Il pudore: il bambino e il suo corpo

mamma fa bagno con il bambino

 

di Gilberto Gobbi

 

Ritengo necessario soffermarmi su un processo intrapsi­chico, che il bambino, di norma, vive con la sua particolare sensibilità e intensità dai cinque ai sette anni.

Il nuovo comportamento riguarda il suo corpo e la sua visibilità di fronte agli altri. Questo processo psico affettivo prende il nome di pudore.

Che cos’è il pudore e come si sviluppa? Ho scritto sul pudore del bambino in un mio libro sul padre, che qui parzialmente ripropongo.

Quando parlo di pudore, a quest’età, mi riferisco ad at­teggiamenti nuovi circa il proprio corpo, che possono es­sere interpretati come pudore. Il bambino tende a chiudere la porta del bagno quando svolge determinate attività corporee, pre­tende di fare la doccia da solo ed eventualmente permette solo alla mamma di poter entrare. Quando si cambia tende ad ap­partarsi. La bambina non vuole più farsi vedere completa­mente nuda. “Non essere vergognoso! Che cosa suc­cede, ora? Perché questi cambiamenti? Siamo sempre noi, papà e mamma…”. Sono alcune delle espressioni con cui i ge­nitori si rivolgono al figlio, senza capire il significato profondo del suo nuovo modo di comportarsi.

“Il bambino attraversa una fase delicata di crescita e di sviluppo psicoaffettivo, profondamente connesso alla per­cezione della propria corporeità, cioè del suo corpo in trasforma­zione. L’immagine inconscia del corpo, che ha iniziato a for­marsi con la nascita, a questa età si concretizza attraverso questa perce­zione: la presa di coscienza di avere un corpo sessuato, che è suo e nei confronti del quale sente di dover tracciare dei con­fini, perché è il suo corpo, diverso da tutti gli altri.

Tutto ciò si esprime attraverso il pudore, che è un feno­meno connaturato, per certi aspetti innato, che emerge e si sviluppa in questa fase, perché è il momento di questa presa di coscienza. Il pudore è qualcosa di intrinseco, di potenziale, che si manifesta quando il bambino, attraverso processi interni, matura l’esigenza di tracciare dei confini tra il proprio corpo e quello degli altri corpi, compreso quello della mamma e quello del papà. Il proprio sé corporeo reclama il suo riconoscimento e la sua privatezza. In tale processo interno va riconosciuta l’origine del pudore da non confondere con la vergogna, come di norma avviene”.

C’è differenza tra vergogna e pudore? La vergogna è un sentimento di colpa per qualcosa di ri­provevole, di negativo, che è stato compiuto nei confronti dell’ambiente circostante. Il pudore, invece, è connesso al senso della propria dignità e identità, nel caso del bambino della propria identità psicocorporea, diversa e differenziata da quella degli altri corpi.

E’ l’ambiente circostante, sono gli adulti a confondere i due fenomeni e a trasformare nel bambino il pudore in vergo­gna. Se tutti gli altri sentimenti del figlio vanno rispettati, a maggior ragione questo, che ha radici nel profondo dell’intimità psicoaffettiva e psicosessuale e che indica un momento particolare della maturazione.

Il bambino e la bambina imparano a rispettare il proprio corpo e quello degli altri, e a richiederne il rispetto, in tanto quanto le figure genitoriali ed educative saranno delicati nei confronti dei suoi sentimenti. Si mettono le basi dell’accettazione della propria corporeità, dell’immagine po­sitiva di sé, dell’acquisizione di un giusto senso e significato del proprio corpo”.

Gli adulti come si devono comportare? Certe prese in giro sul corpo o su alcune parti di esso pos­sono essere vissute dal figlio come vere violenze, che lasciano tracce di inadeguatezza, insignificanza e di non valore. Ritengo che la violenza sul pudore sia da annoverare tra le più negative per la costruzione della propria personalità.

Il pudore non dovrebbe essere considerato un problema, anzi, un atteggiamento positivo da parte del bambino, che negli anni futuri dovrebbe ripresentare come percezione positiva del proprio corpo e come rispetto di quello delle altre persone. Un giovane che avrà mantenuto il pudore come caratteristica del suo vivere serenamente la sua dimensione psicosessuale, certamente non sarà attore di stupri, ma valorizzerà e rispetterà il corpo femminile come un valore. Altrettanto dovrebbe essere da parte della bambina prima e della donna poi, nel rispetto del proprio corpo e di quello maschile.

Spesso vi è l’illusione che i bambini saranno meno curiosi e morbosi circa la sessualità, nei confronti della quale avranno meno problemi, se saranno cresciuti in ambiente liberamente nudista. E’ un’illusione come quella dell’ambiente repressivo. Ogni uomo e ogni donna dovranno fare il suo percorso di maturità psicosessuale, nonostante l’ambiente “libero” o l’ambiente “re­pressivo”. (G. Gobbi, Il padre non è perfetto).

 

Sentiamo cosa ci dice uno dei maggiori studiosi dei bam­bini, la psicoanalista francese Dolto: “Troppo spesso si ignora che in ogni bambino nasce e si sviluppa il progetto in­tuitivo di essere considerato un adulto. Perciò il bambino aspetta che nei suoi confronti gli altri abbiano quel comporta­mento e rispetto che dovrebbero avere nei confronti di un adulto. E ha ragione. Per ciò che riguarda il pudore, non biso­gna perdere di vista quest’esigenza. Prendiamo in considera­zione alcune situazioni quotidiane. I genitori che girano per casa in costume adami­tico, mi chiedono: “E’ un bene o un male che i bambini ci ve­dano così?”. Rispondo: “Quando in­vitate degli amici degni di rispetto, girate per casa nudi?”. “Certo che no!”. “Allora non fatelo neanche davanti ai vostri figli”. Andare in giro così si­gnifica che praticate il nudismo in­sieme all’altro coniuge […]. Ma i figli non sono tenuti ad es­sere il vostro coniuge […]. I genitori nudisti in casa sono stu­piti nel vedere i figli tra i 6 e gli 8 anni diventare “morbosa­mente” pudichi. Ho ricevuto let­tere di genitori che confessano che sgridano il figlio che si chiude a chiave nel bagno. Il pu­dore nasce molto presto e i fi­gli lo manifestano solo quando non possono fare diversamente. Con i figli comportatevi come con gli ospiti che rispettate: non abbiate altri criteri” (Le parole dei bambini, Mondadori, Milano 1991).

Le ragioni per cui la Dolto scrive queste cose, stanno nello sviluppo della personalità del bambino e in questo suo vissuto corporeo: il pudore, come fattore importante nella percezione del proprio corpo, dei suoi confini, della sua identità.

E’ esplicita nelle sue affermazioni, che non risentono di alcuna impostazione ideologica. Si rivolge ai genitori e agli adulti seguendo i criteri del “buon senso” e delle conoscenze scientifiche sul bambino.

 

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Emergenza bullismo

Bullismo (foto da PisaToday)

Bullismo (foto da PisaToday)

 

 

di Gilberto Gobbi

 

Il bullismo sembra essere diventato un fenomeno dilagante. Presente, in forma più o meno seminascosta, in quasi tutte le scuole medie inferiori, non manca nelle elementari e nelle superiori. Anche se qualche insegnante afferma categoricamente che nella sua classe ciò non avviene, invece, sembra che non vi sia scuola in cui qualche ragazzo o ragazza sia soggetto a bullismo. E, a disconferma di tanti blateramenti sui media, non è così presente il tanto declamato “bullismo omofobico” o di genere (la cui presenza non va negata e va affrontata), mentre è più frequente quello generico, nei confronti di ragazzini/e, che nulla hanno da vedere con la tendenza omosessuale, ma con caratteristiche psicologiche e sociali.

Molteplici sono le situazioni di bullismo, che mi sono state raccontate durante le sedute terapeutiche. Per esempio, una signora di 38 anni mi diceva che alle medie era sta bullizzata in particolare dalle sue compagne femmine, che non la volevano con loro, la denigravano, non la degnavano di un saluto e quando passava le facevano lo sgambetto. Questo comportamento era iniziato in quarta elementare ed è proseguito poi anche durante le medie: gli episodi avvenivano in classe e continuavano anche fuori, durante la ricreazione e in pullman. Questa ragazzina non vestiva firmato, come le altre, ma abiti dismessi di una sua cugina.

 

Nei suoi confronti venivano attuati tutti i comportamenti violenti che caratterizzano il bullismo:

  • Offese, parolacce, insulti. In particolare, sappiamo quanto i ragazzi e le ragazze delle medie e anche delle elementari possano essere sadici (cattivi) nei confronti dei compagni che prendono di mira, come possono essere altrettanto carini e capaci di comprensione e compassione nei confronti di chi soffre.
  • Derisione dell’aspetto fisico. Sanno essere spietati nei confronti di chi non ha possibilità economiche e veste in modo trasandato e non di marca. La famiglia di questa signora, a causa di disgrazie e malattie, viveva nell’indigenza. Lei, pur essendo di bell’aspetto e molto carina, non poteva mettersi in mostra e sfigurava. Il minimo che le veniva indirizzato era: “stracciona”, le compagne non avevano limiti nel loro linguaggio (non ripetiamo le parolacce).
  • Diffamazione. La diffamazione viene usata per distruggere la sicurezza di base di chi è bullizzato. La signora veniva diffamata, spargendo la voce che, per raccogliere qualche soldino, si faceva toccare dai maschietti, che le davano qualche lira (allora vi era la lira).
  • Esclusione dal gruppo, emarginazione, nessuna considerazione delle opinioni. “Tacci tu, che sei tonta!” Essendo coinvolta in queste problematiche emotivamente castranti, rese pesanti dalla situazione familiare, in effetti, aveva un rendimento molto scarso, spesso non faceva i compiti, poteva far apparire un certo ritardo mentale, che le veniva costantemente accentuato da una compagna del gruppo, che tirava le fila della situazione bullizzante.

La ragazzina era incapace di difendersi e per la vergogna delle umiliazioni che subiva, non ne aveva mai parlato né a casa né agli insegnanti. Durante il racconto mi domandavo come fosse possibile che nessuno degli insegnanti si accorgesse della situazione e di conseguenza intervenisse. Per lei sono stati tre anni d’inferno. Era stata promossa con il minimo, e, contro tutti i consigli contrari dei professori, ha voluto frequentare una scuola media superiore di cinque anni, terminata con il massimo dei voti. Il riscatto vi è stato, ma non sufficiente, perché dopo anni e anni, le ferite del bullismo avevano lasciato le loro tracce.

 

Il bullismo consiste in comportamenti aggressivi ripetitivi, attuati da una o più persone nei confronti di una vittima incapace di difendersi. Come si vede vi è il bullo (una o più persone) che agisce aggredendo e il bullizzato, che nel ruolo di vittima subisce umiliazioni psicologiche e a volte fisiche, e, in alcuni casi, diviene il capro espiatorio delle aggressività del branco.

È un fenomeno che già può apparire nella scuola elementare nei confronti di bambini e bambine timidi, appartati, insicuri, che attraggono l’attenzione e l’aggressività di altri (uno o più), che scaricano su di loro le loro problematiche e disfunzioni psicologiche.

 

Vi sono dei fenomeni indicativi del bullismo e   come genitore come posso rendermi conto se il figlio o la figlia è soggetto di bullismo. Vi sono dei comportamenti, che indicano che qualcosa avviene e che potrebbero essere indicatore di bullismo:

  • Cioè, quando il figlio modifica abitudini, comportamenti, diviene come si dice “strano” e ha comportamenti diversi dal solito;
  • disturbi continuati del sonno: difficoltà ad andare a letto e ad addormentarsi, con risvegli notturni con ansie e tensioni;
  • disturbi alimentari improvvisi, soggetti a grandi scorpacciate o a inappetenze prolungate;
  • mancanza di interesse per lo studio, facile distrazione, chiusure, pianti facili, modifica in negativo del rendimento scolastico;
  • bassa autostima.

Questi sono fenomeni, che di per sé non necessariamente sono legati al bullismo, tuttavia la loro presenza dovrebbe essere di aiuto per comprendere che il figlio vive una situazione di profondo intenso malessere, per cui potrebbe essere soggetto al bullismo.

 

I bullizzati sono soggetti con scarso concetto di sé; persone, che tendono alla vittimizzazione, hanno una bassa concezione di sé, si sentono inadeguati di fronte a certe situazioni: divengono facilmente preda dei bulli presenti nella classe o in generale nella scuola. Quasi una situazione fatale. Divengono facilmente preda del bullo, che spesso appare come un soggetto con autostima, combinata a narcisismo e manie di grandezze.              cioè, un soggetto, che tende a sovrastimare se stesso e ha bisogno di accettazione sociale, perché nel profondo è insicuro e necessita di farsi valere attraverso l’aggressività, prendendo di mira uno altrettanto insicuro, che diviene l’oggetto su cui scaricare le proprie ansie e problematiche psicologiche.

 

È determinante imparare ad osservare il comportamento dei propri figli per capire i fenomeni delle fasi di sviluppo e le eventuali problematiche che vivono. È altrettanto importante rilevare che il bullismo omofobico, come oggi viene chiamato, cioè quello perpetrato nei confronti di bambini o adolescenti con tendenze omosessuali, è meno di quanto si vuole far credere. In più, da anni si è sviluppato nelle ragazzine un profondo senso di protezione nei confronti di ragazzini gay. Gli stessi maschietti, immersi in un diffuso pansessualismo, non tendono a bullizzare e dichiarano la loro tendenza   sessuale. Vi sono dei casi sporadici nelle scuole inferiori, mentre, di norma, nelle superiori ciascuno bada a se stesso. Nelle medie il bullismo è particolarmente presente nei confronti di soggetti con alcune caratteristiche psicologiche, come si è visto sopra.

