Card. Caffarra: “Chiedete agli insegnanti che vi educhino ad una passione smisurata per l’uso della vostra ragione e non solo per il rispetto tollerante di ogni opinione”

Card. Carlo Caffarra
Card. Carlo Caffarra

 

di card. Carlo Caffarra

 

Carissimi, consentitemi di dirvi una parola, in questi giorni in cui riprendete il vostro cammino scolastico. Da oggi per nove mesi passerete la maggior parte del vostro tempo nella scuola. Già per lo spazio che essa occupa in termini quantitativi dentro la vostra vita, non potete consumare un’occasione come questa. Lo so: nell’attuale scuola italiana non è facile per voi superare questa insidia. Ma la scuola è fatta anche e soprattutto da voi: siate esigenti.


Con i vostri insegnanti: chiedete a loro che vi educhino ad una passione smisurata per l’uso della vostra ragione e non solo per il rispetto tollerante di ogni opinione; chiedete loro che vi educhino al gusto pieno della libertà, di quella libertà che consiste nella esclusiva sottomissione alla ragionevolezza. In una parola: che vi introducano nella realtà, offrendovi una chiave di lettura del suo significato intero.


Siate esigenti con voi stessi: non tagliate mai i desideri del vostro cuore sulla misura impostavi dalle mode del momento, dai potenti di turno. Perché, alla fine, la scuola che oggi cominciate se non vi educa ad essere veri, liberi, capaci di stupore di fronte alla realtà, vi prepara ad essere servi. Auguri!

 

(Messaggio agli studenti in occasione dell’inizio dell’Anno scolastico
16 settembre 1998 del cardinale Caffarra)




Formigoni: Con il referendum i 5Stelle vogliono eliminare la democrazia rappresentativa

 

 

di Lucia Comelli

 

Lunedì sera ho ascoltato con molto piacere Roberto Formigoni intervenire, in un incontro online, sulla proposta dei Cinque Stelle di ridurre il numero dei parlamentari: Vuol dire – ha esordito nel suo intervento l’ex governatore della Lombardia – rendere impossibile ogni rapporto tra l’eletto del popolo, deputato o senatore che sia, e il popolo stesso che lo ha eletto. Se anche fosse Superman, come potrebbe un parlamentare tenere i rapporti rispettivamente con 150.000 o con 300.000 abitanti? Assolutamente impossibile! Viceversa: Come potrebbero quegli abitanti “anche solo sperare di poter raggiungere il loro parlamentare per segnalargli un problema, un’esigenza?”. La riduzione del numero parlamentari renderebbe praticamente impossibile ogni rapporto – già ora molto difficile – tra la popolazione e i propri rappresentanti.

Del resto, “è esattamente questo, uno degli obiettivi che i Cinque Stelle vogliono raggiungere: quello di eliminare la democrazia rappresentativa”, che considerano un retaggio del passato, per favorire l’avvento della democrazia direttaMa che cos’è – concretamente – la democrazia diretta? Neppure loro sanno spiegarlo! Lo stesso tentativo deigrillini di consultare su alcune questioni la popolazione italiana, nel sito gestito da Casaleggio, si è rivelato fallimentare: su circa 60 milioni di abitanti, hanno risposto – per loro stessa ammissione – non più di 30.000/40.000 persone.

In realtà “l’unica democrazia che la storia della politica conosce è la democrazia rappresentativa”,quella cioè per cui i cittadini eleggono i propri rappresentanti, chiamandoli a sostenere pubblicamente le loro convinzioni ed istanze, per poi – ad ogni tornata elettorale – confermarli – se soddisfatti del loro operato – o in caso contrario bocciarli con il voto.

Un secondo obiettivo dichiarato dalla proposta deiCinque Stelle è quello del risparmio: il Parlamento costerebbe troppo! L’Ufficio della Camera dei deputati ha quantificato con esattezza l’entità di tale economia: tagliando 345 parlamentari si risparmierebbero 57 milioni di euro annuali, cioè meno di un euro a testa per persona, cioè meno del costo di un caffè all’anno … Questi signori, tuttavia – che per amore del risparmio vogliono una democrazia su scala ridotta – non hanno diminuito lo stipendio degli altri parlamentari, anzi – durante la pandemia – hanno costituito una serie infinita di task force: Conte, ad esempio, ha scelto e arruolato quasi 500 persone e le hanno lautamente pagate per lavorare (ammesso che abbiano lavorato) al posto dei parlamentari (che si sono riuniti pochissimo, rimanendo così sottoutilizzati: e questo sì che è uno spreco!). Tutte le decisioni sulla pandemia sono state prese dal consiglio dei ministri, o forse dal solo Conte, e poi comunicate direttamente al Paese, sulla base del parere di esperti scelti in modo assolutamente discrezionale dal governo stesso e quindi ad esso legati, senza coinvolgere in tali scelte il Parlamento.  

Si tratta di un referendum pensato e messo in piedi dai grillini per indebolire ulteriormente l’assemblea parlamentare: ricordiamo che essi si sono fatti eleggere con l’intento di “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno” e coerentemente con questo intento, fanno le loro scelte, ma un regime che prende decisioni senza il controllo di un Parlamento è una dittatura, l’espressione politica di una oligarchia economica e finanziaria interessata all’indebolimento della democrazia.

Si potrebbe obiettare che questo Parlamento, comunque, funziona male: è vero, ma allora bisogna farlo funzionare meglio, cioè scegliere con più oculatezza i suoi componenti, non abbatterlo! Bisogna che i parlamentari come affermo anche nell’intervista rilasciata alcuni giorni fa a Liberotornino ad essere scelti dagli elettori, perché solo in questo modo, reintroducendo cioè il voto di preferenza, essi si sentiranno obbligati verso i cittadini che li hanno eletti (e non verso le segreterie di partito)!

Su questa riforma costituzionale, proposta daiCinque Stelle esiste nei partiti una grande confusione. Nell’ultima discussione alla Camera, tutti i parlamentari (anche quelli del Pd, che si era inizialmente dichiarato contrario alla riforma) hanno votato in Parlamento a favore della propria riduzione: solo in 14 coraggiosi (su un totale di 630) si sono opposti!

Tutti i leader politici, anche dell’opposizione, si sono pronunciati a favore, temendo che l’elettorato li identifichi altrimenti con la casta! Hanno sbagliato clamorosamente!

Molti parlamentari e militanti, persino tra i Cinque Stelle, si stanno tuttavia rivoltando in questi giorni alle direttive dei loro partiti.

Io vorrei in particolare rivolgermi ai leader dell’opposizione, a Salvini e alla Meloni: non illudetevi che una sconfitta, alle elezioni regionali, faccia cadere questo governo! Non accadrebbe neppure se il centro destra stravincesse … Solo se vincessero i no al referendum, i Cinque Stelle, già divisi tra loro, andrebbero in pezzi e con loro salterebbe il governo Conte!

Ricordiamo come 4 anni fa, si sia formata rapidamente una grandissima coalizione che, bocciando il referendum voluto da Renzi, ha finalmente costretto alle dimissioni il suo governo!

