strada al predominio della ragione tecnica che domina tutto e tutti, fino a diventare potere arbitrario e ne esce ridotta e imprigionata nel non senso.

L’insoddisfazione per il legalismo ha portato a risposte sbagliate; da un lato ad una spropositata enfasi sulla dimensione soggettiva e interpretativa di fronte alla norma; dall’altro alla rifondazione della norma stessa con esiti teleologistici, consequenzialistici o proporzionalistici.

In questo video viene spiegata l’importanza di recuperare la visione di bene come problema centrale della Morale, senza limitarsi ad una mera regolazione esteriore degli atti, ma puntando dritti alla verità su quel bene che compie il desiderio profondo dell’uomo.

Con queste “lezioni in pillole”, desideriamo avvicinare i nostri lettori alla Teologia morale, una disciplina che ci “mette le ali”, parafrasando uno spot pubblicitario. La vera essenza della Morale è, infatti, la mappa della Sequela Christi: come il popolo d’Israele seguiva Dio che lo conduceva nel deserto verso la Terra Promessa (Es 13,21), così il discepolo deve seguire Gesù, aderendo alla sua persona, condividendone la Via, la Verità e la Vita, partecipando alla sua obbedienza libera e amorosa alla volontà del Padre, come spiega “Veritatis Splendor” al n.19.

I contenuti potranno essere rivisti sul canale you tube della professoressa Giorgia Brambilla (qui) – autrice del nostro blog (qui) – dedicato ai temi della Bioetica e della Morale, dove potrete trovare una sezione di formazione umana a partire dall’analisi di vizi e virtù (chiamata “Lezioni VIRTÙali”, soprattutto dedicata ai giovani) e una su temi di Morale speciale (chiamata “Morale for dummies”) che presto ospiterà delle brevi lezioni sui comandamenti, dedicata soprattutto a chi studia Scienze religiose o già insegna Religione: il tutto spiegato con uno stile quasi “casalingo”, con video-lezioni brevi, semplici e chiare.

 




Riscoprire la Bioetica: un corso di formazione per combattere la Buona Battaglia per la vita

 

C’è chi la delimita alla “clinica”, chi la reputa “troppo accademica”, chi la immagina “globale”. Negli ultimi anni, la Bioetica sembra aver smarrito la sua identità e la sua missione. Eppure, se per alcuni questa disciplina sembra caduta in disuso, a non perdere vigore e attualità sono gli attentati alla vita umana, quella nascente come quella morente, così come gli attacchi alla procreazione e alla famiglia, fino a sfide sempre nuove e già controverse.

La scienza va velocissima, cambia lo stile di vita, ci sono nuove problematiche e nuovi interrogativi che prima forse non ci si poneva neppure e, un po’ incoraggiati dalla mentalità consumista dell’“usa e getta”, ma soprattutto trascinati dalla corrente relativista-eraclitiana del “panta rei” (tutto scorre), crediamo che anche i valori di sempre siano ormai sorpassati e ne cerchiamo di nuovi, o forse non li cerchiamo affatto.

In un tempo in cui l’ambito assiologico e ancor prima quello oggettivo e reale sono sovrastati dalla mutevolezza di quello culturale, emotivo e soggettivo, la Bioetica è quanto mai attuale, ma sembra aver perso la sua identità e il suo scopo e, a nostro giudizio, va riscoperta. E l’unico modo per farlo è ripartire da ciò che è valido sempre; non importa dove l’uomo si trovi, in quale epoca, in quale luogo geografico, in quale cultura sia innestato: il valore della vita umana, la sua dignità e la legge scritta da Dio nella sua natura rimangono intatti, anche se il sistema economico, la prassi medica, la legge o le ideologie tentano di sovvertirli.

L’idea del corso di Bioetica dell’associazione “Famiglia Domani” – promotrice da anni della famosa Marcia per la Vita – nasce dal desiderio di recuperare una delle più importanti caratteristiche della Bioetica: un sapere di tipo pratico che educa alla realtà e, dunque, alla verità dell’essere umano. È necessario oggi non solo dire no, ma capire perchéuna certa scelta rispetta o meno il bene della persona umana e la legge morale impressa nella sua natura.  

La sfida allora è Riscoprire la Bioetica per combattere la “Buona Battaglia” in difesa della vita umana, che oggi come non mai ci obbliga a formarci. Per questo, il corso si rivolge soprattutto a chi è in prima linea nell’ambito educativo o nel mondo pro-life; ma anche a chi semplicemente vuole capire più a fondo cosa si cela dietro ai fatti di attualità che toccano la vita umana e si susseguono attorno a lui.

Il nostro è l’invito a una vera e propria “caccia al tesoro”; perché Riscoprire la Bioetica significa riscoprire l’inalienabile valore della persona umana, creata a immagine di Dio, l’inviolabilità della sua vita e l’intangibilità del suo corpo, a scanso del riduzionismo relativista e del nichilismo di cui è permeato il razionalismo moderno.

Per saperne di più, visitate il sito www.corsobioetica.it o scrivete a [email protected]




I giovani, le discoteche e i “falsari della speranza”

discoteca

 

 

di Giorgia Brambilla

 

Con la nuova ordinanza di chiusura delle discoteche, alcune reazioni mi hanno sconcertata. Non quelle dei giovani, ma quelle degli adulti. Ora, non voglio entrare nel merito delle decisioni politiche e meno che mai di quelle scientifiche; ma su quelle educative mi permetto di fare una breve riflessione.

Ho visto, letto e sentito cose “che voi umani..” – verrebbe da dire, parafrasando la celebre frase del film Blade Runner. Ebbene, ho visto genitori inviperiti perché ai loro figlioli veniva intaccato il “diritto di divertirsi”. Ho letto commenti sui social in cui quasi gli si chiedeva scusa per la privazione momentanea dello sballo unito a musica con alcol e dubbi comportamenti morali, che in una parola usiamo chiamare “discoteca”. Ho sentito adulti in imbarazzo nel richiamare i ragazzi a un senso di responsabilità e a pronunciare un sacrosanto “no” che nella nostra epoca del “vietato vietare” sembra un delitto, come qualsiasi forma di regola o di educazione al dominio di sé; ho ascoltato giornalisti e “influencer” sostenere con finta commozione che togliere questi “piaceri” ai ragazzi equivale a togliere loro addirittura la voglia di vivere.

La posta in gioco è alta, quest’estate più che mai. Da parte degli educatori è importante che emerga un richiamo ad uscire dall’entusiasmo narcisista del momento per accorgersi che al mondo ci sono altre persone, oltre al gigantesco “io” servito pedissequamente; è necessario un invito a limare quella libertà assecondata ciecamente che conduce a comportamenti pericolosi per sé e per gli altri con la responsabilità; urge uno stimolo a dare ragionevolmente priorità al bene sul bieco impulso del momento.

Che riferimento possiamo essere per i ragazzi se invece di affiancarli e indicare loro la via giusta da seguire, anche quando questa comporta dei sacrifici, diamo loro un “ciuccio” pur di non sentirli “piangere”, acconsentendo a scelte imprudenti, come viaggi o intrattenimenti inadeguati al periodo, rifilando una pacca sulla spalla color arcobaleno col solito “andrà tutto bene” (qui)?

Se ci comportiamo così, altro non siamo che dei «falsari della speranza» (J.RATZINGER, Guardare Cristo), incapaci di farci scudo per loro verso i «piaceri ripresi dalle frontiere della follia» (M.SCHOOYANS, La dissociazione dell’amore e della sessualità. Fonti filosofiche di una sfida per i giovani). È per questo – e non certo perché per un po’ di tempo dovranno rinunciare ad alcuni divertimenti – che i giovani sperimentano una perdita del sapore della vita, uno scoraggiamento, una tristezza e una disperazione che, purtroppo, ne conduce più di uno al suicidio.

Essi hanno bisogno di essere formati alla verità, a scanso del nichilismo di cui è permeato il razionalismo moderno; verità prima di tutto sulla persona, che è stata creata «con un cuore e una coscienza che devono essere formate perché questa rassomiglianza brilli» (BENEDETTO XVI, Lettera Enciclica “Deus caritas est).

È ora di rendersi conto che i giovani soffrono per mancanza di “protezione” di fronte alle tendenze a cui non hanno imparato a dare ordine con la ragione e la volontà e che hanno reso muta la voce della loro coscienza. Il punto di arrivo è il vuoto morale che il giovane sperimenta dentro di sé e che manifesta attraverso atti contrari al vero bene della persona, come i comportamenti a rischio.

