Messa Tridentina
Messa Tridentina

 

Sesta puntata della rubrica

DALL’UMANESIMO AL DISUMANESIMO: la parabola dell’uomo separato da Dio

 

 

di Roberto Allieri

 

C’è un libro preziosissimo di Joseph Ratzinger, pubblicato nel 2001 quando era ancora cardinale, intitolato ‘Introduzione allo spirito della liturgia’. È una miniera che offre una incredibile quantità di spunti, riflessioni e precisazioni utili anche al fedele meno preparato per andare al cuore e all’essenza dell’azione liturgica.

Ratzinger diceva nelle premesse: ‘sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia’. Ci metteva dunque in guardia dalla tendenza odierna della Chiesa di scivolare in una liturgia sciatta perché essa porta inevitabilmente ad una fede sciatta. L’una diventa il riflesso dell’altra.

Il libro di Ratzinger andrebbe attentamente letto e studiato oggi, in un periodo in cui ci si accanisce contro importanti aspetti liturgici e si favoriscono impunemente abusi di ogni tipo. Neanche il Papa, scriveva, può disporre qualsiasi cosa in materia liturgica: egli non è monarca assoluto ma custode e garante al servizio della santa tradizione liturgica.

Come suggerisce il titolo, ciò che interessava al futuro pontefice non era scrivere un trattato di prassi liturgica intorno al come; piuttosto, mirava al significato più profondo della liturgia, riguardante il perché.

Il culto e l’azione liturgica si esprimono, oltre che in parole, in gesti. Che vanno compresi e salvaguardati perché nella liturgia la forma è sostanza, cioè è essenziale, non è un orpello. È perciò erroneo scagliarsi contro un presunto culto magico del gesto, fine a sé stesso. Certo, se il gesto non è accompagnato da una comprensione del significato (e quindi da una adesione del cuore) esso soggettivamente può avere una qualità minore perché non avvicina lo spirito a Dio. Ma oggettivamente tale gesto, per quanto ‘automatico’, mantiene comunque il suo pieno significato.

Per onorare Dio ci possono essere tanti modi, ma per trovare il modo giusto occorre metterlo al centro, in un culto che piaccia a Lui e sia conforme alla Sua natura. Dio vuole essere adorato nel modo che piace a Lui non in quello che piace a noi.

Nel libro di Ratzinger mi piace richiamare un particolare aspetto che mette in luce: la teoria del gioco sacro, già sviluppata un secolo fa da Romano Guardini. Secondo essa, la liturgia ha aspetti che si possono accostare al gioco: ha regole proprie e crea un suo mondo, quando si entra in essa. Queste regole valgono solo per il tempo in cui si ‘gioca’ e vengono meno quando il gioco finisce. Come nel gioco, si crea un’oasi di libertà, con un effetto terapeutico, rigenerante, che fa bene. E come per i bambini il gioco può essere una forma di addestramento e scoperta così nella liturgia si ha una anticipazione, una apertura alla grandezza che ci sta davanti, che ancora non capiamo bene ma che ci sforziamo di raggiungere, sia pure con goffaggine e limitatezza. Come i bambini giocano a fare i grandi, per prepararsi alla vita che li attende, così anche i cristiani ‘giocano’ per crescere, in vista di un’esperienza che li attira.

Ma l’analogia della liturgia con il gioco ha anche un aspetto negativo. Non tutti i giochi sono belli e divertenti. A volte il divertimento non ci porta alcun vantaggio e scade a mero e inutile passatempo; altre volte possono diventare qualcosa di vuoto o negativo (pensiamo al gioco d’azzardo). Ecco, anche la liturgia a volte rischia di diventare un gioco vuoto. Oggi come tremila anni fa. E qui è di particolare importanza riprendere l’episodio dell’Esodo che parla del culto del vitello d’oro (QUI ).

Dice Ratzinger commentando l’apostasia degli ebrei che, peraltro in buona fede e senza malizia, volevano celebrare Dio mettendo al centro se stessi: ‘L’uomo non può farsi da sé il proprio culto: egli afferra solo il vuoto se Dio non si mostra… Non si riesce a mantenere fedeltà al Dio invisibile, lontano e misterioso. Lo si fa scendere al proprio livello, riducendolo a categorie di visibilità e comprensibilità. In tal modo il culto non è più un salire verso di lui, ma un abbassamento di Dio alle nostre dimensioni… L’uomo si serve di Dio secondo il proprio bisogno e così si pone in realtà al di sopra di lui…Questo culto diventa così una festa che la comunità si fa da sé. Dall’adorazione di Dio si passa a un cerchio che gira intorno a sé stesso: mangiare, bere, divertirsi… Allora la liturgia diventa davvero un gioco vuoto[1]’.

 

Partendo da queste suggestioni, ed in particolare dall’accostamento liturgia/gioco e dall’analisi dello scadimento dal culto di Dio alla celebrazione di sé stessi, ho voluto pensare ad uno strumento che possa efficacemente trasmettere questi concetti. Soprattutto ai giovani, ma anche a catechisti che non sempre hanno una sensibilità liturgica adeguata.