Quello attuale è il peggiore governo della storia repubblicana, il più spostato a sinistra: organizziamoci nei 15 giorni che mancano al referendum invitando la gente a votare per il NO! Facciamo in modo, per il bene del Paese, di bocciare una riforma pessima e di mandare questo governo disastroso a casa!




George Orwell e la libertà di stampa

George Orwell

Se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire.

George Orwell

 

 

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A che punto siamo con il ddl omofobia di Zan: interventi di Mantovano, Varchi, Pagano, Palmieri, Pillon, Brandi, Gandolfini

Se volete sapere a che punto siamo riguardo il ddl Zan sull’omofobia leggete e, soprattutto, guardate questo video.

(Se il video non si apre fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)

 

 

di Lucia Comelli


Ieri ho assistito in diretta streaming ad una serie di interventi, molto interessanti, introdotti dalla moderatrice Federica Picchi, che facevano il punto sull’iter del ddl Zan.

Ad introdurre l’evento il giudice Alfredo Mantovano – vicepresidente del Centro studi Livatino –  che ha brevemente illustrato la sostanza del testo unificato Zan: esso si propone di estendere le disposizioni della legge Mancino, e quindi punire chi realizza o anche semplicemente istiga ad atteggiamenti e atti di discriminazioni in base al sesso, l’identità di genere e l’orientamento sessuale (nonché organizza o partecipa ad associazioni che in qualche misura istigano a compiere siffatti reati).

Il magistrato ha solo accennato all’esistenza nel nostro C.P. di un’amplissima copertura legislativa per colpire adeguatamente questi reati (non vi è alcun vuoto normativo in merito nel nostro ordinamento) e ha solo menzionato la dimensione estremamente circoscritta di tali atti discriminatori (i dati ufficiali forniti dal Ministero degli interni smentiscono l’esistenza di una emergenza omofobica in atto nel Paese).

Quello che preoccupa di più – ha aggiunto – al di là di tutti gli approfondimenti che si possono fare di questo testo e che come centro studi abbiamo cercato di fare … è che esso rappresenta un vero e proprio capovolgimento della logica del diritto penale. Il diritto penale è fondato sull’esame di fatti concreti: davanti a me in udienza viene portato chi ha commesso una rapina e io sono chiamato a giudicare quella persona, non per quello ha fatto nel corso di tutta la sua vita … ma soltanto per quanto ha commesso rispetto al reato che gli viene contestato, cioè la tale rapina, commessa quel tale giorno, a danno di tale banca o ufficio postale. Se il ddl Zan riguardasse le rapine, verrebbe invece punita anche la semplice intenzione di rapinare una banca o l’istigazione a farlo.

“Il nostro ordinamento finora ha punito l’istigazione a delinquere, soltanto se poi il fatto si è concretamente verificato, in tal caso la mia incitazione alla rapina diventa perseguibile come concorso morale nella rapina che altri hanno commesso. Qui invece si processano le intenzioni: è questo al giudice umano è impossibile farlo (con equità)! Il giudice umano è chiamato ad interessarsi ai fatti, non alle intenzioni! Questo testo apre quindi ad un’amplissima discrezionalità operativa da parete dei giudici, anche per i quali vale il detto latino tot capita tot sententiae …” dice Mantovano.

Le stesse rassicurazioni in merito alla salvaguardia della libertà di pensiero fornite dai promotori del disegno di legge, non lasciano affatto tranquilli: se approvato dal Parlamento, il ddl Zan rischia di tradursi in una serie di pesanti discriminazioni nei confronti di chi pensa e si esprime in modo difforme dai suoi promotori.

 




L’ossessione progressista per le norme e gli intenti punitivi del ddl Zan su omofobia

Prof. Claudio Risé, scrittore, giornalista, docente universitario e psicoterapeuta

Prof. Claudio Risé, scrittore, giornalista, docente universitario e psicoterapeuta

 

di Lucia Comelli

 

Lo scrittore e psicanalista junghiano Claudio Risé, in un articolo comparso ieri sul quotidiano La Verità[1], fornisce un’interessante interpretazione del disegno di legge Zan: una sorta di pericolosa sintesi tra l’ideologia gender e ‘l’ossessione normopatica’, cioè la foga progressista di codificare le regole del comportamento sessuale ritenute corrette. La normopatia, è infatti “la malattia più pericolosa della società politicamente corretta”: essa detesta “le profondità e le ambivalenze dell’essere umano”, che si costruisce in un processo lungo quanto la vita stessa, e rifiuta “la libertà del sentire personale” che vuol ricondurre al ‘pensiero unico’.

Questa ossessione per il controllo della sessualità umana nasce “assieme all’ideologia Lgbt” nel college della ricca borghesia bianca americana (dove si formò Judith Butler, con la sua Teoria del genere): entrambe “non tollerano la ricerca interiore, lo sviluppo, il cambiamento”: cioè l’investigazione “spirituale e psicologica della propria verità ed identità”. Non c’è nessuna donna, nessun maschio – sostiene la Butler nel suo libro Disfare il genere: femminile e maschile sono solo recitazioni, performance teatrali.

In questo modo “si evita la fatica di ‘diventare se stessi’” e, identificandosi “con le proprie pratiche sessuali”, ci si riduce ad oggetti “normati dalle regole proposte dalla società e dai poteri del momento”. Le istituzioni stesse, invece di educare l’individuo a riconoscere la propria vocazione e a portarla nel mondo, tendono a disciplinarlo secondo le suddette regole. Così, sono nate le “procedure”, “i librettini con le norme che gli studenti dei college americani devono seguire nei loro incontri”, divenute in “seguito pilastri di tutto il politicamente corretto”: secondo tali direttive, il maschio, ancor oggi, deve chiedere nei vari momenti dell’incontro: “Ti posso prendere la mano”?, “Posso accarezzarti il braccio”?… E a lei tocca assentire o rifiutare. Da allora il corteggiamento non può più scostarsi dal previsto copione, pena l’espulsione dal college, o – nella società – l’incorrere in molteplici reati e punizioni.

L’ultima espressione, in Italia, di questa mania per le regole, è il ddl Zan. Come mai – si chiede Risé – essa “va ora a frugare nelle differenze della sessualità e degli atteggiamenti verso di esse”, anziché occuparsi di uno qualsiasi dei numerosi e più pressanti problemi esistenti nel Paese?

Il fatto è che proprio sulla differenza sessuale e sull’attrazione e incontro tra l’uomo e donna si fonda l’umanità e la sua differenza dalle altre forme della natura. Lì è la chiave di tutto, società e potere compresi. Maschile e femminile, antiquati che siano, hanno nella vita e nella storia umana un peso è un significato del tutto unico: l’attrazione e diversità fra loro e costitutiva non solo dell’umanità, ma della sua aspirazione ad andare più in alto, a trascendersi. Il libro biblico Genesi ne parla fin dall’inizio: “e Dio creò l’uomo a sua immagine… Maschio e femmina li creò” (Genesi 27). La differenza sessuale è alla base dell’umanità, ma è anche ciò che l’uomo e la donna condividono con l’immagine della totalità divina, che possiede entrambi gli aspetti.