Educazione morale significa dare degli strumenti perché il soggetto agisca bene, cioè, virtuosamente. Ma il centro non è il precetto o l’obbligo, ma il bene che attrae il soggetto. L’educazione morale del bambino, ragazzo e poi adolescente, deve partire non dai principi, ma dal controllare, dirigere e soprattutto motivare in modo adeguato le sue azioni. Questo approccio educativo –  oggi considerato rigido, esigente o autoritario – è fondamentale in quanto il bambino, sebbene non sia in grado di avere un pieno dominio su di sé, incomincia fin da piccolissimo ad avere le esperienze che sono alla base della conoscenza originaria del bene e del male morale.

Ad esempio, sperimenta dalle conseguenze dei suoi atti cosa è conveniente e cosa no. Quindi, educare il bambino a gestire in modo armonico (né sregolato né repressivo) le sue passioni è imprescindibile per l’educazione morale, è il recupero di quell’armonia precedente il peccato originale.

«È proprio a prezzo del dominio [sugli impulsi] che l’uomo raggiunge quella spontaneità più profonda e matura, con cui il suo “cuore”, padroneggiando gli istinti, riscopre la bellezza spirituale (..), in quanto questa scoperta si consolida nella coscienza come convinzione e nella volontà come orientamento sia delle possibili scelte che dei semplici desideri», scriveva Giovanni Paolo II in “Uomo e donna lo creò”.

Così – e non attraverso il soddisfacimento indiscriminato dei desideri – si sperimenta una felicità come aspirazione al bene della propria vita e al ben-essere della persona, che certamente muove l’individuo anche all’ottenimento di beni particolari che a poco a poco rendono buona la vita.

E il bene non può che essere vero – bonum et verum convertuntur – pena la sua distorsione. Non basta aspirare al bene, occorre desiderarlo e volerlo in modo intelligente; il che esige ponderazione e discernimento e impone rettifiche, bilanciamenti, moderazioni, rinunce.

Questa è la via per ovviare all’esito edonistico o meramente edonico della felicità, che la pone sotto il principio del piacere (hedonè) e del suo godimento, falsificandola come felicità.  La proposta allora è questa: eudemonia e non edonismo. Si tratta, cioè, di stabilire relazioni ordinate o proporzionate con i beni in modo da compierli in modo integralmente gratificante; il che realizza la perfetta corrispondenza tra eudaimonia e eupraxia: essere felici ed agire bene.

Una felicità nell’ordine della gioia, non esclusivamente del piacere è quella da proporre ai giovani, mostrando il bene in tutta la sua bellezza e amabilità.

Non si tratta allora di puntare ai frutti, cioè a normare e rettificare le azioni, ma propriamente all’albero, a partire dalle radici cioè a rendere buono il soggetto agente.

La stessa educazione morale non deve tanto piegare la libera volontà in un senso piuttosto che in un altro, quanto invece evocare un interesse, suscitare una capacità, sviluppare una competenza di ordine conoscitivo, volitivo e affettivo. Deve ricreare, innanzitutto, un clima affettivo basato sulla fiducia verso gli educatori, che favorisce il soggetto nella scelta di seguire il cammino tracciato da essi. L’intervento educativo deve, poi, divenire esplicito insegnamento morale: una parenesi saggia può focalizzare l’attenzione del soggetto verso gli scopi virtuosi, farne percepire la desiderabilità. Cosa che si affianca anche a regole chiare da applicare di circostanza in circostanza richiamando continuamente l’attenzione sul bene nel caso concreto.

L’individuo, in questa circolarità virtuosa di crescita spirituale e integrale di sè, si irrobustisce moralmente e al contempo sperimenta una felicità che è gioia interiore e pace con se stesso e con gli altri. E in questo percorso non può che approdare all’incontro con Dio; perché, in fondo, è Gesù che i giovani cercano quando sognano la felicità (GIOVANNI PAOLO II, Tor Vergata, 19 agosto 2000).

 




Con un poco di zucchero la pillola RU486 va giù

RU486 PILLOLA

 

 

di Giorgia Brambilla

 

Nel 1980 il laboratorio francese Roussel-Uclaf mette a punto la molecola del mifepristone per rendere possibile l’aborto “chimico”, che nella mente del suo inventore Étienne Émile Baulieu doveva servire per realizzare l’aborto nei Paesi in cui la pratica chirurgica poteva risultare pericolosa (unsafe abortion). La RU486 comincia a diffondersi in gran parte dell’Europa a partire dal 1988 e nel 2001 arriva in Italia. Nel 2009 l’Azienda Italiana del Farmaco (AIFA) autorizza la vendita della pillola sotto il nome commerciale “Mifegyne” e il numero di aborti chimici sale drasticamente, arrivando nel 2017, secondo il Ministero della salute (qui), a 14.267.

Fino al “tweet” di Speranza (qui) il nostro Ministero della salute prevedeva il ricovero ospedaliero per l’aborto farmacologico di tre giorni e il limite massimo di applicazione alle 7 settimane di gestazione (qui). Ora, secondo delle “linee guida” non ancora pervenute ma che, stando alle notizie, avrebbero già il sostegno sia della SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) e del Consiglio Superiore di Sanità, si cercherebbe di promuovere un aborto in regime di Day hospital, ampliando la finestra a 9 settimane di gravidanza.

Già durante la pandemia si era provato a spingere l’acceleratore della RU486, proponendo un “aborto a domicilio” con la scusa di non “congestionare gli ospedali” (qui): l’idea evidentemente era già nell’aria. Non bisogna dimenticare che la procedura abortiva farmacologica non è né semplice né indolore come ci viene presentata. I protocolli attualmente in uso per l’aborto chimico con RU486 prevedono la somministrazione del mifepristone con una permanenza ospedaliera di alcune ore (che ora verrebbe ridotta a mezz’ora in consultorio o in ambulatorio). L’azione della pillola abortiva consiste nel provocare un lento distacco dell’embrione dal grembo materno che solamente nel 3% delle donne si verifica entro due giorni (A. Morresi, E. Roccella, La favola dell’aborto facile. Miti e realtà della pillola RU486, 2010). Quindi, una volta presa, la donna dovrà controllare l’entità dell’emorragia e recarsi dal medico ad espulsione avvenuta. Se questa non si verifica, viene somministrato un’altra pillola a base di prostaglandine, il misoprostolo, per completare l’espulsione del sacco amniotico contenente l’embrione. Questo evento è doloroso a causa delle contrazioni uterine e si accompagna a una serie di effetti collaterali che non riguardano solo la salute fisica, ma anche quella psichica – si pensi, ad esempio, allo shock per la visione dell’embrione abortito (S.Barbieri, L’aborto banalizzato e mascherato e le conseguenze della mentalità contraccettiva: questioni scientifiche e morali, 2020).

I rischi per la salute fisica della donna causati dalla RU486 sono talmente evidenti che la FDA (Food and Drug Administration) ne sconsiglia da tempo l’utilizzo in alcuni casi: sospetta gravidanza ectopica, uso di spirale ormonale e superamento di 49 giorni di gestazione (che ora invece salirebbero a 63). Inoltre, risulta che negli studi sperimentali operati sulla RU486 fossero state escluse donne con le seguenti caratteristiche: ipertensione, malattie respiratorie, epatiche, renali e cardiovascolari, fumatrici ed età superiore ai 35 anni (M.L. Di Pietro, M. Casini, Il mifepristone, 2002). Nonostante queste indicazioni, nel corso del tempo, si sono registrati decessi collegati in qualche modo all’utilizzo della RU486. Su questo argomento, un elenco della FDA (qui) aggiornato al 2017, riporta 22 casi di morte direttamente attribuibili all’uso abortivo della RU486 solo negli Stati Uniti. Fra i casi più frequenti si registrano episodi di setticemia e altri casi di emorragia acuta e morte causati da mancato ricovero ospedaliero.

Eppure, questa pillola – definita da Jerome Lejeune “pesticida umano” – viene “indorata” dai nostri politici e presentata alle donne come “segno di maggiore libertà” e addirittura come “passo avanti verso la civiltà”, inducendole a pensare che sia innocua. In fondo, cos’è una pillola? È una “pallottina” – così la denomina la Treccani – che non sempre ci guarisce, ma di sicuro ci fa stare meglio, quella che prendi con fiducia, anche se di quello che c’è scritto sul chilometrico bugiardino non capisci neanche la metà, perché te l’ha consigliato il protettore per eccellenza della tua salute: il medico. Così anche l’aborto diventa più “dolce”: non serve nemmeno il nosocomio; «dunque, non è così grave, no?», si tenderà a pensare.