C’è infatti un grande bisogno di riflettere sulla deriva liturgica che la Chiesa sta autolesionisticamente permettendo. Ormai durante le messe ogni abuso viene tollerato e addirittura ci si scaglia contro chi si ostina a pregare come sempre hanno pregato i cattolici e i santi.  Quasi come se costoro fossero imbarazzanti modelli da non seguire più: fanatici che pregavano troppo o che pregavano male.  

Qui di seguito ho cercato di rappresentare questa situazione attraverso gli occhi di un bambino trascurato, che rappresenta Dio. È un raccontino molto didascalico, direi pure spudoratamente catechistico, pensato per arrivare dritto al cuore dei semplici (bambini e non solo). Spero che questo strumento possa suscitare in loro qualche utile riflessione sul significato delle celebrazioni liturgiche.  

[1] Introduzione allo spirito della liturgia’ – passaggi vari tratti dal primo capitolo.

 

UNA FESTA SENZA FESTEGGIATO

 

– Sei contento Marco? Hai visto quanti invitati per la tua festa di compleanno?

Jenny, la madre di Marco, passò la mano sul capo del figlio, arruffandogli i capelli. Non aspettò la risposta perché richiamata dal trillo acuto di un gruppetto di amiche che stavano arrivando.

Era un bel sabato pomeriggio di giugno e in giardino si stava proprio bene, con quella temperatura calda ma non troppo, rinfrescata dal benefico spruzzo d’acqua della mattina. Comunque, se avesse potuto rispondere, Marco avrebbe detto:

– No mamma, non sono contento. I miei amici preferiti non ci sono e io vorrei giocare con loro a pallone. Oppure mi piacerebbe una bella ‘caccia al tesoro’ come quella che mi preparavi una volta.

Eh già, quella festa per i suoi nove anni prometteva di diventare un party molto divertente per tutti gli invitati. Ma non per lui.

Suo papà aveva invitato alcuni amici per vedere la partita dei mondiali, che iniziava alle 16. Giocava l’Italia e in salotto erano già pronti alcuni ospiti che spiluccavano stuzzichini dal vassoio, con le loro prime birre fresche in mano. Poi, dopo la partita, avrebbero proseguito la festa partecipando ad un barbecue in giardino, già impostato nei preparativi.

– Dài Marco, vieni anche tu con noi che fra poco inizia la partita. Se vuoi, puoi bere la coca-cola fresca… Vedrai come ci divertiremo!

L’invito di Johnny, il papà di Marco, era solo pro-forma. Sapeva benissimo che Marco preferiva il calcio giocato a quello visto in televisione. Infatti, Marco declinò l’invito con un cenno del capo di diniego. Di lì a poco arrivò la mamma, seguita dal codazzo delle amiche ospiti appena entrate. Disse:

– Marco, non stare lì come un salame. Saluta le mie amiche che sono arrivate… Guarda cosa ti ha portato Valeria per regalo.

– Ma è una bambola!

– Certo, anche i maschi possono giocare con le bambole, quante volte te l’ho detto? Mica vorrai diventare un maschio tossico! Ecco, adesso avrai un’occasione per provare a vedere com’è. Magari puoi giocarci con Andrea…

– Quello che sua mamma non vuole che giochi a pallone e neanche con le macchinine? Ma io preferisco fare la lotta con i miei amici e giocare a pallone…

– Ecco, caro, volevo dirti che i tuoi amici del calcio oggi non vengono…

– Ma perché? – Il volto di Marco si rigò di lacrime.

– Perché sono vivaci e disturbano. Giocano troppo e non va bene. Però c’è Francesco, il figlio della Virna. E poi c’è il tuo amico Carlo.

– Carlo non è mio amico…

– E invece è meglio che tu ci vada d’accordo. Carlo e Francesco, loro sì che sono educati. Gli ho detto che prenderete il tè in giardino, nel tavolino sotto il gazebo. Pensa, potrete averne anche tre tazze e tutti i biscottini che volete! E intanto potrete parlare guardando il panorama sul lago, che è così bello!

La prospettiva di un pomeriggio seduti ad un tavolino a sorseggiare tè con bambini muffosi era piacevole come per un adulto fare una lunga fila in posta per pagare una multa.

La mamma Jenny, appena sistemate le cose e date le istruzioni alla cameriera per il servizio del tè nel gazebo ai tre amichetti, si precipitò in casa con le amiche. Dovevano definire alcuni particolari per la cena vegana che avevano in programma. La proposta dell’amica Elena aveva raccolto i consensi di tutte, anche perché nessuna avrebbe partecipato mai e poi mai al barbecue.

Nel bel mezzo delle discussioni sulle ordinazioni per le portate che sarebbero state consegnate a domicilio, Jenny ebbe un piccolo sussulto:

– Mio Dio, e a Marco cosa do da mangiare? Sarà bene che chieda anche a lui…

La cameriera fu invitata a portare lì Marco e si diresse subito fuori in giardino. Per il ragazzino fu un sollievo essere distolto dalla distratta contemplazione del lago e dai discorsi triti e ritriti dei suoi compagni di merenda che gli riciclavano compiaciuti la propaganda che veniva loro inoculata a scuola. Le solite cose: emergenza climatica, emergenza bullismo e razzismo, emergenza femminicidi, emergenze diritti delle donne, emergenza omofobia, emergenza fascismo, etc.

