Gucci: una creatività che distrugge.

Lui lo sa benissimo che Armine non è bella per niente, l’ha scelta proprio per quello. Gioca abilmente sul conformismo che ci impedisce di dire la verità. Alessandro Michele intuisce lo spirito del tempo e lo restituisce in immagini: lo spirito del tempo è il queer, l’eccentrico, il transumano, tutto ciò che “liberamente” si discosta dal conformismo e dalla norma. Niente ostacola il business più della norma.

 

Alessandro Michele (a destra), Dir. Creativo di Gucci

 

di Alberto Contri

 

Cito da Esquire: “Quello di Alessandro Michele è un immaginario carico ma molto preciso, contaminato di infiniti riferimenti ad anni ed epoche passati, traboccante di accessori, simboli, colori e fantasie, in cui l’orientamento genderless fa da padrone…Alessandro Michele si può definire una perfetta crasi di barocco e punk, rinascimentale e caotico, vintage e modernità”. Osservando le sfilate e guardando i video della nota maison, a me pare di rilevare una paccottiglia raccogliticcia cucita insieme scorrazzando tra epoche e culture diverse, ad opera di una èquipe di furbastri che approfittano del ruolo che hanno per imporre la loro visione omosessuale e “gender neutral”, spacciandola per arte e cultura. E che un vero grade stilista come Armani ha semplicemente stroncato. Alla continua ricerca di èpater les bourgeois e suscitare scandalo, Michele ha arruolato per una sfilata una ragazza armena assai androgina, dotata di nasone, sopracciglioni e orecchione volutamente sottolineati con una foto atta a evidenziare tratti che per la maggior parte delle persone sono comunemente ritenuti difetti. Alle prime critiche negative, in alcuni casi oggettivamente offensive (“ma è una cessa“) si sono levate le schiere a difesa di una scelta giudicata geniale e intelligente perchè capace di “ridisegnare gli stereotipi e l’immaginario collettivo“. Per non parlare dei soliti paladini del politically correct convinti che l’indeterminatezza del genere sia oggi uno dei massimi valori da promuovere. In merito, ritengo utile riortare tre pareri che condivido.

Questo è il pensiero del prof. Andrea del Ponte:

Sono tirato per i capelli a dire il mio pensiero sull’ultima, discussa modella presentata da Gucci per le sue sfilate. Ma non metto la foto di Armine (cercatela da soli), bensì quella di Alessandro Michele (a destra), il direttore creativo di Gucci. Colui che recentemente ha detto che per lui un vaso greco del II secolo e un vaso dell’Ikea, uno a fianco dell’altro, sono ugualmente vivi. E che “io non divido il mondo, prendo tutto per buono”. Un “modello” di relativismo inclusivista. E non dirò neanche una parola su Armine, per non prestare il fianco ai boia del politicamente corretto, che seppelliscono chi ha un proprio pensiero sotto le lapidi tombali di “body shaming” e “odiatori digitali”: autentici sicari di una mafia intellettuale che spara a vista contro chi non si adegua ai Comandamenti laici del Mondo Nuovo. Dico solo che il marchio Gucci – nei limiti in cui può, che sono quelli del marketing – ha aggiunto la sua picconata furbesca alle tante che i tanti Maramaldi europei stanno abbattendo sull’estetica occidentale, dai Greci attraverso Michelangelo sino a Canova e a Giulio Paolini per farne un cumulo di rovine, come è già capitato all’etica. In realtà, la difesa della dignità della donna è una mera mascheratura dei veri obiettivi. L’umanamente meravigliosa Armine è stata ridotta a uno strumento biecamente utilizzato per scopi commerciali (vulgo: soldi), cavalcando l’onda attuale di un furibondo antioccidentalismo e antieuropeismo. Questo sì dovrebbe indignare. Sarti e calzolai (seppure di altissimo livello) che usano un volto femminile molto alternativo e “periferico” con il proposito di moltiplicare i propri guadagni sorprendendo con un’estetica che, legittimamente, non appartiene né alla nostra storia né alla nostra sensibilità. Scandalizzarono con successo già Baudelaire e Picasso: ma la differenza è che loro usavano i versi e la pittura, qui si strumentalizza una ragazza, una persona. C’è chi guarda la singola tessera, e si esalta per la coraggiosa (?) denuncia di Gucci. Io vedo l’intero puzzle, che mostra il timer di una bomba atomica collocata accanto al cervello della civiltà europea“.