Non si tratta insomma solo “di questioni burocratiche e di stato civile”, ma anche “dei contenuti esistenziali e trascendenti dell’umano”. Secondo l’antropologia ebraico-cristiana, l’incontro tra

uomo e donna è al centro dell’intera vita e spiritualità, ma per la cultura materialista in cui siamo immersi, questo è lo scandalo della sessualità: che il benessere dell’umano sia legato al rapporto con Dio, nel quale sono compresenti maschile e femminile, entrambi indispensabili alla piena realizzazione dell’esistenza.

Ecco allora che lo Stato si impegna a fondo per separarli, mentre uno Stato laico dovrebbe limitarsi a tutelare la libertà di ogni cittadino, senza occuparsi delle diversità sessuali. Ma è proprio qui l’aspetto più illiberale e discriminatorio del ddl Zan: “la volontà di sanzionare penalmente le convinzioni religiose dell’antropologia cristiana, in quanto difformi dall’invasiva normatività LGBT”.

Un’ideologia, quest’ultima, che arbitrariamente “separa e frammenta l’umanità”, a seconda delle sue diverse propensioni nella sfera affettiva e sessuale. Così, in nome della non discriminazione, “il silenzioso ascolto di sé dell’adolescente in rispettosa attesa della propria “chiamata” sessuale” potrebbe venir interrotto magari a scuolada una richiesta pubblica a dichiararsi. “I contenuti profondi delle persone, preziosi e fragili, vanno difesi dal cinismo spettacolare delle mode sessuali e delle loro ansie di potere e di conferma”.

Lo Stato tuteli la libertà di tutti: “chi ha fantasia di punizione e rivalsa verso la donna e l’uomo, i due protagonisti della storia umana”, non dovrebbe portarle in Parlamento, ma dall’analista.

 

[1] Claudio Risè, Il ddl Zan elimina l’uomo e la donna per legge. L’obiettivo finale: punire l’uomo e la donna, La Verità, 9 agosto 2020.




Oriana Fallaci: “Credere nell’uomo….”

“Credere nell’uomo significa credere nella sua libertà. Libertà di pensiero, di parola, di critica, di opposizione”.

Oriana Fallaci

Scrittricegiornalista italiana, partecipò giovanissima alla Resistenza italiana e fu la prima donna italiana ad andare al fronte come inviata speciale. Durante gli ultimi anni di vita fecero discutere le sue dure prese di posizione contro l’Islam, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 a New York, città dove viveva. Come scrittrice, ha venduto circa venti milioni di copie di libri in tutto il mondo.

 

 

#RESTIAMOLIBERI

 




Avv. Amato: Ecco dove vogliono arrivare con la legge Zan

(se il video non si apre fre il refresh di questa pagina o cliccare qui)

 

Cosa comporterebbe per le scuole, e quindi per studenti, insegnanti e genitori, l’approvazione del Ddl Zan? Listituzione – il 17 maggio – della giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia e l’organizzazione in tale circostanza di cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile … in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado (Art. 5)? Soprattutto, quali sarebbero le conseguenze per i nostri ragazzi (e bambini) della strategia nazionale, per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per motivi legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere, elaborata ogni tre anni dallUNAR [Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali] assieme alle associazioni LGBTQIA, considerate per l’occasione enti formatori (Art. 6), senza che sia prevista partecipazione alcuna da parte delle associazioni di insegnanti, studenti e genitori?

 

Lo spiega l’avvocato Gianfranco Amato in questo breve e documentatissimo video.

 




George Washington, la libertà e le pecore

 

 

George Washington: è stato comandante in capo dell’Esercito continentale durante tutta la guerra d’indipendenza americana ed è divenuto in seguito il primo Presidente degli Stati Uniti d’America.

 

Se ci viene tolta la libertà di parola, noi, muti e silenziosi, saremo trascinati come pecore  al macello

George Washington

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Mons. LUIGI NEGRI – “Chiesa viva. Mater et Magistra” – Libro

Mons. Luigi Negri

Mons. Luigi Negri

 

 

di Lucia Comelli

 

«Il mondo sente che la Chiesa ha finito per assumere la mentalità del mondo… Sembra che, invece della propria forza dinamica capace di mettere in discussione il mondo, la Chiesa vada mons. Luigi Negri Chiesa viva libro biscercando qua e là spazi per accordarsi con il mondo». Sono pagine dense di drammaticità e di vigore quelle in cui monsignor Luigi Negri[1]  nel suo ultimo libro contesta l’attacco del mondo al Corpo Mistico di Cristo. Facendoci così riscoprire – tanto nelle introduzioni serali alla “Scuola di comunità” del  Rosetum di Milano (anni 2017-2019), quanto negli interventi in quotidiani e periodici – la natura e l’origine, quindi anche il destino, di quella che non può non essere, sempre di nuovo, Mater et Magistra. Come spiega il professor Francesco Botturi nella sua Prefazione, la preoccupazione di monsignor Negri è quella del «compito primario di annuncio, e perciò di missione, che non può essere commisurato ad altro», tanto più oggi, giunti come siamo in fondo alla parabola secolarizzante[2].

Credo che le riflessioni sul momento attuale e sulle sfide della fede nel tempo presente affidate allora, nel novembre del 2017, da Mons Negri all’amico don Gabriele Mangiarotti per CulturaCattolica.it, la sua rivista on line, rappresentino la migliore introduzione alla lettura di questo appassionante volumetto[3]. Per questo le ripropongo pressoché integralmente qui.

«Occorre che la Chiesa ritorni a educare i cristiani alla grandezza e alla novità della fede ed eserciti una funzione in qualche modo educativa nei confronti di tutti gli uomini»

 