Da quando, infatti, si cominciò la sperimentazione all’ospedale Sant’Anna di Torino, lo status quaestionis dell’argomento è stato pilotato – e dirottato – prima di tutto su un’idea fasulla, eppure piuttosto radicata nell’immaginario comune, secondo cui l’aborto sia meno traumatico proporzionalmente all’età gestazionale; dunque, poiché la RU486 si somministra entro le 9 settimane, il vissuto non sarebbe poi così drammatico. Inoltre, si ritiene che l’impatto emotivo cambi anche in relazione all’aspetto chirurgico-ospedaliero: a casa propria non si deve rendere conto a nessuno.

Sul primo aspetto, è inutile dire che il dolore per la perdita di un figlio – che lo si riconosca o meno come tale – non varia in base al suo peso, ai suoi centimetri o ai giorni che ha trascorso nel tuo grembo e ormai gli studi sulla cosiddetta “sindrome post-abortiva” si sprecano (C.Navarini, Post-aborto e autodeterminazione della donna, 2015). Riguardo al secondo, come si può pensare che una donna, persino quella apparentemente più convinta, preferisca affrontare da sola un passo così traumatico, che a sua volta realizza una decisione da tutte – e dico tutte – sentita come estrema, all’interno di un vissuto, come quello gravidico, anche dal punto di vista ormonale di fragilità e confusione, autosomministrandosi ciò che metterà la parola “fine” alla vita che si ha dentro di sé seppure rifiutata? E anche se lo volesse, come sarà possibile contenere tutti i rischi in quella solitudine e lontano dalla vigilanza clinica?

Sembra assurdo, eppure lo “zucchero” con cui ci vogliono far accettare questa pillola è questo: niente aghi, niente ricoveri, un goccio d’acqua e via il problema! Già, il “problema”. Quell’essere umano realmente esistente, individuo dalla fecondazione, vivo e vitale, è lui l’eterno escluso dal dibattito sulla RU486 e per lui nulla cambia se l’aborto è chirurgico o farmacologico: «ghigliottina o fucilazione, iniezione velenosa o sedia elettrica, sempre di pena di morte si tratta. Anzi, quanto più l’agire del boia è pulito e indolore, tanto maggiore è il rischio di un addormentamento delle coscienze» (M.Palmaro, Aborto e 194. Fenomenologia di una legge ingiusta, 2008).

Il grembo è diventato invisibile. E con la RU486 ad essere condannato all’invisibilità non è solo chi nel suo intimo calore avrebbe diritto sempre e comunque a crescere, svilupparsi per poi venire alla luce, ma anche colei che di quel grembo è custode: la madre, allontanata, isolata, resa monade dalla sua pseudo-scelta.

Quale sarebbe, allora, la “civiltà” di cui la 194 sarebbe emblema? Uccidere non è mai “civile”. Anzi, c’è da chiedersi come sia possibile una vera convivenza pacifica che non passi attraverso la salvaguardia dell’essere umano e non fondi su questo la Grundnorm del proprio sistema. E questo perché la fonte ultima dei diritti umani non si colloca nella volontà delle persone, nella realtà dello Stato, nei poteri pubblici, ma nell’uomo.

La pace e la normale convivenza sono in pericolo non quando non è possibile che ognuno faccia ciò che vuole secondo un’idea minimal di “tolleranza”, ma più radicalmente quando all’uomo non è riconosciuto ciò che gli è dovuto in quanto uomo, a cominciare dalla sua vita e dalla sua dignità. Solo così si garantisce il principio – costitutivo di ogni democrazia – della non disponibilità della vita umana, che rende possibile parlare di civiltà.

 




Quel sottile filo rosso che lega aborto e maternità surrogata – In dialogo con l’ostetrica Rachele Sagramoso

La pratica dell’utero in affitto cominciò negli Stati Uniti nel 1979 (R. Lacayo, Is the womb a rentable space? An emotional court case centers on surrogate births), l’anno dopo la nascita della prima bimba in provetta. Da allora il mercato si è assestato: da un lato clienti benestanti, per lo più occidentali, eterosessuali o omosessuali, coppie o single. Dall’altro donne di Paesi poveri, reclutate da intermediari.

Il giro d’affari è notevole; ricorre a qualsiasi mezzo per eliminare gli imprevisti al momento della consegna del figlio-prodotto ai genitori committenti. Esiste infatti l’utero in affitto tradizionale (traditional gestational carrier), in cui è la gestante che fornisce i propri ovociti, i quali verranno fecondati dal futuro padre (oppure da un donatore). In tal caso la surrogata è madre biologica del nascituro, contrattualmente tenuta a cederlo. Per chi vuole tentare di comprimere al massimo i costi, l’inseminazione della surrogata, oltre che in clinica, può avvenire a casa con dei kit reperibili su Internet usati per il co-parenting (qui).

Esiste poi l’utero in affitto non tradizionale (gestational carrier o gestational surrogate), in cui l’ovocita proviene dalla madre committente (intended mother) o da una donatrice ed è fecondato dal padre committente (intended father) o da un donatore. L’embrione è poi posto nell’utero della surrogata (che quindi non fornisce i propri ovuli) per recidere ogni legame genetico tra nascituro e gestante la quale, per lo meno negli Stati Uniti, avrà più difficoltà legali a difendere eventuali ripensamenti proprio perché è solo una birth mother. Per non parlare dei contratti. La gestante si consegna totalmente ai committenti, con buona pace delle narrazioni secondo le quali surrogata e “genitori” formerebbero un’unica grande famiglia.

Ho deciso di parlarne con un’ostetrica, la nota blogger Rachele Sagramoso.

 

Utero in affitto

Sembra che dopo anni di lotte per laffermazione di sé e per il riconoscimento di diritti, la donna si ritrovi ancora al punto di partenza, se non peggio. Ridotta a bioschiava dalla maternità surrogata. Forse è segno che unautodeterminazione così estremizzata alla lunga implode…

Il fatto che la donna si ritrovi in un punto della propria autodeterminazione, collocato ben più nel passato rispetto alle donne e alle femministe degli anni ‘70, la dice lunga sul momento culturale che la figura femminile sta vivendo attualmente. A partire dagli anni ‘60 la donna ha tentato la strada dell’emancipazione: tale percorso, più che corretto (si pensi ai pochissimi diritti della donna lavoratrice che si trovava ad affrontare la gravidanza), si è però subito confuso con quello, contestuale dal punto di vista storico, della cosiddetta “liberazione sessuale”.

Una volta creatasi la dicotomia tra la sessualità e la procreazione – promossa la pillola anticoncezionale e iniziata la fase di “delega” della donna alla Scienza di tutto ciò che concerne la propria sfera sessuale e riproduttiva (all’assistenza alla gravidanza, al parto e al puerperio sempre più medicalizzate o si pensi solo alla procreazione assistita) – l’emancipazione e la “liberazione sessuale” hanno definitivamente intrapreso strade differenti: la prova sta nel fatto che l’emancipazione femminile si è esplicitata anche, per esempio, nell’acquisizione delle competenze sulla femminilità (nascono proprio in questo periodo le ricerche dei coniugi Billings sulla fertilità), mentre la “liberazione sessuale” ha perseverato nel suo intento di mascolinizzare la donna privandola della sua sessualità ciclica.

Non è un caso che alcune femministe parlassero, già a metà degli anni ‘70, di “tecnorapina” degli ovociti e non è un caso che due femministe come Paola Tavella e Alessandra di Pietro (ben lungi da essere cattoliche), abbiano denunciato nel 2006 (in Madri Selvagge, Einaudi) l’assurda conseguenza delle lotte femministe sessantottine, che pare abbiano portato solo allo sfruttamento e alla de-femminilizzazione del corpo della donna. L’essere “bioschiava” è una deriva della gestione grossolana e liberista dell’autodeterminazione femminile che, tra le altre conseguenze, trova la cultura trans che si sente in diritto di perorare violentemente la propria causa di appropriazione anche solo della terminologia da sempre facente parte del mondo della donna: si pensi alla deriva dei termini come “persona incinta”, “persona con il buco davanti” e altri aberranti sostantivi. Purtroppo, il fatto che la donna abbia acconsentito a che si chiamasse “donazione” la rischiosa stimolazione ovarica per il prelievo dei propri gameti e a che si chiamasse “gestazione per altri” l’affitto del proprio utero, è una deriva pericolosissima della propria autodeterminazione e non solo, coinvolgendo pure il frutto della gestazione (arrischiamoci a chiamarlo col suo nome: bambino).

 

Durante la pandemia, abbiamo letto la piattaforma Open Democracy proporre la piena maternità surrogata come gesto umanitario. Lei, invece, sostiene che la pratica della GPA (Gestazione Per Altri) possa essere considerata una violenza ostetrica: cosa significa?

