il-maiale-divertente-del-fumetto-

 

 

di Giovanna Ognibeni

 

Questa è ufficialmente la decade delle tende, spartane ma eleganti, aeree e colorate. Vi sono coloro, complottisti, che parlano di disegni e strategie dietro questo fiorire di iniziative; penso piuttosto che, come nel caso delle Sardine, basti organizzare lo schema di base, tipo tre sfigatelli cui venga dato il merito di avere individuato il logo adatto, ritagliando con la lingua di fuori e di sbieco qualche sagoma di pesciolino, o una studentessa abbastanza carina e con tragica storia di pendolarità alle spalle perché segua la fiumana della massa al grido “e io no?”. Rotto l’argine in un punto, l’acqua ne esce tumultuosa e spacca l’argine stesso, come ben sapeva l’olandesino col ditino nel foro della diga.

È la moda bellezza! È l’originalità nell’ epoca della riproducibilità tecnica, per citare Benjamin.

Quella volta che a Pisa attraccai la macchina in un posteggio diverso, dovetti attraversare tutta Piazza dei Miracoli di fianco ad una parata di persone che in foto reggevano la Torre alternate ad altre che sempre in foto la spingevano in basso. Il primo o i primi che ebbero l’idea effettivamente escogitarono una specie di calembour visivo abbastanza divertente. Dopo di che, millanta sono stati i seguaci: sembra che un’idea per essere apprezzata debba essere replicata allo sfinimento, non c’è più spazio per la contemplazione e il ricordo: Sulle diverse reti programmano interi pacchetti di stagioni televisive, sempre le stesse con un’uscita alla sera e un’altra al mattino seguente. Io stessa, benché conscia della mia predilezione per Denzel Washington, non riesco a capacitarmi del moto interiore che mi spinge (perlomeno spingerebbe) a rivedere per la sesta volta Rapporto Pelikan. Del resto, avrei ben altro da dire su questo tema, se non fosse che il pensiero è una cosa triste, molti filosofi sono morti ed anch’io ‘sto pomeriggio non mi sento bene.

Inoltre, voglio parlare della decade precedente, il cui unico tema d’interesse era l’interesse della Schlein per l’armocromia. Ora, il punto non è che il/la segretario/a del Partito Democratico si attardi a parlare dei suoi vestiti, visto che sta rilasciando l’intervista a Vogue, e non un intervento su Quaderni Piacentini (sì lo so che è cessata. Appunto) E non è che l’uomo sia meno vanitoso della donna, generalmente parlando, solo lo nasconde meglio: se gli fai i complimenti sulla giacca, simulerà un moto di fastidio, “me la deve aver regalata mia moglie”, la donna invece, mentre sta discettando sugli Universali in Tommaso d’Aquino, si interromperà per un attimo, “vero? Mi è piaciuta subito!”.

La Schlein si è palesata maestra nelle risposte evasive su temi come l’immigrazione, il lavoro (Chi era costui? Diceva già Don Abbondio a proposito di Carneade) ed altre quisquilie. Non avrebbe potuto esserlo anche sul suo abbigliamento? Tipo rispondere di essere troppo presa dalle questioni politiche e riconoscere di avere bisogno di consigli; e su questo chi non avrebbe concordato con lei, dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno? Anche gratis, se il risultato è quello di avere giacche di una, due taglie più grandi apparentemente ramazzate dal guardaroba della sorella più robusta, tra l’altro senza avere la scusa che molte di noi, io tra le prime file, possiamo addurre se ai saldi ci fiondiamo su capi di una taglia sopra o sotto la nostra che non c’è più. La gamma dei colori, cardine dell’armocromia poi con nuances evoca vagamente la Varsavia dei film di Kieslowski, guarda caso autore di una trilogia sui colori.

Vero è che forse alla Elly pareva brutto mostrarsi come una borghesuccia che, facendosi largo tra gli abiti stipati nell’armadio, piagnucola di non avere più niente da mettersi. Doveva dire qualcosa di sinistra, porre in evidenza il lato politico anche della questione “cosa mi metto oggi”. Nulla di meglio del porre la questione in termini identitari e pensosamente riflessivi, alla ricerca del sé più autentico e allo stesso tempo esprimere la volontà di perseguire una fusione creativa con la natura, e mi fermo qui perché trasportata sulle ali dorate potrei arrivare sino al respiro cosmico.

In definitiva, due sono le constatazioni che si possono inferire: la prima è che in questo caso, come per le tende, ci troviamo di fronte ad una stampa e ad un dibattito che dilaga parlando del nulla sul nulla. La carcassa del fatto-notizia è spolpata da iene avvoltoi sino all’osso lucente o, come in uno scherzo goliardico, il pacco-dono avvolto in lussuose carte e nastri si rivela vuoto.

La seconda ci costringe a lasciare la nostra amica Elly alle sue improbabilissime mises per occuparci della questione più seria del vuoto pneumatico che ci circonda. Dio è morto, annunciava non trionfalisticamente Nietzsche, poiché Nietzsche non era uno stupido, e noi siamo rimasti orfani, non adolescenti ma proprio bambini incapaci di badare a noi stessi. Se Dio è morto, allora non c’è vita eterna, non c’è un padre che ci aspetta per dirci” bravo”, come quando abbiamo imparato ad andare senza rotelle. Siamo lasciati nella nostra stanza dei giochi a litigare per il loro possesso.