Altro parere, con un linguaggio decisamente più ruvido, è quello del filosofo Franco Maria Sardelli:

Eh no, ci hanno rotto veramente i coglioni: una multinazionale della moda – gente abituata a manipolare i corpi delle donne come fossero di plastilina – ti impone il nuovo modello di bellezza scegliendo una delle donne più brutte del pianeta e imponendola come nuova bellezza. E tutti i taddei ad abboccare in un modo o nell’altro. Ma i peggiori son quelli che si scagliano contro chi dice che questa donna è brutta, accusandoli di «body shaming» e atre troiate di derivazione americana: in sostanza, io non potrei dire che questa donna sembra il mi’ zio, perché così facendo io la giudicherei per il suo corpo. E certo che la giudico per il suo corpo! Una che fa la modella non dev’essere giudicata per le poesie che scrive. Se una si presenta a Miss Italia sarà valutata per le cosce e il culo, non per l sua conoscenza di Heiddeger. Quindi non rompeteci i coglioni col bodi scèming perché non attacca: la signorina in questione si offre al mondo per il suo aspetto esteriore, e io ho tutto il diritto di sentenziare che è una novella Mariangela Fantozzi. A maggior ragione se chi la offre al giudizio e la sbatte in prima pagina è una multinazionale che sui corpi delle femmine specula e guadagna. Una volta per tutte: la tipa in questione è bella o brutta secondo i gusti individuali, come tutti noi [e comunque inclina pesantemente al mi’ zio]. Non ce la imponete come nuova venere di Milo e, soprattutto, non accusate chi la dice brutta, razza di ipocriti.”

Non poteva mancare il parere di una scrittrice e blogger, Marina Terragni, che si autodefinisce femminista.

Armine può essere simpatica, intelligente, adorabile, brillante, intensa e anche “sexy” (la presentano come una delle modelle più sexy del mondo), ma di sicuro non è bella. Dire che Armine non è bella non è affatto bodyshaming, così come dire che solo le donne hanno la vagina non è affatto transfobico: è semplicemente usare il linguaggio per dire il più possibile la verità e non per inventarsi un altro mondo che magari fa fare profitti, ma non sta in piedi. Bodyshaming casomai è usare un linguaggio aggressivo o peggio nei confronti di Armine per il fatto che non è bella. Sottilmente bodyshaming è anche dire che Armine è bella, perché suona come una presa per i fondelli evidente agli occhi di tutti, come un’ipocrisia “esteticamente corretta” che risulta offensiva. E’ offensiva perché -nonostante quello sulla bellezza sia un dibattito millenario che non è ancora approdato a conclusioni- l’esperienza della bellezza di un essere vivente o di una cosa inanimata è un fatto intuitivo, immediato, condiviso e non spiegabile. E’ la constatazione di un’armonia che rende piacevole la contemplazione, secondo canoni che mutano nel tempo. Nel caso di Armine questa esperienza non si verifica. Dire che nel suo viso si coglie quel genere di armonia che provoca piacere in chi la osserva è una bugia che comporta l’effetto paradosso di sottolineare ulteriormente la sua notevole disarmonia. Molti uomini hanno detto cose tremende di Armine per il fatto che non è bella. Si sa che molti uomini dicono cose tremende delle donne in qualunque circostanza, quando non sono belle e anche quando sono belle: la misoginia si esercita sulle più varie e vaste praterie. Questo sì, è bodyshaming, e va condannato. La risposta in sua difesa però non può essere “Armine è bella”, perché Armine non lo è, e dire che è bella significa cascare in una trappola costruita ad arte. Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci, è un comunicatore molto intelligente. L’interesse per la moda e i suoi creatori è in picchiata, ma di Gucci si continua a parlare. Le trovate di Michele sono formidabili. Tra le ultimela modella con sindrome di Down. Ora, come sappiamo, di persone con sindrome di Down ce ne sono molte meno di un tempo. La diagnosi prenatale ha notevolmente ridotto le nascite di bambine e bambini affetti da trisomia 21. Se non si mettono al mondo bambine e bambini Down è perché si ritiene che essere Down non costituisce una condizione desiderabile. Scegliendo una modella Down, Alessandro Michele va in netta controtendenza e afferma che essere Down può essere bello. Anzi, bella. Non lo fa, intendiamoci, per contrarietà alle pratiche eugenetiche (può essere che sia contrario, non ne ho idea): il senso dell’operazione è tutt’altro. L’operazione Armine non è diversa: Michele ci sta dicendo che una donna con il naso lungo, gli occhi cerchiati, la bocca sottile e il mento storto non soltanto non è brutta, ma è bella. Anzi: vuole che siamo noi a dirlo. In alcune immagini i difetti del viso di Armine appaiono opportunamente accentuati con il photoshop. Lui lo sa benissimo che Armine non è bella per niente, l’ha scelta proprio per quello. Gioca abilmente sul conformismo che ci impedisce di dire la verità. Alessandro Michele intuisce lo spirito del tempo e lo restituisce in immagini: lo spirito del tempo è il queer, l’eccentrico, il transumano, tutto ciò che “liberamente” si discosta dal conformismo e dalla norma. Niente ostacola il business più della norma. Da qualche parte ho letto che Armine è una modella “approvata dalle femministe”, come se le femministe fossero nemiche della bellezza femminile. A dire il vero è l’esatto contrario: la cura di sé e del mondo, la ricerca dell’armonia e della bellezza sono femminismo a pieno titolo, e sono pratiche politiche. La bellezza “che non piace alle femministe” (per dirla malamente) semmai è quella che si conforma prontamente alle esigenze della sessualità maschile, che si mette al suo servizio accentuando in modo grottesco i caratteri sessuali secondari (seni ipertrofici, sederi svettanti, bocche da fellatio e così via). Ma verosimilmente anche questa roba non va più, seni protesizzati e labbra al silicone sono un triste residuo del passato prossimo, ormai è diventata anche questa una “normalità” cheap che non ha più mercato se non in certi orribili reality show, e qui stiamo parlando di mercato (quasi sempre ci ritroviamo a parlare di mercato, qualunque argomento si affronti). Alessandro Michele è uomo di business, e se sceglie Armine è perché gli funziona per il marketing e per il business, non per altro. Il queer fa business, l’ossequio al femminismo non c’entra un accidente. Ossequio al femminismo, per dirla sempre malamente, sarebbe scegliere come modella una donna di peso e statura nella media, ordinariamente charmante, insomma una normale. Ma la normalità non fa fare affari, non ti vende la vertigine dell’assoluta libertà e dei limiti da sbaragliare, a cominciare dal linguaggio. Quello del linguaggio è uno dei principali campi di battaglia. Riuscire a farti dire di un uomo che è una donna, di uno che non ha utero che può mestruare e di Armine che è bella (dagli e ridagli alla fine ce la fai, vedi finestra di Overton) costituisce un’unica e colossale partita.