Non mi stupisce tanto che la “Open Democracy” proponga la legalizzazione e la conseguente normalizzazione della “maternità surrogata”; mi fa specie che desiderino questa normalizzazione anche le donne che si occupano di maternità. Ricordo che l’anno passato lessi quanto una Consulente del “Portare in fascia” caldeggiasse per la regolarizzazione della pratica dell’“utero in affitto”, proprio per evitare tragedie come l’abbandono di bambini malati o altre aberranti sciagure che avvengono a causa di questa pratica (in realtà lei non solo auspicava questo, ma anche il fatto che – immaginandosi la rosea prospettiva della donna che viene coccolata dai “genitori d’intenzione” – il “Portare in Fascia” fosse un aiuto perché questi si “legassero” meglio al neonato stimolando il suo attaccamento). Come avviene per l’idea che la legalizzazione delle droghe che per alcuni cancellerebbe l’illegalità, non è assolutamente vero che regolarizzare tale pratica diminuirebbe il peso morale della situazione che si crea in questi casi: questo perchè ci sarebbe sempre una terza persona coinvolta che non rilascerebbe il consenso a questa propria cessione, ovvero il bambino.

Venendo a noi, ricordo che tra le prime definizioni di “violenza ostetrica”, della quali sentii parlare per la prima volta circa una decina d’anni fa, c’era l’allontanamento del bambino dalla madre senza apparenti motivazioni mediche o chirurgiche. Ora: che motivazione addurre all’allontanamento del bambino dalla madre, se non violenza ostetrica? Certo, recentemente, numerose organizzazioni femministe hanno rivendicato la terminologia di violenza ostetrica anche in caso la donna non riesca ad abortire secondo le proprie intenzioni o per rivendicare i cosiddetti “diritti riproduttivi”. Se ci atteniamo alla definizione corretta, e non idealizzata, di violenza ostetrica e quindi al fatto che, incontrovertibilmente, prendere fisicamente un neonato e toglierlo dal ventre materno (che sia ancora in utero o che vi sia stato appoggiato dopo la nascita non è importante) per consegnarlo ad altri – se pure questi altri possono essere parenti, amici, conoscenti e non meri acquirenti – sia un atto di assoluta violenza ostetrica. Ma l’orrenda “gestazione per altri” non è violenza ostetrica solo per questo, ma anche per un altro punto, ovvero la privazione di latte materno senza motivazione, motivo per il quale, anni fa, le Consulenti per l’Allattamento (le medesime che adesso non si pronunciano in modo chiaro) portarono avanti la battaglia. Forse non è chiaro un concetto: un neonato non viene allattato se viene allontanato dalla madre; ma quel bambino ha bisogno di quel latte: la mamma produce il latte giusto per il proprio bambino che possiede odore e sapore che il bambino conosce dalla gravidanza. Privarlo di questo è violenza ostetrica.

 

Tutti abbiamo davanti agli occhi le cullette di Kiev con allinterno dei neonati in attesa dei loro genitori committenti. I bambini, in questo circo degli orrori, vengono di nuovo reificati, prodotti, comprati. Nessuno si cura della loro dignità. Come nellaborto, vengono considerati e accolti solo se desiderati: non le sembra che un sottile filo rosso leghi la maternità surrogata e linterruzione volontaria di gravidanza?

Il passaggio è semplice: il bambino è oggetto o soggetto? Nella GPA, inequivocabilmente, il bambino è oggetto di una vera e propria compravendita con tanto di contratto. Nell’aborto il bambino non è neppure visto come persona, figuriamoci se può essere soggetto. Nella contraccezione il bambino è quella “cosa” da evitare a tutti i costi.

Ci si può collegare tranquillamente al concetto di autodeterminazione di cui si parlava nella prima questione: se è pur vero infatti che, secondo tale opinione, ci sono donne che affermano quanto piaccia loro l’idea di aiutare le famiglie a formarsi “donando” la gestazione di figli altrui (in realtà, a parte che in casi strettamente familiari il compenso c’è, eccome), rimane un fatto ovvio: le “donatrici” di ovociti sono sfruttate, in quanto donne, da chi può permettersi l’acquisto di cellule; le “donatrici” di utero sono sfruttate, in quanto donne, da chi può permettersene l’affitto. È questa l’agognata autodeterminazione? La donna non potrebbe essere caduta più in basso nel mettere in pratica il motto, che pareva tanto di moda, «l’utero è mio e me lo gestisco io». E non si può prescindere da un concetto: quel dono, quell’oggetto tanto desiderato da coppie sterili, è ceduto. Quella relazione biologica che lega la donna che ha “donato” i propri ovociti al concepito e quella relazione sacra che c’è fisiologicamente tra la donna che affitta il proprio utero e il bambino che si sviluppa in lei, è calpestata, stracciata, buttata via. E, comunque, la donna può anche aver scelto felicemente di donare ovociti e utero (di solito comunque sono due donne differenti), può aver deciso che quell’essenza femminile che si realizza nella relazione col figlio non le interessa in virtù del benessere altrui, ma che ne è del bambino? Non possiede alcuna voce in capitolo. Quindi da un lato c’è l’acquisto dell’essere umano donna per sfruttarne le potenzialità (non scordiamoci che la maggior parte delle volte la donna non lo fa per un parente: quest’ultimi sono casi rarissimi), dall’altra c’è lassoluta indifferenza nei confronti di chi verrà acquistato perché desiderato, abortito perché non conforme, abbandonato perché non di gradimento, congelato perché in sovrannumero.

La medesima considerazione sull’autodeterminazione che si effettua in caso di vendita di ovociti o affitto di utero – ed è qui il nostro filo rosso – la possiamo fare sull’aborto: è davvero questo il massimo che la donna può auspicare per la sua vita? Abortire è il traguardo della sua autodeterminazione? A sentire ciò che dicono alcune operatrici sanitarie, che si occupano di aborto in quanto “pro-scelta”, l’opzione di abortire non è una passeggiata, per chi la compie. Quindi, mi viene da obiettare, l’autodeterminazione femminile ha portato anche al dolore di percorrere una strada pesante come l’aborto? L’autodeterminazione sta portando verso l’aborto solitario al proprio domicilio? Non mi pare una serie di gloriose conquiste.

 

Insieme a Federica Mattei (psicologa) e a Monica Boccardi (avvocato), il 10 Giugno ha stilato una lettera rivolta agli ordini professionali, enti ed associazioni per richiedere l’esplicita affermazione di contrarietà all’utero in affitto. Ci spiega meglio di cosa si tratta e come fare per poter aderire?

Sposando totalmente l’opinione delle femministe sul fatto che l’utero in affitto è inesorabilmente un obbrobrio verso la donna e, soprattutto e inequivocabilmente, una violenza verso il bambino, io e le dottoresse Mattei e Boccardi, ci siamo fatte l’idea che sia giunta l’ora che tutte le professioni e i mestieri che riguardano la maternità, prendano posizione. Non è più concepibile, per esempio, che un’ostetrica, professionista della salute femminile e infantile, chini il capo di fronte al politicamente corretto e non giudichi chiaramente l’utero in affitto il massimo spregio proprio verso la salute che per profilo professionale ella dovrebbe tutelare. Idem per pediatri e psicologi, ovviamente. È per questo che abbiamo formulato una semplice richiesta, quella di riconoscere che quel gesto, misogino e violento, è un grosso danno umanitario che lede i diritti umani.

Per far sì che non solo noi fossimo le firmatarie della missiva e per divulgare meglio l’iniziativa, abbiamo reputato che tutti gli interessati potessero firmare. Tale missiva, per ora inviata con mail ordinaria, verrà reinviata agli indirizzi PEC delle associazioni elencate, arricchite delle firme che sono già presenti sul sito La vera maternità

 




Cannabis, una droga così “leggera” da coltivarla sul balcone? «Di leggero qui c’è solo la superficialità di chi lo sostiene», dice lo scienziato Giovanni Serpelloni

Cannabis

Cannabis

 

 

di Giorgia Brambilla

 

L’imprinting della “beat generation” ha determinato la diffusione dell’idea – contraddetta dagli studi scientifici dagli anni’90 in poi – secondo cui la cannabis sarebbe una “droga leggera”, intendendo con questa espressione la capacità della sostanza di procurare dipendenza psichica e non fisica.

La cannabis è la droga più utilizzata al mondo: il 3,8% della popolazione mondiale, di età compresa tra i 15 e i 64 anni ne hanno fatto uso almeno una volta nella vita. Secondo l’Osservatorio Europeo delle droghe (EMCDDA), 75,5 milioni di europei hanno usato cannabis una tantum, cioè circa il 20%. Il suo consumo si concentra prevalentemente tra i giovani adulti (15-34 anni). L’EMCDDA ritiene che, tra questi, raggiunga livelli massimi nella fascia di età dei 15-24 anni. Pare, inoltre, che chi usa cannabis tra i 14 e i 24 anni in modo frequente continui a farlo anche in seguito. Lo studio HBSC (Health Behaviour in School-aged Children), realizzato dall’OMS per esaminare lo stato di salute e gli stili di vita dei giovani in età scolare, mostra che l’uso di cannabis è più frequente nei maschi ed è tipico dei ragazzi vulnerabili, più comune, per esempio, tra i giovani che commettono reati e che abbandonano la scuola.