… Oggi la Chiesa è sfidata sulla fede; deve dimostrare a se stessa e al mondo che crede in “Gesù Cristo, unico Redentore dell’uomo e del mondo, centro del cosmo e della storia”, per ripetere le parole che nessun cristiano di ogni tempo potrà mai dimenticare, quelle di San Giovanni Paolo II. Siamo sfidati sulla fede! la Chiesa rischia invece di guardare da un’altra parte, come dice Papa Francesco, e di disperdersi, di disorientarsi, nel tentativo affannoso di rispondere a tutti i problemi che l’eccezionale e grave momento della storia della società propone. Che non è soltanto il problema vero della povertà materiale. Il problema è la povertà morale e umana di questa umanità, che non ha più punti di riferimento sostanziali e decisivi per affrontare la propria vita quotidiana… Quando l’indimenticabile Cardinale Giacomo Biffi parlò di Bologna come di una “società sazia e disperata” certamente anticipava la situazione in cui viviamo con la sola differenza che […] oggi è una società meno sazia, ma non meno disperata, perché non ha più quei criteri fondamentali della vita che – come dice Paul Claudel nell’indimenticabile “Annunzio a Maria” – sono quei criteri che ti consentono di mangiare in pace il tuo pane e di bere il tuo vino e di affrontare le circostanze dell’esistenza in modo responsabile e dignitoso. Io credo che la Chiesa, sfidata sulla fede, deve dare coralmente una grande testimonianza di fede […] da colui che guida la Chiesa in comunione con i suoi fratelli Vescovi, ad ogni singolo cristiano; sfidati sulla fede noi diciamo che la fede vale più della vita! Dobbiamo dire con la nostra esistenza (prima ancora forse che con le nostre parole) che la fede vale più della vita: che il senso del mangiare e del bere, del vegliare del dormire, del vivere e del morire – cioè dell’esistenza, ossia della sua articolata, faticosa e dolorosa esperienza, ma anche del suo lieto muoversi – è la Fede. Noi non possiamo limitarci a dire che l’umanità ha tanti problemi da risolvere e che noi ci apprestiamo ad aiutare a risolverli, in parte perché non siamo così sprovveduti da pensare che noi potremmo risolvere tutti i problemi materiali, economici e sociali. Noi dobbiamo dimostrare che la fede, svolgendosi nella nostra vita e diventando testimonianza, è capace, sulla base dell’annuncio di Gesù Cristo, di arrivare a tutte le conseguenze della vita personale, della vita familiare, della vita sociale, della vita nazionale e internazionale.

Stupisce rileggere alcune parti del grande magistero di Benedetto: questa visione significativamente cristologica ed ecclesiologica della vita della persona e della società, fino a ipotizzare con chiarezza che ci può essere un ordine mondiale fondato sulla gratuità. E la Chiesa è chiamata a dare una risposta responsabile, a creare un ordine economico fondato non sull’interesse, sul possesso, ma sulla gratuità; e a dimostrare dunque che la nostra prima preoccupazione è annunziare Cristo, dimostrarlo al mondo di oggi. Il mondo di oggi non sono soltanto le migliaia di persone che dalle parti più disparate della terra, con le motivazioni più diverse giungono qui – quindi non necessariamente tutte motivazioni adeguate, umane, significative ed oneste: perché gli extracomunitari non sono una terra benedetta dove non c’è né peccato, né orgoglio, né violenza, ecc… – Il mondo d’oggi è questa gente che ci vive accanto, o che ad ondate viene accolta (per la mitezza e la generosità del nostro popolo) con non pochi sacrifici nelle nostre strutture abitative. A questa gente che cosa dobbiamo dire come Chiesa? “Arrangiatevi, rifocillatevi e andate in pace?” Dobbiamo dire che c’è Gesù Cristo che li attende e li aspetta! Di cui sono bisognosi anche se non lo sanno e perciò la nostra prima preoccupazione, il respiro ampio della nostra vita è annunciare Cristo. Io sono rimasto scandalizzato dalla sottolineatura della necessità dell’accoglienza che non facesse mai riferimento al fatto che quella accoglienza doveva essere motivata in noi e animata da una volontà missionaria, da una volontà di comunicazione di Cristo. La demagogia del “tutti dentro” o del “tutti fuori” è stata pur rivista e corretta, mettendoci di fronte a dei compiti e delle responsabilità. Un ministro non cattolico, altamente dignitoso e serio, come l’onorevole Minniti, ha detto “stiamo attenti a far bene i conti dell’accettazione incondizionata, perché poi restano scardinate le strutture democratiche della nostra società”. Ma in ogni caso, in queste successive correzioni, da parte cattolica non dico che sia consapevolmente mancata, ma c’è stato troppo silenzio sulla priorità dell’evangelizzazione; tutto quello che facciamo è a partire dall’evangelizzazione e per attuarla, è per renderla viva nella vita dei nostri fratelli uomini. Perché noi abbiamo la precisa convinzione, guardando noi stessi e partendo da noi stessi, che la vita umana non è vita se non c’è la presenza di Cristo. Come ricorda S. Giovanni Paolo II nella Redemptor Hominis al n. 10: «L’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo – non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere – deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrare in Lui con tutto se stesso, deve «appropriarsi» ed assimilare tutta la realtà dell’Incarnazione e della Redenzione per ritrovare se stesso. Se in lui si attua questo profondo processo, allora egli produce frutti non soltanto di adorazione di Dio, ma anche di profonda meraviglia di se stesso».

Questo ci rende lieti di fronte ad ogni uomo perché ci mette in sintonia con la profondità del suo cuore.
Dopo l’annunzio la responsabilità più grande che l’uomo è chiamato a svolgere è quella dell’educazione: la Chiesa è “Mater et Magistra”. Occorre che la Chiesa ritorni ad educare i cristiani alla grandezza e alla novità della fede ed eserciti una funzione in qualche modo educativa nei confronti di tutti gli uomini, perché vengano aiutati a recuperare la grandezza della propria esperienza umana, “Il mestiere duro d’esser uomo” come faceva riferimento un grande della letteratura, Pavese. Se sarà chiara una strategia, un ordine ideale e pratico della nostra vita, che va dall’evangelizzazione alla volontà di condivisione puntuale ed appassionata degli uomini con cui condividiamo la nostra esistenza, allora la Chiesa potrà rimanere come punto di riferimento insostituibile; e si potranno maturare le conseguenze sociali ed etiche senza segnare rovinosi scontri.

Credo che la Chiesa, di fronte a queste sfide, debba interiorizzarle adeguatamente, debba viverle con totale umiltà ma in modo inesorabile; se non saremo inesorabili a seguire la vocazione, il mandato che Dio ci ha dato, difficilmente l’ultimo giorno potremo sostenere lo sguardo del nostro Popolo, come mi ricordava molto spesso il Cardinal Biffi: il popolo sarà alla destra del Signore che giudica, perché alla destra del Signore non ci saranno né i guru della cultura laicista né i direttori delle grandi testate nazionali, né i direttori delle Reti televisive. Accanto al Signore che ci giudica ci sarà il nostro popolo, che ci giudica. E questo (dopo il giudizio di Dio) è quello che bisogna temere di più.

La Chiesa con il suo episcopato deve riaffermare quanto ha detto la Madonna a Fatima: che l’attacco alla Chiesa è attacco alla famiglia, attacco alla vita e alla sua misteriosità, alla sua intangibilità, al suo non essere a disposizione se non di Dio, e quindi meno che mai della scienza. È fondamentale non essere assenti dalle grandi questioni che caratterizzano la vita della nostra società […] La paternità che noi esercitiamo nei confronti di tutto il popolo cristiano è un riverbero, una attuazione della grande e unica paternità di Dio: e la paternità si esprime come amore all’uomo e alla sua verità; noi non possiamo non amare la verità degli uomini che vivono accanto a noi. E dobbiamo amarla questa verità anche quando non sembra che sia la preoccupazione dei nostri interlocutori uomini; io non credo che dobbiamo avere nell’occhio della nostra coscienza quel che il mondo dice di noi: dovremmo avere nell’occhio della nostra coscienza quello che Cristo ci chiede e che il popolo ha il diritto di aspettarsi da noi: l’educazione alla verità, alla libertà, alla responsabilità e alla missione. Un vescovo deve fare questo! educare alla verità, alla libertà, alla responsabilità e alla missione […] Sostanzialmente agli uomini di chiesa tocca la responsabilità di una presenza paterna, fatta di amore alla verità ed educazione del popolo. Per vivere in modo meno inadeguato questo compito occorre l’aiuto di Maria alla quale ci affidiamo con fiducia totale. “Totus tuus”.