 

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Pornografia: un fenomeno sottovalutato

 

Pornografia

 

di Gilberto Gobbi

 

Non è inusuale che, in qualunque momento del giorno e della notte e in ogni luogo, vi siano adulti, maschi e femmine, adolescenti e anche bambinetti, intensamente assorti sul piccolo schermo dello smartphone o del computer. In questo stesso momento, milioni di persone sono davanti ad uno schermo profondamente occupati non nella ricerca di notizie e aggiornamenti culturali, ma coinvolti in scene pornografiche di varie provenienze. Secondo le statistiche, il sesso sembra essere al primo posto nelle ricerche su Google, in cui vi sono più di 4 milioni di siti sul sesso, che sono in costante aumento. Sempre secondo i dati, l’85% degli uomini e il 41% delle donne hanno ammesso di aver visitato almeno una volta un sito di natura pornografica. In più, un uomo su cinque e una donna su otto hanno confermato di aver visitato un sito porno durante il lavoro. Ancora, secondo YouPorn, uno dei siti più visitati, in testa alla classifica mondiale di frequentazione, vi sarebbero due città italiane: Milano e Roma. Secondo lo stesso sito, YouPorn, gli italiani lo avrebbero visitato 400 milioni di volte in un anno. Un altro dato impressionante: sembrerebbe che il 90% dei ragazzi dagli 8 ai 16 anni abbiano visto almeno un video porno su PC o smartphone.

Dare una definizione di pornografia, afferma Antonio Morra, uno dei maggiori conoscitori del problema “è piuttosto complicato dal momento che si presenta sotto varie forme. Basti pensare ai cartelloni pubblicitari, alle vetrine dei centri commerciali, alle riviste che si trovano alla cassa delle drogherie, agli spot televisivi, ai film. Persino la musica e la letteratura sono invase da contenuti pornografici”. Pornografia è una parola moderna, coniata agli inizi del XIX secolo, che deriva dal greco (porne = prostituta e graphè = scritto, documento; cioè, scrivere, disegnare prostitute). In sintesi, è la raffigurazione esplicita di soggetti erotici e sessuali effettuata in forme diverse, che ha come obiettivo l’eccitazione genitale. E’ importante sottolineare e chiarire che l’obiettivo è appunto l’eccitazione sessuale, divenendo così la concretizzazione delle fantasie erotiche, che si realizzano attraverso immagini, disegni, scritti, oggetti e altre produzioni. La pornografia va distinta dal concetto di arte, proprio per il suo fine principale, che è quello di indurre allo stato di eccitazione sessuale.

 

Internet è il mezzo più usato per la distribuzione e la fruizione del materiale pornografico, in quanto è disponibile ovunque e per chiunque, 24 ore su 24. Basta avere un PC o uno smartphone e il materiale è utilizzabile, sotto due aspetti: a) la condivisione con altri sia con un file di propria produzione e sia con immagini personali e b) l’uso di video pornografici, a pagamento o gratis. Questa possibilità interattiva ha facilitato relazioni porno tra agenti, l’esplosione della condivisione del genere amatoriale con quella di foto e video porno, come pure la diffusione di canali di distribuzione pornografica. Nessuno può ritenersi indenne alla pornografia, perché gli strumenti sono a portata di dito, per cui una persona può qualche volta incappare, senza volerlo, in siti pornografici, che sono bellamente in agguato. Va sottolineato che il 60% delle visite sono attraverso via mobile (smartphone).

 

Il fascino moderno della pornografia attraverso internet sembra essere caratterizzata da ciò che lo psicologo Al Cooper ha definito il Motore delle tre A, cioè, la pornografia à Accessibile, Anonima, Abbordabile.

1) Accessibile: oggi la pornografia è raggiungibile tramite computer, televisione, email e smartphone; non c’è bisogno di andare in negozio a noleggiare né in edicola ad acquistare, bastano pochi click. E’ immediatamente a disposizione e fruibile.  Anni fa, quando appunto bisognava comprare riviste o noleggiare videocassette per vedere qualche nudità o delle scene hard, poteva intervenire la vergogna dell’individuo a frenare l’accesso al materiale pornografico.

2) Anonima: ciascuno può usufruire della pornografia senza che nessuno sappia nulla. Succede per gli adulti come per i bambini e gli adolescenti. I mezzi utilizzabili mantengono l’anonimato. Non vi è più la vergogna dell’acquisto del giornalino o della cassetta all’edicola. Il materiale è disponibile, in forma anonima: basta solo premere un tasto e si entra nel mondo della pornografia.

3) Abbordabile: una gran quantità di pornografia è gratuita e vi è possibilità di scaricare materiale senza alcun costo.

4) Vi è pure una quarta caratteristica: la pornografia è Accidentale, cioè in internet, anche attraverso ricerche innocue, non mirate, destinate ad altri argomenti, ci si può trovare in siti porno. Ed è quello che può succedere agli adulti come ai bambini di undici anni e agli adolescenti che navigano su internet con altre intenzioni.

 

Questa è la sorte che tocca alla stragrande maggioranza delle persone, ma­schi e femmine, che si lasciano gradualmente av­volgere dalla “rete”? Subiscono un lento processo psicologico, che può innescare un meccanismo os­ses­sivo compulsivo, come ricerca spasmodica del piacere erotico attraverso le immagini. Perché, va ripetuto, la pornografia ha la funzione di eccitare sessualmente, portando alla masturbazione. Spes­so la situazione viene vissuta con disagio e ansia e così la ses­sualità muta di significato e finisce per dive­nire una delle maggiori fonti di infelicità. Quando una persona entra in questa circolarità, il tempo de­dicato alla pornografia tende a dilatarsi e viene vissuto e con­sumato in silenzio e solitudine. Una delle conseguenze psicologiche è che la fre­quen­tazione della pornografia allenta i freni inibitori.

 

Vi sono alcuni segnali che indicano con chiarezza che si è radicata una pos­sibile dipendenza pornografica da internet: di nor­ma, a mano a mano che passa il tempo nella frequentazione della pornografia, la persona diviene sem­pre più introversa, chiusa, mostra una certa ossessione nei con­fronti della sessualità. Per certi aspetti, il soggetto vive un blocco nello svilup­po della sua vita psicologica, soffre di un certo malessere ge­ne­rale e manifesta una crescente irritabilità. La dipendenza crescente si manifesta attraverso un costante aumento del desiderio di col­legarsi ad Internet. Nel giovane uno dei danni più gravi della pornografia è che lo induce a pensare che l’altro, uomo o donna, sia sempre dispo­nibile ai propri impulsi e desideri e voglia il piacere sessuale in qualsiasi circostanza.

 

Il circuito di ricompensa del cervello. Il cervello, che è il nostro organo sessuale principale, subisce uno degli effetti più nocivi del consumo della pornografia. Le neuroscienze ci aiutano a capire cosa accade neurologicamente quando un individuo è esposto a una serie di filmati hard. Semplificando, ecco cosa succede nel nostro cervello nel circuito di ricompensa.

Quando una persona è coinvolta in azioni che lo fanno star bene (come: mangiare, fare sesso, sperimentare una novità), si attiva il circuito di ricompensa, che viene stimolato da sostanze e comportamenti. Cioè, abuso di alcol, droga e pornografia accentuano la produzione di dopamina, un neurotrasmettitore, che dà piacevoli sensazioni, provocandone un progressivo desiderio. Per esempio, quando un soggetto consuma pornografia e sperimenta il piacere sessuale attraverso la masturbazione, il suo cervello rilascia potenti ormoni e sostanze neurochimiche. L’effetto è che il cervello, come per qualsiasi droga, comincia ad abituarsi e a chiedere (esigere) immagini sempre più esplicite e differenziate per ottenere il medesimo livello di eccitazione. E’ comprensibile che da parte del soggetto la ricerca, pertanto, continui, anzi, si intensifichi.

 

I genitori e gli educatori dovrebbero domandarsi quale sia la situazione dei ragazzi di fronte al fenomeno della pornografia. I maggiori visitatori dei siti porno su internet si trovano nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni, per il 77% maschi. Per ciò che riguarda i minori, purtroppo, le statistiche parlano che già a 11 anni iniziano a guardare porno online. Così, la prima esposizione alla pornografia è tra i 9 e gli 11 anni. Una ricerca in Italia ci dice che su 2533 studenti delle scuole secondarie, già il 5% era dipendente dalla pornografia. Roberto Poli, autore della ricerca afferma che: “Gli adolescenti sono biologicamente e psicologicamente più vulnerabili alle dipendenze. Il virtuale può essere una fuga e pone una serie di problemi, crea influenze negative sul rendimento lavorativo o scolastico, una tendenza all’isolamento dal mondo reale e una difficoltà nel gestire e limitare il tempo online”. Vi è pure il rischio che non vi sia un adeguato sviluppo della maturazione psicosessuale e di un carente funzionamento sessuale come conseguenza dell’uso eccessivo della sessualità online. Un sondaggio inglese sull’effetto della pornografia tra ragazzi dai 11 ai 16 anni, ha messo in risalto che il 53% è stato esposto a contenuti pornografici sulla rete, di cui il 28% già a 11 anni per la maggior parte tra le mura domestiche. Va detto che gli adolescenti guardano molta più pornografia di quanto i loro genitori e educatori si rendano conto. Va pure detto che l’atteggiamento dei ragazzi di fronte alle scene porno è: il 73% considera i video visualizzati come scene realistiche, per cui, con il passare del tempo, adolescenti e giovani tendono a mettere in pratica quanto visto nei video. In più, a quanto sembra, i ragazzi e le ragazze che usufruiscono della pornografia durante l’infanzia e l’adolescenza, sono destinati ad essere dei consumatori attivi nell’età adulta.

 

L’impatto che può avere la pornografia sui bambini e sugli adolescenti può essere sintetizzato nei seguenti aspetti, che hanno una profonda incidenza non solo della vita sessuale del soggetto, ma in particolare sulla concezione della vita e sul modo di affrontarla:

  • viene facilitata una precoce attività sessuale, non corrispondente all’età psicologica;
  • vi possono essere delle reazioni negative e traumatiche alla vista del porno, che lasciano delle tracce profondamente negative per la futura vita sessuale del soggetto;
  • può esser attivata la convinzione che il migliore appagamento sessuale sia raggiungibile senza un legame affettivo verso il partner (cioè: il sesso per il sesso, attraverso la masturbazione);
  • favorire la convinzione che sposarsi o avere una famiglia offra delle prospettive poco allettanti;
  • dalla pornografia la donna, in particolare, viene presentata come corpo, con il suo sex appeal: quindi si avrà il corpo femminile come un oggetto da usare. Che cos’è un uomo e che cosa è una donna, per la pornografia? L’uomo è uno che sfrutta i corpi femminili, e la donna un corpo da sfruttare. Dalle ricerche in materia, sembra che gli uomini e le donne, esposti ai filmati pornografici, abbiano un minor appagamento durante la loro attività sessuale perché hanno la tendenza a paragonare il proprio partner con l’esecutore dei filmati; e, pertanto, tendano ad essere maggiormente attratti dall’idea del sesso occasionale e dall’adulterio; non solo, ma banalizzerebbero i crimini sessuali, compreso lo stupro. Gli stessi soggetti propenderebbero a stereotipare le donne, che sono solo desiderose di sesso e anche tenderebbero a usufruire di pornografia sempre più estrema ed esplicita.

Come si vede, l’esposizione alla pornografia ha effetti profondi sulla concezione della sessualità umana, caratterizzata dalla ricerca del piacere, sino ad arrivare alla dipendenza.

 

A livello generale, una corposa letteratura scientifica conferma che la continua fruizione della pornografia ha come effetto negativo un possibile alto rischio di sviluppare compulsioni sessuali e, quindi, la dipendenza dalla pornografia. Sintetizzando, le conseguenze più frequenti a cui nel tempo possono andare incontro le persone (giovani e meno giovani), che usufruiscono della pornografia sono:

  • perdita di controllo sulle crescenti fantasie e comportamenti sessuali;
  • aumento della frequenza e della intensità di pensieri e comportamenti sessuali nel corso del tempo;
  • impoverimento della creatività, dell’intimità e del tempo libero;
  • presenza di irritabilità e rabbia quando si cerca di smettere con i comportamenti sessuali:
  • isolamento sociale (tempo intensamente occupato su internet);
  • disturbi dell’umore;
  • vi possono essere conseguenze negative più ampie a livello relazionale, fisico, finanziario, legale, ecc., legati ai comportamenti sessuali.

 

Si spera che nessun genitore sia soggetto nella dipendenza da pornografia, perché, volenti o nolenti, il suo comportamento inciderà sul clima psicoaffettivo che si respira in casa. In più, è compito dei genitori vigilare sull’uso indiscreto dei mass media da parte dei figli e utilizzare tutti gli accorgimenti, oltre che psicologici, anche tecnologici, affinché vi sia un impiego positivo e non negativo di questi strumenti.

 

 

Indicazioni bibliografiche

  1. Cantelmi, E. Lambiase, Sesso patologico, eccessi, dipendenza e tecnosex
  2. Cucci, Dipendenze sessuali online
  3. Lambiase, La dipendenza sessuale
  4. Mancino, Porno dipendenza
  5. Menicocci, Pornografia di massa
  6. Morra, Porno tossina
  7. Morra, Pornoloscenza



Annotazioni psicologiche sugli effetti della televisione

Televisione e famiglia

 

 

di Gilberto Gobbi

 

Onnipresenza della televisione – E’ di dominio comune che i mezzi di comunicazione di massa, e in particolare la televisione, siano veicolatori di notizie, di conoscenze, di evasione, imbonitori di idee, suggeritori di atteggiamenti. Formano coscienze, modificano e plasmano comportamenti. In sintesi, per usare una frase fatta, “fanno cultura”. Se per ‘cultura’ si intende il complesso delle conoscenze, dei costumi, dei modi di agire e di reagire, della capacità di comunicazione dell’uomo in una determinata epoca e ambiente, si può affermare che siamo in un’epoca in cui i mass-media sono al centro dei processi culturali.

