“E il concetto di ‘vita indegna di vivere’, dev’essere ricordato, non è stata sviluppata da buzzurri, ma da persone altamente educate – persone che probabilmente pensavano non ci fosse una cosa come un ‘atto intrinsecamente malvagio’.

In questo anniversario, inganniamo noi stessi se pensiamo che l’umanità abbia imparato la sua lezione e che un Auschwitz non possa più avvenire. Come ha affermato il sopravvissuto italiano all’olocausto Primo Levi, è avvenuto, dunque può accadere ancora. La forma può essere differente; ma il motivo sarà quasi certamente lo stesso”.

Così George Weigel, in questo suo articolo pubblicato su First Thing e tradotto da Riccardo Zenobi

 

Auschwitz

 

Settantacinque anni fa, il 27 gennaio 1945, i fanti della 322° Divisione Fucilieri dell’Armata Rossa stavano aprendosi a colpi la loro strada nel Terzo Reich quando scoprirono i campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau. I tedeschi inventori dello sterminio di massa industrializzato erano stati espulsi in precedenza, costringendo circa 60mila prigionieri ritenuti capaci di lavoro in schiavitù nella loro Patria ad una marcia verso ovest, durante la quale molti morirono. I veterani russi induriti dalle battaglie della brutale guerra sul fronte orientale erano comunque scossi da ciò che trovarono ad Auschwitz-Birkenau: 6mila scheletri viventi, molti sofferenti da malanni che li avrebbero uccisi prima che cure mediche e cibo avrebbero ristorato le loro forze.

Nel suo pellegrinaggio laggiù nel giugno 1979, il papa san Giovanni Paolo II chiamò Auschwitz-Birkenau il “Golgota del mondo moderno”. E colpisce che un mondo largamente abituato a uccidere su vasta scala riconosca ancora in Auschwitz un icona del male radicale: una barbarie grottesca che nessuna persona sana tenterebbe di giustificare. In quel senso, la letale realtà di ciò che è accaduto ad Auschwitz-Birkenau si erge in contraddizione con l’affermazione di alcuni teologi morali cattolici – un tempo pensiero marginalizzato ma ora di nuovo al lavoro – che non ci sono “atti intrinsecamente malvagi”. Se non puoi concedere che ciò che avvenne ad oltre un milione di innocenti nelle celle di tortura, nei patiboli, al “Muro della Morte”, e nelle camere a gas e i forni crematori di Auschwitz-Birkenau era “intrinsecamente male” – gravemente sbagliato, punto – allora sei un cretino morale, non importa quale sia la più alta laurea che hai ottenuto.

Sono stato al complesso di Auschwitz-Birkenau forse 10 volte: in anni recenti, per pregare alla cella in Auschwitz I dove san Massimiliano Kolbe è stato ridotto alla fame per due settimane prima di essere ucciso da una iniezione di acido carbolico, o per una lunga camminata intorno al perimetro di Auschwitz II-Birkenau, pregando i misteri dolorosi del Rosario mentre camminavo vicino il possibile sito dove santa Edith Stein è stata gassata e cremata. E per me, come per molti altri, la domanda viene inevitabile: Come? Perché?

La Polonia non è alla periferia dell’Europa; la Polonia è al centro dell’Europa, e quella parte della Polonia che è stata annessa al Terzo Reich nel 1939 è in gran parte nella parte sud di ciò che, dopo gli aggiustamenti di confini postbellici, è ora la Polonia centrale. Quindi ad Auschwitz e Birkenau – i nomi tedeschi per le annesse città polacche di Oswiecim e Brzezinka – non sei in nessun modo vicino alle periferie selvagge del film Apocalypto. Sei, piuttosto, nel mezzo del continente che, nella metà del 20° secolo, si considerava il centro della civilizzazione mondiale. E lì è dove lo sterminio di massa industrializzato di innocenti è stato intrapreso.

Intere librerie sono state scritte nel tentativo di capire come la Germania, una nazione rinomata per i suoi risultati nelle arti e nelle scienze, possa essersi data ad un maniaco genocida che sembrava un personaggio di Charlie Chaplin e sobillava in stridulo tedesco colorato da un forte accento austriaco. La domanda divenne ancora più urgente quando, nelle esposizioni ad Auschwitz I, il visitatore medita su foto in bianco e nero del processo di “selezione” ai binari della ferrovia che portano ad Auschwitz II-Birkenau – e nota che gli ufficiali delle SS prendevano decisioni istantanee sulla vita e morte di coloro che erano scaricati dai vagoni bestiame nei quali erano stati trasportati attraverso l’Europa sono quasi a loro agio; alcuni addirittura sorridono. Poi apprendi che gli uomini che inventarono questo orrore comprendono otto ufficiali con l’ambito titolo di dottorato tedesco. E ti chiedi di nuovo, “Come? Perché?”

Un pezzo di quel puzzle di male prende il suo posto quando viene ricordato che, negli anni ’20, intellettuali tedeschi hanno sviluppato la nozione di Lebensunwertes Leben: “Vita indegna di vivere”. Influenzati dalla pseudoscienza dell’eugenetica e la preoccupazione per la “purità razziale” all’epoca epidemica attraverso l’occidente (non esclusi gli Stati Uniti), questa idea malvagia è stata in primo luogo applicata ai fisicamente e intellettualmente handicappati, specialmente bambini. Da allora, è stato un breve passo la sua applicazione ad ebrei, rom, omosessuali, slavi, ed altri Untermenschen: forme più basse di vita.

E il concetto di “vita indegna di vivere”, dev’essere ricordato, non è stata sviluppata da buzzurri, ma da persone altamente educate – persone che probabilmente pensavano non ci fosse una cosa come un “atto intrinsecamente malvagio”.

In questo anniversario, inganniamo noi stessi se pensiamo che l’umanità abbia imparato la sua lezione e che un Auschwitz non possa più avvenire. Come ha affermato il sopravvissuto italiano all’olocausto Primo Levi, è avvenuto, dunque può accadere ancora. La forma può essere differente; ma il motivo sarà quasi certamente lo stesso.

 

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