 + Luigi Negri, Arcivescovo Emerito di Ferrara-Comacchio

 

[1] Luigi Negri, Chiesa viva. Mater et Magistra, Cantagalli 2020, pp. 196 (dalla copertina).

[2] Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio, ha partecipato sin dagli inizi al movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione fondato da Giussani, di cui è stato uno dei più stretti collaboratori. Accanto al lavoro pastorale, rivolto soprattutto ai giovani, si dedica con passione allo studio attento e alla diffusione del Magistero Pontificio, in particolare quello di san Giovanni Paolo II. Autore di numerose pubblicazioni, per Cantagalli ha pubblicato: Lo stupore di una vita che si rinnova e Ripensare la modernità. Ivi.

[3] CulturaCattolica.it, 19 novembre del 2017.

 




Chomsky: “Difendiamo il diritto alla libertà di espressione per idee che detestiamo”

Noam Chomsky, Linguista, scienziato, filosofo

Noam Chomsky, Linguista, scienziato, filosofo

 

“O difendiamo il diritto alla libertà di espressione per idee che detestiamo, oppure ammettiamo, se siamo onesti e non cerchiamo scappatoie, di essere d’accordo con le dottrine di Goebbels e di Zdanov. Anch’essi difendevano volentieri il diritto d’espressione per le idee che andavano loro a genio. ” 

…………..Noam Chomsky

 

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Perché il ddl Zan contro l’omofobia, la transfobia e la misoginia, non giova affatto alle donne.

Alessandro Zan

 

 

di Lucia Comelli

 

L’accesa discussione in atto sul disegno di legge contro l’omofobia, la transfobia e la misoginia approvato un paio di giorni fa in Commissione Giustizia mi ha spinto a precisare

Un testo agile e ben documentato sulla teoria gender [ben riconoscibile anche nel ddl Zan] e sui notevolissimi interessi politici ed economici che la sostengono a livello Mondiale

termini come transessuale e transgender, dato che la proposta di legge estende le pene e le aggravanti previste dall’articolo 604 bis e ter del C.P. (la cosiddetta legge Mancino) a condotte motivate da omo – transfobia  senzadefinire le parole suddette, il cui significato evidentemente si presuppone acquisito, e senza soprattutto chiarire mai l’esatto significato della nuova fattispecie di delitto (come esigerebbe invece uno stato di diritto come il nostro, nonché l’estrema durezza delle pene previste).

In realtà, consultando alcuni siti che intendono dar voce alle minoranze sessuali, ho constatato direttamente l’equivocità di termini come trasgender e transessuale, che riflettono probabilmente nel linguaggio comune – il caos etimologico maturato all’interno della stessa comunità LGBTQI+.  Infatti il significato attribuito a queste parole è cambiato nel corso degli anni ed è ancora oggetto di un acceso dibattito.  Comunque, secondo la guida online che ho consultato: transgender è una persona il cui sesso biologico e l’identità di genere non concordano, che si identifica con il genere opposto a quello attribuitogli alla nascita, ma che non chiede di modificare i propri caratteri sessuali primari attraverso operazioni chirurgiche (come fa il transessuale)[1].

Queste precisazioni possono sembrare irrilevanti ai fini della tutela[2] delle minoranze sessuali e delle donne (infatti ai reati di omolesbobitransfobia si sono voluti aggiungere, nel recente testo unico[3], quelli ispirati alla misoginia[4]); invece non lo sono, perché sancire per legge un diritto significa contestualmente stabilire un dovere per qualcun altro ed è per questo che i cosiddetti nuovi diritti, come la tutela dell’identità di genere, tendono a confliggere con i diritti naturali, riconosciuti come inviolabili dall’art. 2 della nostra Costituzione. Se il ‘ddl Zan’ diventerà legge dello stato, ridurrà infatti sensibilmente le libertà di opinione e di espressione, la libertà religiosa, la libertà educativa dei genitori e persino il diritto all’uguaglianza e alla pari dignità sociale tra uomo e donna (art. 3) che la proposta di legge afferma invece di voler tutelare. Proprio su quest’ultimo, contraddittorio, aspetto del testo in questione vorrei soffermarmi.

La tv nazionale norvegese ha trasmesso nel 2010 il “paradosso norvegese”, un documentario girato dal sociologo e attore Harald Eia (sopra nella foto), che ha mostrato attraverso un’inchiesta rigorosa l’infondatezza scientifica dell’ideologia gender, secondo la quale donne e uomini sarebbero diversi unicamente dal punto di vista fisico, essendo ogni altra differenza frutto di condizionamenti culturali eliminabili. Il filmato (che dura una mezz’oretta ed è reperibile online con i sottotitoli in italiano) ha suscitato un appassionato dibattito dal quale, nel 2011, è nata la decisione del Consiglio dei ministri dei governi nordici di sospendere i finanziamenti al Nordic Gender Institute.    

 Come ha riconosciuto onestamente su Facebook Aurelio Mancuso, dirigente del Pd e già presidente di Arci Gay:

«L’utilizzo del termine identità di genere anziché transfobia apre oggettivamente un conflitto molto forte con il femminismo della differenza e di quello radicale. Conflitto che non si sarebbe proposto fino a pochi anni fa, ma che ora investe una dura discussione pubblica in tutto il mondo. Proprio nelle file dei partiti progressisti potrebbero esprimersi forti contrasti, tali da pregiudicare, soprattutto in Senato, l’approvazione della legge»[5]

Nel nostro Paese la legge consente già ad un uomo che abbia completato il processo di transizione (cioè si sia sottoposto a terapia ormonale e ad un intervento chirurgico di demolizione

del sesso maschile) di essere riconosciuto per legge come una donna (benché per un uomo trasformarsi realmente in donna o viceversa – sia per ovvi motivi impossibile, allo stesso modo per cui un sessantenne non può in nessun caso ritrasformarsi in un ventenne). Il Ddl Zan, inserendo nel testo la tutela dell’identità di genere, spiana la strada alla riforma – già proposta dal Mit (movimento identità trans) – della legge 164/2, che oggi regola la materia, che mira ad ottenere un pieno riconoscimento della nuova identità sulla base della semplice ‘autocertificazione’ dei soggetti interessati[6], senza necessità di alcun intervento chirurgico/farmacologico né di alcuna perizia: imponendo a chi rappresenta lo stato e agli altri cittadini di considerare a pieno titolo come donne esseri umani biologicamente maschi a tutti gli effetti (e viceversa).