L’affermazione precedente è solo una constatazione di questo predominio, a cui spesso le stesse istituzioni, preposte alla formazione della cultura, si inchinano. Il potere condizionante dei mass-media è evidente. Vi sono dibattiti, convegni, tavole rotonde; si svolgono ricerche su questo potere “culturale”, con esiti non sempre scontati. Spesso l’oggetto d’indagine sono televisione e bambini e adolescenti, che vengono considerati tra i maggiori fruitori della tv; protagonisti passivi, indisturbati delle trasmissioni a loro “dedicate” dai vari canali e spesso degli stessi programmi per le persone “adulte”.

Sono pochi i padri e le madri, che, dopo l’ora fatidica di ‘Carosello’ di tanti anni fa, (dei programmi per i bambini), dicono: “Bambini, a letto”. Sono ricordi di tempi lontani, di altre generazioni. Oggi molti bambini e ragazzi restano fin tardi con gli adulti davanti alla tv, o indisturbati scelgono i programmi sull’apparecchio personale (tablet), a propria discrezione, nella propria cameretta o anche di fronte agli adulti, che guardano altri programmi su uno dei tanti apparecchi presenti in casa.

La libertà, oggi, per molti adulti e non, è anche il poter gestirsi il telecomando, scegliersi i programmi, consumarsi indisturbati il proprio isolamento, immagazzinare immagini, asservire la fantasia, assorbire idee, assimilare modelli di comportamento.

 

Incidenza della tv sui modelli di comportamento – Ci si trova di fronte ad una rapida e massiva modifica dei costumi individuali e di gruppo e ad un’acquisizione di nuove abitudini individuali e collettive.

I modelli di comportamento definiscono nel tempo i ruoli e i valori sociali: le abitudini si condensano in regole e norma di condotta, introiettate spesso in modo inavvertito. E’, appunto, caratteristica della plasticità della psiche umana indurre l’individuo ad integrarsi nel gruppo sociale, acquisendone gli atteggiamenti, i modelli di comportamento, i valori e/o disvalori. Ciò diviene un “fatto culturale”.

E’ un fatto culturale la trasmissione dei modelli di comportamento. L’agire umano non è solo il risultato di una valutazione istintiva, il prodotto di spinte e motivazioni irrazionali. Nel formarsi, infatti, delle abitudini, occorre tener conto sia dei meccanismi inconsci, sia dei mo­delli-valori sociali e sia della disponibilità personale. L’apprendimento è una materia che attiene tutto l’uomo, nella sua unità e unicità e nella sua pluridimensionalità (fisica, psicoaffettiva e trascendente).

Questa visione dell’uomo è in contrasto con la concezione deterministica, che nega all’uomo la libertà (libero arbitrio), considerando ogni attività umana come sempre e completa­mente determinata da fattori coattivi, sui quali il soggetto non può esercitare alcun controllo. Siano essi fattori inconsci o propri del condizionamento sociale. Siamo convinti che anche se le dinamiche inconsce facciano sentire la loro pressione sul comportamento, non significa che lo costringano, proprio perché la loro influenza deve passare al vaglio del conscio, cioè di un’analisi critico-costruttiva per una scelta cosciente e matura.

Il conscio, tuttavia, è soggetto all’influenza del materiale assimilato e ai criteri di valutazione introiettati, derivanti dall’apprendimento dei modelli di comportamento. Ora, se alla stessa per­sona adulta resta difficile confrontarsi con un atteggiamento critico con i modelli culturali propi­nati dai mass-media e in particolare dalla tv, a maggior ragione tale difficoltà sarà presente se a misurarsi sono i bambini e gli adolescenti, che sono in fase di crescita e di sviluppo psicoaffettivo. Il loro criterio valutativo, infatti, è in uno stadio di costruzione e le dimensioni dominanti sono quelle fisiche e psicoaffettive, sulle quali i modelli culturali hanno maggiore presa, a scapito della ri­cerca del valore e del significato della realtà.

Sappiamo che gli strumenti di divulgazione dell’industria culturale (cinema, radio, tv, stampa di massa, ecc.) formano mentalità, creano abitudini, modificano i comportamenti abi­tuali: sono in grado di sovrapporre al costume tradizionale un nuovo costume.

 

Aggressività psicologica – Gli studiosi dei mezzi di comunicazione di massa nelle loro analisi concordano nell’affer­mare che tali mezzi non possono essere visti solo come uno specchio dei fenomeni sociali o come fedeli riproduttori dei contenuti culturali esistenti. Non può essere loro attribuita una neutralità circa i contenuti. Si tratta solo di un’eventuale neutralità utopica, per la loro intrinseca modalità di porsi al pubblico, che è una modalità caratterizzata da un linguaggio immediato, intuitivo, universalizzante. Alla base vi sta una presentazione parziale della realtà, cioè espongono una cultura semplificata. Il loro obiettivo è quello di accattivarsi la simpatia e la presenza di un pubblico sempre più vasto.

Non è estranea a tale modalità la possibilità di confondere la parte per il tutto, rinforzata dallo stesso processo psichico selettivo, con cui ci si pone di fronte ai contenuti trasmessi dalla tv, che, appunto, privilegia il segno iconico, quale strumento per far passare i messaggi.

Si parla, pertanto, di aggressività psicologica dei mass-media, specialmente della radio e della tv, iden­tificandola nella parzialità, con cui viene presentata la realtà e nella forza suggestiva del lin­guaggio parlato e iconico e dei mezzi tecnici (luci, sonoro, inquadratura, ecc.), con cui il conte­nuto viene confezionato.

L’efficacia del loro messaggio dipende da diversi aspetti relativi o ai mezzi o alla comunicazione o alla situazione in cui la comunicazione avviene, e dall’atteggiamento della persona che fruisce del contenuto.

 

Comunicazione unilaterale – Di fronte ai mass-media gli individui sono esposti ad una comunicazione unilaterale. Tre sono i processi psicologici, con cui gli individui si predispongono alla comunicazione, quindi al rafforzamento delle opinioni e delle proprie tensioni:

  1. a) l’esposizione selettiva,
  2. b) la perce­zione selettiva,
  3. c) e la memorizzazione selettiva.
  4. a) Con l’esposizione selettiva l’uomo tende ad indirizzare e a restringere la propria esperienza ad un numero limitato di oggetti e di contenuti, ai quali gli piace prestare attenzione. Anche nella fruizione dei mass-media e nella fattispecie della tv, gioca un ruolo fondamentale il meccanismo della vita psichica connesso con l’interesse e il piacere. Com’è ovvio, l’interesse, il piaceree la curiositàindirizzano selettivamente l’attenzione dell’individuo, orientando la sua at­tività mentale verso un oggetto determinato. A seconda del sistema di interessi vi è il coin­vol­gimento dell’intera personalità del soggetto, con le proprie energie biologiche e con le sue fun­zioni psichiche, con le influenze dell’ambiente fisico, familiare e sociale, a volte in un conflitto tra interessi di sfere diverse.
  5. b) La percezione selettivasembra essere condizionata in tutto o in parte da ciò che la persona desidera consciamente o inconsciamente percepire, ha abitualmente percepito, o da ciò che è stata in precedenza ricompensata. E’ il grado di interesse ad influenzare l’intensità della perce­zione e lo stesso grado di attenzione.
  6. c) L’interessee il piacereoperano pure sulla memoria selettiva, come gli esperimenti in mate­ria hanno confermato. Per esempio, un maggiore o minore orientamento ideologico predispon­gono a memorizzare o meno contenuti ed informazioni.

 

Tuttavia, mentre da un lato questi processi selettivi funzionano come fattori predisponenti, dall’altro hanno anche una funzione difensiva, protettiva. Operano, cioè, come un sistema di autodifesa, in quanto un istinto di protezione entra in gioco contro elementi nuovi, si manifesta un desiderio più o meno consapevole di respingere ciò che urta contro il patrimonio di valori, di idee, di esperienze e contro l’interesse dell’individuo. E’ stato constatato che si tende a rifiutare quelle comunicazioni che possono causare situazioni conflittuali con il proprio mondo interiore e con l’ambiente esterno, a meno che non vi siano conflittualità per certi versi gratificanti in alcuni ambiti, come può essere, per esempio, la visione da parte di un adolescente di un programma sessualmente eccitante.

 

Effetti della tv sui comportamenti e sulla mentalità – Oggi la tv ha una presenza pressoché totale sotto vari aspetti. La sua programmazione è oramai plurima e illimitata, 24 ore su 24: si tratta solo di usare il telecomando. La sua fruizione è sempre più estesa, massiccia. E’ onnipresente e onnicomprensiva, in tutti gli ambiti culturali e non. Ha una straordinaria capacità di diffondere contenuti del tipo più disparato: opinioni, spettacoli, insegnamenti, ecc. Il suo linguaggio è particolarmente interessante, piacevole, suggestivo. Per queste sue carat­teristiche può ingenerare in molti una fiducia quasi soprannaturale nella sua potenza magica, anche perché l’adesione ad essa è prevalentemente emotiva e non razionale. Ed è per questo tipo di adesione, spesso determinata da un forte desiderio di evasione da una realtà quotidiana spia­cevole, che è all’origine di conseguenze, di cui i fruitori non si rendono conto.

Viene presentata una sintesi dei possibili ef­fetti del fenomeno audiovisivo e dell’immersione in questa atmosfera, in cui l’uomo moderno si trova:

–  tendenza all’estraniazione dalla realtà;

–  occupazione del tempo libero, con il conseguente impoverimento di tempo prezioso per l’adempimento di doveri familiari, professionali, spirituali;

– imposizione di modelli di comportamento e di norme sociali;

– fruizione narcotizzante, attraverso la creazione di una sostanziale indifferenza di fronte ai problemi individuali e collettivi. Vi è, infatti, una continua esposizione ad una gran numero di messaggi, generalmente di carattere emotivo, recepiti passivamente;

– vi è conferimento di status sociale a persone ed argomenti al di là di ciò che se ne dice. E’ questo un fenomeno attraverso il quale vengono presentate norme, persone, modelli e ideali fuori di ogni valutazione critica;

– vi è illusione di libera scelta, in quanto i messaggi diffusi sono frutto di vari tipi di manipola­zioni;

– vi è pure riduzione dell’attività creativa;

– scadimento dei gusti popolari, attraverso lo sfruttamento pianificato di contenuti volgari e violenti, del sensazionalismo, dell’indottrinamento.

 

Circa il processo del consenso del bambino alla televisione, dispensatrice di informazioni, modellatrice di valori e potente modificatrice dei ritmi e delle emozioni, il Lussato conclude che “questo ruolo è generalmente considerato disastroso; esso si basa sulla semplificazione e di­storsione della realtà; sull’effetto disintegratore della causalità e del senso delle cose; sulla pro­duzione di false gerarchie; sulla mancanza di distinzione tra essenziale e contingente; sull’elimi­nazione dello sforzo, del piacere per la conoscenza; su modelli di comportamento che hanno come regole fondamentali il tutto subito, il facile, l’arrivismo, la ricchezza ottenuta veloce­mente, il potere, che vengono proposti come scopo della vita” (Lussato B., I bambini e il video, Milano 1991, p. 53).

Non è una visione apocalittica dell’uso della tv. Basti pensare che gli stessi operatori di questo mezzo, di tanto in tanto sentono il bisogno di richiamarsi ad un’etica professionale, che li riporti a limitarsi nell’uso indiscriminato di questo onnipotente mezzo di comunicazione di massa.

Gli effetti sulle persone non sono, di norma, semplici, diretti ed immediati; sono spesso indi­retti e a lungo termine e dipendono anche da ciò che oppone lo stesso pubblico.

 

Motivazioni alla fruizione della tv – Le indagini fanno emergere come fondamentalmente siano due queste motivazioni: diverti­mento-evasione informazione-cultura.

Il divertimento-evasione è la motivazione che prevale. La tv sembra essere lo strumento privilegiato, atto a soddisfare il bisogno-piacere dell’evasione e l’interesse per l’informazione.

L’evasione, propinata dalla tv, tende ad allontanare dalla vita reale attraverso due processi:

– dà la possibilità di vivere per procura una realtà fittizia ed immaginaria, dominata da un di­namismo incessante, dall’avventura, dallo straordinario, dal soggettivo,

– e, per un altro verso, getta un ponte illusorio con gli avvenimenti più salienti dell’attualità. Il linguaggio dell’imma­gine, unito ai suoni e alle voci, è affascinante, ha una forte carica di richiamo. Lo spettatore ne è coinvolto, ne subisce il fascino. La suggestione può attenuare o anche annullare la sua capaci­tà critica.

 

Aspetti dinamici degli effetti – Ovviamente il problema degli effetti della tv va considerato in una dimensione dinamica, in quanto si tratta di fenomeni, che chiamano in causa l’intera personalità degli individui, la loro intelligenza, le loro esperienze, il loro ambiente, la loro cultura. Tuttavia, il pericolo di effetti negativi non può essere considerato immaginario né frutto di una mentalità retrograda, che ri­fiuta a priori il mezzo demonizzandolo. E’ attraverso un’analisi critico-costruttiva degli even­tuali effetti negativi che è, appunto, possibile ricercare le modalità per evitarli.

In precedenza, si è evidenziato come il coinvolgimento emotivo sia la modalità con la quale lo spettatore segue i contenuti spettacolari. Sono in gioco i dinamismi della proiezione e dell’identificazione, le cui conseguenze sono rilevanti nel tempo della vita emotiva dell’indivi­duo.

Il meccanismo della proiezione va interpretato come una vera e propria delega inconscia che lo spettatore affida ai personaggi a realizzare i propri bisogni e i propri impulsi repressi. Vengono così con­feriti ed attribuiti ai personaggi pensieri, desideri, atteggiamenti, che sono solo dello spettatore, il quale si illude di coglierli negli stessi personaggi, come elementi obiettivamente dati.

L’identificazione si pone al centro del rapporto tra spettatore e spettacolo, in quanto tende a far vivere in proprio, allo spettatore, situazioni interiori altrui. E’ questo un processo psicolo­gico con cui il soggetto si sente tutt’uno con individui, che ammira e per i quali nutre simpatia.