Su invito della cameriera lasciò volentieri il gazebo e fu accompagnato in cucina dove la madre lo accolse dicendogli:

– Io e le mie amiche facciamo una cena vegana. Vuoi qualcosa anche tu?

– Dici quei piatti di porri, legumi, insalate e carote? A me non piacciono le verdure…

– Non vorrai mica mangiare quelle schifezze alla brace con le salse che farà il papà?

– No, neanche quelle. A me andrebbe una pizza o le crocchette di pollo…

– Ma che dici? Le mangi sempre… Oggi è la tua festa e devi provare qualcosa di speciale. Lascia fare a me: risotto alle zucchine e asparagi con crema di ceci. E poi insalatona mista, che ti fa bene. 

– Bleh, che schifo!

– Vedrai che bontà. E per finire la torta!

– Quella di mele che mi facevi da piccolo?

– No, ormai sei grande. E poi la torta di mele non piace a nessuno qui.

– Ma a me sì, piace sempre tanto…

– Oggi c’è la torta all’amaretto con il mascarpone. Dài, non fare storie e torna con i tuoi amici…

Marcò uscì dalla cucina ma non andò nel gazebo a finire il suo tè. Andò di sopra in solaio. Proprio in quel momento iniziava la partita e così nessuno gli fece caso quando salì dalle scale del salotto.

 

Ultimamente, Marco amava rifugiarsi in solaio, specie quando era triste. O meglio, non amava andare in solaio perché andarci significava che era un momento no. Però era l’unico modo per lenire certe sue amarezze.

In un angolo c’era uno scatolone pieno di fotografie di famiglia. Le aveva fatte tutte suo padre con le sue macchine digitali. Aveva sviluppato su carta le più interessanti e poi le aveva depositate lì. A Marco quegli scatti ricordavano tempi migliori, quando papà e mamma gli volevano più bene e pensavano di meno a sé stessi e un po’ di più a lui. Era successo che con il passare degli anni, pian piano, Marco era diventato sempre più estraneo ai suoi genitori. A volte si sentiva un impiccio, sballottato fuori casa. Sembrava che la sua stessa presenza fosse persino sgradita. Anche se non mancavano attenzioni per le sue necessità materiali e poi abbracci, bacetti e altre manifestazioni che potevano sembrare affettuose. In realtà, Marco dietro quei gesti percepiva che mancava il trasporto del cuore. E la voglia dei suoi genitori di stare con lui. Il loro amore si esprimeva in atteggiamenti di facciata e mirava a concedergli il minimo sindacale per essere riconosciuto adeguato da osservatori esterni alla famiglia.

Marco aprì lo scatolone delle foto. C’erano tanti album zeppi di ricordi belli. Spesso un raccoglitore per ogni ricorrenza o avvenimento importante. Quanto amore riscopriva in ogni fotografia! Persino la cura dell’inquadratura, della luce, del colore e di altri accorgimenti esaltati da sapienti ritocchi digitali parlava delle attenzioni che avevano una volta i suoi genitori per i particolari. Un’attenzione che ora sembrava persa. O meglio, indirizzata su cose inutili o, peggio, che lo facevano piangere. Perché si sentiva trascurato e non più al centro del loro amore.

– Ciao Marco, sapevamo che saresti venuto qui. Ti aspettavamo!

Il cuore di Marco sussultò: erano proprio loro, Flavio e suo fratello Nicola, i suoi amici più fedeli. Quelli che abitavano vicino e, a volte, venivano a trovarlo per giocare con lui infilandosi in quel buco nella siepe, senza farsi vedere. Erano sbucati alle sue spalle, dopo essere stati lì in sua attesa, per chissà quanto tempo.

Li abbracciò con le lacrime agli occhi. Erano due di quelli non invitati perché per sua mamma ‘giocavano troppo’. Per questo motivo lei non poteva sopportarli e così gli diceva spesso ‘ormai sei grande e quelli sono giochi che non si fanno più.’ 

Flavio e Nicola erano anche gli unici che sapevano il suo segreto del solaio. E che perciò condividevano con lui i momenti passati a contemplare le fotografie. Sembravano felici quando stavano con lui. Erano contenti della sua contentezza. Ma dovevano stare attenti a non farsi scoprire.

Marco, per la prima volta quel giorno, sorrise e disse loro:

– Ora vorrei guardare un po’ di queste foto. Voi intanto andate a vedere dentro quel baule là: è pieno di macchinine. Se volete potete prenderle e giocarci subito. Dopo però usciremo e, senza farci vedere, andremo ad arrampicarci nel mio rifugio sull’albero dietro casa. L’ho finito di sistemare ieri e ho portato un po’ di fumetti da leggere. State con me: sarà una bella festa!

Marco rimase sull’albero con i suoi amici sino alle undici, prima di andare a letto. Nessuno dei genitori venne a cercarlo, neanche per offrirgli la torta. Erano troppo occupati a festeggiarlo.

 


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