 Che problema c’è? Ribattono i promotori della legge (e con loro molte anime belle): sosteniamo gli stessi diritti e libertà per tutti, senza distinzione!

Ora, che si possano estendere illimitatamente i diritti di un gruppo di cittadini senza contraccolpi negativi su altri è una convinzione logicamente insostenibile, smentita oltretutto da molteplici spesso grotteschi – fatti di cronaca. Un paio di giorni fa, ad esempio, mi sono imbattuta in una notizia bizzarra, direi comica, se i tempi fossero meno confusi di quelli presenti: a Toronto un’estetista ha dovuto chiudere la sua attività, unica fonte di sostentamento, per essersi rifiutata di fare una ceretta inguinale a un trans (con genitali maschili). L’aspetto drammatico della vicenda, non l’unica di tal genere, è che a farle chiudere i battenti per discriminazione contro l’identità di genere della cliente è stato il tribunale per i Diritti Umani della Columbia Britannica[7]: la ceretta come nuovo diritto umano!

 

La giornalista e femminista Marina Terragni [nella foto]in merito al Ddl Zan ha chiarito efficacemente nel suo blog la contrarietà di molti gruppi femministi al ddl Zan.  

 

In realtà l’aver sostituito l’identità di genere al sesso biologico nella definizione dei concetti di «uomo» e «donna» sta provocando problemi consistenti nei Paesi e nelle organizzazioni sovranazionali che hanno imboccato questa strada. In Inghilterra, punta avanzata dell’ideologia gender, alcune quote politiche riservate alle donne da tempo sono occupate da uomini che si identificano come donne: già nel 2018 Jeremy Corbin, leader del partito laburista inglese, usò le quote rosa per candidare in posizione di vantaggio alcune candidate trans, provocando l’esodo di circa 300 militanti e dirigenti donne del partito. La questione dell’identità di genere provoca da anni colossali problemi anche nel mondo dello sport: negli Usa gli sprinter o i lottatori transgender maschi che si identificano come femmine fanno man bassa delle classifiche sportive universitarie, sottraendo alle donne biologiche opportunità e borse di studio collegate ai risultati atletici[8]. Problemi anche peggiori nelle carceri: basta una dichiarazione scritta, fondata sulla percezione di sé come donna, e persone che sono fisicamente maschi a tutti gli effetti, persino se già condannati per violenza carnale, possono finire nelle sezioni femminili dei penitenziari[9] con drammatiche conseguenze per le altre detenute. Non è un caso che l’utilizzo nel ddl Zan del termine identità di genere anziché transfobia abbia causato anche in Italia, come osservato da Mancuso, un conflitto molto forte con una parte importante del femminismo. Contrasto che trova un’eco nella discussione in atto nel mondo occidentale. L’ostilità di molte femministe storiche e delle stesse attiviste dell’Arcilesbica[10], alla sostituzione della categoria del sesso con quella dell’identità di genere, nel ddl in questione, è stata spiegata con chiarezza dalle protagoniste del dibattito in molteplici interventi pubblici.

Come ha scritto La giornalista e femminista Marina Terragni in merito al Ddl Zan nel suo blog[11]:

«una legge che introduce il rischio di essere perseguiti penalmente se dici, per esempio, che una donna è una donna e non un mestruatore o una persona dotata di “buco davanti”; o che solo le donne partoriscono; o che l’omofecondità è solo un delirio di onnipotenza; o che l’utero in affitto è un abominio… una legge del genere sembra voler colpire più le donne che gli uomini … L’identità di genere è il luogo in cui la realtà dei corpi – in particolare dei corpi femminili – viene fatta sparire … è la ragione per cui le donne che si vogliono liberamente incontrare tra loro non possono farlo, e subiscono aggressioni quando lo fanno. Gli spogliatoi femminili a cui devono poter accedere persone con apparati genitali maschili. Le case-rifugio per donne maltrattate che devono ospitare anche persone con pene e testicoli. L’identità di genere è … la ragione per la quale chi dice che una donna è un adulto umano di sesso femminile viene violentemente messa tacere, come è capitato a molte femministe: da Germaine Greer a Silvyane Agacinski, Julie Bindel, Chimamanda Ngozi Adichie e ora anche a J.K. Rowling, l’autrice di Harry Potter, sotto attacco come transfobica per essersi detta donna e aver rifiutato la definizione di “persona che mestrua”. L’identità di genere è il motivo per il quale la ricercatrice Maya Forstater è stata licenziata dopo aver affermato che non è possibile cambiare il proprio sesso biologico, e altre donne in UK sono sotto processo. L’identità di genere ha a che vedere anche con altre questioni, come l’utero in affitto: le molte donne che lottano contro questa pratica vengono bullizzate come omotransfobiche che vogliono conservare il proprio “privilegio” e non accettano di cancellare la parola madre per essere definite “persona che partorisce”».”

Francesca Izzo, sempre dell’associazione SeNonOraQuando Libere (vedi in appendice la sintesi di un suo interessante articolo), riconduce il duro scontro in atto tra le stesse “femministe” a proposito della legge Zan adue opposte visioni della libertà femminile: una che punta a “neutralizzare” e a cancellare le differenze fluidificandole [cioè abbracciando la teoria gender e quindi negando la specificità dell’essere donna],l’altra che cerca di dare loro valore e senso [femminismo della differenza].

Per quanto mi riguarda, considero una scelta tragica per il bene comune quella di imporre per legge, indottrinando sistematicamente i più giovani e vulnerabili (diffondendo a tappeto nelle scuole la teoria gender) e mettendo a tacere con la forza i dissenzienti, una concezione ideologica e quindi falsa dell’essere umano e della sessualità. Negare la dimensione biologica, proprio nel momento in cui peraltro si classificano gli esseri umani in base alle loro pratiche sessuali, non aiuta veramente chi sperimenta un doloroso disallineamento tra la propria mente e il corpo, e costringe comunque i cittadini a sconfessare la realtà dei fatti, vivendo nell’equivoco e nella menzogna.

Concludo facendo pertanto mia un’affermazione della grandissima pensatrice Hannah Arendt:


 “Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più[12]

 

 

 

 

[1] Guida illustrata alla cultura queer -Transessuale cosa vuol dire? in Iosonominoranza.

[2] In realtà già assicurata dalla normativa esistente (articoli 61, 594, 595 e 612 del C.P.), come provato dalle sentenze di condanna pronunciate in tal senso negli ultimi anni.

[3] Il disegno di legge contro l’omofobia, la transfobia– che per comodità chiamo ancora ddl Zan (dal nome di uno dei proponenti) – nasce in realtà a metà luglio come sintesi di 5 proposte precedenti.

[4] Forse per rispondere alle critiche di chi, di fronte alla notevole crescita delle violenze contro le donne durante il lockdown, avrebbe voluto portare l’attenzione del governo su questa emergenza sociale, anche perché i dati forniti dall’OSCAD (Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori) attestano la bassa incidenza di reati omotransfobici nel nostro Paese. In questo modo le donne, la metà del cielo, sono ridotte ad una sfumatura nella variegata galassia LGBTQI+. 