Il meccanismo dell’identificazione fa assimilare modelli di comportamento e adottare atteggiamenti altrui, spe­cialmente se è protratto nel tempo. Ciò accade facilmente nei bambini e nei ragazzi, che tendo­no a identificarsi nei vari eroi. A questo proposito si può applicare alla tv quanto scriveva il Musatti nel lontano 1960, circa l’azione del cinema. La sua incidenza può estendersi a vari ambiti, “dalla semplice imitazione di modi, di gesti, di espressioni all’assimilazione di criteri di valutazione morale e cioè di modi di giudicare la vita e i rapporti sociali, fino alla riproduzione di comportamenti specifici e quindi alla esecuzione di atti determinati” (C. Musatti, C., Psicoanalisi e vita contemporanea, Torino 1960, p. 211).

I due meccanismi non operano separatamente, ma spesso contemporaneamente e interagi­scono fra loro in forma circolare, in quanto la proiezione di propri elementi su un’altra persona è favorita da un’iniziale identificazione con questa, mentre l’identificazione è stessa in un certo modo rende più simile a sé.

 

Divertimento-evasione – Circa la fruizione della tv si è visto che la motivazione fondamentale è quella del diverti­mento-evasione, in quanto nell’appagamento dei bisogni e dei desideri, viene attribuita ad essa e ai mezzi di comunicazione di massa in generale, una fruizione catartica. Cioè, attraverso l’identificazione vi è la possibilità di soddisfare in maniera fantastica quei bisogni profondi, che non avrebbero altra modalità di realizzarsi. Sappiamo, però, che una vera catarsi può avvenire quando l’appagamento ristabilisce nel fruitore l’equilibrio emotivo e riduce la sua tensione psichica. In questo senso la catarsi diventa “valvola di sicu­rezza che preservi i soggetti dallo estrinsecare queste stesse tendenze nella loro attività della vita reale” (Musatti).

Tuttavia, riteniamo che si debba attribuire alla tv quanto si afferma per il cinema, e cioè che: “Non è facile dire quando il cinema protegga l’individuo dall’influenza di pulsioni inconsce, appagandolo in modo innocuo, e quando invece esalti tali pulsioni, renden­dole attuali” (Zuanazzi Gf., Sessualità, stampa e spettacoli, in AA.VV., Mass media e pornografia, Roma 1988, p. 127). Tali incertezze pongono dei gravi interrogativi sull’efficacia positiva dell’azione catartica della tv. Ci si deve chiedere se la fruizione ripetuta di scene di violenza e di sesso siano l’occasione di liberare forti emozioni per mezzo dell’identificazione con gli eventi rap­pre­sentati o con gli attori.

Occorre, anche, tener conto del possibile effetto suggestioneche è un meccanismo automa­tico, per il quale il soggetto, in modo del tutto indipendente dalla sua volontà, tende a far pro­prio un atteggiamento psicologico, un comportamento, un’azione. Le identificazioni, infatti, possono così protrarsi nel tempo, oltre la fruizione, per cui i comportamenti e gli atteggiamenti as­sorbiti dai personaggi e dai contenuti vengono ripetuti nella realtà della vita.

Vale la pena sottolineare che, per ciò che attiene a queste due funzioni, catarsi sugge­stione, tutto dipende dalla diversa maturità personale dei fruitori, dal loro grado di coinvolgi­mento emotivo all’azione rappresentata, dal contenuto e dalle modalità di rappresentazione. Ap­pare, tuttavia, evidente che l’impulso a ripetere determinate azioni e comportamenti riguarda specialmente spettatori più giovani, per le caratteristiche della loro età, e anche adulti con di­sfunzioni circa la maturità psicoaffettiva.

 

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Il padre durante l’adolescenza del figlio

Anna Freud ha così sintetizzato la situazione adolescen­ziale: “E’ normale per un adolescente e per un tempo abba­stanza lungo un comportamento incoerente e imprevedibile (…) di amare i suoi genitori e di odiarli, di rivoltarsi contro di essi, di essere vergo­gnoso con la propria madre davanti agli altri e inaspettatamente di desiderare di parlarle di tutto cuore” (Adolescenza, in Opere, vol. 2, Torino1958).

Tale comportamento può averlo anche nei confronti del padre solo che non dirà mai “di desiderare di parlargli di tutto cuore”.

adolescenza

Adolescenza (fonte: Istock)

 

 

 di Gilberto Gobbi

 

Un giorno dopo l’altro, il padre si ritrova con il figlio, che en­tra nell’adolescenza e la vive in pieno. Sono passati gli anni. Come? Sappiamo che le fasi della vita sono tra di loro profonda­mente dipendenti, con una consequenzialità che vede il passato conden­sato nel presente e prospettato nel futuro. Il futuro dell’età adole­scenziale, che sembrava molto lontana, è dive­nuto il “presente” e il pa­dre si trova tra i quaranta e i cin­quanta anni. Ha raggiunto un certo livello professionale e so­ciale e quindi potrebbe anche star bene, invece s’incontra quo­tidianamente con i problemi creati dal figlio o dalla figlia adolescente.

L’adolescenza viene considerata la tappa più controversa del ciclo vitale e senz’altro quella, nei confronti della quale il pregiu­dizio sociale sembra accanirsi con più virulenza. E’ una fase della vita, temuta da genitori, educatori, politici e tutori dell’ordine so­ciale e pubblico.

La Dolto, eminente psicoanalista francese, così parla dell’adolescenza: “(…) a mio parere è una fase di mutazione. Al­trettanto fondamentale per l’adolescente quanto la nascita e i primi quindici giorni di vita per il neonato” (Adolescenza, esperienze e proposte per un nuovo dialogo con i giovani tra i 10 e i 16 anni, Milano 1995).

Di norma, pur nella sua continuità, viene oggi divisa in tre momenti:

– prima adolescenza o preadolescenza tra gli 10/11 e i 14 anni;

– seconda adolescenza tra 14 e i 16;

– terza adolescenza dai 16 anni, e dovrebbe concludersi, nella so­cietà odierna, tra i 20 e i 23. Vi sono anche per­sone, che restano degli eterni adolescenti: si parla di adolescenza in­compiuta.

 

La vicenda adolescenziale, con i suoi mutamenti, spesso è tu­multuosa e conflittuale e si snoda nell’appartenenza ai vari sistemi relazionali: la famiglia, i pari e gli adulti. L’adolescente attua una continua mobilità tra questi sistemi, che gli consente di utilizzare le risorse per il suo sviluppo e per la sua presenza nel mondo.

Tutte le strutture della personalità in trasformazione sono in continuo movimento: la dimensione affettiva, quella cogni­tiva e quella comportamentale. E’ un crescendo di modifica­zioni e di ac­quisizioni, di arresti e di progressioni.

La maturazione delle tre dimensioni comporta che l’adolescente sia contemporaneamente impegnato su vari fronti, che mettono alla prova da una parte le sue potenzialità e dall’altra le persone con cui si relaziona.

Lo sviluppo della dimensione mentale-cognitiva si caratte­rizza per un’espansione delle potenzialità intellettuali ed una evolu­zione della facoltà volitiva, che conduce al perfeziona­mento del processo di apprendimento e decisionale. Vi è un migliore utilizzo dei processi della percezione, della memoria logica, dell’attenzione, della capacità di astrarre, giudi­care, ragionare e formulare decisioni. Questo fa parte del pro­gresso verso la maturità intellettuale, che com­porta la capacità di pensare in termini astratti e generali.

adolescenza

La dimensione comportamentale è varia e diversificata, sog­getta all’influenza della situazione ambientale e sociale, in cui l’adolescente vive. Diviene importante lo sviluppo dell’atteggiamento critico-costruttivo di fronte ai modelli di com­portamento e ai valori propinati dalla società. L’adolescente si gioca il suo futuro modo di porsi: o un adat­tamento costruttivo o la ribellione, oppure un’acquiescenza supina. Il comportamento è ciò che maggiormente inte­ressa ai ge­nitori. Ci ritornerò successivamente, parlando del rapporto tra il padre e l’adolescente.

La maturazione della dimensione affettivo-emozionale ca­ratte­rizza profondamente la fase adolescenziale. Le emozioni dell’adolescente si ampli­ficano in quantità e qualità, e diventano più ricche e piene, cre­ando nel con­tempo si­tuazioni conflittuali sia dentro di sé che fuori, e nei rapporti con gli altri.

Le emozioni nascono di fronte ad una più ampia varietà di sti­moli ed esercitano una considerevole influenza sul pensiero, di cui occorre tener conto sia per i risultati dell’apprendimento sia per valutare le modificazioni dell’umore, a cui l’adolescente è facil­mente soggetto. Accenno solo di sfuggita all’importanza dello sviluppo corporeo, alla difficile ristruttura­zione di una nuova im­magine del sé corporeo, alle implicazioni della maturità psicoses­suale.

Senza approfondire l’argomento, è opportuno però sottoli­neare come sia un periodo che oscilla tra il sentimento di ade­guatezza e quello di inadeguatezza, in questo entrare e uscire dentro e fuori di sé, tra l’intrapsichico e l’estrapsichico, e la frequentazione dei vari sistemi di appartenenza: famiglia, pari, adulti.

 

Gli ambiti e i sistemi, in cui l’adolescente si viene a tro­vare, hanno una loro specifica funzione sull’elaborazione e sulla struttu­razione della personalità:

– dal sistema famiglia egli attinge protezione, come l’ambiente de­gli affetti arcaici (positivi o negativi), che egli conosce e sta rielaborando;

– dal sistema degli adulti (educatori scolastici e altri) ricava spinte a cimentarsi nella lotta e ad impegnarsi per la realiz­za­zione del successo (può rimanere deluso dal modo con cui il mondo degli adulti lo tratta e lo valorizza);

– il sistema dei coetanei lo sostiene nella trasgressione e nell’opposizione al mondo degli adulti.

Le spinte, che l’adolescente trova nei tre sistemi, dovreb­bero con­sentirgli, in questa sua mobilità sistemica, di speri­mentare il cambiamento e di apprendere a tollerare le ansie della crescita.

Sui problemi relazionali tra genitori e figli, in un mio libro sulla coppia e sulla famiglia, scrivevo così: “L’adolescenza dei fi­gli (…) è un periodo caratterizzato da forti trasformazioni, dal ri­dimensionamento di quell’equilibrio “preca­rio” in prece­denza rag­giunto. Occorre disporsi ad affrontare nuove situa­zioni e ricercare nuovi equilibri. Con l’adolescenza il figlio re­clama un proprio spazio, una sua collocazione nella dinamica fa­miliare, un modo nuovo di essere trattato e comportarsi. L’adolescente è una forza dirom­pente che va ad intaccare gli equilibri raggiunti, che obbliga a rive­dere le relazioni, e alcune volte con il suo comportamento e con le sue provocazioni va a smuovere sicurezze acquisite e a stanare problemi di coppia ir­ri­solti” (G. Gobbi, Coppia e famiglia. Crescere insieme, Verona1999).

 

L’adulto, nella relazione con gli adolescenti di differente età e sesso, può incorrere in vari errori, tra cui:

  1. a) da una parte scambiarli per dei ragazzi incapaci di riflettere e di giudicare da soli, mentre al contrario, in questa età essi maturano lo sviluppo del pensiero sintetico e tendono a co­struirsi una loro valutazione della realtà e delle relazioni con gli adulti;
  2. b) e dall’altra, credere che sia sufficiente costringerli a ragio­nare e che ciò basterà per formali al controllo di se stessi.

Specialmente nella prima adolescenza (11/14 anni) le lun­ghe discussioni persuasive sono premature. A questa età i ra­gazzi hanno ancora bisogno che vengano loro presentate, ma anche esigite, alcune regole di comportamento, perché per loro i valori sono rap­presentati da modelli viventi, che li attrag­gono, non sono interio­rizzati e sono soggetti alle emozioni e ai vissuti nelle varie situa­zioni. Una certa fermezza, serena ed esigente, coerente e non ne­vro­tica, è più efficace delle lunghe spiegazioni, purché essi si sentano compresi, accettati e amati dai loro genitori e dai loro educatori, anche quando si trovano di fronte ai dinieghi. Ciò non esime gli adulti dal dare spiegazioni su problemi che essi possono porsi nelle varie circostanze della vita familiare, di scuola, in gruppo; in occa­sioni di film, di letture, di discus­sioni su compor­tamenti, ecc.

 

Lasciar fare tutto, leggere tutto, vedere tutto, decidere i propri orari, permettere di ri­spondere in malo modo e aver paura degli eventuali comporta­menti aggressivi o che se ne va­dano di casa, sono una chiara mani­festazione dell’abdicazione dei genitori alla loro funzione e al loro ruolo. E’ un non voler loro bene, un disinte­ressarsi della loro vita, soprattutto nel pe­riodo in cui, con gli im­pulsi in continuo tumulto, l’adolescente avverte il bisogno di con­trollarli e di essere aiutato a porli nel giusto processo di matura­zione personale e sociale.

Ritengo basilare avere da parte degli adulti dei criteri di rela­zione e di comporta­mento nei confronti del figlio adolescente e del suo modo di porsi di fronte alla realtà in trasforma­zione. In questa fase, infatti, si riassumono e vengono sintetica­mente vissuti e ri­vissuti, in un breve arco di tempo, processi razio­nali ed emo­tivi, che si rifanno ai primi periodi dell’infanzia, come la relazione con le figure parentali, la sicurezza/insicurezza di base, l’immagine di sé e della pro­pria corporeità, l’apertura/chiusura di fronte al mondo esterno, la proiezione verso valori. Tutto ciò in funzione dell’acquisizione di una sua definitiva identità psicoses­suale e di una sua collocazione nella vita.