Recentemente, la Corte di Cassazione ha definito non punibile la coltivazione di Cannabis per uso personale e il 25 giugno a Roma si è svolta la manifestazione “io coltivo” per promuoverne la legalizzazione. Ho deciso di parlarne con Giovanni Serpelloni, medico, già Capo del Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri e Direttore del ANHPRI (Addiction Neuroscience and Health Policy Research Institute).

Professore, a livello culturale ed educativo, questa decisione non può che trasmettere il messaggio che la Cannabis non sia dannosa per la salute. Lei, insieme al suo team, invece ha dimostrato da tempo le possibili conseguenze soprattutto a lungo termine. Ci spiega quali sono?

Sono molti i messaggi contradittori che da qualche anno continuano ad essere dati ai nostri giovani, ma anche agli adulti, da varie istituzioni. La sottovalutazione – se non addirittura la negazione del rischio neuropsichico e comportamentale degli effetti della cannabis – è ormai imperante anche sui social. Le maggiori campagne di marketing dei produttori di Cannabis, dove è stato reso legale il consumo, si basano proprio sul declamare gli effetti rilassanti e “benefici” della sostanza, ma è chiaro che la finalità è solo ed esclusivamente commerciale e di profitto economico.  La Cannabis (soprattutto quella odierna che è potenziata) resta una sostanza, una droga, in grado di dare danni cerebrali anche permanenti soprattutto nel cervello dei giovani, che è costantemente in sviluppo fino all’età di 25-30 anni e che risulta particolarmente sensibile agli stimoli chimici esogeni. I principali effetti negativi (ormai ben conosciuti) sono: alterazione del senso della realtà e della percezione del pericolo, alterazione del coordinamento psicomotorio con di funzioni importante nella guida di auto e motoveicoli, diminuzione della motivazione ad affrontare e risolvere i problemi nella vita, calo delle capacità di memorizzazione e quindi dell’apprendimento, slatentizzazione di comportamenti aggressivi per effetto inibente del lobo prefrontale (area del controllo comportamentale). Se usata da prima dei 18 anni, nel tempo può portare alla diminuzione del quoziente intellettivo. La pericolosità principale però sta nel fatto che si possono instaurare sindromi ansiose importanti fino alle crisi di panico e, come osservato da tutte le società scientifiche al mondo, incentivazione dello sviluppo di psicosi giovanili che possono facilmente cronicizzare.

 

A livello informativo la Cannabis viene classificata come “droga leggera”. Lei condivide questa classificazione? Non crede che comunque possa essere una “droga ponte” per altre sostanze?

L’uso di Cannabis è anche in forte relazione con un incremento dell’incidentalità stradale e dei comportamenti antisociali. Il suo uso continuativo è in grado di modificare la struttura cerebrale con processi negativi di neuroplasticità e down-regulation dei recettori CB1. Insomma, un ventaglio di conseguenze che non possono certamente farla ritenere una droga cosiddetta “leggera”. Di leggero qui c’è solo la superficialità di chi lo sostiene.

La cannabis è la droga in assoluto più utilizzata dagli adolescenti, che la considerano molto poco pericolosa. Alcuni di loro (circa il 20%) hanno delle caratteristiche neuropsichiche strutturali che li rendono soggetti molto vulnerabili a sviluppare un consumo cronico e quindi a diventarne dipendenti. Per queste persone spesso la strada non si ferma alla cannabis ma continua verso la ricerca e l’uso di droghe ancora piu psicoattive (eroina, cocaina, amfetamine ecc.). In questi casi la cannabis (come peraltro l’alcol) rappresenta una droga ponte (effetto gate way). Cosa ben documentata dalle neuroscienze e dagli studi epidemiologici sui soggetti vulnerabili e anche questa spesso negata da chi ha interesse al solo commercio della sostanza.

 

Ci può spiegare che cos’è la “cannabis light” che veniva venduta nei “coffee shop”?

La cosiddetta cannabis light è un tipo di cannabis a basso contenuto di delta 9 THC (il principale principio attivo). È stata prodotta e commercializzata per aggirare la legge sugli stupefacenti dando origine a catene di negozi che però che però avevano ed hanno come loro intento nascosto quello di passare poi alla commercializzazione della cannabis potenziata una volta che la legalizzazione fosse stata approvata anche in Italia. Sia ben chiaro che questi negozi ora sono illegali. La cannabis light, oltretutto, non è affatto innocua perché circa 30g possono contenere anche più di 15 mg di delta 9 THC. Sono ricerche che abbiamo personalmente fatto in varie città italiane. La dose cosiddetta “drogante” di principio attivo va dai 2-4 mg. Quindi siamo di fronte sicuramente ad una sostanza non attiva come la cannabis standard ma in grado di produrre effetti psicoattivi (anche se minori). Prova ne sia anche che i test tossicologici su urine (quelli eseguiti anche dalla Polizia Stradale) in questi consumatori risultano comunque positivi. Chiaramente con tutte le conseguenze sul ritiro della patente e sequestro del mezzo.

 

Come si può fare prevenzione in famiglia e a scuola con gli adolescenti?

La prevenzione è fondamentale, ma non basta un semplice e banale (anche se necessario) intervento informativo sui danni delle sostanze sui giovani, magari fatto (come spesso succede) dopo i 14-15 anni. L’intervento deve essere fatto molto più precocemente a partire dai 4-5 anni di età e deve essere soprattutto orientato, non tanto in ambito informativo, ma ad identificare quei disturbi dell’attenzione e del comportamento che caratterizzano i fattori di vulnerabilità di queste persone che stanno alla base dello sviluppo nel tempo della tossicodipendenza. Tutto questo per intervenire, quindi, con supporti educativi costanti già in giovanissima età al fine di renderli più forti e preparati a controllare i propri comportamenti, a riconoscere i rischi e ad evitarli quando saranno adolescenti. L’approccio che abbiamo studiato in questi anni soprattutto negli USA e che in Italia non ha ancora preso piede (spesso sostituito con interventi del tutto autoreferenziali e tardivi), si definisce di “early detection” e cioè della scoperta precoce delle condizioni di vulnerabilità con conseguente supporto alla famiglia e alla scuola per instaurare modelli educativi precoci ed efficaci.

La famiglia e gli educatori in generale devono essere preparati a riconoscere precocemente questi condizioni di rischio e i servizi pubblici dovrebbero obbligatoriamente avere programmi e percorsi specifici per sostenere ed attivare queste strategie. Cosa che purtroppo non c’è ancora, in quanto manca una cultura scientifica e un approccio alle neuroscienze del comportamento ben sviluppate su questi temi sia nei servizi pubblici sia nella scuola. Molto spesso infatti, le famiglie, fin dalla primissima età dei loro figli, sono lasciate sole a gestire problemi comportamentali dei loro figli vulnerabili, veramente difficili ed angoscianti, per poi dover affrontare in adolescenza anche problemi di droga e di alcol. Le resistenze al cambiamento sono tante sia all’interno dei servizi sanitari che nella scuola, ma la speranza è che le nuove generazioni di operatori sanitari, insegnanti, presidi e genitori, si rendano presto conto che ciò che le neuroscienze hanno scoperto in questi anni può essere veramente utile per loro al fine di ridurre il rischio droga e le sofferenze (e a volte anche i lutti) delle famiglie con questo problema.

 




DROGATI DI PORNOGRAFIA – «Ma lo sapete cosa sta succedendo (anche) ai giovani?». Parla Luca Marelli presidente di PuridiCuore

Pornografia

 

 

di Giorgia Brambilla

 

Comunemente nella trattazione morale si parla di pornografia all’interno delle offese della sessualità. Oggi, grazie agli studi di ambito neuropsicologico, si comprende l’importanza e la necessità di considerarla anche all’interno delle dipendenze, proprio per i suoi effetti sul cervello.

Tra gli studi più caldi sul tema degli effetti che la pornografia esercita sul cervello umano, due lavori hanno suscitato particolare scalpore e interesse per le conclusioni a cui sono arrivati.