Probabilmente, dopo decenni di tristissime anoressiche, uno dei prossimi casting si potrebbe fare tra le protagoniste di “Vite al limite”. Trovare una di quelle povere donne di 300 kg, farla sfilare con assistenti che la sorreggano in passerella. Con relativo obbligo di dire che “è magra”. E invece non dobbiamo avere paura di dire la verità”.

 




Chi sta sdoganando la pedofilia?

Foto bambini in atteggiamento provocante

 

 

di Alberto Contri

 

Come se niente fosse, prima pubblicano, e poi cancellano e si scusano. Ma nella sostanza insistono. E’ stato cosí per il manifesto di Venezia e per il film di Netflix “Cuties”. Non credo abbiano fatto altrettanto gli organizzatori della mostra dell’auto di Wuhan. Cosí innamorati di inclusione e diversità, cinema e pay tv abbassano sempre di più l’asticella del pudore, pur di conquistare nuovo pubblico, vellicando i sensi dei pedofili dichiarati e di quelli latenti. In nome della libertà di espressione eccetera eccetera.

A seguire, sull’argomento, un brano a proposito della serie Euphoria, tratto da “La sindrome del Criceto” (Ed. La vela, 2020. Disponibile su Amazon e www.edizionilavela.it, con consegna in 1 giorno)