[5] Flavia Perina, Le battaglie per l’identità di genere rischiano di danneggiare i diritti delle donne, LinKiesta, 12 giugno 2020.

[6] Marina Terragni, Perché la legge contro l’omotransfobia è una faccenda che riguarda noi donne tutte, in FemminileMaschile, 22 giugno 2020.

[7] “È successo in Canada, a Toronto: un giorno l’estetista Marcia Da Silva ha visto arrivare nel suo centro Jessica Yaniv, un transessuale nato uomo che si identifica come una femmina, per altro lesbica. Il trans ha chiesto una ceretta inguinale.

Stando a quanto riporta il ‘Toronto Sun’, l’estetista – che all’inizio aveva accettato di fare la ceretta – ha cambiato idea quando ha capito che Yaniv aveva dei genitali maschili. La cosa non solo la turbava, ma avrebbe richiesto una procedura diversa rispetto alla ceretta inguinale femminile … Il transessuale, che continua a sostenere si tratti di discriminazione, ha scritto in un tweet: “Sono femmina. Sono una donna. Non sono un uomo. Ho diritto a OGNI servizio a cui una donna ha diritto e qualsiasi rifiuto di questo tipo costituisce una violazione dei miei diritti”.  Si rifiuta di fare la ceretta inguinale al trans: lui le fa chiudere l’attività, in VoceControCorrente, 27 Luglio 2019.

[8]Annalisa Cangemi, 300 donne contro Corbyn: nel partito hanno incluso anche le trans tra le quote rosa, 2 maggio 2018 (www.fanpage.it).

[9] Nata come David Thompson era diventata Karen White. La trans, che non si aveva ancora portato a termine la sua trasformazione a donna con l’operazione ai genitali, è stata accusata di stupro dopo aver violentata una donna. Finita in carcere, e rinchiusa nel penitenziario femminile, però, avrebbe abusato anche di due detenute. È accaduto in Gran Bretagna dove il caso ha avuto una forte risonanza. Trans finisce In un carcere femminile con l’accusa di stupro e violenta due detenute,10/09/2018 (www.pianetacarcere.it).

[10] Arcilesbica ha sottoscritto la la Dichiarazione per i diritti delle donne basate sul sesso firmata nel 2019 da un gruppo di accademiche, scrittrici e attiviste in tutto il mondo, con lo scopo di eliminare “tutte le forme di discriminazione contro le donne che risultano dalla sostituzione della categoria del sesso con quella dell’identità di genere”. L’associazione si è inoltre pronunciata contro la maternità surrogata, sponsorizzata dal movimento trans. Cfr Elisabetta Invernizzi, Perché considerare le persone trans come donne sta facendo esplodere il movimento Lgbt,

[11] Terragni, Perché la legge contro l’omotransfobia è una faccenda …

[12] Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo. Questo libro, pubblicato nel 1952, è considerato una pietra miliare negli studi sui regimi totalitari.

 

 

 

Le due anime del femminismo secondo Francesca Izzo

 

Il movimento delle donne contestando l’ordine naturale e quindi immutabile secondo cui gli uomini e le donne hanno per natura un destino, una funzione sociale definita in base al loro sesso ha per primo distinto il sesso con cui gli esseri umani vengono al mondo (un dato corporeo che coinvolge anche la dimensione psichica) dal genere, cioè dal ruolo sociale e comportamentale che le diverse società attribuiscono ai due sessi.  Su questa distinzione su cui il movimento delle donne ha “lavorato” per costruire un’identità femminile autonoma e libera si è divaricato il percorso tra le femministe che considerando la celebre frase di Simone de Beauvoir “donna non si nasce, si diventa” come un programma da realizzare, fanno coincidere totalmente il sesso con il genere, cancellando ogni specifica identità femminile e quelle che invece cercano di costruire un mondo in cui donne e uomini possano convivere pari e differenti, e la maternità, non sia considerata come un vincolo oppressivo, ma venga valorizzata  come una manifestazione altissima della creatività umana.

In quest’ultimo modo di intendere la libertà delle donne, il sesso e quindi la corporeità sono centrali, nell’altro invece risulta un mero dato biologico, da cui è bene prescindere per ancorarsi solo al genere, cioè alla costruzione sociale (che è trasformabile).

Qui si innesta la teoria gender, di origine anglosassone teorizzata dalla filosofa americana Judith Butler. Quest’ultima ha spinto la storicità del genere sino a considerare il sesso biologico una semplice costruzione sociale. Questa corrente di pensiero, nata all’interno dell’universo femminista, intendeva dare piena dignità e uguaglianza di diritti alle minoranze gay, transgender, queer essa, tuttavia, non solo svalorizza la dualità sessuale e l’eterosessualità, ma le giudica negativamente perché rappresentano un ordine che condanna chi non vi rientra alla perenne marginalità.

Contrastare questa posizione non significa difendere chissà quale privilegio bensì i fondamentali per qualsiasi azione di libertà femminile come quella ad esempio di collocare la maternità al centro della vita pubblica. Una politica delle donne fondata sul gender considererebbe questa azione discriminatoria verso le donne gender. Il dibattito aperto tra le “femministe” a proposito della legge Zan in qualche modo riproduce l’opposizione tra due diverse visioni della libertà femminile, una che punta a “neutralizzare” e a cancellare le differenze fluidificandole, l’altra a cercare di dare loro valore e senso, anche a quella dei trans operati o meno.

Francesca Izzo, Perché «identità sessuale» valorizza le differenze, 20 luglio 2020

 

 

 




Difendere la verità, proporla con umiltà e convinzione e testimoniarla nella vita sono forme insostituibili di carità

Papa Benedetto XVI

Papa Benedetto XVI

 

 

di Lucia Comelli

 

dall’Enciclica Caritas in Veritate

Sollecitata da un incontro con l’economista Ettore Gotti Tedeschi a leggere l’enciclica Caritas in Veritate (1), sono rimasta colpita soprattutto da un paio di asserzioni controcorrente, che ritengo fondamentali per uscire dalla confusione intellettuale e morale che caratterizza il tempo presente: in primis l’affermazione, presente già nel titolo, del legame indissolubile tra l’amore e la verità.

La Carità nella verità – così inizia il documento – è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera. Ciascuno infatti trova il suo bene realizzando pienamente la propria vocazione [dal latino vocatio/chiamata], cioè aderendo al progetto che Dio ha su di lui. In tale progetto ogni uomo trova la verità che lo rende libero (cfr Gv 8,32). Per questo verità e carità non si contraddicono, anzi:

Difendere la verità, proporla con umiltà e convinzione e testimoniarla nella vita sono pertanto forme esigenti e insostituibili di carità (2).

Il volto stesso di Cristo ci esorta a rimanere nell’amore e nella carità di cui Egli è stato il più grande testimone:

In Cristo, la carità nella verità diventa il Volto della sua Persona, una vocazione per noi ad amare i nostri fratelli nella verità del suo progetto. Egli stesso, infatti, è la Verità (cfr Gv 14,6)

colomba bis

«La Fede e la Ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità». San Giovanni Paolo II, Fides et ratio.