In prima linea vi sono lo studio di Valerie Voon, neuroscienziata dell’Università di Cambridge, che parla dei meccanismi di dipendenza condivisi tra porno e droga e quello dei ricercatori del Max Planck Institute for Human Development di Berlino, che alla stessa dipendenza riconducono anche una diminuzione della massa cerebrale in alcune aree del cervello (qui). Negli ultimi decenni, infatti, accanto alle dipendenze “classiche” da sostanza (alcol, droga, ecc.), troviamo dei disturbi psichici caratterizzati dalla adozione di comportamenti finalizzati alla fruizione di esperienze gratificanti. Queste patologie emergenti vengono chiamate “new addiction”; ad esempio la dipendenza dal gioco d’azzardo, da internet, dallo shopping, dal lavoro, dal sesso, dal cibo, dalle relazioni affettive, dallo sport.

Il sistema innescato sarebbe legato al meccanismo di ricompensa dato dalla dopamina o “circuito della gratificazione” (reward system). Questo meccanismo, esercitato a livello cerebrale, aiuta l’uomo a raggiungere gli obiettivi che si prefissa. In sintesi, per raggiungere uno scopo, il cervello rilascia dopamina e stimola il centro delle emozioni spingendo a realizzare l’oggetto del proprio desiderio. Quando l’obiettivo è raggiunto, il desiderio si consolida e, assieme ad esso, anche le connessioni sinaptiche del cervello assumono una nuova “conformazione”.

Anche durante la visione di filmati pornografici viene rilasciata dopamina, che aiuta a consolidare i suddetti meccanismi di ricompensa senza che però il soggetto abbia necessità di lavorare per raggiungere l’obiettivo. In questo modo si consolida un meccanismo di ricompensa errato, in cui il soggetto non è più parte integrante dell’azione che lo porta a “realizzarsi”. Inoltre, il continuo rilascio di dopamina esercita un effetto di innalzamento della soglia di eccitazione neuronale, cosicché per stimolare nuovamente i neuroni sono necessarie dosi di dopamina, quindi di stimoli, progressivamente più alti (qui).

Si tratta di un gruppo di strutture cerebrali che vengono attivate da stimoli gratificanti e che rispondono aumentando il rilascio di dopamina. La dopamina è un neurotrasmettitore – prodotto in diverse aree del cervello tra cui la substantia nigra e l’area tegmentale ventrale (ATV) – che regala piacere, senso di benessere, di pienezza, di soddisfazione e talvolta anche di euforia, più o meno intensi.

Nella dipendenza sessuale o disturbo da ipersessualità, la persona può arrivare ad avere il pensiero fisso del sesso, avere fantasie, impulsi e comportamenti sessuali in risposta a stati d’animo disforici, ad esempio ansia, depressione, noia, irritabilità, e ad eventi stressanti. La pulsione incontrollata può portare alla masturbazione compulsiva, alla promiscuità compulsiva, alla ricerca di materiale pornografico on line e di chat erotiche.

Secondo Barbara Costantini, psicoterapeuta e docente universitaria, questo disturbo ha una progressione. Il temporaneo distacco dalla realtà, durante i comportamenti sessuali, lascia il passo a emozioni negative, che creano una pressione che la persona cerca di superare reiterando i comportamenti sessuali di cui è dipendente (B.Costantini, Dipendenze patologiche e adolescenza: una realtà multifattoriale che necessita di sinergie pedagogiche, psicologiche e sociali).

Ho voluto approfondire l’argomento con Luca Marelli, Presidente e co-fondatore di “Puri di Cuore”, associazione dedicata alle sfide poste dalla pornografia.

 

I “nativi digitali” hanno sempre più facilità di accesso a contenuti hard, cosa che si accompagna a uno spiccato “analfabetismo affettivo”. Come si possono aiutare i giovani a diminuire i “click” pornografici?

Prima di rispondere alla domanda vorrei far capire l’emergenza-pornografia con alcuni dati. Il 30% del traffico web nel mondo è legato solo ed esclusivamente al sesso e il 60% dei siti su Internet è di natura sessuale. In altre parole: 4,6 miliardi di ore annue di visione da parte di uomini, e anche donne, secondo “vecchie” ricerche. Vecchie perchè durante il periodo di isolamento per il Covid-19 le ore sono aumentate. Una devastante emergenza che il governo della Nuova Zelanda ha capito e ha deciso di combattere con uno spot, lo si trova anche su YouTube.

Torniamo alla sua domanda. In base alle statistiche, e soprattutto alla nostra esperienza come associazione “PURIdiCUORE”, i ragazzi accedono a contenuti pornografici per caso o per curiosità; sono attirati, come fosse un gioco, da questo aspetto intimo e potente della persona, ma non lo comprendono. E qui succedono i guai. Se un bambino di 8-10 anni fosse esposto a atti sessuali “dal vero” nessuno negherebbe l’abuso. I nativi digitali, invece, accedono a questi contenuti dai dispositivi dei genitori o che i genitori stessi hanno regalato loro. Pensano di regalare al figlio un pesce e invece gli regalano un serpente (Cf. Lc 11,11). Come aiutare i giovani? Parlando tanto con loro di cosa si scrive, si guarda e si fa in rete. Continuare a parlare, parlare, parlare. I genitori devono esserci e parlare con i figli. E anche diventare “alfabetizzati digitali”, avanzare nella comprensione della rete e dei social, capire come impostare gli strumenti di accesso a internet, a quali APP permettere l’utilizzo ai figli; come impostare i loro profili personali e infine se e quali sistemi di filtri possono essere utili ad evitare accessi accidentali a siti “per adulti”.

 

Durante la quarantena le piattaforme del porno hanno offerto contenuti gratis con la scusa di invitare gli italiani a “restare a casa”. Non crede che in realtà bisognerebbe considerare il fenomeno anche sul piano economico? Oggi la pornografia sembra una vera e propria industria..

Certo, la pornografia è una vera e propria industria purtroppo largamente accettata, anche grazie a serie televisive che già negli anni ’80-’90 trasmettevano il messaggio secondo cui la pornografia sarebbe un legittimo passatempo. Pensiamo alla nota serie TV “Friends”: pornografia, sessualità fluida, sex-friends, tutto condito da risate e battute che banalizzano il problema e sdoganano la nuova morale. Noti siti di video pornografici usano strumenti di marketing per crescere, come le sponsorizzazioni a squadre sportive o a ONG ambientali: devolvono ad esse, che quindi li promuovono, parte del ricavato di specifici video pornografici pro ambiente! Il Covid è stato occasione per inondare il mercato con campagne di fidelizzazione dei clienti della pornografia.

 

Di pornografia si parla di solito relativamente agli adolescenti o ai single, ma molti sono anche gli adulti sposati che accedono a questi contenuti. Ci sono delle conseguenze sulla sessualità di coppia?

Papa Francesco nel 2017 al Convegno per la protezione dei minori, affrontando il tema web e pornografia, disse: «Sarebbe una grave illusione pensare che una società in cui il consumo abnorme del sesso nella rete dilaga fra gli adulti sia poi capace di proteggere efficacemente i minori». Cito alcuni fatti. Negli USA gli avvocati matrimonialisti attribuiscono all’uso di pornografia un ruolo in oltre la metà dei divorzi. In Italia le statistiche (rapporto CENSIS 2019) dicono che il 25% delle persone tra i 18 e 40 anni guarda pornografia in coppia e il 38% pratica il sexting (invio di messaggi o immagini sessualmente esplicite). È noto e accettato che una delle conseguenze della dipendenza da pornografia sia per gli uomini l’impotenza e le donne la frigidità nei rapporti. Questo dipende dal ciclo P-M-O, Pornografia-Masturbazione-Orgasmo che altera il normale equilibrio neurochimico del cervello oltre a quello psicologico e spirituale. Molte mogli scoprono che il marito fa uso di pornografia, e quindi che compie atti di masturbazione, e vivono questo come un vero e proprio tradimento. Con il paradosso che a volte la scoperta avviene in seguito all’impotenza del marito, che non dipende da cause organiche. La conclusione a cui sono arrivato, dopo aver vissuto la porno-dipendenza in prima persona, è che l’uso di pornografia è un modo (uno dei tanti) di vivere la sessualità come appropriazione dei meccanismi di piacere, lontani mille miglia da quello che l’unione sessuale è nel piano della Creazione: mutuo dono e arricchimento reciproco nella fedeltà e unicità.

 

Lei ha fondato “PURIdiCUORE”: ci racconta l’opera della sua associazione?