Anna Freud ha così sintetizzato la situazione adolescen­ziale: “E’ normale per un adolescente e per un tempo abba­stanza lungo un comportamento incoerente e imprevedibile (…) di amare i suoi genitori e di odiarli, di rivoltarsi contro di essi, di essere vergo­gnoso con la propria madre davanti agli altri e inaspettatamente di desiderare di parlarle di tutto cuore” (Adolescenza, in Opere, vol. 2, Torino1958).

Tale comportamento può averlo anche nei confronti del padre solo che non dirà mai “di desiderare di parlargli di tutto cuore”.

adolescenti, adolescenza

Il padre continua ad essere la figura altra, che è presente non solo per il mantenimento economico, ma come genitore affettivo, con il quale il figlio adolescente si confronta, si mo­della, si scontra e si incontra, si allontana e si avvicina, a se­conda dei suoi momenti e delle reazioni del padre.

Allo stesso tempo, da parte del padre vi è una forte esigenza di es­sere e di sentirsi ri-conosciuto dal figlio, per quello che fa, ma in modo particolare per quello che è. Riconoscimento, che avviene at­traverso il comportamento del figlio, il suo ascoltare, confrontarsi e l’accettare consigli e anche imposizioni.

Per il ragazzo maschio, volenti o nolenti, il padre è un mo­dello di comportamento. Elabora una sua concezione sul padre e sul suo comportamento, che spesso tiene dentro di sé, ma che a volte manifesta alla madre, di norma in forma molto critica. La madre diviene depositaria dei conflitti tra padre e figlio. Ha spesso un compito non semplice per mantenere nel figlio un atteggiamento positivo nei confronti del padre e dia­logare con questi, perché sia accettante e parli con il figlio.

Logicamente il padre deve trovare la disponibilità interiore e il tempo per stare con il figlio, coinvolgerlo in sue attività, dargli de­gli incarichi, valorizzare le sue capacità, dimostrare di avere stima, interessarsi dei suoi desideri e, anche se il ragazzo è cresciuto, esprimere atteggiamenti di affetto e di tenerezza.

 

Anche i padri provano affetto e tenerezza, ne sentono den­tro l’impulso, ma spesso si trattengono perché ormai il figlio è grande. Ritengo che non si è mai grandi abbastanza sia per ri­cevere che per esprimere affetto e tenerezza. Non è sufficiente che il figlio sappia che gli si vuole bene, occorre anche dir­glielo ed esprimer­glielo con i gesti e con le parole. Anche se l’uomo non è stato abi­tuato da piccolo a ricevere espressioni affettive da suo padre, può cambiare, modificarsi, e provare fi­nalmente il piacere di far pia­cere alle persone con cui è in rela­zione, figlio compreso.

Il padre affettivo continua ad essere tale per tutta la vita, anche quando i figli vanno a trovarlo con i loro figli, che ve­dono en­trambi i padri – nonno e papà – esprimersi l’affetto con i gesti dell’amore paterno e filiale.

Il padre dovrebbe essere orgoglioso della crescita e della matu­razione della figlia, che diviene donna. Anche per lei egli è un mo­dello di comportamento, da cui ha bisogno di sentirsi accettata e considerata.  La figlia non è della madre, come il figlio non è del padre, o viceversa, come spesso mi sono sen­tito dire. La ragazza vive una sua identificazione con la madre, per distaccarsene ed ac­quisire una sua identità femminile, che è simile a quella della ma­dre, ma che allo stesso tempo è diversa.

Il padre ha una funzione determinante in questo processo di maturazione identificatoria, attraverso l’equilibrio con cui si pone in relazione, la delicatezza della sua presenza, l’atteggiamento di ascolto, di com­prensione e di fermezza ri­spetto a determinati com­portamenti della figlia. E’ opportuno che il padre parli di sé, delle sue cotte e del suo innamoramento nei confronti della moglie. Riconferma, così, la figlia nella sua femminilità e nell’espressione delle sue emozioni. Il padre, che spesso si esprime con la frase “ai miei tempi”, dimostra che è rimasto attaccato morbosamente al passato e che ha difficoltà di accettare i cambia­menti, anche quelli posi­tivi: è come se non permettesse ai figli di crescere.

Avere la chiarezza delle proprie idee e delle proprie posi­zioni e dissentire da quelle dei figli, non è in contrasto con l’espressione af­fettiva nei loro confronti. Il padre, di fronte a comporta­menti e atteggia­menti del figlio, che ritiene disfunzionali, deve essere esplicito nel mani­festare il suo pensiero, che può diver­gere da quello del figlio, avendo presente che com­prendere non significa approvare. Si pos­sono capire le varie moti­va­zioni, ma ciò non significa che si debba accettare e acconsen­tire. La chiarezza della relazione comporta che si dica: “Per capire capi­sco, ma non puoi pretendere che io accon­senta”.

Il non detto, il tacere, il mugugnare sono la base dei frain­ten­dimenti e invischiano le persone in relazioni confuse, che sfo­ciano in malintesi e in conflitti. Occorre chiarezza nel posi­tivo e nel ne­gativo.

In certe famiglie, da sempre, si tace, ciascuno dà per scontato che gli altri membri debbano capire, compren­dere, ma ognuno ha paura dell’altro, delle sue reazioni. Du­rante l’adolescenza dei figli il padre, di fronte al comporta­mento carat­teristico dell’età, si chiude in un silenzio fatto di divieti, mai di­retti e sempre trasmessi tramite la moglie.

A volte i padri non sanno esprimersi, si arroccano in se stessi e non permettono ai figli di capire il loro affetto. Le in­comprensioni si moltiplicano attivando nei figli comportamenti contrastanti.

 

 

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L’AUTOEROTISMO – Brevi considerazioni psicologiche

Cellulare

 

 

di Gilberto Gobbi

 

L’autoerotismo, o masturbazione, sembra trovarsi al centro della storia della maturazione psicosessuale della stragrande maggioranza degli individui, specialmente maschi.

È un processo che inizia fin dalla primissima infanzia, quando il bambino comincia a esplorare le varie parti del proprio corpo. Anche se l’autoerotismo è un comportamento esteriore, tuttavia in quanto tale, rinvia ad un profondo significato, proprio dello psichismo, cioè alle pieghe più delicate e recondite dell’intrinseca connessione tra la dimensione fisico-corporea e quella psicologica.

Il comportamento autoerotico ha un suo significato e come tale va analizzato, per cui, partendo da tale significato, si possono comprendere le sue evoluzioni normali, quelle a-normali e anche le involuzioni patologiche.
Sotto l’aspetto psicologico, oggi, l’autoerotismo viene considerato un fenomeno frequente e quasi costante nel processo evolutivo psicosessuale dell’individuo. Gli studi in tale settore presentano, appunto, la masturbazione come un fenomeno talmente rilevante, per la sua presenza e costanza, da far affermare la sua “normalità”. Cioè, il fenomeno è presente per il 90% nei giovani e tra il 60-70% nelle giovani e nelle donne.

Come in altre ricerche, che riguardano l’ambito dei comportamenti sessuali, anche per l’autoerotismo in psicologia viene assunto il parametro statistico come “criterio di normalità”.

Ritengo che non sia sufficiente indicare l’autoerotismo come una fase dello sviluppo psicosessuale né constatarne la frequenza statistica, per dedurne una valutazione di “normalità”. La sua valutazione va impostata secondo criteri diversi, che situino il fenomeno all’interno del senso e del significato della sessualità umana e che, sotto l’aspetto dinamico, tengano conto del percorso maturativo delle singole persone, del loro stadio complessivo di sviluppo, di cui l’ambito psicosessuale è parte integrante.

Il soggetto che pratica la masturbazione si trova in un determinato stadio del suo sviluppo globale e psicosessuale; è collocato in uno specifico ambito psicosociale; vive determinate situazioni ed ha una concezione circa il senso e il significato della sessualità e dell’autoerotismo. Occorre, pertanto, avere una valutazione complessiva e complessa del soggetto e della sua collocazione nel contesto situazionale, in cui il fenomeno viene praticato.
Per una maggiore chiarezza e per una comprensione più reale, ritengo che vadano fatte delle distinzioni circa tre modalità dell’autoerotismo.

Vi è l’atto autoerotico come un singolo atto che porta al soddisfacimento sessuale. Avviene come modalità o di ricerca di conoscenza del fenomeno masturbatorio oppure come sgravamento di tensione, e, di norma, rimane fine a sé stesso. Il soggetto ha sperimentato, ha scaricato la tensione, e ciò gli basta. Per personali e varie motivazioni, non sente l’esigenza di ripetere o ha la capacità di autocontrollo.

Il comportamento autoerotico, invece, indica che il soggetto tende a ripetere, anche se non in modo continuativo, gli atti masturbatori. Vi è una certa compulsività, che può essere accompagnata da attività sessuali diverse (sia etero sia omosessuali). Il comportamento indica che di fronte a situazioni ansiose, conflittuali, a forti impulsi genitali, al desiderio di soddisfazione, vi è la tendenza a scaricare compulsivamente, in modo sostitutivo in carenza del rapporto etero o omosessuale. L’autogratificazione porta il soggetto a chiudersi in sé stesso e nelle proprie fantasie.
Vi è, infine, la struttura di personalità autoerotica. Con tale denominazione si intende quella personalità che è rimasta allo stadio narcisistico della maturazione, all’autocontemplazione, chiuso in sé stesso, in una dimensione autoerotica ed autoaffettiva. Per tale personalità non si può parlare di oblatività, di donazione, di apertura all’altro, per cui, anche quando esplica una relazione etero o omosessuale, il centro rimane sempre lei. L’altro è strumentalizzato, come un “oggetto” funzionale alla ricerca della propria gratificazione genitale autoerotica.

Tale distinzione, che deriva dalle analisi delle situazioni, permette di capire meglio il fenomeno dell’autoerotismo, inquadrandolo all’interno della personalità e del suo processo di maturazione, dandone una valutazione psicologica conseguente.

L’atto masturbatorio, di per sé, non va ad intaccare il processo di maturazione psicosessuale verso l’apertura all’altro, alla comunicazione e alla capacità di donazione. Andranno analizzati, invece, i vissuti e le circostanze che generano tali atti sporadici, affinché l’individuo ne conosca l’origine e volontariamente metta in atto quella serie di accorgimenti che ne facilitino il superamento, per evitare che diventino un comportamento masturbatorio.
Vi sono, invece, persone che, pur avendo una impostazione di apertura all’altro, vivono comportamenti “quasi obbligati” di tipo masturbatorio. La tensione pulsionale le spinge ad una co-azione a ripetere, che diviene dipendenza.

Queste brevi considerazioni permettono di rendersi conto di come il fenomeno dell’autoerotismo sia complesso e che in determinate persone l’ambito della libertà di scelta del proprio comportamento sia notevolmente ridotto, sia dalla coazione a ripetere sia da una struttura di personalità autoerotica.La pubertà è il periodo in cui si verificano più frequentemente atti masturbatori, che, con il tempo, possono trasformarsi in comportamenti o anche fissare una personalità autoerotica.
L’attività autoerotica si verifica entro un quadro caratterizzato da importanti modificazioni biologiche, che incidono profondamente sulla globalità della persona e sulla strutturazione psicosessuale. La disarmonia della prima fase puberale è dominata dall’eccitazione pulsionale, da abulie, apatie, eccitazioni varie, diminuzione della soglia di sorveglianza, da euforia con particolare labilità neurovegetativa.Il fenomeno dell’autoerotismo va inserito, quindi, nell’ambito dell’insicurezza biologica e istintuale, che comporta il naturale assestamento dell’orientamento psicosessuale.

È importante considerare che il ragazzo è impegnato su due fronti: quello individuale, intrapsichico, sulla linea della convergenza o meno dell’identità di genere (l’avere un corpo maschile o femminile) con quella psicosessuale (il sentirsi uomo o il sentirsi donna), come abbiamo visto; e quello fisico-corporeo, che lo spinge alla ricognizione della propria virilità, come ricerca della propria individuazione e virilità somatica, che si coniuga con la tendenza alla manipolazione del corpo. Le ricerche di neurofisiologia confermano la disposizione istintiva che l’adolescente ha di manipolare ciò che gli capita tra le mani. La prima cosa che egli ha tra le mani è il proprio corpo, con tutte le sue parti.

Queste brevi considerazioni ci permettono anche di comprendere l’importanza dello sviluppo della sessualità durante l’adolescenza, come premessa determinante per il futuro della vita personale e relazionale, qualunque scelta di vita venga fatta, matrimoniale o consacrata.

Anche se non è compito della psicologia emettere una valutazione etica sull’autoerotismo, tuttavia è sua competenza verificare la congruenza o l’incongruenza con il percorso di maturazione della persona.

 

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Intendo la famiglia naturale…..non quella tradizionale.

 

Famiglia naturale

 

 

di Gilberto Gobbi

 

Un estratto dall’Introduzione di un mio libro di prossima pubblicazione intitolato: CREDERE NELLA FAMIGLIAUn percorso nella relazione coniugale e nella formazione della famiglia

 

 

“… Tutte le cose sono già state dette; poiché, però, nessuno ascolta, occorre sempre ricominciare…” (Gide)

 

 

Questo è un libro sulla famiglia.

Preciso che non parlo della famiglia “tradizionale”, come alcuni si affannano a ripetere, ma della famiglia “naturale”.

Parlo, cioè, della famiglia costituita da un uomo e da una donna con dei figli; uomo e donna, che si sono sposati perché si sono scelti, si vogliono bene, condividono la vita affettiva, relazionale, sessuale, economica e valoriale e la prole della loro unione. Uomo e donna, che vivono dinamiche psicologiche differenti, a volte contrastanti, ma non di per sé conflittuali. Si integrano e si completano, sono complementari nella diversità, creano complicità e anche difficoltà relazionali e le superano.

Quando parliamo della coppia, mi riferisco sempre esplicitamente a quella formata da un uomo e da una donna, con identità psicosessuali tra loro differenziate da caratteristiche fisiche e psicoaffettive, maschili e femminili, non in contrapposizione, ma in complementarietà.