Media e brand sposano il pensiero unico

Oltre alle tv generaliste, le piattaforme pay-tv ritengono necessario trattare i temi cari all’agenda gender, perseguendo inoltre la crudezza delle rappresentazioni del reale “per essere in sintonia con il linguaggio dei giovani”, come nel caso di Euphoria, una serie televisiva prodotta da HBO e diffusa dalla piattaforma Sky. Un caso di scuola anche per l’ipocrisia manifestata da produttori e piattaforme: “Ci saranno genitori che andranno completamente fuori di testa”, ha ammesso l’ideatore Sam Levinson, autore della sceneggiatura, intervistato dall’Hollywood Reporter, “tuttavia, lo show è destinato a un pubblico adulto e le scene descritte nello spettacolo, seppur in maniera esplicita e cruenta (dalle vivide raffigurazioni di overdose ai nudi maschili, fino alle scene di stupro), sono state vissute realmente da qualcuno”. Inneggiando all’autenticità di Euphoria, Ben Travers, giornalista di Indiewire, magazine specializzato in cinema e tv, ha scritto: “Si basa sulla cruda realtà”. Peccato che questo tipo di cruda realtà appassioni soprattutto i giovanissimi, visto che la serie contiene precise istruzioni su come assumere droga senza farsi scoprire dai genitori, amplessi etero e omo in tutte le varianti del kamasutra, oltre a ogni altra possibile modalità di sballo in auge tra i ragazzi. All’inizio di ogni puntata si dichiara che il programma è destinato a un pubblico adulto, quando i protagonisti sono invece tutti adolescenti. Mentre alla fine, dopo aver mostrato scene crudamente esplicite “per essere in sintonia con il linguaggio dei giovani” – molte delle quali potrebbero davvero impressionare o indurre alla depressione qualche personalità un po’ fragile –, Sky si rivolge evidentemente proprio ai giovani con un simile cartello: “Se stai vivendo problemi di dipendenze o situazioni di disagio, non sottovalutarle. Per informazioni e supporto visita sky.it/euphoria”. Chi lo visita trova una linea dedicata (non un numero verde, costerebbe troppo) e un indirizzo mail cui rivolgersi dal lunedì e venerdì dalle 8,30 alle 17,30, orari e giorni durante i quali, per la verità, ci si sballa di meno e si prova probabilmente meno disagio. Il servizio di informazione e supporto “per chi sentisse di aver bisogno di aiuto” è fornito dall’Associazione Unitaria Psicologi Italiani, che poi non è che un sindacato. Un esempio ben strano di CSR: troppe cose non tornano.

 

(pubblicato su  Linkedin.com)




Il Deep State è una favola?

 

deep state

 

 

 

di Alberto Contri

 

Nel mio libro “La sindrome del criceto” vengono sviluppati temi di attualità sempre più scottante. La sordida lotta a base di dossier falsi tra democratici e repubblicani rivela ogni giorno novità e anche sorprendenti boomerang. Sullo sfondo, il Deep State, secondo alcuni una bufala, secondo altri una realtà. Chi è sinceramente interessato a capirne qualcosa, legga qui. Altrimenti legga come si legge il giallo dell’estate.

 

(Tratto da “La Sindrome del Criceto”, Ed. La Vela, pagg 40-46. Acquistabile su www.edizionilavela.it. Consegna in 1 giorno via corriere senza sovrapprezzo).

Il vituperato e criticabile Trump sta conducendo una dura battaglia con il Deep State, costituito fin dal dopoguerra da un’organizzazione della quale farebbero parte elementi chiave del mondo finanziario, industriale, militare, cioè le lobby intenzionate a dominare il pianeta. Tutto accuratamente monitorato (è un eufemismo) dai Five Eyes, vale a dire il coordinamento dei servizi segreti di Inghilterra, Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda.  Ultimamente il Washington Post ha liquidato le teorie sul Deep State come mera “spazzatura”. Ma a un occhio attento non può sfuggire che di recente il giornale è passato nelle mani di Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, sicuramente intenzionato a non mollare le sue ambizioni egemoni. Secondo alcuni, il tycoon degli acquisti on-line sarebbe addirittura una vera e propria creatura del Deep State, così come Zuckerberg, che, insieme a Page e ai cosiddetti GAFA, mira a controllare chiunque si connetta alla rete tramite l’intelligenza artificiale, mettendo a rischio la privacy degli internauti. Del resto, c’è ben poco da stupirsi, dato che Internet è nato da Arpanet, un progetto di ricerca sviluppato dall’esercito americano per fini militari. È altresì noto che agli inizi alcuni dei GAFA beneficiarono, direttamente o indirettamente, di sostanziosi finanziamenti dell’esercito e dei servizi. Inoltre, oggi operano alla luce del sole società avanzatissime nel trattamento dei big data, sia per fini commerciali, sia per fini di intelligence. Uno degli esempi più clamorosi è la Palantir Technologies, che non fa mistero di annoverare tra i propri azionisti la NSA, il Pentagono e la CIA. Ma appena lo si ricorda, si viene accusati di essere complottisti.