Rispondo partendo dalla mia vita. Per la mia generazione (sono del 1963), la pornografia esisteva ma era difficile accedervi. A me è capitato a 11 anni, tramite un giornaletto porno trovato per strada in modo casuale. Immagini e sensazioni che non comprendevo, mi facevano sentire in colpa ma mi attraevano fortemente, generando un peso che non sapevo portare. Ho ricercato e usato la pornografia a fasi alterne e per uscirne è stato necessario prima di tutto ammettere di avere un problema e lavorare su me stesso per ritrovare l’integrità. Come per le altre dipendenze, è sbagliato pensare «Smetto quando voglio», come il titolo del film di Sydney Sibilia. Nel 2017, dopo aver raccontato la mia storia e il senso di gratitudine che provavo per essermi liberato dalla pornografia, incontrai alcune persone che condividevano l’urgenza di affrontare questo tema così urgente e così nacque l’associazione PURIdiCUORE.

Fondamentalmente, operiamo su due fronti: da una parte cerchiamo di rendere consapevoli le persone del fenomeno della pornografia attraverso incontri, testimonianze, pubblicazioni, e dall’altra di indicare alle persone cadute nella dipendenza possibili vie di recupero. Nella nostra opera, indichiamo tre pilastri: l’approfondimento della vita spirituale, la psicoterapia, i gruppi anonimi dei Dodici Passi – programma nato in USA per gli alcolisti negli anni ‘30 e oggi applicato anche ad altre dipendenze, tra cui quella sessuale: la “Sexaholics Anonymous”.

Dedichiamo cura e attenzione anche alla formazione dei presbiteri; spesso, infatti, in ambito cattolico si sottovaluta la pornografia, giudicandola un peccato ma tralasciando di considerarne la portata a livello personale e sociale. Segnalo che è possibile trovarci sul nostro sito www.puridicuore.it e contattandoci, anche in forma anonima, all’indirizzo [email protected] Il servizio si rivolge anche a sacerdoti, religiose e consacrati.

 

State facendo anche corsi di formazione on-line: di cosa si tratta e chi può partecipare?

La formazione che offriamo è gratuita. Ci rivolgiamo soprattutto agli educatori – insegnanti, psicologi, preti e suore, catechisti. Segnalo, in particolare, il corso “Porn Generation, un discorso da fare”, che si potrà trovare a breve sul sito di PURIdiCUORE. Abbiamo di recente lavorato a un testo per famiglie e adolescenti, che si intitola “Don’t click so quick. Sessualità e pornografia, le verità nascoste”, ad opera di Sara Matarese, psicologa e psicoterapeuta. La nostra associazione ha scritto anche il libro “Pornografia, calamità ignorata” e abbiamo contribuito alla traduzione del libro di Peter Kleponis “Uscire dal tunnel. Dalla dipendenza da pornografia alla integrità”.

 




Marciare per la vita per dire “No” all’aborto e alle leggi ingiuste

Marcia per la vita 2020

 

 

di Giorgia Brambilla

 

Quando non sei mai stato alla Marcia e ci vai per la prima volta, ti aspetti di trovare un gruppetto di persone tristi e noiose, che sono sempre “contro” qualcosa. Ma poi, quando dalla stazione Termini di Roma ti avvicini a piazza della Repubblica e cominci a vedere palloncini, a sentire musica, a contare bimbi e passeggini, ma anche suore, sacerdoti, giovani.. ti accorgi che c’è un popolo che combatte la “buona battaglia” per la vita senza compromessi e che questo popolo è ricco di una gioia contagiosa.

Eppure, la Marcia viene spesso silenziata e non solo a livello civile – le locandine non si trovano in giro e quanti di voi possono dire di averle viste in parrocchia? Probabilmente, perché chi partecipa alla Marcia prende una posizione inusuale e scomoda: rifiutare non solo l’aborto – e con esso anche tutti gli altri crimini contro la vita umana, come ad esempio l’eutanasia o la fecondazione artificiale – ma anche le leggi che permettono tali crimini, in Italia e nel mondo.

Quest’anno, a causa della pandemia, purtroppo, non è stato possibile manifestare per la vita in occasione del decimo anniversario della Marcia. Tuttavia, era importante esserci, anche se virtualmente. Ed è per questo che si è organizzato l’evento “Connessi per la vita”. Per tutta questa settimana, professionisti di varie discipline e personaggi del mondo pro life hanno dato il loro sostegno con video di stampo formativo, testimonianze, saluti, fino a ieri, quando – nell’ora in cui tradizionalmente il popolo prolife è in Marcia nelle vie del centro di Roma – si è tenuto un “Live” trasmesso dall’emittente EWTN.

Poiché quest’anno la Marcia voleva concentrarsi soprattutto sul rapporto tra aborto e legge, in questo breve contributo, proviamo a riflettere sul perché la Legge 194 appaia – anche nel contesto politico e dell’associazionismo cattolico – quasi come un’ingiustizia intoccabile.

Le legislazioni abortiste si sono affermate attraverso un passaggio graduale che ha fatto leva su due elementi: i mass media e alcuni aspetti della cultura dominante; tra questi, spicca senz’altro l’individualismo, che in Bioetica delineiamo come “modello etico liberal-radicale”, quello cioè che considera l’autodeterminazione alla base dell’etica, partendo dal non-cognitivismo, ovvero dall’inconoscibilità dei valori. In pratica: non ha importanza che un atto sia o meno moralmente giusto, ciò che conta è che il soggetto sia libero di fare ciò che egli crede sia giusto per sé, senza ledere gli altri.

Questa dovrebbe essere una posizione, anche solo per amor di logica, da combattere, svelandone l’erroneità. Eppure, nel dibattito sull’aborto, non sempre avviene questo. Anzi. Potremmo dire che siamo di fronte a tre schieramenti anziché due. C’è la bandiera di chi è a favore dell’aborto; c’è quella di chi ritiene la vita umana inviolabile e indisponibile e che per questo considera qualsiasi legge che vada contro questo principio inapprovabile (se ancora non c’è) e inaccettabile (se è già in vigore); e poi c’è chi è contro l’aborto, ma pensa che la legge non si possa (o debba) abrogare, perché “bisogna fare i conti con la realtà”, ma soprattutto con la libertà della donna.

Se non stupisce che la fetta di intellettuali pro choice difenda come “intoccabile” la legge che dal 1978 permette in Italia che una gravidanza venga deliberatamente interrotta, esaltando questa come “scelta morale”, crea confusione, se non addirittura sgomento, che coloro che si dovrebbero battere contro questa legge, moralmente e giuridicamente ingiusta, arrivino a sostenere che essa sia soltanto “imperfetta” o addirittura “mal applicata”, perdendo di vista, anch’essi, il protagonista in questione: il concepito.

Come abbiamo avuto già modo di spiegare (qui), un approccio pro life che ritenga la 194 “indiscutibile” è moralmente erroneo, così come un approccio “procedurale” che miri a contrastare l’aborto nella pratica, senza però andare alla radice dell’idea abortista – che passa anche attraverso la legge – è controproducente, oltre che motivo di confusione delle coscienze.

Con questo nessuno nega che a livello pratico ci siano tantissime persone di buona volontà che si adoperano continuamente per salvare vite umane; ma questo non può essere fatto senza affermare allo stesso tempo che la legge 194 è una legge gravemente ingiusta anche per la sua valenza educativa: «se lo Stato lo permette, non è un male, no?» – taluni pensano. Il rischio è, infatti, di abbracciare la stessa mentalità pro choice.

La 194 uccide. Se si tace su questa verità o addirittura si parla di buona legge significa assumersi una responsabilità diseducativa devastante. La 194 non è una buona legge, non è una legge da “applicare”. È una legge gravemente ingiusta. È una legge che fa sì che ci siano uomini che hanno potere di alzare o abbassare il pollice sulla vita di altri uomini che non hanno nemmeno la possibilità di difendersi.

Ed è proprio contro la cultura della scelta che il popolo della Marcia con coraggio oppone il suo laico, minoritario, politicamente scorretto “no”. Senza se e senza ma. L’aborto è l’uccisione deliberata di un essere umano in-nocente (che non nuoce) – cosa che per i cattolici è un peccato talmente grave da gridare al cospetto di Dio come l’omicidio di Abele – e nessuna legge potrà mai trasformare questo delitto in diritto.

Nostro compito è fare in modo che lo splendore della verità morale non sia offuscato nel costume e nella mentalità delle persone e della società fino alla crisi più pericolosa che può affliggere l’essere umano: «la confusione tra cosa è bene e cosa è male» (Veritatis Splendor n.94).

La società, ma anche le persone che ci stanno a fianco hanno bisogno che queste idee siano “corpo”, c’è bisogno di dare una testimonianza concreta, non basta essere d’accordo, bisogna attestarlo in maniera esplicita e manifesta. Ed è per questo che il 22 maggio 2021, a Dio piacendo, ci troveremo ancora una volta a marciare per la vita, per attestare che c’è il momento del dialogo, ma poi arriva il momento di decidersi da che parte stare, anche perché, si sa.. a Dio i tiepidi non sono molto graditi.