Uomo e donna, che sono pari sulla linea del valore ontologico e differenti sotto l’aspetto fisico, psicologico, affettivo e sessuale.

Parlo della famiglia del secolo XXI, che affronta i problemi sociali, psicologici ed economici, propri di questo tempo complesso, ma che ha radici lontane nella preistoria: da quando l’umanità è apparsa sul pianeta e uomo e donna si sono uniti e hanno costituito i primi nuclei “familiari”, hanno figliato e tramandato di generazione in generazione la costituzione di un nucleo permanente, in cui uomo e donna, con la loro complementarietà, attuano funzioni differenti e ruoli prospettici.

 

La famiglia è l’ambito sociale, in cui natura e cultura si sono maggiormente integrati e contrapposti, a seconda dei secoli e dei periodi storici, in particolare sulla concezione culturale dello stesso nucleo familiare.

Tuttavia, benché i processi culturali abbiano avuto varie mutazioni nei tempi, nell’interpretare e realizzare il nucleo familiare, ciò che ha sempre continuato ad essere nel tempo sé stessa è stata ed è la natura psicobiologica, che da sempre per la procreazione della specie e la complementarietà umana vuole l’unione di un maschio e di una femmina. Dalle caverne e dalle palafitte, sempre un maschio e una femmina hanno costituito quel nucleo umano, chiamato “famiglia”, con quelle caratteristiche in precedenza accennate: la famiglia naturale.

La continuità dell’umanità sta nella stabilità della natura umana, che è costante nella sua identità e garantisce, attraverso questa complessa e misteriosa reciproca attrazione del maschile verso il femminile, non solo la continuità della specie, generando nuove vite, ma la dimostrazione della capacità umana di saper condividere, amare e coinvolgersi totalmente nella vita di un’altra persona.

La cultura, che varia nelle epoche storiche e spesso si assoggetta alle ideologie, alla brama di potere e agli umori di alcuni ceti sociali, in questi casi, non si presenta garante dell’integrità della persona umana e dell’umanità in generale.

Tuttavia, mi preme sottolineare come l’umanità abbia due profonde tendenze conflittuali, insite nell’uomo in quanto uomo: da una parte la capacità di identificarsi e di realizzare le potenzialità individuali e sociali, dall’altra la possibilità di autodistruggersi, attraverso la diffusione e l’attuazione di ideologie, che sono di per sé annientatrici. 

In questa epoca, la cultura è dominata da una ideologia particolarmente perniciosa nei confronti dell’istituzione familiare. L’oggetto da destrutturare, da demolire, da annientare è la famiglia naturale, costituita da un uomo e da una donna, in nome e per conto di chi accampa diritti, che l’onestà scientifica e il dato di realtà assolutamente non vedono.

Non ritengo di fare torto a nessuno e neppure di ghettizzare chi sa chi, se, parlando di famiglia, mi riferisco alla famiglia naturale, come più volte espresso, costituita da un uomo e da una donna, perché questo è il dato di realtà.

Il buon senso ci dice che altre formazioni sono gruppi, costituiti da persone che fanno le loro scelte, ma che, non possono arrogarsi la denominazione di famiglia. Proprio per questo uso improprio, si è dovuto utilizzare un aggettivo qualificativo “naturale”, per indicare la famiglia, come natura chiede che sia e che la cultura per secoli ha preservato, coltivato e diffuso.

Pertanto, in questo libro, faccio costantemente riferimento alla famiglia naturale, costituita da un uomo e da una donna, così pure quando parlo di coppia: è la coppia naturale, formata da un uomo e da una donna.




Essere cattolici, oggi– “La fede in Dio è gioia”

Manifestanti al Circo Massimo in occasione del Family Day, Roma, 30 gennaio 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Manifestanti al Circo Massimo in occasione del Family Day, Roma, 30 gennaio 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

 

di Gilberto Gobbi

 

“La fede in Dio è gioia”

“Voi siete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia… Voi ora siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,20-23).

Premessa – L’argomento, così come è stato proposto, esula di norma dalle mie trattazioni. Per anni, su questi argomenti ho preferito riflettere e agire più che parlare.

Di fronte, però, alla bellezza e alla gioia del cristianesimo, alla gioia di essere cristiano-cattolico, ritengo non solo possibile, ma necessario esprimere ciò che penso.

Con ciò mi comprometto, come ho fatto nei vari periodi della mia lunga vita professionale sia nell’insegnamento sia come psicologo/psicoterapeuta.

Vi dirò probabilmente tante cose “ovvie”, scontate, in particolare per chi da anni cerca di vivere la propria fede cattolica con impegno, in tutti gli ambiti della sua vita quotidiana.

Ebbene, da anni sono convinto che occorre ritornare a proporre l’ovvio, l’evidente, a parlare del dato di realtà, a riportare le persone a ragionare con la propria testa, a ricordarci che l’uomo è un essere razionale, non tecnologico, ma razionale e affettivo, e come tale è intenzionale, cioè opera secondo obiettivi, mete da raggiungere, ed è un essere simbolico e come tale capace di scoprire significati e dare significato e senso alla vita propria, cioè dare risposte congrue agli interrogativi della vita. Noi siamo abituati a interrogare la vita, e facciamo fatica a renderci conto che invece è la vita a interrogarci: a noi spetta dare risposte.

Questa breve relazione sarà in parte anche un abbozzo interpretativo della realtà storica, fuori e dentro la Chiesa, e in parte una breve testimonianza di una vita spesa tra famiglia, professione e volontariato.

La gioia della fede – L’argomento è la gioia, non una gioia qualunque, ma quella gioia dovuta e conseguente alla fede in Dio.

Vediamo come nel linguaggio comune, la gioia è associata ad un’emozione, ad uno stato d’animo passeggero. Tuttavia, se approfondiamo e andiamo alla sua lontana etimologia sanscrita constatiamo che il suo significato originario ha un contenuto profondo e misterioso, che rinvia al termine di yuj, tradotto come “unione dell’anima individuale con lo spirito universale”. Ha in sé il senso della sacralità della gioia, che si è perso nel tempo, il legame del terreno con il celeste, dell’uomo con il divino e degli uomini tra loro.

Così, ripristinato il suo senso originario, percepiamo come la gioia investa indirettamente tutti gli aspetti della vita e ci riporti al concetto di “gioia di vivere” come sentimento edificante, avvertito da tutta la coscienza, in quanto coinvolge le dimensioni dell’essere. Da una semplice emozione, essa si trasforma quindi in sentimento, in stato; diventa una manifestazione dell’unione dell’anima individuale con una dimensione superiore. In questo modo la gioia invade tutto l’essere e connette “l’alto” e “il basso”, lo spazio interno e quello esterno, il soggetto e l’oggetto, l’individuo e gli altri.

Per inciso, ritengo necessaria una distinzione semantica tra gioia e felicità (concetti spesso confusi nella loro sinonimia).

La parola felicità, come viene intesa oggi, è per lo più associata al concetto di benessere e, più spesso ancora, ad uno stato di benessere materiale. L’emozione della gioia, invece, è connessa a qualcosa di profondo e trasforma immediatamente il modo di comportarsi di una persona, che è visibile nel cambiamento dell’espressione facciale, che è tra le manifestazioni più facili da decodificare e da riprodurre, come segno della gioia. La gioia inoltre si manifesta attraverso il sorriso e il riso.

Qui, però, stiamo parlando della gioia dovuta alla fede in Dio. Va sempre ricordato che la fede è discendente (va da Dio all’uomo) e come tale è un dono, mentre la religione è ascendente (dall’uomo a Dio), in quanto vi è una predisposizione alla trascendenza, all’apertura a Dio, cioè alla religiosità.

Noi sappiamo che per il cattolico la fede in Dio è una relazione personale con una Persona, il Cristo: è l’incontro con Lui, che è Alfa e Omega della vita gioiosa del cristiano.

Gesù e la gioia – Una breve panoramica e vediamo come Gesù insista molto sulla gioia: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11).

Egli prega per i suoi discepoli “perché abbiano in sé stessi la pienezza della sua gioia” (Gv 17,13).

Si premura di assicurarli che la loro tristezza per la sua passione e morte si cambierà in gioia quando lo vedranno resuscitato e glorioso: “Voi siete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia… Voi ora siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,20-23).

Esorta i suoi a pregare il Padre per provare la gioia di essere esauditi: “Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena” (Gv 16,24).

Gesù si esprime con tenerezza e con forza perché chi lo segue comprenda la proposta di vita cristiana, che passa attraverso la croce e ha come sfondo e traguardo la gioia.

È terribilmente falsa la presentazione del cristianesimo come “nemico della gioia” (A. France) o “maledizione della vita” (Nietzsche).

 

  1. Paolo e la gioia – S. Paolo esorta i cristiani a conservare sempre e ovunque la gioia: “Fratelli miei, state lieti nel Signore” (Fil 3,1); pertanto: “Rallegratevi nel Signore; ve lo ripeto ancora, rallegratevi: la vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini” (Fil 4,4-5).

Paolo ci ripete che “Il regno di Dio… è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Rm 14,17).

Quindi l’Apostolo giustifica questa sua insistenza sulla gioia del cristiano appellandosi proprio alla volontà di Dio: “State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie: questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Ts 5,18).

Così il cristiano deve essere gioioso perché lo Spirito di Dio produce in lui la gioia: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia…” (Gv 5,22).

La gioia di credere – Tutto il nostro essere è fatto per la gioia. La gioia è richiesta dalla stessa natura dell’uomo, è un suo bisogno, è un suo diritto. S. Agostino afferma che “Non si può trovare uno che non voglia essere felice”.

Quel che è vero per ogni uomo lo è a maggior ragione per il cristiano. Egli deve avere la sua tipica gioia dovuta alla fede.

Papa Benedetto XVI ci dice: “La gioia è una forma d’amore”, per cui dove si vuol che cresca la gioia, bisogna seminare amore.

Papa Francesco identifica la gioia del cristiano così: “È nel dono di sé, nell’uscire da sé stessi, che si ha la vera gioia” (…) “Non lasciatevi rubare la speranza. Quella che ci dà Gesù” (Domenica delle Palme 2013).

Paolo VI conferma che “la gioia cristiana suppone un uomo capace di gioie naturali”.

Gilbert Keith Chesterton dice: “La grande gioia non raccoglie boccioli di rosa finché può; i suoi occhi sono fissi sulla rosa immortale descritta da Dante. La grande gioia ha in sé il senso dell’immortalità; lo splendore stesso della giovinezza sta nella sensazione di avere lo spazio necessario per distendere le gambe”.

Il cristiano vive la gioia della Buona Novella, della Salvezza, del rapporto personale con Gesù, il Cristo, Salvatore e Risorto.

Così in Cristo la gioia è il frutto visibile di una fede viva e nella storia dell’uomo diviene il dono che il cristianesimo ha fatto al mondo.

Illuminata dalla parola di Dio e dalla sua grazia, la vita dei cattolici diventa una festa: essi sono davvero la Pasqua del mondo.

Connotazioni del periodo storico – Il cristiano-cattolico vive in questa società, questo è il periodo della vita che gli è stata data e concessa. In questa epoca gioca la sua presenza e testimonianza.

Una prima domanda: che cosa esige la fede cattolica?

  1. Giussani, che aveva capito i segni del tempo, così si esprimeva:

“Il cristianesimo ha un grave difetto (ironia!): esige degli uomini vivi, degli uomini che usano la coscienza, la loro sensibilità e volontà, e che perciò non siano già alienati, incapsulati, incatenati da quella propaganda che è la più grande arma di ogni potere, ora resa irrimediabilmente efficace dalla scaltrezza e sofisticazione quasi infinita degli strumenti di influsso sul pensiero, dei mass media e del resto.[…] Dicevo in classe: ragazzi, Spartaco era uno schiavo e aveva i piedi legati da catene. Però aveva testa e cuore liberi. Adesso noi abbiamo le gambe libere ma la testa e il cuore schiavizzati dalla propaganda che il potere, di qualunque specie esso sia, opera” .

Il quadro della realtà d’oggi è fosco. Questo è il periodo postmoderno, come viene detto, ed è dominato da una antropologia post-ontologica, che si è dimenticato l’essenza della persona, la sua sostanziale realtà.

In sintesi, il periodo è caratterizzato da:

– dittatura del relativismo in ogni ambito, etico, morale, comportamentale, nei confronti della natura in particolare nel campo biologico;

– dominio del desiderio e del piacere individuale come autodeterminazione;

– soggettivismo che diviene negazione della soggettività e della differenziazione;

– possibilismo;

– massificazione e omologazione al pensiero unico;

– estrema scissione tra mente e corpo;

– tendenza ossessiva del prendersi cura del proprio sé, della propria mente e del proprio corpo;

– da una parte negazione della religiosità e dall’altra l’attuazione del sincretismo religioso, fondato su una religione fluida, a propria immagine, adattabile alle proprie esigenze, che comporti la soluzione dei conflitti religiosi.

In pratica: non vi è certezza né dell’oggi né del domani, perché tutto è modificabile e relativo. Un oggi e un domani fluidi. E come tale vanno vissuti dall’uomo postmoderno che si deve adattare a questo nuovo clima.

I fondamenti di questo nuovo umanesimo – transumanesimo – radicano e prosperano in un cambiamento radicale della percezione, che l’uomo ha di sé stesso e del suo relazionarsi con la natura e con il cosmo e della concezione della propria dignità. Sembra esserci la perdita della consapevolezza della propria dignità e dei propri limiti.

Vi è il progetto di una dominazione tecnica della natura. L’uomo moderno è morso dal dubbio su sé stesso, non è più sicuro che Dio gli abbia conferito una dignità superiore a quella degli altri oggetti della natura e quindi rimedia a ciò cercando di dominarla. È la testimonianza di una disperazione rispetto alla realtà dell’uomo, la perdita della fiducia e la ricerca spasmodica di una nuova realtà umana.