Su questi argomenti ho ritenuto utile fare qualche domanda al professor Marcello Piras, grande conoscitore degli Stati Uniti – dove ha insegnato per anni storia della musica –, che da tempo si sposta per l’intero pianeta tenendo conferenze sulle interferenze culturali tra diversi filoni musicali, in parti- colare sul jazz. A proposito dei musicisti, mi ha raccontato una curiosità interessante: fin da epoche lontane alcuni di loro erano anche spie, perché potevano viaggiare in lungo e in largo e avvicinare re, imperatori e alti funzionari senza destare sospetti. Un caso famoso è quello dell’italiano Davide Riccio, liutista, compositore, politico e segretario privato della regina di Scozia Maria Stuarda, assassinato nel 1566 con l’accusa di essere una spia del papa, come documentano gli storici.

Inevitabilmente, io e il professor Piras siamo finiti a parlare prima della musica americana – anch’io sono un grande appassionato di jazz – e poi dell’inconsueto ruolo che ha ricoperto la CIA nel tentativo di controllare il movimento hippy (v. David McGowan –  Weird Scenes Inside the Canyon – Headpress 2014) Ecco le domande che gli ho rivolto sui servizi segreti americani.

Da tempo si sostiene che nei Servizi segreti americani, o meglio, nella CIA, sia presente anche un livello più segreto che farebbe parte del cosiddetto Deep State. Affermarlo è mero complottismo o esistono evidenze di un suo ruolo dal dopoguerra a oggi?

Innanzitutto, la CIA costituisce il vertice di una quindicina di agenzie che svolgono mansioni segrete. Si occupa dell’estero, mentre altre, come l’FBI e l’NSA si occupano dell’interno. Trattandosi di servizi segreti, si può affermare che le attività all’estero siano per definizione illegali rispetto al Paese che le ospita (colpi di Stato, omicidi, stragi, ecc.), e non di rado sono affidate per motivi territoriali ad altri servizi segreti vicini, come quello britannico o il Mossad. Quando la CIA agisce sul territorio americano lo fa al di fuori di ogni mandato istituzionale, entrando spesso in conflitto con le altre agenzie di intelligence. Queste, oggi, non sono schierate tutte dalla stessa parte, e in alcuni casi sono addirittura frammentate al loro interno.

È risaputo che la CIA fa parte di un gruppo di coordinamento denominato Five Eyes. Questo gruppo, a livello del Deep State, risponde ai potenti del mondo o invece ne determina la politica?

Il Deep State fa quello che vuole… ma quello che vuole coincide in sostanza con gli interessi dei potenti del mondo. Parlare di Deep State evoca subito la parola complotto con tutta l’accezione negativa che gli è stata attribuita. I complotti nella storia sono sempre esistiti, ma sono quelli orditi da chi non ha il potere e vuole prenderlo. Quando sono i governi a gestire questo tipo di operazioni, non è un complotto, ma mero esercizio del potere, che per sua natura è in larga parte segreto.

È noto che i presidenti come Kennedy e Reagan, che hanno cercato di limitare o bloccare le attività del Deep State, hanno fatto una brutta fine o subìto attentati. Anche Trump è impegnato allo stesso modo, sembra con maggiore successo, come mai?

Sono stati proprio i fallimenti di Kennedy e Reagan a suggerire come si può combattere il Deep State. Occorre fare attenzione a non semplificare: si tratta di un progetto vasto, minuzioso, complicatissimo e lento, anche perché il Deep State è una specie di cancro che è stato lasciato proliferare per molti anni espandendo metastasi in ogni dove. Ai tempi di Kennedy la CIA era in fondo un organismo ancora relativamente piccolo, ma comunque in grado di commettere assassini, lasciando però tracce che nel tempo sarebbero state scoperte. Per esempio, nel settembre 2019 Robert Kennedy jr. ha rivelato come fu veramente ucciso suo padre, smentendo la versione ufficiale. Sia Kennedy, sia Reagan avevano sottovalutato il potere della CIA e in realtà non avevano un piano di attacco preciso, pur avendo il primo affermato di volerla distruggere. Oggi, invece, questo piano c’è, e va ben oltre quello che Trump chiama “draining the swamp” (prosciugare la palude). Ciò significa lottare contro la sistematica illegalità con la quale la CIA si è mossa, anche ricattando chiunque, e procurandosi non solo corposi finanziamenti pubblici, ma anche enormi risorse tramite attività che, secondo testimonianze di ex agenti usciti dai servizi, riguarderebbero tre tipi di commercio: armi, droga e prostituzione minorile. In questo senso, porre fine alla guerra in Afghanistan significa tagliare il rifornimento del papavero alla produzione della droga. Costruire il muro tra Stati Uniti e Messico significa sigillare la frontiera “porosa” che permette tutti e tre i traffici. Ma non bisogna credere che Trump stia combattendo questa battaglia da solo: dietro di lui c’è una vasta alleanza trasversale che comprende progressisti e conservatori, con squadre di esperti in tutti i settori che hanno il compito di consigliarlo su questioni specifiche come – ad esempio – i giudici da nominare (da quando è presidente ne ha sostituiti centocinquanta). Questa è la differenza rispetto a Kennedy e Reagan.

