RenÈ Magritte, DÈcalcomanie, 1966

RenÈ Magritte, DÈcalcomanie, 1966

 

 

di Pierluigi Pavone

 

La contraddizione consiste nel fatto che se pare ovvio che “cristiani” si è se si segue Cristo, si rinnega se stessi e lo spirito del mondo, si prende la Croce e si segue Lui e ciò che ha lasciato in deposito alla Sua Chiesa, a molti sembra possibile poter accettare qualcosa della sua messianicità e divinità, ma travisare il Vangelo secondo criteri soggettivi e sovvertivi. E a molti di più è sembrato legittimo, e addirittura più vero essere cristiani…in quanto atei.

Questo perché nel pensiero occidentale, si delinea – affianco all’insieme di coloro che si oppongono visceralmente al Cristianesimo, indicandone la falsità assoluta (un Marx o un Nietzsche, ad esempio) – un insieme di posizioni teoriche e pratiche che ammettono una matrice atea, ma recuperano nella prospettiva atea il Cristianesimo stesso. A mio avviso esistono quattro modelli, in merito: il cristianesimo morale; il cristianesimo dialettico; cristianesimo psicanalitico-emancipatorio; infine quello socialista-utopico.

 

1. Nel primo caso, quello illuministico (Lessing), Cristo è privato della sua divinità, a favore del suo insegnamento pedagogico ed etico. È il modello in cui Gesù diviene la controfigura palestinese di Socrate.

> Questa posizione è propria oggi di coloro che apprezzano del Cristianesimo la matrice morale, basata sul miglioramento della relazioni umane, in funzione della fratellanza. Il Cristianesimo della amicizia e della condivisione. Chi, per capirci, a Natale sostituisce il mistero del Bambino nato in una stalla, per morire su una Croce, con l’augurio della “pace e serenità”.

 

2.  Nel secondo caso, quello dialettico (Feuerbach), Cristo è sempre privato della sua divinità, ma si incoraggia la conoscibilità di Dio, perché Dio rappresenta la coscienza dell’uomo.

> questa posizione è propria di chi riconduce la rivelazione che Dio fa di Se stesso all’uomo (quindi della Sua Legge, della colpa dell’uomo, del Sacrificio di Cristo, del Giudizio) ad una rivelazione dell’uomo all’uomo. È la fede nell’uomo e nel suo destino, mascherata in fede in Dio, perché Dio “è” solo per l’uomo e per la sua auto-coscienza. E Cristo diviene il paradigma dell’universale divinità degli uomini.

 

3. Anche per Freud vale simile principio, solo che l’alienazione è determinata dall’origine della società e dalla restituzione in Dio, dell’uomo padre-padrone. Dio, in questo caso, non è la proiezione dell’uomo in generale, quanto del suo paterno carnefice. Il “peccato originale” – inventato per Freud da san Paolo – è la restituzione del fatto reale della ribellione omicida degli uomini contro il padre padrone, (che nell’orda barbarica darwiniana e pre-sociale, esercitava un potere erotico assoluto, temuto quanto invidiato). Un senso di colpa rimosso nel tempo e proiettato poi nella sottomissione religiosa alla figura divina (surrogato di quella paterna originaria). Gesù – nient’altro che la controfigura del capo banda dei fratelli – è il liberatore dalla colpa. Il nullificatore di ogni peccato, colui che non tanto redime, ma emancipa dalla legge e da ogni peccato, perché lo rende nullo in sé.

> Questa posizione è propria non solo di chi legge in chiave psicologica le Scritture, quanto di tutti coloro che rivendicano un cristianesimo originario, spirituale e liberatorio da ogni dottrina e da ogni legge, poi tradito dalla Chiesa cattolica. Un cristianesimo senza peccato né giudizio, perché Gesù sarebbe colui che emancipa definitivamente da ogni colpa e da ogni legge, e quindi tutto concede, tutto ammette, tutto valorizza, niente giudica. Un cristianesimo… al di là del bene e del male.

 

 4. Simile, infine a questo, ma in chiave più messianico-rivoluzionaria, è il “cristianesimo ateo” di Bloch. Si riconosce, in questo caso, da una prospettiva marxista, un ruolo eversivo alla religione, che da oppio diviene ancella della rivoluzione. Del Vangelo si apprezzano e assolutizzano gli aspetti sociologico-utopici, ancora descritti con categorie teologiche e infantili, ma da valorizzare per la speranza di giustizia e redenzione.

>questa posizione è propria di tutte quelle umanizzazioni socialiste e comunistiche del Cristianesimo; di tutte quelle interpretazioni del martirio cristiano come martirio sociale dell’uomo onesto che generalmente compie il suo dovere; di tutte quelle versioni pauperistiche che fanno dei Santi di Dio gli amici degli animali e della natura; di tutte quelle versioni di “giustizia” che se Cristo voleva superiore a quella dei farisei (che almeno pur si misuravano con la Legge di Mosè), questi riducono a solidarietà del villaggio globale.

 

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