La tendenza è verso il miglioramento dell’uomo, della sua realtà psicologica, in modo che non abbia più bisogno della morale. Un uomo virtuoso, senza interrogativi sulla vita, che non abbia più bisogno di Dio. Un uomo senza peccato e senza colpa non ha più bisogno di Dio. Raggiunge l’autosufficienza. L’uomo, nel voler decidere da solo ciò che è bene e ciò che è male, lascia la sapiente guida del Dio che lo ama e, senza rendersene conto, accoglie come consigliere l’astuta serpe!

Scienza e tecnologia – Nel secolo XX era già stata teorizzata con una certa frequenza la previsione della progressiva perdita del fenomeno religioso fino ad ipotizzarne la scomparsa, o quasi. E si era fatta prepotente la possibilità/necessità del sincretismo religioso.

Va riconosciuto che, per un tempo piuttosto lungo, l’ipotesi della perdita religiosa è stata oggetto di dibattito e di prese di posizione, spesso schematiche e troppo semplicistiche, che non hanno permesso di comprendere nella sua reale ampiezza il cambiamento di larghi strati della popolazione nei confronti del cristianesimo.

In alcuni ambienti, però, l’ipotesi della scomparsa della religione è stata letta come l’esito finalmente prossimo di una maturazione della persona e un adattamento più o meno generalizzato alle esigenze di una cultura caratterizzata dal progresso scientifico. Il mancato approfondimento delle motivazioni delle trasformazioni in atto nei confronti della religione ha ulteriormente accentuato l’atteggiamento scientifico-fideista e la tendenza di aderire acriticamente al mito del progresso scientifico e alla contrapposizione irriducibile tra fede religiosa e conoscenza/razionalità. Pertanto, nell’ambito scientifico e razionale, cioè a livello antropologico-culturale e sociologico, il persistere della “domanda religiosa” viene quasi sempre interpretata e quindi valutata come manifestazione di una tendenza regressiva di ampie fasce dell’umanità, cioè il cosiddetto “reflusso religioso a fasi ancestrali.

Contemporaneamente tra gli studiosi delle varie discipline sociali si è diffusa la convinzione che la nostra epoca sia caratterizzata dalla scienza e dalla tecnologia. Di conseguenza, con un diverso grado di consapevolezza, si è anche costituita la mentalità della relativizzazione del concetto di natura e allo stesso tempo la coincidenza del concetto di cultura con quello di tecnologia.

Questi due aspetti hanno un’influenza imprevedibile sull’immaginario umano in vari campi, in particolare su quello etico-valoriale e sulla stessa comprensione dei fenomeni storici passati, in cui il riferimento religioso era profondamente connesso ad una gamma vasta di fenomeni naturali. Il mancato riferimento religioso potrà accentuare lo stato di incertezza sulle proprie radici e sulla propria collocazione nel mondo.

Ne consegue il crollo di una buona parte dell’universo simbolico del passato, in cui il linguaggio privilegiato era caratterizzato dall’esperienza religiosa. Su tale esperienza la persona, fino a pochi decenni fa, cresceva e poneva le basi della propria vita individuale e sociale, perché il concetto di natura aveva un grande potere aggregante e il tempo era commisurato su dimensioni comprensibili da un procedere prevedibile. Ora la persona si vive, suo malgrado, come spettatore, senza un suo specifico potere di intervento, in un orizzonte in cui tutto tende alla dissolvenza. Senza il riferimento religioso, un intero patrimonio artistico, letterario, musicale, architettonico, che ha formato il mondo interno di generazioni, d’improvviso diviene significativo per pochi e comunque in senso totalmente diverso. Per molti è un patrimonio insignificante, da guardare, ma incomprensibile, se non come retaggio d’un passato arcaico. In tale situazione la logica tecnologica ha un peso determinante sui cambiamenti epocali che stiamo vivendo, in particolare sta riducendo sempre di più il valore e il significato della soggettività e, per quanto sembri paradossale, tende a considerare la soggettività più un fattore di disturbo che un valore.

Legittimare l’umano – Rémi Brague, filosofo francese, afferma che “ogni volta che la società ha fatto fuori il divino, l’abbiamo visto tornare sotto la forma di dei poco simpatici; richiedono tutti un sacrificio umano”.

Occorre, pertanto, legittimare l’umano, apportare valide ragioni alla sua sussistenza, per poter continuare ad esistere.

Occorre tornare a parlare di virtù, di comandamenti o più semplicemente di bene. Non siamo noi a far sì che una cosa sia buona. È per questo che oggi occorre riparlare di principi non negoziabili e proporli con forza e convinzione.

Su questo Papa Benedetto è intervenuto con molta chiarezza e fermezza il 30 marzo del 2006: “Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, l’interesse principale dei suoi interventi nell’arena pubblica è la tutela e la promozione della dignità della persona e quindi essa richiama consapevolmente una particolare attenzione su principi che non sono negoziabili. Fra questi ultimi, oggi emergono particolarmente i seguenti:

– tutela della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale;

– riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, quale unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio, e sua difesa dai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione;

– tutela del diritto dei genitori di educare i figli.

Benedetto XVI prosegue con fermezza:

“Questi principi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa”.

In contrapposizione, l’attuale società, invece, propone:

– eutanasia,

– eugenetica,

– fecondazione eterologa,

– aborto libero,

– gender nelle scuole.

– liberalizzazione delle droghe,

– adozione Gay,

– eliminazione dell’obiezione di coscienza,

– matrimonio gay,

– eliminazione incentivi alle famiglie numerose,

– divorzio lampo.

Domande – Nella mia coscienza di cristiano/cattolico, ed insieme nella mia identità di membro laico della Chiesa cattolica e dello Stato italiano, vi sono delle domande, che urgono dolorosamente una risposta:

– È possibile essere cattolici e vivere appieno il tempo attuale in tutto ciò che offre, o per essere cattolici oggi si deve per forza vivere il presente in modo schizofrenico, rifiutando sin dalle fondamenta la modernità e ciò che ne è conseguito, sognando magari i bei tempi andati?

– Si può essere laici – non laicisti -, cioè senza una radicale antipatia per tutto ciò che sta nelle sfere del sacro e senza dover necessariamente far conseguire a questo aggettivo un’abiura totale della fede cristiano/cattolica?

Identità, stato, fede, libertà, vita, etica, politica, ecc., sono dei termini, ognuno dei quali assume un colore diverso a seconda della lente attraverso cui viene filtrato. Se la lente è tenuta nelle mani di un cattolico trasmette un colore, se tenuta nelle mani di un laico/laicista riflette tutt’altro. La realtà filtrata da queste due identità contrapposte – laici/cattolici o laici/laicisti – non riesce a trovare una sintesi, che accomuni tutti.

Così verifichiamo che la Chiesa cattolica è una delle ultime linee di difesa contro il male, e non si può permettere a una ribellione fuorviata di distruggerla né dall’esterno né dall’interno.

La Chiesa non deve mai sottomettersi o essere assimilata al mondo. Siamo nel mondo ma non del mondo, e dobbiamo tenere gli occhi fissi sulla nostra patria celeste.

Sappiamo che le opere fanno parte della testimonianza della fede.

Tuttavia, vi possono essere dei momenti storici in cui appare come se la Chiesa stia per cedere alle lusinghe del mondo. A ciò è appropriata una metafora.

La metafora dei confini allentati, sguarniti, mal presidiati del campo religioso tradizionale, in cui emerge un’accresciuta libertà degli individui nel “far da sé” in campo etico e spirituale, permette di rendersi conto di come gli sconfinamenti siano resi più facili, la curiosità nei confronti del mistero possa orientarsi verso più direzioni, la stanchezza nei confronti della fede tradizionale possa trovare sollievo nella via a fianco della propria parrocchia dove un guru o un centro di meditazione aprono i battenti che sembrano poter scardinare il cuore più della routinizzata messa domenicale, o all’interno dei centri commerciali.

Tutte le persone intelligenti nei media, negli ambienti governativi e in quelli accademici, che ci incoraggiano ad abbracciare aborto, contraccezione, eutanasia e matrimonio omosessuale, non possono sbagliarsi. In fondo, tutti sanno che idee nuove e fresche devono chiaramente prevalere su due millenni di oscurantismo dovuto agli insegnamenti della Chiesa.

È alla luce del sole come la società civile stia proseguendo nella sua campagna di destabilizzazione e di negazione della Chiesa Cattolica. La società attuale ha fatto suo il pensiero di Feuerbach:

«L’uomo sarà felice solo quando avrà finalmente ucciso quel Cristianesimo che gli impedisce di essere uomo. Ma non sarà attraverso una persecuzione che si ucciderà il Cristianesimo, ché semmai la persecuzione lo alimenta e lo rafforza. Sarà attraverso l’irreversibile trasformazione interna del Cristianesimo in umanesimo ateo con l’aiuto degli stessi cristiani, guidati da un concetto di carità che nulla avrà a che fare con il Vangelo» .

Molti si sono lasciati ingannare dalla bugia che ci sta propinando il mondo, per la quale dovremmo ribellarci all’autorità della Chiesa e del papa decidendo da noi quali insegnamenti seguire e quali non seguire.

Se sentiamo la necessità di essere ribelli, perché non convogliare questa energia in una direzione più positiva, una direzione che guidi al Cielo? Se vogliamo essere ribelli, ribelliamoci contro il mondo e abbracciamo la via verso il Cielo che passa per la Chiesa Cattolica.

Tipologia

Il cattolico, in quanto tale, ha una sua visibilità e deve essere cosciente di una evidente realtà: che in questo tipo di società, l’essere cattolico, testimone del messaggio di un Crocifisso, significa appartenere ad una minoranza, non solo, ma essere esposto a persecuzione. È un dato di realtà.

Se analizziamo la situazione dei credenti, che si dicono cattolici, verifichiamo che vi sono varie categorie, che mi permetto di sintetizzare nelle seguenti:

1- Una prima categoria: il cattolico emancipato e adulto. È il cattolico moderno, che si ritiene capacissimo di decidere da sé ciò che è morale e giusto. Vive una schizofrenia tra la fede personale e la testimonianza, l’educazione e l’esperienza concreta della vita, cioè vive una profonda ambivalenza tra appartenenza ed identità cattolica. Di fronte ai principi non negoziabili, ha una sua ben precisa concezione, che esprime senza remore:

– “In coscienza non posso non votare a favore dell’aborto…, perché…”

– “Chi sei tu per giudicarmi e giudicare? Le persone sono libere di decidere la loro vita…”

– “Personalmente non negherei mai la libertà a nessuno… di…

– “La laicità dello stato esige che…”

Si potrebbe continuare. È da anni e anni che si sentono ripetere queste affermazioni.

Ritengo che l’apatia e il relativismo morale crescenti, fortemente influenzati da una cultura imbevuta di materialismo senza limiti morali, abbiano spinto vari credenti verso il grave pericolo dell’apostasia. Sono cristiani che, anziché vivere religiosamente nel mondo, finiscono per vivere mondanamente nella religione (ben impastoiati nelle strutture visibili della religione, perché da quella mica si distaccano, anzi), praticano una pericolosa dicotomia: credente nel privato, agnostico nel politico

2) Il cattolico che vive un complesso persecutorio, soggetto ad una specie di psicopatologia paranoica, caratterizzata dai seguenti atteggiamenti:

– la religione viene vissuta come puro fatto personale;

– la prudenza e la circospezione connotano il suo comportamento: non ci si deve esporre, perché si diviene causa di reazioni inconsulte, mai provocare perché ciò comporta eventuale persecuzione, si è presi di mira;

– caratteristiche: fuga nell’intimo; indifferenza e lamentale di fronte alla vita sociale; paura della visibilità; rifiuto del coinvolgimento; chiusura nelle sacrestie (nascondimento – catacombe);

– molta prudenza: perché si tiene famiglia, ecc. ecc.

– costanti lamentele per la situazione precaria dell’essere cristiani.

3) Il cattolico che vive e testimonia la propria fede con semplicità. Gli atteggiamenti possibili:

– impegnato in vari ambiti a vivere e a dare testimonianza della vita di fede;

– impegnato nella conoscenza e nell’approfondimento della propria fede (per formarsi sempre di più una “coscienza illuminata”, come ricordava da Paolo VI);

– preghiera, Sacramenti e Verità rivelate sono il suo alimento quotidiano;

– disponibile a pagar in prima persona per la propria fede;

– impegnato su fronti diversi, mai disponibile al compromesso di fronte ai principi non negoziabili. Peer questo l’attuale vescovo di Trieste, monsignor Crepaldi, in una sua omelia diceva: “Ecco perché il laicato va formato, affinché abbia quei criteri per giudicare la realtà senza lasciarsi dettare i tempi e i modi da altri.”

Una breve annotazione: alle persone, che vivono la propria fede con coerenza, da parte della nuova psicologia e psichiatria, sotto l’aspetto psicologico, viene attribuita una personalità con caratteristiche di conservatorismo, autoritarismo, tendenza ai pregiudizi, lasciando impregiudicato che si tratti di conseguenze o fattori predisponenti. Il conferimento di omofobia è solo uno degli aspetti attribuiti dall’attuale società.

Come essere un vero cattolico – Il noto teologo Hans Küng, che non è in odore di completa ortodossia, nel 2006 ha cercato di dare risposta alla domanda “Che cosa significa essere cristiano?”, attraverso una serie di tesi/enunciazioni, pubblicate in tedesco il 23 luglio 2005 e tradotte in italiano in Regno/Documenti, 7-2006, p. 263 /272.

Nella prima enunciazione afferma: “Cristiano è solo chi cerca di vivere la propria umanità, socialità e religiosità a partire da Cristo. Chiaro e tondo: cristiano non è quindi semplicemente chi cerca di vivere in modo umano o anche sociale e magari religioso”.

Nella terza tesi continua: “Essere cristiano significa vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano nel mondo di oggi alla sequela di Gesù Cristo”. Pertanto “L’elemento distintivo dell’agire cristiano è la sequela di Cristo”.