Quando la sinistra hegeliana scoprì che Dio era stato inventato dagli uomini, e Marx fece propria questa idea, si giunse presto alla felice deduzione che tolta la menzogna tutto si sarebbe appianato e l’umanità tutta si sarebbe avviata in una trionfale marcia come nell’epico quadro di Pelizza da Volpedo. Nessuno si ricordò che esattamente un secolo prima, anno più anno meno, c’era stata un’altra marcia, ancor più epica, sulle note della Marsigliese. Nessuno o pochi rifletterono sul profondo divario tra teatro e vita.

Il risultato di questo sogno vecchio di più di centocinquant’anni (prendendo il Manifesto e la diffusione del Materialismo così misurati a braccia) lo abbiamo sotto gli occhi: pace, tolleranza, solidarietà a profusione. Comunque, ora stanno ri-lavorando sulla formula, ché prima o poi il vaccino contro le miserie umane lo troviamo.

Poi uno non se la deve prendere con Adamo ed Eva: vivevano alla grande, non avevano uno straccio di pensiero, potevano anche chiacchierare con il Boss alla brezza del giorno; nossignori, dovevano mettersi in testa di essere come Lui.

Passons. Questa felice idea della morte di Dio (oh, l’ebbrezza di quando in attesa della scure del compito di matematica, il foglio protocollo già compilato con la data del tuo martirio, entrava il bidello a dire che il Prof. era malato e sarebbe arrivato il supplente! Ti si apriva una prospettiva di libertà infinita, o almeno di una settimana), poco a poco, come ogni moda, si è impadronita della maggioranza. Negli ultimi vent’anni poi l’ipotesi è divenuta un vero e proprio diktat della moda: c’è gente che si vergogna a dire mio marito, mia moglie e dice il mio compagno la mia compagna. Tipo puttana ed escort, per intenderci. Allo stesso modo sempre più frequentemente se dici Buon Natale o Buona Pasqua è come dire cin cin: non è tanto che sia discriminatorio, è proprio di cattivo gusto, irrimediabilmente cheap.

Il punto è che ognuno di noi non pensa di far parte dell’anonima massa (sto termine dispregiativo poteva essere usato impunemente solo dal Comunismo), invece è convinto di essere l’acrobata nietzschiano che volteggia sul filo teso sopra il nulla. Niente di meno ci meritiamo.

In un certo senso viviamo già da tempo virtualmente nel nostro Metaverso (mi si passi il gioco di parole).
Giochiamo a “Facciamo che sono” e nessuno ne è totalmente immune. Per me, ad esempio, il “facciamo che” è il facciamo che ho più o meno cinquant’anni, ma mi manca maledettamente un’ armocromista coi fiocchi, esperta di mezze tinte, sfumature, ombre e controluci. Io mi devo limitare ad evitare gli specchi, soprattutto di mattina, come un vampiro in incognito.

Nessuno può accettare un sé mediocre, la Schlein deve motivare la sua Recherche dell’abito adatto in modo ‘alto’, ma ad esempio in televisione puoi trovare una concorrente di MasterChef, stupidella che in tempi fascistissimi sarebbe stata avviata ad una classe differenziale, che ripresa per il suo abominevole piatto sproloquia di libertà creativa, di Michelangelo, Raffaello (Giordano Bruno ce lo risparmia perché non sa chi sia), un’altra al test di pasticceria creativa, interrogata sul perché della sua torta a strati, dice che esprime la sua dedizione ai figli, la centralità della famiglia e via vaneggiando: ma fare una torta che sia buona e magari piacevole agli occhi no? Tutti noi andando al ristorante aneliamo a condividere con le fettuccine mari e monti l’itinerario di vita dello chef.

E che dire dei soscial? Giorni fa, mi è capitato di vedere in una notifica la figlia della Hunziker in una delle sue numerosissime condivisioni del suo essere neomamma. A parte che ho ancora da capire il concetto di multitasking applicato ad allattare l’imperiale infante mentre ti fanno la piega e la pedicure.

Ma per quale perversione dell’intelletto sente il bisogno di rendercene partecipi? Non le bastano famiglia e amici per questo sistema di diapositive alla n potenza? Soldi spero, ma tutti i suoi epigoni? Hanno forse il sogno di farli, i soldi, o gli basta la certificazione di esistere, di vivere? Sono visto, quindi sono.

Ecco allora. A tutti gli armocromisti di oggi e di domani, all’armocromista che si cela in ognuno di noi propongo di leggersi il breve racconto di Steinbeck, grande scrittore, intitolato Santa Katy Vergine, in cui sono narrate la vita e le opere di una scrofa, evidentemente posseduta dal demonio, che dopo orribili malvagità incappa, o meglio incappano in lei due fraticelli in giro per la questua; costretti ad arrampicarsi su un albero, tentano vari esorcismi sino a che un crocefisso penzolante sul suo capo opera il miracolo e da allora in poi Kety intraprende una via di penitenza suscitando grande  fervore religioso tutt’intorno.

 Ma Padre Paolo e Padre Colin, tornati al convento, invece di trovare entusiasmo, vengono aspramente rimproverati dall’Abate per la conversione di Katy: infatti di cristiani è piena la contea ma scarseggia di maiali, di prosciutti e pancette.

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