 




Vi dichiaro né marito né moglie! – Il linguaggio “gender neutral” dell’ONU

 

Michael Urie - Photo by JUSTIN LANE/EPA-EFE/REX/Shutterstock (10229716gm)

Michael Urie – Photo by JUSTIN LANE/EPA-EFE/REX/Shutterstock (10229716gm)

 

 

di Giorgia Brambilla

 

«Help create a more equal world by using gender-neutral language». Se ci mettiamo gli accordi di “Imagine” di John Lennon, abbiamo la strofa perfetta per il nuovo jingle dell’utopia egualitaria moderna. La frase ad effetto è presa nientemeno che da un tweet dell’ONU (qui), in pratica, si consiglia di non usare termini che denotino la specificità maschile o femminile se non si conosce il “genere” scelto dalla persona, parole “neutre”. Quindi, non husband/wife (marito/moglie) ma “spouse”, non boyfriend/girlfriend (fidanzato/fidanzata) ma partner. Persino fireman (vigile del fuoco) sarebbe irrispettoso, probabilmente per quel “man” (uomo) alla fine della parola e diventa firefighter.

Interessante che questo “consiglio” simil-morale venga proposto proprio nello stesso periodo in cui in Italia si è ricominciato a discutere della legge contro la cosiddetta “omofobia”. Sarà finito il lockdown anche per le ideologie? Vediamo brevemente qual è il collegamento tra le due questioni.

Le “teorie del genere” e l’omosessualismo – dove con questo termine intendiamo i gruppi di militanti gay che cercano di ottenere il riconoscimento di taluni diritti – ancorano le loro argomentazioni a una sorta di egualitarismo che mostra la differenza, nella fattispecie quella sessuale, come motivo di discriminazione. Precisiamo, però, che nel caso dell’omofobia il “diritto” da ottenere sarebbe quello di mettere a tacere tutti coloro che non la pensano allo stesso modo, fino ad imporre una “rieducazione” in tal senso dei ragazzi persino nelle scuole, come abbiamo spiegato in un precedente contributo (qui)

Questo approccio diventa muro, se non addirittura strategia, che impedisce di entrare in merito alla questione omosessuale e alle sue innumerevoli implicazioni individuali, culturali e sociali. Tutto il discorso è riportato continuamente all’aspetto dei diritti, alla lotta contro le discriminazioni e alla ricerca di un’uguaglianza che si ottiene tramite un pensiero unico e omologato. Una tendenza della contemporaneità è di omologare comportamenti e tendenze per renderli immediatamente identificabili. La semplificazione attuata dai media di considerare l’individuo omosessuale come una categoria sociale “normale”, ha abolito le differenze all’interno del vasto e variegato campo dell’omosessualità maschile e femminile.

Creare l’omogeneità in un ambito dove invece regna l’eterogeneità, oltre ad appiattire le soggettività instaura una visione ideologica che si espande in un’ipertrofia dei diritti. Le istanze in gioco sono sotto gli occhi quotidianamente: la diffusione dell’insegnamento gender nelle scuole, le campagne contro l’omofobia e la discriminazione, il diritto ai matrimoni gay e sulla possibilità di adottare (L. ANTONINI, Il traffico dei diritti insaziabili).

In ottemperanza al principio secondo il quale diversità equivale a disuguaglianza, e dunque a un’inaccettabile fonte di discriminazione e oppressione, è necessario fare in modo che tutti gli esseri umani non siano più identificabili in intollerabili classi in base al comportamento sessuale, ma nella nuova categoria del genere come promessa per un futuro di felicità e pace per tutti nel momento in cui saranno cadute tutte le barriere e le discriminazioni. Quando Alfred Kinsey stilò con criteri empirico-statistici, sostenne la tesi che femminilità e mascolinità sono costruzioni culturali indotte, dalle quali bisogna liberarsi per stabilire un’autentica uguaglianza tra esseri umani. E la prima tappa fu ovviamente la “rivoluzione linguistica”: da sesso a genere. Ma del resto, come scrive Philip Dick: «Lo strumento basilare per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se controlli il significato delle parole, puoi controllare le persone che devono usare le parole».

La ricerca ossessiva di uniformità è essa stessa una forma di “controllo”, che diventa crescente pervasività del politico nel biologico. L’uomo diventa quel “buon ingrediente standardizzato” di Aldous Huxley, il noto scrittore de Il mondo nuovo, ma anche fratello di Julian primo presidente dellUNESCO di cui curò le linee programmatiche in Unesco, its purpose and its philosophy.

Ed è esattamente qui il punto d’incontro tra genderismo e biopolitica: l’obiettivo è quello di decostruire l’identità naturale per introdurre la “fluidità di genere” che si esprime nel “transgenderismo”. La sessualità perde, dunque, il suo carattere oggettivo per assumere una identità fluttuante e soggettiva che potrà adottare orientamenti molteplici e diversi a seconda delle inclinazioni e degli istinti contingenti di ciascun individuo, annullando così anche la persona però, costitutivamente sessuata.

Ed è per questo che le Nazioni Unite se ne fanno portavoce, facendo entrare il gender attraverso le cosiddette “conferenze intergovernative”, quelle che, tramite la trattazione di vari temi sensibili, hanno reso l’ONU una sorta di “autorità morale universale” (M.PEETERS, Il gender. Una questione politica e culturale). Dale O’Leary spiega, infatti, che «la Piattaforma d’Azione, scaturita dalla Conferenza di Pechino sulle donne, ha invitato i governi a “diffondere l’Agenda di Genere” in ogni programma politico e in ogni istituzione sia pubblica che privata» (D.O’LEARY, La guerra del gender).

Più recentemente, nel giugno 2016 l’Alto Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, sotto la regia dell’ILGA (International Lesbian and Gay Association), con una maggioranza risicata di 84 voti a favore contro 77, ha adottato una risoluzione con la quale ha nominato un’ “Independent Expert”, un esperto indipendente incaricato di monitorare le attività di tutti gli Stati membri, affinché garantiscano “protezione contro la violenza e discriminazione basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere” (R. DE MATTEI, Dal gender al transumano: il ruolo della biopolitica).

Anche l’Unione Europea ha cominciato ad allinearsi all’“agenda gender”, a cominciare dalla “Risoluzione per la parità di diritti per gli omosessuali”, adottata dal Parlamento Europeo nel 1994. In essa, si stabiliva che «ogni cittadino deve avere lo stesso trattamento a prescindere dall’orientamento sessuale; si chiede l’abolizione di tutte le disposizione di legge che criminalizzano e discriminano i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso e l’eliminazione degli ostacoli frapposti al matrimonio o registrazione di unioni di coppie omosessuali, oltre all’accesso all’adozione e affidamento».

Tra il 2006 e il 2007 il Parlamento Europeo emana altri atti con i quali viene ufficialmente introdotto nella legislazione comunitaria il nuovo termine “omofobia”, intesa come un’avversione irrazionale nei confronti di omosessuali ma anche transessuali (transfobia) basata su pregiudizi. Segnaliamo il peso della “Carta di Nizza”, entrata in vigore con il “Trattato di Lisbona” (2007), che ha tradotto in termini giuridici, sotto forma di principio di non-discriminazione, la teoria del gender, affermando che la differenza fra uomo e donna non deve fondarsi più sul dato oggettivo della natura, ma sulla soggettività delle tendenze e delle scelte. Ed è infatti proprio a questi dettami che hanno fatto appello le rivendicazioni avanzate dai movimenti LBGTQ nei vari paesi dell’Unione Europea.

Si capisce, allora, che nel momento in cui considerazioni di natura politica entrano nelle procedure scientifiche che mirano alla comprensione dei fenomeni umani e sociali, diventa difficile se non impossibile, riuscire a creare una piattaforma condivisa perché ogni ricerca sarà controbilanciata da qualche analoga e contraria (D.NEROZZI, “Intervista” in G.Brambilla, Sessualità, gender ed educazione). In questa situazione, gli studi anche quelli più seri finiscono con l’essere annullati lasciando lo spazio decisionale alla politica che ha il compito di normare i fenomeni sociali in accordo con la visione di riferimento, indipendentemente dal supporto derivante dall’ambito scientifico, che viene così annullato. Questo è il meccanismo posto alla base del mondo politically correct che si pone in netto contrasto con una valutazione della realtà basata sul principio di oggettività e non contraddizione.

Ci stiamo avvicinando alla “Generazione Unisex”, dove “puoi essere tutto ciò che desideri”, come annuncia lo spot della Barbie, ma solo se rifiuti tutto ciò che sei realmente e veramente, ovvero se rinunci alla tua natura umana, definita, corporea, sessuata, contingente e limitata, ma così creata ad immagine e somiglianza di Dio.