Non solo, perché nella tesi 18 afferma: “Anche per la Chiesa Gesù deve restare normativo in ogni cosa”. A questo proposito Hans Küng aggiunge un altro elemento indispensabile: l’accettazione della Chiesa, che ha come sua missione quella di custodire il messaggio del Fondatore e trasmetterlo integralmente, senza adulterazioni.

A questo riguardo Benedetto XVI si è espresso con la sua solita chiarezza:

“Fra Cristo e la Chiesa non c’è alcuna contrapposizione: sono inseparabili, nonostante i peccati degli uomini che compongono la Chiesa. È pertanto del tutto inconciliabile con l’intenzione di Cristo uno slogan di moda: “Cristo sì, Chiesa no”. Questo Gesù individualistico scelto è un Gesù di fantasia. Non possiamo avere Gesù senza la realtà che Egli ha creato e nella quale si comunica. Tra il Figlio di Dio fatto carne e la sua Chiesa v’è una profonda, inscindibile e misteriosa continuità”.

Come è evidente, per Kung vi sono alcuni elementi indispensabili senza i quali non è possibile considerarsi cristiani/cattolici: Cristo come punto di riferimento assoluto non Cristo come ‘ornamento’, come ‘distintivo’, del quale ci si fa belli, ma come ‘sequela’, ‘imitazione’. Solo quando il cristiano fa propria l’impostazione della vita, che Cristo ha presentato nelle sue varie sfaccettature: individuale, sociale, familiare, politica, solo allora quell’individuo può dirsi ‘cristiano’, seguace di Cristo.

Il pensiero di S. Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil., II, 5).

Non è facile essere cattolici.

Breve conclusione – “I cristiani in ogni continente sono i portatori non solo di scienza e tecnica, di sviluppo e di principi democratici, ma soprattutto del principio di dignità umana – che è sacra e inviolabile – perché considerano l’uomo come figlio di Dio. E ogni figlio di Dio è sempre un fine e mai può essere un mezzo per realizzare una politica o un’ideologia: sta proprio qui la potenza messianica dei martiri cristiani, che costruiscono il regno dei cieli cominciando già sulla terra, e non lo fanno con le armi ma con la loro disarmata testimonianza. I martiri dell’ultimo secolo si manifestano al mondo come agli inizi del Cristianesimo: segno di speranza e voce che si alza a favore dei poveri e delle vittime dell’ingiustizia” .

Non posso se non terminare con l’invito di Papa Benedetto fatta ai giovani alla GMG del 2011:

“In questa veglia di preghiera, vi invito a chiedere a Dio che vi aiuti a riscoprire la vostra vocazione nella società e nella Chiesa e a perseverare in essa con allegria e fedeltà. Vale la pena accogliere nel nostro intimo la chiamata di Cristo e a seguire con coraggio e generosità il cammino che ci propone”.




Un bambino rapito dai disegni degli adulti

 


di Gilberto Gobbi

 

BREVI RIFLESSIONI PSICOLOGICHE SUI BAMBINI “DRAG QUEEN” 

Il fenomeno dei bambini “drag queen” – Mi è stato chiesto di esprimere un mio parere da psicoterapeuta su un fenomeno che da qualche tempo si è diffuso negli Stati Uniti. Come tanti altri, che coinvolgono genitori e figli, si tratta di un fenomeno particolare, interessante, diverso da tanti altri, accattivante. Crea curiosità, interesse, dibattito, avversione, aberrazione.
Il fenomeno a cui mi riferisco è quello della drag queen attuata da bambini.
Nella storia dell’umanità, l’uso dei bambini e del loro corpo, per divertire gli adulti, c’è sempre stato. Non ci si meraviglia che da qualche anno anche i bambini siano stati coinvolti nel gioco e nella rappresentazione del drag queen. Questa società del benessere, dell’immediato, della depravazione, della sessualizzazione dell’infanzia, divora le generazioni e non rispetta neanche i bambini.
Gli adulti, genitori e spettatori, hanno da divertirsi e non vi sono ostacoli, perché non vi sono limiti morali, che vengono abdicati in nome del denaro e del divertimento. Il bambino viene strumentalizzato, usato, scarnificato, innalzato, osannato, a scapito della sua età: al bambino non si permette di fare il bambino, ma lo scimmione di turno che diverte e fa ridere.

Il fenomeno della drag queen, con coinvolgimento di bambini, è stato promosso il 16 novembre 2018 dal programma televisivo mattutino statunitense “Good Morning America” (GMA), della rete televisiva ABC. Il programma, trasmesso in tutti i fusi orari dalle 7 alle 9, tratta di notizie, dibattiti, meteo e storie di speciale interesse, tra queste il fenomeno della drag queen infantile.
“Good Morning America” ​​(GMA) ha dedicato un segmento al “drag artist” prepubere Desmond Napoles, conosciuto con il nome d’arte “Desmond Amazing”. È un ragazzino drag, androgino, che dice di identificarsi come gay. I genitori affermano che ha dimostrato interesse per i vestiti femminili fin dall’età di sei anni e che un terapeuta ha consigliato di “esplorare” il suo orientamento sessuale. Della sua prima infanzia si sa quello che viene presentato al pubblico, affinché il ruolo che svolge venga non solo accettato, ma considerato confacente con la sua cosiddetta identità di genere.
Desmond era salito alla ribalta del fenomeno drag queen già nel 2014. I giornalisti del GMA lo hanno accolto e intervistato come una grande star, confermandolo nel ruolo e nell’identità rappresentata, dall’abbigliamento sgargiante, proprio di un adulto, in un corpo da bambinetto in crescita, ancora legato al trenino e alle patatine fritte. Gli adulti, quando vogliono essere spietati con i bambini, lo sanno fare molto bene: come le intervistatrici della TV, che chiedono al bambinetto di 4 anni se ha la fidanzatina e se si danno i bacini, così hanno fatto i due della GMG che, al termine, hanno regalato a Desmond un cesto di trucco e un sacchetto di unicorno con unghie finte, dicendo: “E’ un mondo difficile là fuori, e non tutti accettano le cose, e alcune persone ti hanno criticato”. Direi, ci si trova di fronte ad un ragazzino prepubere, che con il suo vestito e le sue movenze ha imitato e rappresentato una donna adulta sessualmente provocatoria.

Ritengo che non sia compito nostro criticare Desmond, il quale, suo malgrado, si trova immischiato e coinvolto in un affare molto più grande di lui. Come Desmond, ve ne sono altri, tra cui un bambino di otto anni, Nemis, che col nome d’arte di Lactatia, è celebrato e osannato dalla comunità LGBTQIA(…) e ottiene strepitoso successo sui media gay-friendly. I genitori affermano che la sorella fin da piccolo lo vestiva e lo truccava da bambina. Sempre i genitori dicono che Nemis quando non è nel personaggio di Lactatia si identifica come un ragazzo, mentre quando è Lactatia si sente una ragazza con il pene.

Le storie di questi due bambini, come quelle di altri, hanno delle connotazioni comuni. Trattamento femminile da parte dei genitori, che sono profondamente intriganti nella vita e nello sviluppo psicologico del figlio; vi è percezione dell’utilizzo economico della situazione; presenza là dove il figlio si espone al pubblico, dimostrazione di essere comprensivi, presenti, facilitanti il comportamento del bambino, reprensibili sotto l’aspetto della presenza e dell’attenzione, per cui il figlio non può che parlare bene dei propri genitori. Ciò rassicura il pubblico.
In un video pubblicato da “LGBT in the City” (LGBT in città), la mamma di Nemis viene allegramente ripresa nell’applicare un esagerato trucco femminile sul viso del bambino in preparazione allo show di Montreal. Si comprende come i suoi genitori siano completamente di supporto al sogno di Nemis di diventare una drag star. Egli in un video dice che ha iniziato a diventare una drag a 7 anni, ma che ha cominciato a indossare vestiti femminili da quando aveva 3 anni. Davanti alla telecamera ha imitato lo stile esagerato di un adulto omosessuale “drag queen”, dicendo: “Penso che chiunque può fare ciò che vuole nella vita. Non importa cosa pensano gli altri… Se vuoi essere una drag queen e i tuoi genitori non vogliono, necessiti di nuovi genitori”. Ci si trova di fronte alla sessualizzazione precoce del bambino.

I bambini drag queen vengono catapultati in un mondo completamente estraneo, quello dell’adulto maschio, che svolge il ruolo della drag queen. Una drag queen è un uomo che si veste, si pettina, si trucca e si comporta come una donna. Abbigliamento e comportamento femminili vengono espressamente e volutamente esagerati. L’abbigliamento comporta tacchi altissimi, pettinature fantasiose, parrucche grandi e colorate, abiti con paillettes, brillanti eccentrici e grandi. Si è nell’ambito del travestimento, nella costruzione di un personaggio per calcare le scene. Le drag queen si esibiscono, cantano e ballano: il loro linguaggio è doverosamente sottile e a doppio senso, a volte, non sempre, volgare. L’intenzione è giocosa: offrire divertimento, in contrasto con le regole sociali. Sono sarcastici, ironici, spesso spregiudicati, sexy. Non necessariamente le drag queen sono gay, omosessuali o transessuali, possono avere qualsiasi orientamento sessuale. Questo è il mondo in cui il bambino drag queen viene a trovarsi.
Che dire sotto l’aspetto psicologico? Tanti sono le problematiche da valutare, molteplici le osservazioni relative all’età in cui tale fenomeno avviene. Mi soffermo solo su due: il travestimento e il gioco simbolico.

Il travestimento. Da sempre, per i bambini, piccoli e meno piccoli, il travestimento è un gioco affascinante e avviene durante il processo di sviluppo del gioco simbolico. Anzi, per travestirsi non esistono stagioni. Anche quando il carnevale finisce, il bambino continua a chiedere oggetti per travestirsi: è un gioco divertente, che aiuta a crescere e a sviluppare la simbologia. In particolare, che i giochi di travestimento prendono forma tra 2 e i 6 anni. A seconda dell’età, poi, vi è una evoluzione nel travestimento.
Visto nell’ottica dello sviluppo del gioco del travestirsi diviene un divertimento affascinante, in cui l’imitazione diviene un mezzo necessario per potersi identificare, cioè sperimentare il mettersi nei panni degli altri per facilitare una maggiore comprensione dell’altro. Per una crescita armonica della personalità del bambino e per una maggiore comprensione degli altri, non ritengo assolutamente necessario che il bambino si metta nei panni di una signora sessualmente conquistatrice. È ciò che succede a un bambino che fa la drag queen. In pratica, il bambino drag queen elabora e la fa sua una realtà, che non gli è completamente estranea confà. Gli si fa vivere e mettere in gioco emozioni, conflitti, aspetti di una realtà con cui tende, in quanto bambino, a identificarsi e quindi ad acquisire una identità non corrispondente alla sua vera identità.
Di norma, il gioco del travestirsi fa emergere l’espressione del mondo interno e di come viene vissuto il mondo esterno. Il bambino racconta sé stesso, le persone che lo circondano, il suo essere con gli altri, per cui nel travestimento il gioco simbolico diviene un modo con cui il bambino si esprime ed esterna il proprio mondo interiore. In tal senso è un modo con cui l’adulto ha la possibilità di comprendere i vissuti del bambino, che altrimenti rimarrebbero inespressi. Non è il caso del bambino drag queen, in quanto si identifica in un mondo non suo, in cui l’imitazione e l’identificazione lo distolgono dalla realtà del suo essere bambino: il gioco estremamente simbolico della drag queen è alieno allo stadio di sviluppo e inquina i processi psicoaffettivi attraverso la sessualizzazione del comportamento.

Il gioco simbolico. Attraverso il gioco simbolico il bambino esplora e inventa il mondo, sviluppa la capacità di sostituire qualcosa con immagini pensieri, oggetti. È il gioco del far finta, in cui un oggetto assume un significato che va la di là della sua concretezza.
Nell’ambito della drag queen che significato hanno per il bambino le scarpe con i tacchi a spillo, la gonna sfarzosa, sgargiante, strascicata? La parrucca fluente e colorata?
È vero: il bambino gioca con le scarpe della mamma e del papà, e si sente grande; si proietta nel mondo degli adulti con cui si misura, ma è un attimo, un segmento di gioco del far finta di essere, per ritornare nell’immediatezza ad essere sé stesso.
Per la drag queen il gioco si fa impegnativo, vi è una prolungata identificazione in un ruolo profondamente sessualizzato, della donna adescatrice, che mette in atto un comportamento estremo per la conquista sessuale dell’uomo. Il bambino da maschietto, che gioca con il trenino, deve identificarsi in una donna, non in una bambina, ma in una donna, in un periodo della crescita psicologica, in cui sta affrontando e maturando il processo di identificazione sessuale, cioè l’identità di sesso dovrebbe diventare identità di genere. Il bambino drag queen si trova a dover passare dal viversi come maschietto a viversi come femmina, ma non della sua età come la sua compagnetta di scuola, bensì una donna grande. Passa da ciò che è a quello che gli altri vogliono che egli sia ed egli si identifica. È un bambino soggetto a una sessualizzazione precoce, fluida e indefinita, a cui si chiede di comportarsi come una donna grande definita nell’identità femminile. Tutto ciò gli viene insegnato e anche appreso per imitazione. Il mondo che gli viene costruito attorno non è quello della sua età, è tutto artefatto, per cui anche se, inizialmente è creato per una recita, con il tempo diviene il mondo reale sia esterno che interno. Cioè ciò che lo circonda gli costruisce il ruolo, diviene realtà interna.
A proposito di identificazione, non possono essere parole di un bambino di 7 quelle pronunciate da Nemis, cioè: “Penso che chiunque può fare ciò che vuole nella vita. Non importa cosa pensano gli altri… Se vuoi essere una drag queen e i tuoi genitori non vogliono, necessiti di nuovi genitori”. Siamo fuori dallo sviluppo di un bambino di 7 anni, che vive iperstimolato, esaltato, in un profondo conflitto intrapsichico con il dato di realtà. L’identificazione nella drag queen è a scapito di uno sviluppo consono con l’età.