Oggi il controllo e il dominio del mondo, oltre che con le armi e il denaro, si fa con l’I.A., gli algoritmi e le connessioni in rete. C’è chi sostiene che i GAFA facciano parte del Deep State o lo appoggino apertamente. Spazzatura o realtà?

C’è anzitutto un aspetto della vita americana che era già ben presente quando gli Stati Uniti erano ancora una colonia: la prassi della diffusione di notizie false. Esempio: al pubblico piace sentirsi raccontare l’epopea di un giovanotto squattrinato che in un garage ha avuto un’idea straordinaria ed è diventato miliardario. È una favola che fa sognare tanta gente, perché è la perfetta metafora del cosiddetto sogno americano. Ma è una favola senza alcun fondamento. Costruire progetti come Internet, Facebook, Google, è possibile solo grazie ad anni di studi, ricerche e grossi finanziamenti, che solo lo Stato o l’esercito possono fornirti. Ma poiché gli Stati Uniti coltivano il mito dell’iniziativa privata, si mascherano in questo modo gli investimenti statali mettendoci poi sopra la faccia di un singolo personaggio di talento, che avrebbe saputo cogliere quelle opportunità di cui l’America è così generosa con gli intraprendenti. Pertanto, non è che il Deep State abbia deciso a un certo punto di mettere le mani su attività utili per i propri fini: la verità è che tali attività sono state create proprio dall’esercito e dai servizi. Semmai, una volta che quel know-how si è consolidato e reso pubblico, lo si è poi immesso sul mercato per farci del buon business [v. Palantir Technologies, N.d.A.]. Mentre i livelli di ricerca più avanzati vengono mantenuti segreti.

Nonostante alleanze così forti e mezzi così avanzati, quali sono i segnali che ci inducono a pensare che il Deep State stia per affrontare una crisi mai vista prima?

Alcuni personaggi riconducibili al Deep State hanno rilasciato dichiarazioni che ne rivelano il panico, perché per la prima volta non si vedono attaccati da sinistra – a questo sono abituati e sanno ben rispondere –, ma da destra. E non sanno come reagire, né possono affermare che Trump sia un terrorista o che non sia un patriota. Questa situazione ha dato un grande vantaggio iniziale agli avversari del Deep State, e sta provocando un terremoto tra congressmen e altri personaggi pubblici che hanno deciso di uscire di scena e chiudere la loro carriera prima di essere processati. Sta anche crescendo il numero di testimoni oculari che cominciano a raccontare verità scomode per evitare di essere ritenuti corresponsabili di alcuni crimini dei quali si cominciano a conoscere i veri colpevoli (ad esempio, la Commissione ufficiale dei Pompieri ammette, dopo 18 anni, che alcuni di loro si erano accorti che l’11 settembre le torri erano state minate, vedi Ted Walter sul sito web Global Research, 27 luglio 2019). In realtà Trump sta conducendo una guerra ancora più ambiziosa contro le banche centrali, che hanno governato l’Occidente e la sua politica dalla fine del 1600. Il suo obiettivo è farle saltare, restituendo al dollaro la parità con l’oro, così da restituire al governo eletto dai cittadini il potere di stampare moneta senza indebitarsi con le banche. Ci avevano provato Lincoln e Kennedy, che non a caso hanno fatto la stessa brutta fine. Oggi il clima è diverso, e vi sono chiari indizi a suggerire che Trump potrebbe riuscirci.