Il titolo dell’enciclica, Caritas in veritate richiama un’espressione di San Paolo veritas in caritate (Ef 4,15) con l’intenzione di completarla: se infatti la verità va cercata, trovata ed espressa nella carità, la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità.

Solo nella verità la carità può essere autenticamente vissuta. La verità, che nasce dallo slancio della ragione e della fede, è luce che dà senso e valore alla carità, evitando che si riduca ad un sentimentalismo privo di ragioni e, in quanto tale, soggettivo e mutevole:

Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo: è il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario (3). La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali, e di un fideismo che la priva di respiro umano ed universale.

L’enciclica mette in guardia i propri interlocutori da ogni riduzione intimistica/individualistica della fede [una distinzione peraltro – quella tra l’uomo interiore e l’uomo esteriore – tipica della predicazione luterana], sottolineando appunto la dimensione personale e nello stesso tempo pubblica della fede nel Dio biblico, trinitario, che è insieme Carità e Verità, Amore e Parola (4).

Proprio perché fondata sulla verità, afferma con forza il Papa, la carità può essere compresa, condivisa e comunicata. La verità, infatti, è “lógos” (ragione/discorso) che crea “diá-logos” (dialogo) e quindi comunicazione e comunione. La verità non impedisce il dialogo, anzi, lo rende possibile: facendo uscire gli uomini dalle opinioni e dalle sensazioni soggettive, consente loro di oltrepassare condizionamenti culturali e storici per incontrarsi nella valutazione della sostanza delle cose. In questo consiste l’annuncio e la testimonianza cristiana della carità.

Nell’attuale contesto di diffusa relativismo culturale, vivere la carità nella verità porta a comprendere che l’adesione ai valori cristiani è un elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di uno sviluppo umano integrale: un Cristianesimo caritatevole, ma senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali. In questo modo non ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo. Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni, tenuta lontana dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale.

Lo sviluppo ha invece bisogno della verità. Senza di essa – afferma il Pontefice – l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società.

Benedetto XVI si sofferma successivamente su due criteri orientativi dell’azione morale che derivano dal principio della carità nella verità: la giustizia e il bene comune.

Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità. Chi ama con carità gli altri è anzitutto giusto verso di loro. La carità infatti esige il riconoscimento e il rispetto dei legittimi diritti degli individui e dei popoli. Pur essendo inscindibile dalla giustizia, la carità, tuttavia, la supera e la completa nella logica del dono e del perdono. La “città dell’uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione.

De civitate Dei

Sant’Agostino nel suo De civitate Dei ha interpretato la storia spirituale dell’umanità contrapponendo tra loro due città, raffigurate nella miniatura: una terrena e l’altra celeste.

Impegnarsi per il bene comune significa quindi prendersi cura e, nel contempo, avvalersi delle istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente e culturalmente il vivere sociale: si ama tanto più efficacemente il prossimo, quanto più ci si adopera per un bene comune rispondente anche ai suoi reali bisogni. Ogni cristiano, secondo la sua vocazione e le sue possibilità, è chiamato pertanto anche a questa via istituzionale — possiamo anche dire politica — della carità: essa non è meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, al di fuori delle istituzioni.

L’azione dell’uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all’unità e alla pace della città dell’uomo, rendendola in qualche misura un’anticipazione di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana.

Quante cattive azioni, dal suicidio assistito alla maternità surrogata, si ammantano oggi di compassionevoli sentimenti!

Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità. Chi ama con carità gli altri è anzitutto giusto verso di loro. La carità infatti esige il riconoscimento e il rispetto dei legittimi diritti degli individui e dei popoli. Pur essendo inscindibile dalla giustizia, la carità, tuttavia, la supera e la completa nella logica del dono e del perdono. La “città dell’uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione.

Impegnarsi per il bene comune significa quindi prendersi cura e, nel contempo, avvalersi delle istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente e culturalmente il vivere sociale: si ama tanto più efficacemente il prossimo, quanto più ci si adopera per un bene comune rispondente anche ai suoi reali bisogni. Ogni cristiano, secondo la sua vocazione e le sue possibilità, è chiamato anche a questa via istituzionale — possiamo anche dire politica — della carità: essa non è meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, al di fuori delle istituzioni.

L’azione dell’uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all’unità e alla pace della città dell’uomo, rendendola in qualche misura un’anticipazione di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana.

 

 

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Nota a)  Anticamente, in Grecia, il termine persona indicava la maschera teatrale; poi nella riflessione dei pensatori cristiani, come Sant’Agostino, è venuta ad indicare la natura dell’uomo. Creato ad immagine di Dio l’uomo è, come il suo autore, unico e strutturalmente in relazione (con gli altri esseri umani e con Dio). La dimensione personale della fede, pertanto, non si contrappone, anzi, implica quella comunitaria. Nota dell’autrice del presente articolo.

Nota b) Anche nella Chiesa, ad esempio, molti ritengono erroneamente che favorire il dialogo interreligioso significhi mettere in ombra le proprie convinzioni e abbandonare lo slancio missionario: «Oggi in molti sono dell’idea che le religioni dovrebbero rispettarsi a vicenda e, nel dialogo tra loro, divenire una comune forza di pace. In questo modo di pensare, il più delle volte si dà per presupposto che le diverse religioni siano varianti di un’unica e medesima realtà … La questione della verità, quella che in origine mosse i cristiani più di tutto il resto, qui viene messa tra parentesi … Questa rinuncia alla verità sembra realistica e utile alla pace fra le religioni nel mondo. E tuttavia essa è letale per la fede. Infatti, la fede perde il suo carattere vincolante e la sua serietà, se tutto si riduce a simboli in fondo interscambiabili, capaci di rimandare solo da lontano all’inaccessibile mistero del divino». Messaggio di alla Pontificia Università Urbaniana di Roma, (21 ottobre 2014)

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(1) Ettore Gotti Tedeschi ha collaborato, insieme ad altri, alla stesura della suddetta Enciclica (promulgata nel 2009) volta a promuovere lo sviluppo umano integrale. Le osservazioni e le citazioni del presente articolo fanno tutte riferimento all’Introduzione (1-7).

(2) Ad una falsa contrapposizione tra carità e verità, oltre che ad una certa trascuratezza per la salvezza dell’anima, si deve la dimenticanza – se non il ripudio – nella comunità cristiana delle opere di misericordia spirituale, in particolare quella che obbliga moralmente ad ammonire i peccatori (magari ricordando loro la possibilità di andare all’inferno).

(3) Quante cattive azioni, dal suicidio assistito alla maternità surrogata, si ammantano oggi di compassionevoli sentimenti!

(4) La seconda persona della Trinità, il Verbo (traduzione latina della parola greca Logos) di cui parla San Giovanni nel Prologo al suo Vangelo, si è incarnata in Cristo.